True
2020-10-17
Trump deve battere pure la stampa nemica
Donald Trump (Ansa)
Imbarazzante. Non c'è altro modo per descrivere la serata elettorale di mercoledì scorso, quando Donald Trump e Joe Biden si sono sfidati a distanza in due show televisivi differenti e andati contemporaneamente in onda: show in cui erano previste anche domande del pubblico (il cosiddetto modello townhall). Il primo su Nbc News e il secondo su Abc News. Gran parte della stampa ha già decretato il candidato democratico come vincitore della disfida catodica. Biden – è stato detto – era sicuro di sé, mentre Trump ha navigato in mezzo alle difficoltà.
Eppure a ben vedere forse questo giudizio non tiene conto di un elemento decisivo: ovvero del fatto che, nonostante il medesimo format e la medesima ora, quei due spettacoli fossero incommensurabili. Se infatti Biden si è trovato in un salotto, Trump è dovuto salire su un ring. In parole povere, il consueto doppiopesismo di parte della grande stampa americana ha colpito ancora. L'inquilino della Casa Bianca è stato continuamente incalzato (e spesso interrotto) dalla moderatrice Savannah Guthrie, che è andata all'attacco sulla gestione della pandemia, il suprematismo bianco, la dichiarazione dei redditi e il controverso mondo di QAnon. «Non sei lo zio pazzo di qualcuno che può ritwittare qualsiasi cosa», ha detto al presidente la giornalista. Sull'altro canale, Biden parlava invece tranquillo, ampiamente e senza domande scomode da parte del pubblico e del suo intervistatore, George Stephanopoulos.
Un intervistatore che non solo non gli ha chiesto nulla sui dubbi che circolano sul suo stato di salute e sulle contraddizioni politiche interne al Partito democratico. Ma che ha anche totalmente evitato di interrogare l'ex vicepresidente sul recente scoop del New York Post: uno scoop che ha mostrato come, nel 2015, il figlio di Biden, Hunter, abbia probabilmente presentato al padre – all'epoca vicepresidente in carica – un dirigente dell'azienda ucraina in cui lo stesso Hunter lavorava, Burisma Holdings. E, guarda caso, poco tempo dopo l'attuale candidato dem si diede da fare per costringere l'allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, a silurare il procuratore che stava indagando sulla stessa Burisma per corruzione. Ci si sarebbe attesi almeno un accenno: anche perché il candidato dem ha sempre detto di non aver mai avuto nulla a che fare con gli affari all'estero del figlio. E invece niente. Tra l'altro, Fox News ha rivelato che tra i membri del pubblico che hanno posto una domanda a Biden ci fosse l'ex speechwriter di Barack Obama, Nathan Osburn.
Del resto, il doppiopesismo di certa stampa americana non è una novità. Nel corso di questa campagna elettorale, assai raramente Biden è stato incalzato dai giornalisti e ha spesso evitato di rispondere alle domande che gli venivano poste. La testata conservatrice Washington Examiner riportò che, tra luglio e agosto, Trump ha accettato 635 domande dalla stampa. Nello stesso periodo Biden si è fermato a quota 80. Quando invece, lo scorso agosto, un giornalista della Cbs chiese all'ex vicepresidente se si fosse sottoposto a test cognitivo, il candidato dem andò su tutte le furie. Tutto questo, mentre il New York Times attese più di due settimane per riportare la notizia che una donna, Tara Reade, avesse accusato l'ex vicepresidente di aggressione sessuale. Come nel 2016, si sta insomma replicando l'attacco concentrico dei grandi media contro Trump.
Nel frattempo continua ad aggravarsi la posizione di Hunter. Mercoledì, il New York Post ha riferito che, sulla base di una mail dell'agosto 2017, il figlio di Biden avrebbe cercato di incassare una quota annuale di 10 milioni di dollari «solo per le presentazioni» da Ye Jianming: controverso miliardario cinese accusato di corruzione. Una figura che, secondo il Financial Times, intratteneva stretti legami con l'esercito della Repubblica popolare. Novità si sono registrate anche da Twitter che, dopo aver bloccato la diffusione dello scoop del Post, ha annunciato un ammorbidimento sulle sue politiche di condivisione dei contenuti. Evidentemente l'intenzione, espressa dai senatori repubblicani, di convocare in audizione Jack Dorsey deve aver sortito qualche effetto.
