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2024-02-21
Gli ex amici di Mosca fanno la morale a Trump
Angela Merkel e Joe Biden (Ansa)
Un nuovo coro di critiche si è abbattuto su Donald Trump, accusato di non aver pronunciato parole abbastanza dure contro il Cremlino sulla morte di Alexej Navalny. «La morte improvvisa di Navalny mi fa sempre più pensare a quello che sta succedendo nel nostro Paese», ha detto il tycoon, prendendosela con «politici corrotti di estrema sinistra, procuratori e giudici», ma senza nominare Vladimir Putin. Ora, è senz’altro vero che l’ex presidente qualche cosa in più avrebbe potuto e dovuto dirla. Tuttavia è altrettanto vero che alcuni leader internazionali, che oggi si stracciano le vesti, sembrano avere la memoria corta. E ci riferiamo soprattutto ad Angela Merkel e Joe Biden. Ma andiamo con ordine.
«La notizia della morte di Alexej Navalny mi riempie di grande sgomento. È divenuto vittima del potere repressivo dello Stato russo», ha dichiarato l’ex cancelliera tedesca. «Putin è responsabile della morte di Navalny. Putin è responsabile. Ciò che è successo a Navalny è un’ulteriore prova della brutalità di Putin», ha affermato l’attuale inquilino della Casa Bianca. Insomma, sia Biden che la Merkel hanno espresso parole di condanna chiare e inequivocabili. Peccato però che non siano stati altrettanto duri verso il Cremlino nei loro atti di governo.
Eh sì, perché la questione risale almeno all’agosto 2020. All’epoca, Navalny subì un avvelenamento. E, il mese successivo, l’allora viceministro degli Esteri polacco, Pawel Jablonski, chiese di fatto alla Germania di interrompere la realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 (anche) come reazione al tentato omicidio dell’attivista russo. Una posizione, questa, che emerse pure in una mozione di risoluzione del Parlamento europeo dedicata all’avvelenamento di Navalny. «L’Europarlamento ribadisce la sua posizione sul controverso gasdotto Nord Stream 2, che è un progetto politico concepito per rafforzare la dipendenza dell’Ue dalle forniture di gas russo e minaccia il mercato interno dell’Ue poiché non è in linea né con la politica energetica dell’Ue né con i nostri interessi strategici, e pertanto necessita essere fermato», recitava quel documento. Non solo. A febbraio 2021, anche il governo francese ventilò l’ipotesi di bloccare il Nord Stream 2 come reazione alla repressione dei dissidenti da parte del Cremlino. Lo stesso senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, chiese di vincolare la questione di Navalny a un atteggiamento più severo verso il Nord Stream 2.
Dal canto suo, è vero che Trump evitò, a livello personale, di accusare Mosca dell’avvelenamento di Navalny. Tuttavia, già a dicembre 2019, la sua amministrazione aveva approvato delle sanzioni al Nord Stream 2, entrando in rotta di collisione con Mosca e Berlino. Inoltre, a dicembre 2020, il dipartimento di Stato americano, allora guidato da Mike Pompeo, accusò pubblicamente i servizi russi dell’avvelenamento di Navalny. «Gli Stati Uniti ritengono che gli agenti del Servizio di sicurezza federale russo (Fsb) abbiano utilizzato l’agente nervino Novichok per avvelenare il signor Navalny. Non c’è alcuna spiegazione plausibile per l’avvelenamento di Navalny oltre al coinvolgimento e alla responsabilità del governo russo», si leggeva in una nota ufficiale di Foggy Bottom.
Eppure, la Merkel di fatto non ne volle sapere di rinunciare al controverso gasdotto. Secondo lei, il dossier del Nord Stream 2 doveva essere tenuto separato da quello di Navalny. E Biden? Entrato in carica a gennaio 2021, sembrava intenzionato a tenere una linea dura, che poi però non si è concretizzata. Impose, sì, qualche sanzione ai soggetti implicati nell’avvelenamento dell’attivista, promettendo inoltre a Vladimir Putin delle «conseguenze devastanti», qualora Navalny - messo agli arresti all’inizio del 2021 - fosse morto in carcere. Tuttavia, alla prova dei fatti, l’attuale presidente americano si è rivelato tutt’altro che duro. A maggio 2021, revocò le sanzioni al Nord Stream 2 e, a luglio di quell’anno, diede l’ok al gasdotto: una mossa che fece la felicità di Putin e della Merkel ma che mandò comprensibilmente su tutte le furie Kiev e Varsavia. Ricordiamo che all’epoca Biden aveva bisogno della Russia anche come intermediario per rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano.
