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2024-02-21
Gli ex amici di Mosca fanno la morale a Trump
Angela Merkel e Joe Biden (Ansa)
Un nuovo coro di critiche si è abbattuto su Donald Trump, accusato di non aver pronunciato parole abbastanza dure contro il Cremlino sulla morte di Alexej Navalny. «La morte improvvisa di Navalny mi fa sempre più pensare a quello che sta succedendo nel nostro Paese», ha detto il tycoon, prendendosela con «politici corrotti di estrema sinistra, procuratori e giudici», ma senza nominare Vladimir Putin. Ora, è senz’altro vero che l’ex presidente qualche cosa in più avrebbe potuto e dovuto dirla. Tuttavia è altrettanto vero che alcuni leader internazionali, che oggi si stracciano le vesti, sembrano avere la memoria corta. E ci riferiamo soprattutto ad Angela Merkel e Joe Biden. Ma andiamo con ordine.
«La notizia della morte di Alexej Navalny mi riempie di grande sgomento. È divenuto vittima del potere repressivo dello Stato russo», ha dichiarato l’ex cancelliera tedesca. «Putin è responsabile della morte di Navalny. Putin è responsabile. Ciò che è successo a Navalny è un’ulteriore prova della brutalità di Putin», ha affermato l’attuale inquilino della Casa Bianca. Insomma, sia Biden che la Merkel hanno espresso parole di condanna chiare e inequivocabili. Peccato però che non siano stati altrettanto duri verso il Cremlino nei loro atti di governo.
Eh sì, perché la questione risale almeno all’agosto 2020. All’epoca, Navalny subì un avvelenamento. E, il mese successivo, l’allora viceministro degli Esteri polacco, Pawel Jablonski, chiese di fatto alla Germania di interrompere la realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 (anche) come reazione al tentato omicidio dell’attivista russo. Una posizione, questa, che emerse pure in una mozione di risoluzione del Parlamento europeo dedicata all’avvelenamento di Navalny. «L’Europarlamento ribadisce la sua posizione sul controverso gasdotto Nord Stream 2, che è un progetto politico concepito per rafforzare la dipendenza dell’Ue dalle forniture di gas russo e minaccia il mercato interno dell’Ue poiché non è in linea né con la politica energetica dell’Ue né con i nostri interessi strategici, e pertanto necessita essere fermato», recitava quel documento. Non solo. A febbraio 2021, anche il governo francese ventilò l’ipotesi di bloccare il Nord Stream 2 come reazione alla repressione dei dissidenti da parte del Cremlino. Lo stesso senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, chiese di vincolare la questione di Navalny a un atteggiamento più severo verso il Nord Stream 2.
Dal canto suo, è vero che Trump evitò, a livello personale, di accusare Mosca dell’avvelenamento di Navalny. Tuttavia, già a dicembre 2019, la sua amministrazione aveva approvato delle sanzioni al Nord Stream 2, entrando in rotta di collisione con Mosca e Berlino. Inoltre, a dicembre 2020, il dipartimento di Stato americano, allora guidato da Mike Pompeo, accusò pubblicamente i servizi russi dell’avvelenamento di Navalny. «Gli Stati Uniti ritengono che gli agenti del Servizio di sicurezza federale russo (Fsb) abbiano utilizzato l’agente nervino Novichok per avvelenare il signor Navalny. Non c’è alcuna spiegazione plausibile per l’avvelenamento di Navalny oltre al coinvolgimento e alla responsabilità del governo russo», si leggeva in una nota ufficiale di Foggy Bottom.