La campagna elettorale intanto non si ferma. E qualche buona notizia per il presidente arriva dagli Stati chiave: soprattutto dalla Florida, dove – secondo la media sondaggistica di Real Clear Politcs – Biden ha visto scendere il suo vantaggio locale in quattro giorni da 3,7 a 1,7 punti. E proprio in Florida si è recato il presidente nelle scorse ore per tenere eventi elettorali con l'obiettivo di rivolgersi soprattutto ai votanti anziani. Il candidato dem è invece andato in Michigan per parlare di assistenza sanitaria. In particolare, Biden attende mercoledì, quando Obama dovrebbe iniziare a fare campagna per lui. In tutto questo, Cnbc ha riportato ieri il parere del sondaggista filo-repubblicano, Frank Luntz, secondo cui gli elettori indecisi sarebbero attualmente dilaniati dal dilemma: costoro –secondo l'analista – non apprezzano Trump a livello personale, ma si dicono al contempo spaventati dalle politiche di Biden.
Brexit, l'ultimatum di Bojo all a Ue. «Pronti all'addio senza accordi”
Sempre più vicina l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea senza alcun accordo. Ad annunciarlo ieri è stato il primo ministro Boris Johnson, in un discorso breve ma deciso, pronunciato dopo che il Consiglio europeo gli aveva fatto fretta, lanciando un ultimatum a cambiare atteggiamento nei negoziati sulla Brexit. La sua reazione è stata netta: il no deal gli sembra l'unica possibilità. Nonostante le conseguenze che si porta dietro, da visti e frontiere per chi viaggia fino al ritorno dei dazi e delle dogane, che potrebbero mettere in difficoltà le aziende italiane, che esportano Oltremanica qualcosa come 20 miliardi all'anno di merci. Una prospettiva che spaventa su entrambe le coste, visto che se in Europa ci saranno danni per i produttori, in Gran Bretagna a soffrire saranno i consumatori, che vedranno lievitare il prezzo di certi beni cui si erano abituati, dal vino ai capi dei grandi marchi italiani e francesi.
Eppure il primo ministro britannico ha sottolineato che non ha più voglia di scherzare. «Sin dall'inizio del periodo di transizione abbiamo obbedito alle leggi europee, versato i nostri contributi senza avere diritto di voto, lavorando per una relazione futura serena», ha detto. «Non chiedevamo tanto, un accordo sullo stile di quello del Canada basato su amicizia e libero commercio, ma i partner europei vogliono continuare a controllare la nostra libertà a livello legislativo e in termini di pesca, in un modo inaccettabile per un paese indipendente». Anche perché secondo Johnson negli ultimi mesi gli emissari europei non hanno lavorato seriamente per trovare una soluzione, ma si sono limitati solo a escludere l'idea della formula canadese. Dunque, visto che il tempo stringe e sono rimaste solo dieci settimane prima del primo gennaio, data effettiva del divorzio tra Londra e Bruxelles, il Paese si deve preparare. Johnson ha fatto appello ai suoi concittadini: commercianti, aziende e viaggiatori si organizzino, sul modello dell'Australia, che non ha accordi con l'Unione europea. «Prospereremo come uno stato indipendente e libero di fare scambi commerciali con le altre nazioni, un Paese che controlla i suoi confini, le sue acque territoriali, le sue leggi» ha proclamato il premier nel suo discorso, al termine del quale, però, ha precisato che si continuerà comunque a discutere sui dettagli pratici, dove peraltro sono stati fatti dei progressi in alcuni settori. A suo parere basterebbe che l'Europa cambiasse il suo approccio in modo fondamentale, accettando uno schema come quello canadese. Una rottura netta, dunque, a meno che – come suggerisce qualcuno - Johnson non abbia pensato di fare la voce grossa nel tentativo di spingere l'Europa a concedere di più. Una speranza infondata, almeno a giudicare dalle reazioni della controparte. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, su Twitter, ha precisato che «l'Unione vuole un'intesa ma non a tutti i costi» e che la prossima settimana manderà i suoi emissari a Londra per continuare a ragionare su un accordo. Mentre il presidente francese Emmanuel Macron è stato più secco: «I dirigenti dei 27 paesi membri Ue non hanno come loro compito quello di rendere felice il premier britannico. Nonostante ciò che è stato detto loro nel referendum sulla Brexit i britannici hanno bisogno del nostro mercato unico: sono molto più dipendenti da noi che noi da loro».