Certo, l’allora cancelliera, incontrando lo Zar ad agosto 2021, disse di avergli chiesto la liberazione di Navalny. Però, al di là di richieste formali e dichiarazioni di principio, si è ben guardata dal colpire il Cremlino dove avrebbe potuto fargli realmente male. E lo stesso vale per Biden. Senza dimenticare Olaf Scholz, che fu vicecancelliere della Merkel dal 2018 al 2021 e che, nel 2019, criticò le sanzioni statunitensi al Nord Stream 2, parlando di «grave interferenza». Vale la pena di ricordare che, all’epoca, c’erano già state l’uccisione di Anna Politkovskaja (2006), la crisi della Georgia (2008) e l’annessione della Crimea (2014). Quindi che la Russia fosse uno Stato repressivo e aggressivo era arcinoto. Ad avere la memoria corta è anche David Axelrod, che ha accusato Trump di non essere stato sufficientemente duro con Putin sulla morte di Navalny: parliamo dello stesso Axelrod che fu senior advisor di Barack Obama dal 2009 al 2011, quando cioè l’allora presidente americano avviò una distensione con Mosca (il cosiddetto «reset russo»).
«Alexei Navalny non ha mai voluto che Joe Biden ritirasse le sanzioni di Trump al gasdotto di Putin Nord Stream 2. Sapeva che ciò avrebbe incoraggiato Putin. E così è stato», ha twittato venerdì l’ex ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell. Trump, va detto, dovrebbe essere talvolta meno ambiguo nelle sue dichiarazioni. Ma resta il fatto che la sua amministrazione non rese facile la vita a Putin.
Anche il fratello dell’oppositore finisce nella lista nera del Cremlino
Il governo russo si è barricato dietro un muro di opacità sulla morte di Alexej Navalny, deceduto in carcere venerdì scorso. Mosca ha infatti respinto la richiesta di un’indagine internazionale, avanzata dall’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell. «Non accettiamo affatto tali richieste, soprattutto da parte del signor Borrell», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha anche negato che Vladimir Putin abbia visto il video in cui la vedova dell’attivista, Yulia Navalnaya, diceva che avrebbe proseguito il lavoro del marito. Peskov ha inoltre bollato come «infondate e rozze» le accuse della stessa Navalnaya, che aveva a sua volta attribuito al capo del Cremlino la responsabilità della morte del consorte. Proprio in quest’ottica, la vedova ha chiesto all’Ue di non riconoscere l’esito delle elezioni presidenziali russe, che si terranno il mese prossimo. «Un presidente che ha ucciso il suo principale avversario politico non può essere legittimo per definizione», ha dichiarato.
Tutto questo, mentre la madre di Navalny, Lyudmila, ha diffuso un video in cui chiede al Cremlino la restituzione della salma del figlio. «Per il quinto giorno non lo vedo, non mi danno il suo corpo e non mi dicono nemmeno dove si trova», ha dichiarato la donna. «Mi rivolgo a lei, Vladimir Putin: la soluzione del problema dipende solo da lei. Mi faccia finalmente vedere mio figlio. Chiedo che il corpo di Alexej venga immediatamente consegnato in modo che io possa seppellirlo umanamente», ha aggiunto. La richiesta della salma è stata avanzata anche dalla Navalnaya. «Non mi importa nulla di come l’addetto stampa di un assassino commenta le mie parole. Restituite il corpo di Alexej e lasciate sia sepolto con dignità, non impedite alla gente di salutarlo. E chiedo davvero a tutti i giornalisti che potrebbero ancora fare domande: non chiedete di me, chiedete di Alexej», ha affermato la vedova dell’attivista, che ieri si è vista sospendere per circa un’ora l’account X a causa di una presunta violazione delle regole di utilizzo. La piattaforma lo ha poi reintegrato, dichiarando: «Abbiamo immediatamente ripristinato l’account appena ci siamo resi conto dell’errore».
