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2024-02-21
Gli ex amici di Mosca fanno la morale a Trump
Angela Merkel e Joe Biden (Ansa)
Un nuovo coro di critiche si è abbattuto su Donald Trump, accusato di non aver pronunciato parole abbastanza dure contro il Cremlino sulla morte di Alexej Navalny. «La morte improvvisa di Navalny mi fa sempre più pensare a quello che sta succedendo nel nostro Paese», ha detto il tycoon, prendendosela con «politici corrotti di estrema sinistra, procuratori e giudici», ma senza nominare Vladimir Putin. Ora, è senz’altro vero che l’ex presidente qualche cosa in più avrebbe potuto e dovuto dirla. Tuttavia è altrettanto vero che alcuni leader internazionali, che oggi si stracciano le vesti, sembrano avere la memoria corta. E ci riferiamo soprattutto ad Angela Merkel e Joe Biden. Ma andiamo con ordine.
«La notizia della morte di Alexej Navalny mi riempie di grande sgomento. È divenuto vittima del potere repressivo dello Stato russo», ha dichiarato l’ex cancelliera tedesca. «Putin è responsabile della morte di Navalny. Putin è responsabile. Ciò che è successo a Navalny è un’ulteriore prova della brutalità di Putin», ha affermato l’attuale inquilino della Casa Bianca. Insomma, sia Biden che la Merkel hanno espresso parole di condanna chiare e inequivocabili. Peccato però che non siano stati altrettanto duri verso il Cremlino nei loro atti di governo.
Eh sì, perché la questione risale almeno all’agosto 2020. All’epoca, Navalny subì un avvelenamento. E, il mese successivo, l’allora viceministro degli Esteri polacco, Pawel Jablonski, chiese di fatto alla Germania di interrompere la realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 (anche) come reazione al tentato omicidio dell’attivista russo. Una posizione, questa, che emerse pure in una mozione di risoluzione del Parlamento europeo dedicata all’avvelenamento di Navalny. «L’Europarlamento ribadisce la sua posizione sul controverso gasdotto Nord Stream 2, che è un progetto politico concepito per rafforzare la dipendenza dell’Ue dalle forniture di gas russo e minaccia il mercato interno dell’Ue poiché non è in linea né con la politica energetica dell’Ue né con i nostri interessi strategici, e pertanto necessita essere fermato», recitava quel documento. Non solo. A febbraio 2021, anche il governo francese ventilò l’ipotesi di bloccare il Nord Stream 2 come reazione alla repressione dei dissidenti da parte del Cremlino. Lo stesso senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, chiese di vincolare la questione di Navalny a un atteggiamento più severo verso il Nord Stream 2.
Dal canto suo, è vero che Trump evitò, a livello personale, di accusare Mosca dell’avvelenamento di Navalny. Tuttavia, già a dicembre 2019, la sua amministrazione aveva approvato delle sanzioni al Nord Stream 2, entrando in rotta di collisione con Mosca e Berlino. Inoltre, a dicembre 2020, il dipartimento di Stato americano, allora guidato da Mike Pompeo, accusò pubblicamente i servizi russi dell’avvelenamento di Navalny. «Gli Stati Uniti ritengono che gli agenti del Servizio di sicurezza federale russo (Fsb) abbiano utilizzato l’agente nervino Novichok per avvelenare il signor Navalny. Non c’è alcuna spiegazione plausibile per l’avvelenamento di Navalny oltre al coinvolgimento e alla responsabilità del governo russo», si leggeva in una nota ufficiale di Foggy Bottom.
