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2020-10-17
Trump deve battere pure la stampa nemica
Donald Trump (Ansa)
Imbarazzante. Non c'è altro modo per descrivere la serata elettorale di mercoledì scorso, quando Donald Trump e Joe Biden si sono sfidati a distanza in due show televisivi differenti e andati contemporaneamente in onda: show in cui erano previste anche domande del pubblico (il cosiddetto modello townhall). Il primo su Nbc News e il secondo su Abc News. Gran parte della stampa ha già decretato il candidato democratico come vincitore della disfida catodica. Biden – è stato detto – era sicuro di sé, mentre Trump ha navigato in mezzo alle difficoltà.
Eppure a ben vedere forse questo giudizio non tiene conto di un elemento decisivo: ovvero del fatto che, nonostante il medesimo format e la medesima ora, quei due spettacoli fossero incommensurabili. Se infatti Biden si è trovato in un salotto, Trump è dovuto salire su un ring. In parole povere, il consueto doppiopesismo di parte della grande stampa americana ha colpito ancora. L'inquilino della Casa Bianca è stato continuamente incalzato (e spesso interrotto) dalla moderatrice Savannah Guthrie, che è andata all'attacco sulla gestione della pandemia, il suprematismo bianco, la dichiarazione dei redditi e il controverso mondo di QAnon. «Non sei lo zio pazzo di qualcuno che può ritwittare qualsiasi cosa», ha detto al presidente la giornalista. Sull'altro canale, Biden parlava invece tranquillo, ampiamente e senza domande scomode da parte del pubblico e del suo intervistatore, George Stephanopoulos.
Un intervistatore che non solo non gli ha chiesto nulla sui dubbi che circolano sul suo stato di salute e sulle contraddizioni politiche interne al Partito democratico. Ma che ha anche totalmente evitato di interrogare l'ex vicepresidente sul recente scoop del New York Post: uno scoop che ha mostrato come, nel 2015, il figlio di Biden, Hunter, abbia probabilmente presentato al padre – all'epoca vicepresidente in carica – un dirigente dell'azienda ucraina in cui lo stesso Hunter lavorava, Burisma Holdings. E, guarda caso, poco tempo dopo l'attuale candidato dem si diede da fare per costringere l'allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, a silurare il procuratore che stava indagando sulla stessa Burisma per corruzione. Ci si sarebbe attesi almeno un accenno: anche perché il candidato dem ha sempre detto di non aver mai avuto nulla a che fare con gli affari all'estero del figlio. E invece niente. Tra l'altro, Fox News ha rivelato che tra i membri del pubblico che hanno posto una domanda a Biden ci fosse l'ex speechwriter di Barack Obama, Nathan Osburn.
Del resto, il doppiopesismo di certa stampa americana non è una novità. Nel corso di questa campagna elettorale, assai raramente Biden è stato incalzato dai giornalisti e ha spesso evitato di rispondere alle domande che gli venivano poste. La testata conservatrice Washington Examiner riportò che, tra luglio e agosto, Trump ha accettato 635 domande dalla stampa. Nello stesso periodo Biden si è fermato a quota 80. Quando invece, lo scorso agosto, un giornalista della Cbs chiese all'ex vicepresidente se si fosse sottoposto a test cognitivo, il candidato dem andò su tutte le furie. Tutto questo, mentre il New York Times attese più di due settimane per riportare la notizia che una donna, Tara Reade, avesse accusato l'ex vicepresidente di aggressione sessuale. Come nel 2016, si sta insomma replicando l'attacco concentrico dei grandi media contro Trump.
Nel frattempo continua ad aggravarsi la posizione di Hunter. Mercoledì, il New York Post ha riferito che, sulla base di una mail dell'agosto 2017, il figlio di Biden avrebbe cercato di incassare una quota annuale di 10 milioni di dollari «solo per le presentazioni» da Ye Jianming: controverso miliardario cinese accusato di corruzione. Una figura che, secondo il Financial Times, intratteneva stretti legami con l'esercito della Repubblica popolare. Novità si sono registrate anche da Twitter che, dopo aver bloccato la diffusione dello scoop del Post, ha annunciato un ammorbidimento sulle sue politiche di condivisione dei contenuti. Evidentemente l'intenzione, espressa dai senatori repubblicani, di convocare in audizione Jack Dorsey deve aver sortito qualche effetto.