Continua a leggereRiduci
Il duello impari tra i candidati in tv: il presidente incalzato dalla moderatrice, allo sfidante dem nemmeno una domanda sugli scandali finanziari del figlio in Ucraina e sui rapporti con un uomo d'affari cinese. The Donald in rimonta in Florida.Il premier inglese minaccia il «no deal». A rischio 20 miliardi di export italiano.Lo speciale contiene due articoli.Imbarazzante. Non c'è altro modo per descrivere la serata elettorale di mercoledì scorso, quando Donald Trump e Joe Biden si sono sfidati a distanza in due show televisivi differenti e andati contemporaneamente in onda: show in cui erano previste anche domande del pubblico (il cosiddetto modello townhall). Il primo su Nbc News e il secondo su Abc News. Gran parte della stampa ha già decretato il candidato democratico come vincitore della disfida catodica. Biden – è stato detto – era sicuro di sé, mentre Trump ha navigato in mezzo alle difficoltà. Eppure a ben vedere forse questo giudizio non tiene conto di un elemento decisivo: ovvero del fatto che, nonostante il medesimo format e la medesima ora, quei due spettacoli fossero incommensurabili. Se infatti Biden si è trovato in un salotto, Trump è dovuto salire su un ring. In parole povere, il consueto doppiopesismo di parte della grande stampa americana ha colpito ancora. L'inquilino della Casa Bianca è stato continuamente incalzato (e spesso interrotto) dalla moderatrice Savannah Guthrie, che è andata all'attacco sulla gestione della pandemia, il suprematismo bianco, la dichiarazione dei redditi e il controverso mondo di QAnon. «Non sei lo zio pazzo di qualcuno che può ritwittare qualsiasi cosa», ha detto al presidente la giornalista. Sull'altro canale, Biden parlava invece tranquillo, ampiamente e senza domande scomode da parte del pubblico e del suo intervistatore, George Stephanopoulos. Un intervistatore che non solo non gli ha chiesto nulla sui dubbi che circolano sul suo stato di salute e sulle contraddizioni politiche interne al Partito democratico. Ma che ha anche totalmente evitato di interrogare l'ex vicepresidente sul recente scoop del New York Post: uno scoop che ha mostrato come, nel 2015, il figlio di Biden, Hunter, abbia probabilmente presentato al padre – all'epoca vicepresidente in carica – un dirigente dell'azienda ucraina in cui lo stesso Hunter lavorava, Burisma Holdings. E, guarda caso, poco tempo dopo l'attuale candidato dem si diede da fare per costringere l'allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, a silurare il procuratore che stava indagando sulla stessa Burisma per corruzione. Ci si sarebbe attesi almeno un accenno: anche perché il candidato dem ha sempre detto di non aver mai avuto nulla a che fare con gli affari all'estero del figlio. E invece niente. Tra l'altro, Fox News ha rivelato che tra i membri del pubblico che hanno posto una domanda a Biden ci fosse l'ex speechwriter di Barack Obama, Nathan Osburn. Del resto, il doppiopesismo di certa stampa americana non è una novità. Nel corso di questa campagna elettorale, assai raramente Biden è stato incalzato dai giornalisti e ha spesso evitato di rispondere alle domande che gli venivano poste. La testata conservatrice Washington Examiner riportò che, tra luglio e agosto, Trump ha accettato 635 domande dalla stampa. Nello stesso periodo Biden si è fermato a quota 80. Quando invece, lo scorso agosto, un giornalista della Cbs chiese all'ex vicepresidente se si fosse sottoposto a test cognitivo, il candidato dem andò su tutte le furie. Tutto questo, mentre il New York Times attese più di due settimane per riportare la notizia che una donna, Tara Reade, avesse accusato l'ex vicepresidente di aggressione sessuale. Come nel 2016, si sta insomma replicando l'attacco concentrico dei grandi media contro Trump.Nel frattempo continua ad aggravarsi la posizione di Hunter. Mercoledì, il New York Post ha riferito che, sulla base di una mail dell'agosto 2017, il figlio di Biden avrebbe cercato di incassare una quota annuale di 10 milioni di dollari «solo per le presentazioni» da Ye Jianming: controverso miliardario cinese accusato di corruzione. Una figura che, secondo il Financial Times, intratteneva stretti legami con l'esercito della Repubblica popolare. Novità si sono registrate anche da Twitter che, dopo aver bloccato la diffusione dello scoop del Post, ha annunciato un ammorbidimento sulle sue politiche di condivisione dei contenuti. Evidentemente l'intenzione, espressa dai senatori repubblicani, di convocare in audizione Jack Dorsey deve aver sortito qualche effetto. La campagna elettorale intanto non si ferma. E qualche buona notizia per il presidente arriva dagli Stati chiave: soprattutto dalla Florida, dove – secondo