Eppure, la Merkel di fatto non ne volle sapere di rinunciare al controverso gasdotto. Secondo lei, il dossier del Nord Stream 2 doveva essere tenuto separato da quello di Navalny. E Biden? Entrato in carica a gennaio 2021, sembrava intenzionato a tenere una linea dura, che poi però non si è concretizzata. Impose, sì, qualche sanzione ai soggetti implicati nell’avvelenamento dell’attivista, promettendo inoltre a Vladimir Putin delle «conseguenze devastanti», qualora Navalny - messo agli arresti all’inizio del 2021 - fosse morto in carcere. Tuttavia, alla prova dei fatti, l’attuale presidente americano si è rivelato tutt’altro che duro. A maggio 2021, revocò le sanzioni al Nord Stream 2 e, a luglio di quell’anno, diede l’ok al gasdotto: una mossa che fece la felicità di Putin e della Merkel ma che mandò comprensibilmente su tutte le furie Kiev e Varsavia. Ricordiamo che all’epoca Biden aveva bisogno della Russia anche come intermediario per rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano.
Certo, l’allora cancelliera, incontrando lo Zar ad agosto 2021, disse di avergli chiesto la liberazione di Navalny. Però, al di là di richieste formali e dichiarazioni di principio, si è ben guardata dal colpire il Cremlino dove avrebbe potuto fargli realmente male. E lo stesso vale per Biden. Senza dimenticare Olaf Scholz, che fu vicecancelliere della Merkel dal 2018 al 2021 e che, nel 2019, criticò le sanzioni statunitensi al Nord Stream 2, parlando di «grave interferenza». Vale la pena di ricordare che, all’epoca, c’erano già state l’uccisione di Anna Politkovskaja (2006), la crisi della Georgia (2008) e l’annessione della Crimea (2014). Quindi che la Russia fosse uno Stato repressivo e aggressivo era arcinoto. Ad avere la memoria corta è anche David Axelrod, che ha accusato Trump di non essere stato sufficientemente duro con Putin sulla morte di Navalny: parliamo dello stesso Axelrod che fu senior advisor di Barack Obama dal 2009 al 2011, quando cioè l’allora presidente americano avviò una distensione con Mosca (il cosiddetto «reset russo»).
«Alexei Navalny non ha mai voluto che Joe Biden ritirasse le sanzioni di Trump al gasdotto di Putin Nord Stream 2. Sapeva che ciò avrebbe incoraggiato Putin. E così è stato», ha twittato venerdì l’ex ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell. Trump, va detto, dovrebbe essere talvolta meno ambiguo nelle sue dichiarazioni. Ma resta il fatto che la sua amministrazione non rese facile la vita a Putin.
Anche il fratello dell’oppositore finisce nella lista nera del Cremlino
Il governo russo si è barricato dietro un muro di opacità sulla morte di Alexej Navalny, deceduto in carcere venerdì scorso. Mosca ha infatti respinto la richiesta di un’indagine internazionale, avanzata dall’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell. «Non accettiamo affatto tali richieste, soprattutto da parte del signor Borrell», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha anche negato che Vladimir Putin abbia visto il video in cui la vedova dell’attivista, Yulia Navalnaya, diceva che avrebbe proseguito il lavoro del marito. Peskov ha inoltre bollato come «infondate e rozze» le accuse della stessa Navalnaya, che aveva a sua volta attribuito al capo del Cremlino la responsabilità della morte del consorte. Proprio in quest’ottica, la vedova ha chiesto all’Ue di non riconoscere l’esito delle elezioni presidenziali russe, che si terranno il mese prossimo. «Un presidente che ha ucciso il suo principale avversario politico non può essere legittimo per definizione», ha dichiarato.
Tutto questo, mentre la madre di Navalny, Lyudmila, ha diffuso un video in cui chiede al Cremlino la restituzione della salma del figlio. «Per il quinto giorno non lo vedo, non mi danno il suo corpo e non mi dicono nemmeno dove si trova», ha dichiarato la donna. «Mi rivolgo a lei, Vladimir Putin: la soluzione del problema dipende solo da lei. Mi faccia finalmente vedere mio figlio. Chiedo che il corpo di Alexej venga immediatamente consegnato in modo che io possa seppellirlo umanamente», ha aggiunto. La richiesta della salma è stata avanzata anche dalla Navalnaya. «Non mi importa nulla di come l’addetto stampa di un assassino commenta le mie parole. Restituite il corpo di Alexej e lasciate sia sepolto con dignità, non impedite alla gente di salutarlo. E chiedo davvero a tutti i giornalisti che potrebbero ancora fare domande: non chiedete di me, chiedete di Alexej», ha affermato la vedova dell’attivista, che ieri si è vista sospendere per circa un’ora l’account X a causa di una presunta violazione delle regole di utilizzo. La piattaforma lo ha poi reintegrato, dichiarando: «Abbiamo immediatamente ripristinato l’account appena ci siamo resi conto dell’errore».