La campagna elettorale intanto non si ferma. E qualche buona notizia per il presidente arriva dagli Stati chiave: soprattutto dalla Florida, dove – secondo la media sondaggistica di Real Clear Politcs – Biden ha visto scendere il suo vantaggio locale in quattro giorni da 3,7 a 1,7 punti. E proprio in Florida si è recato il presidente nelle scorse ore per tenere eventi elettorali con l'obiettivo di rivolgersi soprattutto ai votanti anziani. Il candidato dem è invece andato in Michigan per parlare di assistenza sanitaria. In particolare, Biden attende mercoledì, quando Obama dovrebbe iniziare a fare campagna per lui. In tutto questo, Cnbc ha riportato ieri il parere del sondaggista filo-repubblicano, Frank Luntz, secondo cui gli elettori indecisi sarebbero attualmente dilaniati dal dilemma: costoro –secondo l'analista – non apprezzano Trump a livello personale, ma si dicono al contempo spaventati dalle politiche di Biden.
Brexit, l'ultimatum di Bojo all a Ue. «Pronti all'addio senza accordi”
Sempre più vicina l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea senza alcun accordo. Ad annunciarlo ieri è stato il primo ministro Boris Johnson, in un discorso breve ma deciso, pronunciato dopo che il Consiglio europeo gli aveva fatto fretta, lanciando un ultimatum a cambiare atteggiamento nei negoziati sulla Brexit. La sua reazione è stata netta: il no deal gli sembra l'unica possibilità. Nonostante le conseguenze che si porta dietro, da visti e frontiere per chi viaggia fino al ritorno dei dazi e delle dogane, che potrebbero mettere in difficoltà le aziende italiane, che esportano Oltremanica qualcosa come 20 miliardi all'anno di merci. Una prospettiva che spaventa su entrambe le coste, visto che se in Europa ci saranno danni per i produttori, in Gran Bretagna a soffrire saranno i consumatori, che vedranno lievitare il prezzo di certi beni cui si erano abituati, dal vino ai capi dei grandi marchi italiani e francesi.
Eppure il primo ministro britannico ha sottolineato che non ha più voglia di scherzare. «Sin dall'inizio del periodo di transizione abbiamo obbedito alle leggi europee, versato i nostri contributi senza avere diritto di voto, lavorando per una relazione futura serena», ha detto. «Non chiedevamo tanto, un accordo sullo stile di quello del Canada basato su amicizia e libero commercio, ma i partner europei vogliono continuare a controllare la nostra libertà a livello legislativo e in termini di pesca, in un modo inaccettabile per un paese indipendente». Anche perché secondo Johnson negli ultimi mesi gli emissari europei non hanno lavorato seriamente per trovare una soluzione, ma si sono limitati solo a escludere l'idea della formula canadese. Dunque, visto che il tempo stringe e sono rimaste solo dieci settimane prima del primo gennaio, data effettiva del divorzio tra Londra e Bruxelles, il Paese si deve preparare. Johnson ha fatto appello ai suoi concittadini: commercianti, aziende e viaggiatori si organizzino, sul modello dell'Australia, che non ha accordi con l'Unione europea. «Prospereremo come uno stato indipendente e libero di fare scambi commerciali con le altre nazioni, un Paese che controlla i suoi confini, le sue acque territoriali, le sue leggi» ha proclamato il premier nel suo discorso, al termine del quale, però, ha precisato che si continuerà comunque a discutere sui dettagli pratici, dove peraltro sono stati fatti dei progressi in alcuni settori. A suo parere basterebbe che l'Europa cambiasse il suo approccio in modo fondamentale, accettando uno schema come quello canadese. Una rottura netta, dunque, a meno che – come suggerisce qualcuno - Johnson non abbia pensato di fare la voce grossa nel tentativo di spingere l'Europa a concedere di più. Una speranza infondata, almeno a giudicare dalle reazioni della controparte. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, su Twitter, ha precisato che «l'Unione vuole un'intesa ma non a tutti i costi» e che la prossima settimana manderà i suoi emissari a Londra per continuare a ragionare su un accordo. Mentre il presidente francese Emmanuel Macron è stato più secco: «I dirigenti dei 27 paesi membri Ue non hanno come loro compito quello di rendere felice il premier britannico. Nonostante ciò che è stato detto loro nel referendum sulla Brexit i britannici hanno bisogno del nostro mercato unico: sono molto più dipendenti da noi che noi da loro».