Eppure, la Merkel di fatto non ne volle sapere di rinunciare al controverso gasdotto. Secondo lei, il dossier del Nord Stream 2 doveva essere tenuto separato da quello di Navalny. E Biden? Entrato in carica a gennaio 2021, sembrava intenzionato a tenere una linea dura, che poi però non si è concretizzata. Impose, sì, qualche sanzione ai soggetti implicati nell’avvelenamento dell’attivista, promettendo inoltre a Vladimir Putin delle «conseguenze devastanti», qualora Navalny - messo agli arresti all’inizio del 2021 - fosse morto in carcere. Tuttavia, alla prova dei fatti, l’attuale presidente americano si è rivelato tutt’altro che duro. A maggio 2021, revocò le sanzioni al Nord Stream 2 e, a luglio di quell’anno, diede l’ok al gasdotto: una mossa che fece la felicità di Putin e della Merkel ma che mandò comprensibilmente su tutte le furie Kiev e Varsavia. Ricordiamo che all’epoca Biden aveva bisogno della Russia anche come intermediario per rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano.
Certo, l’allora cancelliera, incontrando lo Zar ad agosto 2021, disse di avergli chiesto la liberazione di Navalny. Però, al di là di richieste formali e dichiarazioni di principio, si è ben guardata dal colpire il Cremlino dove avrebbe potuto fargli realmente male. E lo stesso vale per Biden. Senza dimenticare Olaf Scholz, che fu vicecancelliere della Merkel dal 2018 al 2021 e che, nel 2019, criticò le sanzioni statunitensi al Nord Stream 2, parlando di «grave interferenza». Vale la pena di ricordare che, all’epoca, c’erano già state l’uccisione di Anna Politkovskaja (2006), la crisi della Georgia (2008) e l’annessione della Crimea (2014). Quindi che la Russia fosse uno Stato repressivo e aggressivo era arcinoto. Ad avere la memoria corta è anche David Axelrod, che ha accusato Trump di non essere stato sufficientemente duro con Putin sulla morte di Navalny: parliamo dello stesso Axelrod che fu senior advisor di Barack Obama dal 2009 al 2011, quando cioè l’allora presidente americano avviò una distensione con Mosca (il cosiddetto «reset russo»).
«Alexei Navalny non ha mai voluto che Joe Biden ritirasse le sanzioni di Trump al gasdotto di Putin Nord Stream 2. Sapeva che ciò avrebbe incoraggiato Putin. E così è stato», ha twittato venerdì l’ex ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell. Trump, va detto, dovrebbe essere talvolta meno ambiguo nelle sue dichiarazioni. Ma resta il fatto che la sua amministrazione non rese facile la vita a Putin.
Anche il fratello dell’oppositore finisce nella lista nera del Cremlino
Il governo russo si è barricato dietro un muro di opacità sulla morte di Alexej Navalny, deceduto in carcere venerdì scorso. Mosca ha infatti respinto la richiesta di un’indagine internazionale, avanzata dall’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell. «Non accettiamo affatto tali richieste, soprattutto da parte del signor Borrell», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha anche negato che Vladimir Putin abbia visto il video in cui la vedova dell’attivista, Yulia Navalnaya, diceva che avrebbe proseguito il lavoro del marito. Peskov ha inoltre bollato come «infondate e rozze» le accuse della stessa Navalnaya, che aveva a sua volta attribuito al capo del Cremlino la responsabilità della morte del consorte. Proprio in quest’ottica, la vedova ha chiesto all’Ue di non riconoscere l’esito delle elezioni presidenziali russe, che si terranno il mese prossimo. «Un presidente che ha ucciso il suo principale avversario politico non può essere legittimo per definizione», ha dichiarato.
Tutto questo, mentre la madre di Navalny, Lyudmila, ha diffuso un video in cui chiede al Cremlino la restituzione della salma del figlio. «Per il quinto giorno non lo vedo, non mi danno il suo corpo e non mi dicono nemmeno dove si trova», ha dichiarato la donna. «Mi rivolgo a lei, Vladimir Putin: la soluzione del problema dipende solo da lei. Mi faccia finalmente vedere mio figlio. Chiedo che il corpo di Alexej venga immediatamente consegnato in modo che io possa seppellirlo umanamente», ha aggiunto. La richiesta della salma è stata avanzata anche dalla Navalnaya. «Non mi importa nulla di come l’addetto stampa di un assassino commenta le mie parole. Restituite il corpo di Alexej e lasciate sia sepolto con dignità, non impedite alla gente di salutarlo. E chiedo davvero a tutti i giornalisti che potrebbero ancora fare domande: non chiedete di me, chiedete di Alexej», ha affermato la vedova dell’attivista, che ieri si è vista sospendere per circa un’ora l’account X a causa di una presunta violazione delle regole di utilizzo. La piattaforma lo ha poi reintegrato, dichiarando: «Abbiamo immediatamente ripristinato l’account appena ci siamo resi conto dell’errore».