Al di là dell’opacità, il Cremlino ha anche deciso di inasprire il proprio pugno di ferro. Il fratello di Navalny, Oleg, è stato infatti inserito nella lista dei ricercati dal ministero dell’Interno di Mosca. L’agenzia di stampa russa Tass ha riportato che non è al momento chiaro con quale accusa sia finito in questo elenco.
La comunità internazionale sta intanto esercitando pressioni diplomatiche sul governo di Mosca. La Farnesina e il ministero degli Esteri belga hanno convocato gli ambasciatori russi dei rispettivi Paesi. Altrettanto ha fatto il ministero degli Esteri di Varsavia con l’ambasciatore russo in Polonia, per chiedere «un’indagine completa e trasparente» sulla morte dell’attivista. A essere convocato è stato anche l’incaricato d’affari della missione della Federazione russa presso l’Ue. Frattanto, la Casa Bianca ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca per venerdì, esortando inoltre i cittadini statunitensi a lasciare la Russia al più presto dopo l’arresto di una cittadina russo-americana a Yekaterinburg. Garry Kasparov, dal canto suo, ha affermato che «il regime di Putin ha ucciso Alexej Navalny», non rinunciando comunque a una stoccata ai leader occidentali. «Temo che i politici occidentali preferiscano che i dissidenti siano martiri. Possono lasciare fiori e dire belle parole mentre negoziano con l’assassino», ha detto.
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Il repubblicano è accusato di non essere stato abbastanza esplicito riguardo alle responsabilità dello Zar nella morte di Navalny. Dopo il primo avvelenamento del dissidente, tuttavia, furono la Merkel e Biden a blindare il Nord Stream per non rompere coi russi.L’appello della madre di Navalny: «Ridatemi il corpo». La Farnesina convoca l’ambasciatore.Lo speciale contiene due articoli.Un nuovo coro di critiche si è abbattuto su Donald Trump, accusato di non aver pronunciato parole abbastanza dure contro il Cremlino sulla morte di Alexej Navalny. «La morte improvvisa di Navalny mi fa sempre più pensare a quello che sta succedendo nel nostro Paese», ha detto il tycoon, prendendosela con «politici corrotti di estrema sinistra, procuratori e giudici», ma senza nominare Vladimir Putin. Ora, è senz’altro vero che l’ex presidente qualche cosa in più avrebbe potuto e dovuto dirla. Tuttavia è altrettanto vero che alcuni leader internazionali, che oggi si stracciano le vesti, sembrano avere la memoria corta. E ci riferiamo soprattutto ad Angela Merkel e Joe Biden. Ma andiamo con ordine.«La notizia della morte di Alexej Navalny mi riempie di grande sgomento. È divenuto vittima del potere repressivo dello Stato russo», ha dichiarato l’ex cancelliera tedesca. «Putin è responsabile della morte di Navalny. Putin è responsabile. Ciò che è successo a Navalny è un’ulteriore prova della brutalità di Putin», ha affermato l’attuale inquilino della Casa Bianca. Insomma, sia Biden che la Merkel hanno espresso parole di condanna chiare e inequivocabili. Peccato però che non siano stati altrettanto duri verso il Cremlino nei loro atti di governo.Eh sì, perché la questione risale almeno all’agosto 2020. All’epoca, Navalny subì un avvelenamento. E, il mese successivo, l’allora viceministro degli Esteri polacco, Pawel Jablonski, chiese di fatto alla Germania di interrompere la realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 (anche) come reazione al tentato omicidio dell’attivista russo. Una posizione, questa, che emerse pure in una mozione di risoluzione del Parlamento europeo dedicata all’avvelenamento di Navalny. «L’Europarlamento ribadisce la sua posizione sul controverso gasdotto Nord Stream 2, che è un progetto politico concepito per rafforzare la dipendenza dell’Ue dalle forniture di gas russo e minaccia il mercato interno dell’Ue poiché non è in linea né con la politica energetica dell’Ue né con i