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Il duello impari tra i candidati in tv: il presidente incalzato dalla moderatrice, allo sfidante dem nemmeno una domanda sugli scandali finanziari del figlio in Ucraina e sui rapporti con un uomo d'affari cinese. The Donald in rimonta in Florida.Il premier inglese minaccia il «no deal». A rischio 20 miliardi di export italiano.Lo speciale contiene due articoli.Imbarazzante. Non c'è altro modo per descrivere la serata elettorale di mercoledì scorso, quando Donald Trump e Joe Biden si sono sfidati a distanza in due show televisivi differenti e andati contemporaneamente in onda: show in cui erano previste anche domande del pubblico (il cosiddetto modello townhall). Il primo su Nbc News e il secondo su Abc News. Gran parte della stampa ha già decretato il candidato democratico come vincitore della disfida catodica. Biden – è stato detto – era sicuro di sé, mentre Trump ha navigato in mezzo alle difficoltà. Eppure a ben vedere forse questo giudizio non tiene conto di un elemento decisivo: ovvero del fatto che, nonostante il medesimo format e la medesima ora, quei due spettacoli fossero incommensurabili. Se infatti Biden si è trovato in un salotto, Trump è dovuto salire su un ring. In parole povere, il consueto doppiopesismo di parte della grande stampa americana ha colpito ancora. L'inquilino della Casa Bianca è stato continuamente incalzato (e spesso interrotto) dalla moderatrice Savannah Guthrie, che è andata all'attacco sulla gestione della pandemia, il suprematismo bianco, la dichiarazione dei redditi e il controverso mondo di QAnon. «Non sei lo zio pazzo di qualcuno che può ritwittare qualsiasi cosa», ha detto al presidente la giornalista. Sull'altro canale, Biden parlava invece tranquillo, ampiamente e senza domande scomode da parte del pubblico e del suo intervistatore, George Stephanopoulos. Un intervistatore che non solo non gli ha chiesto nulla sui dubbi che circolano sul suo stato di salute e sulle contraddizioni politiche interne al Partito democratico. Ma che ha anche totalmente evitato di interrogare l'ex vicepresidente sul recente scoop del New York Post: uno scoop che ha mostrato come, nel 2015, il figlio di Biden, Hunter, abbia probabilmente presentato al padre – all'epoca vicepresidente in carica – un dirigente dell'azienda ucraina in cui lo stesso Hunter lavorava, Burisma Holdings. E, guarda caso, poco tempo dopo l'attuale candidato dem si diede da fare per costringere l'allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, a silurare il procuratore che stava indagando sulla stessa Burisma per corruzione. Ci si sarebbe attesi almeno un accenno: anche perché il candidato dem ha sempre detto di non aver mai avuto nulla a che fare con gli affari all'estero del figlio. E invece niente. Tra l'altro, Fox News ha rivelato che tra i membri del pubblico che hanno posto una domanda a Biden ci fosse l'ex speechwriter di Barack Obama, Nathan Osburn. Del resto, il doppiopesismo di certa stampa americana non è una novità. Nel corso di questa campagna elettorale, assai raramente Biden è stato incalzato dai giornalisti e ha spesso evitato di rispondere alle domande che gli venivano poste. La testata conservatrice Washington Examiner riportò che, tra luglio e agosto, Trump ha accettato 635 domande dalla stampa. Nello stesso periodo Biden si è fermato a quota 80. Quando invece, lo scorso agosto, un giornalista della Cbs chiese all'ex vicepresidente se si fosse sottoposto a test cognitivo, il candidato dem andò su tutte le furie. Tutto questo, mentre il New York Times attese più di due settimane per riportare la notizia che una donna, Tara Reade, avesse accusato l'ex vicepresidente di aggressione sessuale. Come nel 2016, si sta insomma replicando l'attacco concentrico dei grandi media contro Trump.Nel frattempo continua ad aggravarsi la posizione di Hunter. Mercoledì, il New York Post ha riferito che, sulla base di una mail dell'agosto 2017, il figlio di Biden avrebbe cercato di incassare una quota annuale di 10 milioni di dollari «solo per le presentazioni» da Ye Jianming: controverso miliardario cinese accusato di corruzione. Una figura che, secondo il Financial Times, intratteneva stretti legami con l'esercito della Repubblica popolare. Novità si sono registrate anche da Twitter che, dopo aver bloccato la diffusione dello scoop del Post, ha annunciato un ammorbidimento sulle sue politiche di condivisione dei contenuti. Evidentemente l'intenzione, espressa dai senatori repubblicani, di convocare in audizione Jack Dorsey deve aver sortito qualche effetto. La campagna elettorale intanto non si ferma. E qualche buona notizia per il