Al di là dell’opacità, il Cremlino ha anche deciso di inasprire il proprio pugno di ferro. Il fratello di Navalny, Oleg, è stato infatti inserito nella lista dei ricercati dal ministero dell’Interno di Mosca. L’agenzia di stampa russa Tass ha riportato che non è al momento chiaro con quale accusa sia finito in questo elenco.
La comunità internazionale sta intanto esercitando pressioni diplomatiche sul governo di Mosca. La Farnesina e il ministero degli Esteri belga hanno convocato gli ambasciatori russi dei rispettivi Paesi. Altrettanto ha fatto il ministero degli Esteri di Varsavia con l’ambasciatore russo in Polonia, per chiedere «un’indagine completa e trasparente» sulla morte dell’attivista. A essere convocato è stato anche l’incaricato d’affari della missione della Federazione russa presso l’Ue. Frattanto, la Casa Bianca ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca per venerdì, esortando inoltre i cittadini statunitensi a lasciare la Russia al più presto dopo l’arresto di una cittadina russo-americana a Yekaterinburg. Garry Kasparov, dal canto suo, ha affermato che «il regime di Putin ha ucciso Alexej Navalny», non rinunciando comunque a una stoccata ai leader occidentali. «Temo che i politici occidentali preferiscano che i dissidenti siano martiri. Possono lasciare fiori e dire belle parole mentre negoziano con l’assassino», ha detto.
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Il repubblicano è accusato di non essere stato abbastanza esplicito riguardo alle responsabilità dello Zar nella morte di Navalny. Dopo il primo avvelenamento del dissidente, tuttavia, furono la Merkel e Biden a blindare il Nord Stream per non rompere coi russi.L’appello della madre di Navalny: «Ridatemi il corpo». La Farnesina convoca l’ambasciatore.Lo speciale contiene due articoli.Un nuovo coro di critiche si è abbattuto su Donald Trump, accusato di non aver pronunciato parole abbastanza dure contro il Cremlino sulla morte di Alexej Navalny. «La morte improvvisa di Navalny mi fa sempre più pensare a quello che sta succedendo nel nostro Paese», ha detto il tycoon, prendendosela con «politici corrotti di estrema sinistra, procuratori e giudici», ma senza nominare Vladimir Putin. Ora, è senz’altro vero che l’ex presidente qualche cosa in più avrebbe potuto e dovuto dirla. Tuttavia è altrettanto vero che alcuni leader internazionali, che oggi si stracciano le vesti, sembrano avere la memoria corta. E ci riferiamo soprattutto ad Angela Merkel e Joe Biden. Ma andiamo con ordine.«La notizia della morte di Alexej Navalny mi riempie di grande sgomento. È divenuto vittima del potere repressivo dello Stato russo», ha dichiarato l’ex cancelliera tedesca. «Putin è responsabile della morte di Navalny. Putin è responsabile. Ciò che è successo a Navalny è un’ulteriore prova della brutalità di Putin», ha affermato l’attuale inquilino della Casa Bianca. Insomma, sia Biden che la Merkel hanno espresso parole di condanna chiare e inequivocabili. Peccato però che non siano stati altrettanto duri verso il Cremlino nei loro atti di governo.Eh sì, perché la questione risale almeno all’agosto 2020. All’epoca, Navalny subì un avvelenamento. E, il mese successivo, l’allora viceministro degli Esteri polacco, Pawel Jablonski, chiese di fatto alla Germania di interrompere la realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 (anche) come reazione al tentato omicidio dell’attivista russo. Una posizione, questa, che emerse pure in una mozione di risoluzione del Parlamento europeo dedicata all’avvelenamento di Navalny. «L’Europarlamento ribadisce la sua posizione sul controverso gasdotto Nord Stream 2, che è un progetto politico concepito per rafforzare la dipendenza dell’Ue dalle forniture di gas russo e minaccia il