nostri interessi strategici, e pertanto necessita essere fermato», recitava quel documento. Non solo. A febbraio 2021, anche il governo francese ventilò l’ipotesi di bloccare il Nord Stream 2 come reazione alla repressione dei dissidenti da parte del Cremlino. Lo stesso senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, chiese di vincolare la questione di Navalny a un atteggiamento più severo verso il Nord Stream 2.Dal canto suo, è vero che Trump evitò, a livello personale, di accusare Mosca dell’avvelenamento di Navalny. Tuttavia, già a dicembre 2019, la sua amministrazione aveva approvato delle sanzioni al Nord Stream 2, entrando in rotta di collisione con Mosca e Berlino. Inoltre, a dicembre 2020, il dipartimento di Stato americano, allora guidato da Mike Pompeo, accusò pubblicamente i servizi russi dell’avvelenamento di Navalny. «Gli Stati Uniti ritengono che gli agenti del Servizio di sicurezza federale russo (Fsb) abbiano utilizzato l’agente nervino Novichok per avvelenare il signor Navalny. Non c’è alcuna spiegazione plausibile per l’avvelenamento di Navalny oltre al coinvolgimento e alla responsabilità del governo russo», si leggeva in una nota ufficiale di Foggy Bottom.Eppure, la Merkel di fatto non ne volle sapere di rinunciare al controverso gasdotto. Secondo lei, il dossier del Nord Stream 2 doveva essere tenuto separato da quello di Navalny. E Biden? Entrato in carica a gennaio 2021, sembrava intenzionato a tenere una linea dura, che poi però non si è concretizzata. Impose, sì, qualche sanzione ai soggetti implicati nell’avvelenamento dell’attivista, promettendo inoltre a Vladimir Putin delle «conseguenze devastanti», qualora Navalny - messo agli arresti all’inizio del 2021 - fosse morto in carcere. Tuttavia, alla prova dei fatti, l’attuale presidente americano si è rivelato tutt’altro che duro. A maggio 2021, revocò le sanzioni al Nord Stream 2 e, a luglio di quell’anno, diede l’ok al gasdotto: una mossa che fece la felicità di Putin e della Merkel ma che mandò comprensibilmente su tutte le furie Kiev e Varsavia. Ricordiamo che all’epoca Biden aveva bisogno della Russia anche come intermediario per rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano.Certo, l’allora cancelliera, incontrando lo Zar ad agosto 2021, disse di avergli chiesto la liberazione di Navalny. Però, al di là di richieste formali e dichiarazioni di principio, si è ben guardata dal colpire il Cremlino dove avrebbe potuto fargli realmente male. E lo stesso vale per Biden. Senza dimenticare Olaf Scholz, che fu vicecancelliere della Merkel dal 2018 al 2021 e che, nel 2019, criticò le sanzioni statunitensi al Nord Stream 2, parlando di «grave interferenza». Vale la pena di ricordare che, all’epoca, c’erano già state l’uccisione di Anna Politkovskaja (2006), la crisi della Georgia (2008) e l’annessione della Crimea (2014). Quindi che la Russia fosse uno Stato repressivo e aggressivo era arcinoto. Ad avere la memoria corta è anche David Axelrod, che ha accusato Trump di non essere stato sufficientemente duro con Putin sulla morte di Navalny: parliamo dello stesso Axelrod che fu senior advisor di Barack Obama dal 2009 al 2011, quando cioè l’allora presidente americano avviò una distensione con Mosca (il cosiddetto «reset russo»).«Alexei Navalny non ha mai voluto che Joe Biden ritirasse le sanzioni di Trump al gasdotto di Putin Nord Stream 2. Sapeva che ciò avrebbe incoraggiato Putin. E così è stato», ha twittato venerdì l’ex ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell. Trump, va detto, dovrebbe essere talvolta meno ambiguo nelle sue dichiarazioni. Ma resta il fatto che la sua amministrazione non rese facile la vita a Putin.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-navalny-2667326803.