
Il solito Donald Trump: cos’ha davvero in mente rispetto alla guerra in Iran? Parla di negoziati, di chiusura delle ostilità, di negoziatori in azione, di un Iran dialogante… Poi però ecco una nuova spia rossa che si accende sui radar della guerra, un nuovo reclutamento con revisione delle regole e anche l’invio di altri soldati. E allora sembra di ritornare alla vigilia dell’attacco a Teheran di fine febbraio quando i negoziati nella neutrale Svizzera suggerivano altri scenari; invece sono arrivate le bombe del mattino, i raid e l’uccisione, tra gli altri, della Guida Suprema Khamenei.
Lo scenario attuale non pare troppo dissimile da allora, visto che nelle ultime ore la Casa Bianca informava di trattative in corso con tanto di primi punti da discutere, intervallate da ultimatum sulla riapertura dello stretto di Hormuz. Invece - come dicevamo - oltre alla decisione di dispiegare altri duemila soldati paracadutisti della ottantaduesima Divisione («per fornire al presidente Trump ulteriori opzioni militari mentre valuta una iniziativa diplomatica con l’Iran», spiegano al Pentagono), arriva la notizia di nuove regole di reclutamento approvate e diffuse con urgenza, per effetto delle quali la platea dei volontari interessati a indossare l’uniforme si allarga a 42 anni e sana le condanne per possesso e consumo di marijuana. La questione riguarda appunto una «expedited revision dated 20 March 2026» a proposito della «Regular Army and Reserve Components Enlistment Program»: in poche parole una manciata di regole rivedute e corrette al fine di aumentare la forza militare, le quali saranno effettive a partire dal 20 aprile.
A questo punto la domanda è: per fare cosa, visto che circa 4.500 marines sono già in viaggio verso la regione, e il numero totale di truppe di terra aggiuntive inviate nella zona di guerra dall’inizio del conflitto si attesta a quasi 7.000 unità? La risposta pare abbastanza chiara per quanto preoccupante: serve per rendere possibile su larga scala la strategia degli «scarponi sul campo». Se così fosse - e molti analisti non hanno più dubbi in merito - bisognerà rivedere i tempi dell’operazione e i relativi risvolti internazionali in termini di geopolitici ed economico-finanziari. Ovviamente vale anche per l’Europa e il governo italiano.
Le cronache americane ci parlano di un bivio cruciale per Donald Trump: seguire il piano radicale nella testa di Netanyahu oppure trovare la migliore via d’uscita per levarsi dal pantano, dichiarare una vittoria e riscuotere il dividendo alle elezioni di mid-term. I margini di manovra però sono tutt’altro che agevoli: ad oggi il rischio più plausibile è che per qualsiasi passaggio futuro sullo scacchiere mediorientale, gli Usa dovranno fare i conti con il regime iraniano, la cui eliminazione - stando al Pentagono - passa inevitabilmente dalla invasione via terra, quindi dall’invio di centinaia di migliaia di soldati, col rischio di ritrovarsi nella campagna elettorale con le bare avvolte dalla bandiera a stelle e strisce scaricate dagli aerei. E poi l’incremento della spesa da destinare alla Difesa: almeno 200 miliardi di dollari solo per i primi cento giorni. In mezzo ad una crisi energetica devastante che si scarica sulla working class bianca, l’ex (?) elettorato di Donald Trump. E veniamo al dato politico.
Le regole del nuovo reclutamento aprono uno scenario che, al momento, sembra presagire un attacco di terra e quindi un allungamento dei tempi, cioè l’opposto di quel che l’elettorato Maga vorrebbe e soprattutto voleva. Prova ne è che nelle elezioni suppletive che si sono tenute il 10 e il 24 marzo in Florida (un distretto di indubbia fede repubblicana) hanno vinto i due esponenti democratici: addirittura Emily Gregory ha sconfitto il candidato del presidente proprio a Mar-a-Lago, residenza trumpiana per eccellenza.
Oltre alle recenti sconfitte nell’urna, Donald Trump deve fare i conti con sondaggi mai così impietosi da quando si è avventurato nelle guerre, dando così ragione a quella parte del mondo Maga che non si nasconde più e parla apertamente di una presidenza sotto ricatto di Netanyahu.
E allora arriviamo anche ai risvolti che la crescente impopolarità di Donald sta creando nei Paesi guidati da «leader amici», come nel caso della Meloni in Italia (e vedremo Orbán in Ungheria). L’aspetto più contestato è proprio la nuova postura bellica della Casa Bianca, inattesa e soprattutto mal vista. L’idea di un allungamento dei tempi con l’invio di truppe di terra rischia di terremotare ancor più il mercato energetico e allargare la crisi.