mercato interno dell’Ue poiché non è in linea né con la politica energetica dell’Ue né con i nostri interessi strategici, e pertanto necessita essere fermato», recitava quel documento. Non solo. A febbraio 2021, anche il governo francese ventilò l’ipotesi di bloccare il Nord Stream 2 come reazione alla repressione dei dissidenti da parte del Cremlino. Lo stesso senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, chiese di vincolare la questione di Navalny a un atteggiamento più severo verso il Nord Stream 2.Dal canto suo, è vero che Trump evitò, a livello personale, di accusare Mosca dell’avvelenamento di Navalny. Tuttavia, già a dicembre 2019, la sua amministrazione aveva approvato delle sanzioni al Nord Stream 2, entrando in rotta di collisione con Mosca e Berlino. Inoltre, a dicembre 2020, il dipartimento di Stato americano, allora guidato da Mike Pompeo, accusò pubblicamente i servizi russi dell’avvelenamento di Navalny. «Gli Stati Uniti ritengono che gli agenti del Servizio di sicurezza federale russo (Fsb) abbiano utilizzato l’agente nervino Novichok per avvelenare il signor Navalny. Non c’è alcuna spiegazione plausibile per l’avvelenamento di Navalny oltre al coinvolgimento e alla responsabilità del governo russo», si leggeva in una nota ufficiale di Foggy Bottom.Eppure, la Merkel di fatto non ne volle sapere di rinunciare al controverso gasdotto. Secondo lei, il dossier del Nord Stream 2 doveva essere tenuto separato da quello di Navalny. E Biden? Entrato in carica a gennaio 2021, sembrava intenzionato a tenere una linea dura, che poi però non si è concretizzata. Impose, sì, qualche sanzione ai soggetti implicati nell’avvelenamento dell’attivista, promettendo inoltre a Vladimir Putin delle «conseguenze devastanti», qualora Navalny - messo agli arresti all’inizio del 2021 - fosse morto in carcere. Tuttavia, alla prova dei fatti, l’attuale presidente americano si è rivelato tutt’altro che duro. A maggio 2021, revocò le sanzioni al Nord Stream 2 e, a luglio di quell’anno, diede l’ok al gasdotto: una mossa che fece la felicità di Putin e della Merkel ma che mandò comprensibilmente su tutte le furie Kiev e Varsavia. Ricordiamo che all’epoca Biden aveva bisogno della Russia anche come intermediario per rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano.Certo, l’allora cancelliera, incontrando lo Zar ad agosto 2021, disse di avergli chiesto la liberazione di Navalny. Però, al di là di richieste formali e dichiarazioni di principio, si è ben guardata dal colpire il Cremlino dove avrebbe potuto fargli realmente male. E lo stesso vale per Biden. Senza dimenticare Olaf Scholz, che fu vicecancelliere della Merkel dal 2018 al 2021 e che, nel 2019, criticò le sanzioni statunitensi al Nord Stream 2, parlando di «grave interferenza». Vale la pena di ricordare che, all’epoca, c’erano già state l’uccisione di Anna Politkovskaja (2006), la crisi della Georgia (2008) e l’annessione della Crimea (2014). Quindi che la Russia fosse uno Stato repressivo e aggressivo era arcinoto. Ad avere la memoria corta è anche David Axelrod, che ha accusato Trump di non essere stato sufficientemente duro con Putin sulla morte di Navalny: parliamo dello stesso Axelrod che fu senior advisor di Barack Obama dal 2009 al 2011, quando cioè l’allora presidente americano avviò una distensione con Mosca (il cosiddetto «reset russo»).«Alexei Navalny non ha mai voluto che Joe Biden ritirasse le sanzioni di Trump al gasdotto di Putin Nord Stream 2. Sapeva che ciò avrebbe incoraggiato Putin. E così è stato», ha twittato venerdì l’ex ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell. Trump, va detto, dovrebbe essere talvolta meno ambiguo nelle sue dichiarazioni. 