Al di là dell’opacità, il Cremlino ha anche deciso di inasprire il proprio pugno di ferro. Il fratello di Navalny, Oleg, è stato infatti inserito nella lista dei ricercati dal ministero dell’Interno di Mosca. L’agenzia di stampa russa Tass ha riportato che non è al momento chiaro con quale accusa sia finito in questo elenco.
La comunità internazionale sta intanto esercitando pressioni diplomatiche sul governo di Mosca. La Farnesina e il ministero degli Esteri belga hanno convocato gli ambasciatori russi dei rispettivi Paesi. Altrettanto ha fatto il ministero degli Esteri di Varsavia con l’ambasciatore russo in Polonia, per chiedere «un’indagine completa e trasparente» sulla morte dell’attivista. A essere convocato è stato anche l’incaricato d’affari della missione della Federazione russa presso l’Ue. Frattanto, la Casa Bianca ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca per venerdì, esortando inoltre i cittadini statunitensi a lasciare la Russia al più presto dopo l’arresto di una cittadina russo-americana a Yekaterinburg. Garry Kasparov, dal canto suo, ha affermato che «il regime di Putin ha ucciso Alexej Navalny», non rinunciando comunque a una stoccata ai leader occidentali. «Temo che i politici occidentali preferiscano che i dissidenti siano martiri. Possono lasciare fiori e dire belle parole mentre negoziano con l’assassino», ha detto.
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Il repubblicano è accusato di non essere stato abbastanza esplicito riguardo alle responsabilità dello Zar nella morte di Navalny. Dopo il primo avvelenamento del dissidente, tuttavia, furono la Merkel e Biden a blindare il Nord Stream per non rompere coi russi.L’appello della madre di Navalny: «Ridatemi il corpo». La Farnesina convoca l’ambasciatore.Lo speciale contiene due articoli.Un nuovo coro di critiche si è abbattuto su Donald Trump, accusato di non aver pronunciato parole abbastanza dure contro il Cremlino sulla morte di Alexej Navalny. «La morte improvvisa di Navalny mi fa sempre più pensare a quello che sta succedendo nel nostro Paese», ha detto il tycoon, prendendosela con «politici corrotti di estrema sinistra, procuratori e giudici», ma senza nominare Vladimir Putin. Ora, è senz’altro vero che l’ex presidente qualche cosa in più avrebbe potuto e dovuto dirla. Tuttavia è altrettanto vero che alcuni leader internazionali, che oggi si stracciano le vesti, sembrano avere la memoria corta. E ci riferiamo soprattutto ad Angela Merkel e Joe Biden. Ma andiamo con ordine.«La notizia della morte di Alexej Navalny mi riempie di grande sgomento. È divenuto vittima del potere repressivo dello Stato russo», ha dichiarato l’ex cancelliera tedesca. «Putin è responsabile della morte di Navalny. Putin è responsabile. Ciò che è successo a Navalny è un’ulteriore prova della brutalità di Putin», ha affermato l’attuale inquilino della Casa Bianca. Insomma, sia Biden che la Merkel hanno espresso parole di condanna chiare e inequivocabili. Peccato però che non siano stati altrettanto duri verso il Cremlino nei loro atti di governo.Eh sì, perché la questione risale almeno all’agosto 2020. All’epoca, Navalny subì un avvelenamento. E, il mese successivo, l’allora viceministro degli Esteri polacco, Pawel Jablonski, chiese di fatto alla Germania di interrompere la realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 (anche) come reazione al tentato omicidio dell’attivista russo. Una posizione, questa, che emerse pure in una mozione di risoluzione del Parlamento europeo dedicata all’avvelenamento di Navalny. «L’Europarlamento ribadisce la sua posizione sul controverso gasdotto Nord Stream 2, che è un progetto politico concepito per rafforzare la dipendenza dell’Ue dalle forniture di gas russo e minaccia il mercato interno dell’Ue poiché non è in linea né con la politica energetica