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-il-fratello-delloppositore-finisce-nella-lista-nera-del-cremlino" data-post-id="2667326803" data-published-at="1708474499" data-use-pagination="False"> Anche il fratello dell’oppositore finisce nella lista nera del Cremlino Il governo russo si è barricato dietro un muro di opacità sulla morte di Alexej Navalny, deceduto in carcere venerdì scorso. Mosca ha infatti respinto la richiesta di un’indagine internazionale, avanzata dall’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell. «Non accettiamo affatto tali richieste, soprattutto da parte del signor Borrell», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha anche negato che Vladimir Putin abbia visto il video in cui la vedova dell’attivista, Yulia Navalnaya, diceva che avrebbe proseguito il lavoro del marito. Peskov ha inoltre bollato come «infondate e rozze» le accuse della stessa Navalnaya, che aveva a sua volta attribuito al capo del Cremlino la responsabilità della morte del consorte. Proprio in quest’ottica, la vedova ha chiesto all’Ue di non riconoscere l’esito delle elezioni presidenziali russe, che si terranno il mese prossimo. «Un presidente che ha ucciso il suo principale avversario politico non può essere legittimo per definizione», ha dichiarato. Tutto questo, mentre la madre di Navalny, Lyudmila, ha diffuso un video in cui chiede al Cremlino la restituzione della salma del figlio. «Per il quinto giorno non lo vedo, non mi danno il suo corpo e non mi dicono nemmeno dove si trova», ha dichiarato la donna. «Mi rivolgo a lei, Vladimir Putin: la soluzione del problema dipende solo da lei. Mi faccia finalmente vedere mio figlio. Chiedo che il corpo di Alexej venga immediatamente consegnato in modo che io possa seppellirlo umanamente», ha aggiunto. La richiesta della salma è stata avanzata anche dalla Navalnaya. «Non mi importa nulla di come l’addetto stampa di un assassino commenta le mie parole. Restituite il corpo di Alexej e lasciate sia sepolto con dignità, non impedite alla gente di salutarlo. E chiedo davvero a tutti i giornalisti che potrebbero ancora fare domande: non chiedete di me, chiedete di Alexej», ha affermato la vedova dell’attivista, che ieri si è vista sospendere per circa un’ora l’account X a causa di una presunta violazione delle regole di utilizzo. La piattaforma lo ha poi reintegrato, dichiarando: «Abbiamo immediatamente ripristinato l’account appena ci siamo resi conto dell’errore». Al di là dell’opacità, il Cremlino ha anche deciso di inasprire il proprio pugno di ferro. Il fratello di Navalny, Oleg, è stato infatti inserito nella lista dei ricercati dal ministero dell’Interno di Mosca. L’agenzia di stampa russa Tass ha riportato che non è al momento chiaro con quale accusa sia finito in questo elenco. La comunità internazionale sta intanto esercitando pressioni diplomatiche sul governo di Mosca. La Farnesina e il ministero degli Esteri belga hanno convocato gli ambasciatori russi dei rispettivi Paesi. Altrettanto ha fatto il ministero degli Esteri di Varsavia con l’ambasciatore russo in Polonia, per chiedere «un’indagine completa e trasparente» sulla morte dell’attivista. A essere convocato è stato anche l’incaricato d’affari della missione della Federazione russa presso l’Ue. Frattanto, la Casa Bianca ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca per venerdì, esortando inoltre i cittadini statunitensi a lasciare la Russia al più presto dopo l’arresto di una cittadina russo-americana a Yekaterinburg. Garry Kasparov, dal canto suo, ha affermato che «il regime di Putin ha ucciso Alexej Navalny», non rinunciando comunque a una stoccata ai leader occidentali. «Temo che i politici occidentali preferiscano che i dissidenti siano martiri. Possono lasciare fiori e dire belle parole mentre negoziano con l’assassino», ha detto.
Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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