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Mosca ha infatti respinto la richiesta di un’indagine internazionale, avanzata dall’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell. «Non accettiamo affatto tali richieste, soprattutto da parte del signor Borrell», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha anche negato che Vladimir Putin abbia visto il video in cui la vedova dell’attivista, Yulia Navalnaya, diceva che avrebbe proseguito il lavoro del marito. Peskov ha inoltre bollato come «infondate e rozze» le accuse della stessa Navalnaya, che aveva a sua volta attribuito al capo del Cremlino la responsabilità della morte del consorte. Proprio in quest’ottica, la vedova ha chiesto all’Ue di non riconoscere l’esito delle elezioni presidenziali russe, che si terranno il mese prossimo. «Un presidente che ha ucciso il suo principale avversario politico non può essere legittimo per definizione», ha dichiarato. Tutto questo, mentre la madre di Navalny, Lyudmila, ha diffuso un video in cui chiede al Cremlino la restituzione della salma del figlio. «Per il quinto giorno non lo vedo, non mi danno il suo corpo e non mi dicono nemmeno dove si trova», ha dichiarato la donna. «Mi rivolgo a lei, Vladimir Putin: la soluzione del problema dipende solo da lei. Mi faccia finalmente vedere mio figlio. Chiedo che il corpo di Alexej venga immediatamente consegnato in modo che io possa seppellirlo umanamente», ha aggiunto. La richiesta della salma è stata avanzata anche dalla Navalnaya. «Non mi importa nulla di come l’addetto stampa di un assassino commenta le mie parole. Restituite il corpo di Alexej e lasciate sia sepolto con dignità, non impedite alla gente di salutarlo. E chiedo davvero a tutti i giornalisti che potrebbero ancora fare domande: non chiedete di me, chiedete di Alexej», ha affermato la vedova dell’attivista, che ieri si è vista sospendere per circa un’ora l’account X a causa di una presunta violazione delle regole di utilizzo. La piattaforma lo ha poi reintegrato, dichiarando: «Abbiamo immediatamente ripristinato l’account appena ci siamo resi conto dell’errore». Al di là dell’opacità, il Cremlino ha anche deciso di inasprire il proprio pugno di ferro. Il fratello di Navalny, Oleg, è stato infatti inserito nella lista dei ricercati dal ministero dell’Interno di Mosca. L’agenzia di stampa russa Tass ha riportato che non è al momento chiaro con quale accusa sia finito in questo elenco. La comunità internazionale sta intanto esercitando pressioni diplomatiche sul governo di Mosca. La Farnesina e il ministero degli Esteri belga hanno convocato gli ambasciatori russi dei rispettivi Paesi. Altrettanto ha fatto il ministero degli Esteri di Varsavia con l’ambasciatore russo in Polonia, per chiedere «un’indagine completa e trasparente» sulla morte dell’attivista. A essere convocato è stato anche l’incaricato d’affari della missione della Federazione russa presso l’Ue. Frattanto, la Casa Bianca ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca per venerdì, esortando inoltre i cittadini statunitensi a lasciare la Russia al più presto dopo l’arresto di una cittadina russo-americana a Yekaterinburg. Garry Kasparov, dal canto suo, ha affermato che «il regime di Putin ha ucciso Alexej Navalny», non rinunciando comunque a una stoccata ai leader occidentali. «Temo che i politici occidentali preferiscano che i dissidenti siano martiri. Possono lasciare fiori e dire belle parole mentre negoziano con l’assassino», ha detto.
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
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Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
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Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
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