dell’Ue né con i nostri interessi strategici, e pertanto necessita essere fermato», recitava quel documento. Non solo. A febbraio 2021, anche il governo francese ventilò l’ipotesi di bloccare il Nord Stream 2 come reazione alla repressione dei dissidenti da parte del Cremlino. Lo stesso senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, chiese di vincolare la questione di Navalny a un atteggiamento più severo verso il Nord Stream 2.Dal canto suo, è vero che Trump evitò, a livello personale, di accusare Mosca dell’avvelenamento di Navalny. Tuttavia, già a dicembre 2019, la sua amministrazione aveva approvato delle sanzioni al Nord Stream 2, entrando in rotta di collisione con Mosca e Berlino. Inoltre, a dicembre 2020, il dipartimento di Stato americano, allora guidato da Mike Pompeo, accusò pubblicamente i servizi russi dell’avvelenamento di Navalny. «Gli Stati Uniti ritengono che gli agenti del Servizio di sicurezza federale russo (Fsb) abbiano utilizzato l’agente nervino Novichok per avvelenare il signor Navalny. Non c’è alcuna spiegazione plausibile per l’avvelenamento di Navalny oltre al coinvolgimento e alla responsabilità del governo russo», si leggeva in una nota ufficiale di Foggy Bottom.Eppure, la Merkel di fatto non ne volle sapere di rinunciare al controverso gasdotto. Secondo lei, il dossier del Nord Stream 2 doveva essere tenuto separato da quello di Navalny. E Biden? Entrato in carica a gennaio 2021, sembrava intenzionato a tenere una linea dura, che poi però non si è concretizzata. Impose, sì, qualche sanzione ai soggetti implicati nell’avvelenamento dell’attivista, promettendo inoltre a Vladimir Putin delle «conseguenze devastanti», qualora Navalny - messo agli arresti all’inizio del 2021 - fosse morto in carcere. Tuttavia, alla prova dei fatti, l’attuale presidente americano si è rivelato tutt’altro che duro. A maggio 2021, revocò le sanzioni al Nord Stream 2 e, a luglio di quell’anno, diede l’ok al gasdotto: una mossa che fece la felicità di Putin e della Merkel ma che mandò comprensibilmente su tutte le furie Kiev e Varsavia. Ricordiamo che all’epoca Biden aveva bisogno della Russia anche come intermediario per rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano.Certo, l’allora cancelliera, incontrando lo Zar ad agosto 2021, disse di avergli chiesto la liberazione di Navalny. Però, al di là di richieste formali e dichiarazioni di principio, si è ben guardata dal colpire il Cremlino dove avrebbe potuto fargli realmente male. E lo stesso vale per Biden. Senza dimenticare Olaf Scholz, che fu vicecancelliere della Merkel dal 2018 al 2021 e che, nel 2019, criticò le sanzioni statunitensi al Nord Stream 2, parlando di «grave interferenza». Vale la pena di ricordare che, all’epoca, c’erano già state l’uccisione di Anna Politkovskaja (2006), la crisi della Georgia (2008) e l’annessione della Crimea (2014). Quindi che la Russia fosse uno Stato repressivo e aggressivo era arcinoto. Ad avere la memoria corta è anche David Axelrod, che ha accusato Trump di non essere stato sufficientemente duro con Putin sulla morte di Navalny: parliamo dello stesso Axelrod che fu senior advisor di Barack Obama dal 2009 al 2011, quando cioè l’allora presidente americano avviò una distensione con Mosca (il cosiddetto «reset russo»).«Alexei Navalny non ha mai voluto che Joe Biden ritirasse le sanzioni di Trump al gasdotto di Putin Nord Stream 2. Sapeva che ciò avrebbe incoraggiato Putin. E così è stato», ha twittato venerdì l’ex ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell. Trump, va detto, dovrebbe essere talvolta meno ambiguo nelle sue dichiarazioni. Ma resta il fatto che la sua amministrazione non rese facile la vita a Putin.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-navalny-2667326803.