presidente arriva dagli Stati chiave: soprattutto dalla Florida, dove – secondo la media sondaggistica di Real Clear Politcs – Biden ha visto scendere il suo vantaggio locale in quattro giorni da 3,7 a 1,7 punti. E proprio in Florida si è recato il presidente nelle scorse ore per tenere eventi elettorali con l'obiettivo di rivolgersi soprattutto ai votanti anziani. Il candidato dem è invece andato in Michigan per parlare di assistenza sanitaria. In particolare, Biden attende mercoledì, quando Obama dovrebbe iniziare a fare campagna per lui. In tutto questo, Cnbc ha riportato ieri il parere del sondaggista filo-repubblicano, Frank Luntz, secondo cui gli elettori indecisi sarebbero attualmente dilaniati dal dilemma: costoro –secondo l'analista – non apprezzano Trump a livello personale, ma si dicono al contempo spaventati dalle politiche di Biden.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-deve-battere-pure-la-stampa-nemica-2648233041.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="brexit-l-ultimatum-di-bojo-all-a-ue-pronti-all-addio-senza-accordi" data-post-id="2648233041" data-published-at="1602885902" data-use-pagination="False"> Brexit, l'ultimatum di Bojo all a Ue. «Pronti all'addio senza accordi” Sempre più vicina l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea senza alcun accordo. Ad annunciarlo ieri è stato il primo ministro Boris Johnson, in un discorso breve ma deciso, pronunciato dopo che il Consiglio europeo gli aveva fatto fretta, lanciando un ultimatum a cambiare atteggiamento nei negoziati sulla Brexit. La sua reazione è stata netta: il no deal gli sembra l'unica possibilità. Nonostante le conseguenze che si porta dietro, da visti e frontiere per chi viaggia fino al ritorno dei dazi e delle dogane, che potrebbero mettere in difficoltà le aziende italiane, che esportano Oltremanica qualcosa come 20 miliardi all'anno di merci. Una prospettiva che spaventa su entrambe le coste, visto che se in Europa ci saranno danni per i produttori, in Gran Bretagna a soffrire saranno i consumatori, che vedranno lievitare il prezzo di certi beni cui si erano abituati, dal vino ai capi dei grandi marchi italiani e francesi. Eppure il primo ministro britannico ha sottolineato che non ha più voglia di scherzare. «Sin dall'inizio del periodo di transizione abbiamo obbedito alle leggi europee, versato i nostri contributi senza avere diritto di voto, lavorando per una relazione futura serena», ha detto. «Non chiedevamo tanto, un accordo sullo stile di quello del Canada basato su amicizia e libero commercio, ma i partner europei vogliono continuare a controllare la nostra libertà a livello legislativo e in termini di pesca, in un modo inaccettabile per un paese indipendente». Anche perché secondo Johnson negli ultimi mesi gli emissari europei non hanno lavorato seriamente per trovare una soluzione, ma si sono limitati solo a escludere l'idea della formula canadese. Dunque, visto che il tempo stringe e sono rimaste solo dieci settimane prima del primo gennaio, data effettiva del divorzio tra Londra e Bruxelles, il Paese si deve preparare. Johnson ha fatto appello ai suoi concittadini: commercianti, aziende e viaggiatori si organizzino, sul modello dell'Australia, che non ha accordi con l'Unione europea. «Prospereremo come uno stato indipendente e libero di fare scambi commerciali con le altre nazioni, un Paese che controlla i suoi confini, le sue acque territoriali, le sue leggi» ha proclamato il premier nel suo discorso, al termine del quale, però, ha precisato che si continuerà comunque a discutere sui dettagli pratici, dove peraltro sono stati fatti dei progressi in alcuni settori. A suo parere basterebbe che l'Europa cambiasse il suo approccio in modo fondamentale, accettando uno schema come quello canadese. Una rottura netta, dunque, a meno che – come suggerisce qualcuno - Johnson non abbia pensato di fare la voce grossa nel tentativo di spingere l'Europa a concedere di più. Una speranza infondata, almeno a giudicare dalle reazioni della controparte. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, su Twitter, ha precisato che «l'Unione vuole un'intesa ma non a tutti i costi» e che la prossima settimana manderà i suoi emissari a Londra per continuare a ragionare su un accordo. Mentre il presidente francese Emmanuel Macron è stato più secco: «I dirigenti dei 27 paesi membri Ue non hanno come loro compito quello di rendere felice il premier britannico. Nonostante ciò che è stato detto loro nel referendum sulla Brexit i britannici hanno bisogno del nostro mercato unico: sono molto più dipendenti da noi che noi da loro».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».