la media sondaggistica di Real Clear Politcs – Biden ha visto scendere il suo vantaggio locale in quattro giorni da 3,7 a 1,7 punti. E proprio in Florida si è recato il presidente nelle scorse ore per tenere eventi elettorali con l'obiettivo di rivolgersi soprattutto ai votanti anziani. Il candidato dem è invece andato in Michigan per parlare di assistenza sanitaria. In particolare, Biden attende mercoledì, quando Obama dovrebbe iniziare a fare campagna per lui. In tutto questo, Cnbc ha riportato ieri il parere del sondaggista filo-repubblicano, Frank Luntz, secondo cui gli elettori indecisi sarebbero attualmente dilaniati dal dilemma: costoro –secondo l'analista – non apprezzano Trump a livello personale, ma si dicono al contempo spaventati dalle politiche di Biden.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-deve-battere-pure-la-stampa-nemica-2648233041.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="brexit-l-ultimatum-di-bojo-all-a-ue-pronti-all-addio-senza-accordi" data-post-id="2648233041" data-published-at="1602885902" data-use-pagination="False"> Brexit, l'ultimatum di Bojo all a Ue. «Pronti all'addio senza accordi” Sempre più vicina l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea senza alcun accordo. Ad annunciarlo ieri è stato il primo ministro Boris Johnson, in un discorso breve ma deciso, pronunciato dopo che il Consiglio europeo gli aveva fatto fretta, lanciando un ultimatum a cambiare atteggiamento nei negoziati sulla Brexit. La sua reazione è stata netta: il no deal gli sembra l'unica possibilità. Nonostante le conseguenze che si porta dietro, da visti e frontiere per chi viaggia fino al ritorno dei dazi e delle dogane, che potrebbero mettere in difficoltà le aziende italiane, che esportano Oltremanica qualcosa come 20 miliardi all'anno di merci. Una prospettiva che spaventa su entrambe le coste, visto che se in Europa ci saranno danni per i produttori, in Gran Bretagna a soffrire saranno i consumatori, che vedranno lievitare il prezzo di certi beni cui si erano abituati, dal vino ai capi dei grandi marchi italiani e francesi. Eppure il primo ministro britannico ha sottolineato che non ha più voglia di scherzare. «Sin dall'inizio del periodo di transizione abbiamo obbedito alle leggi europee, versato i nostri contributi senza avere diritto di voto, lavorando per una relazione futura serena», ha detto. «Non chiedevamo tanto, un accordo sullo stile di quello del Canada basato su amicizia e libero commercio, ma i partner europei vogliono continuare a controllare la nostra libertà a livello legislativo e in termini di pesca, in un modo inaccettabile per un paese indipendente». Anche perché secondo Johnson negli ultimi mesi gli emissari europei non hanno lavorato seriamente per trovare una soluzione, ma si sono limitati solo a escludere l'idea della formula canadese. Dunque, visto che il tempo stringe e sono rimaste solo dieci settimane prima del primo gennaio, data effettiva del divorzio tra Londra e Bruxelles, il Paese si deve preparare. Johnson ha fatto appello ai suoi concittadini: commercianti, aziende e viaggiatori si organizzino, sul modello dell'Australia, che non ha accordi con l'Unione europea. «Prospereremo come uno stato indipendente e libero di fare scambi commerciali con le altre nazioni, un Paese che controlla i suoi confini, le sue acque territoriali, le sue leggi» ha proclamato il premier nel suo discorso, al termine del quale, però, ha precisato che si continuerà comunque a discutere sui dettagli pratici, dove peraltro sono stati fatti dei progressi in alcuni settori. A suo parere basterebbe che l'Europa cambiasse il suo approccio in modo fondamentale, accettando uno schema come quello canadese. Una rottura netta, dunque, a meno che – come suggerisce qualcuno - Johnson non abbia pensato di fare la voce grossa nel tentativo di spingere l'Europa a concedere di più. Una speranza infondata, almeno a giudicare dalle reazioni della controparte. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, su Twitter, ha precisato che «l'Unione vuole un'intesa ma non a tutti i costi» e che la prossima settimana manderà i suoi emissari a Londra per continuare a ragionare su un accordo. Mentre il presidente francese Emmanuel Macron è stato più secco: «I dirigenti dei 27 paesi membri Ue non hanno come loro compito quello di rendere felice il premier britannico. Nonostante ciò che è stato detto loro nel referendum sulla Brexit i britannici hanno bisogno del nostro mercato unico: sono molto più dipendenti da noi che noi da loro».
Istock
Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
Continua a leggereRiduci
iStock
Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
Continua a leggereRiduci