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-il-fratello-delloppositore-finisce-nella-lista-nera-del-cremlino" data-post-id="2667326803" data-published-at="1708474499" data-use-pagination="False"> Anche il fratello dell’oppositore finisce nella lista nera del Cremlino Il governo russo si è barricato dietro un muro di opacità sulla morte di Alexej Navalny, deceduto in carcere venerdì scorso. Mosca ha infatti respinto la richiesta di un’indagine internazionale, avanzata dall’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell. «Non accettiamo affatto tali richieste, soprattutto da parte del signor Borrell», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha anche negato che Vladimir Putin abbia visto il video in cui la vedova dell’attivista, Yulia Navalnaya, diceva che avrebbe proseguito il lavoro del marito. Peskov ha inoltre bollato come «infondate e rozze» le accuse della stessa Navalnaya, che aveva a sua volta attribuito al capo del Cremlino la responsabilità della morte del consorte. Proprio in quest’ottica, la vedova ha chiesto all’Ue di non riconoscere l’esito delle elezioni presidenziali russe, che si terranno il mese prossimo. «Un presidente che ha ucciso il suo principale avversario politico non può essere legittimo per definizione», ha dichiarato. Tutto questo, mentre la madre di Navalny, Lyudmila, ha diffuso un video in cui chiede al Cremlino la restituzione della salma del figlio. «Per il quinto giorno non lo vedo, non mi danno il suo corpo e non mi dicono nemmeno dove si trova», ha dichiarato la donna. «Mi rivolgo a lei, Vladimir Putin: la soluzione del problema dipende solo da lei. Mi faccia finalmente vedere mio figlio. Chiedo che il corpo di Alexej venga immediatamente consegnato in modo che io possa seppellirlo umanamente», ha aggiunto. La richiesta della salma è stata avanzata anche dalla Navalnaya. «Non mi importa nulla di come l’addetto stampa di un assassino commenta le mie parole. Restituite il corpo di Alexej e lasciate sia sepolto con dignità, non impedite alla gente di salutarlo. E chiedo davvero a tutti i giornalisti che potrebbero ancora fare domande: non chiedete di me, chiedete di Alexej», ha affermato la vedova dell’attivista, che ieri si è vista sospendere per circa un’ora l’account X a causa di una presunta violazione delle regole di utilizzo. La piattaforma lo ha poi reintegrato, dichiarando: «Abbiamo immediatamente ripristinato l’account appena ci siamo resi conto dell’errore». Al di là dell’opacità, il Cremlino ha anche deciso di inasprire il proprio pugno di ferro. Il fratello di Navalny, Oleg, è stato infatti inserito nella lista dei ricercati dal ministero dell’Interno di Mosca. L’agenzia di stampa russa Tass ha riportato che non è al momento chiaro con quale accusa sia finito in questo elenco. La comunità internazionale sta intanto esercitando pressioni diplomatiche sul governo di Mosca. La Farnesina e il ministero degli Esteri belga hanno convocato gli ambasciatori russi dei rispettivi Paesi. Altrettanto ha fatto il ministero degli Esteri di Varsavia con l’ambasciatore russo in Polonia, per chiedere «un’indagine completa e trasparente» sulla morte dell’attivista. A essere convocato è stato anche l’incaricato d’affari della missione della Federazione russa presso l’Ue. Frattanto, la Casa Bianca ha annunciato nuove sanzioni contro Mosca per venerdì, esortando inoltre i cittadini statunitensi a lasciare la Russia al più presto dopo l’arresto di una cittadina russo-americana a Yekaterinburg. Garry Kasparov, dal canto suo, ha affermato che «il regime di Putin ha ucciso Alexej Navalny», non rinunciando comunque a una stoccata ai leader occidentali. «Temo che i politici occidentali preferiscano che i dissidenti siano martiri. Possono lasciare fiori e dire belle parole mentre negoziano con l’assassino», ha detto.
iStock
Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.