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2018-06-10
Trump accalappia Conte e se lo porta a casa
ANSA
Agli altri premier non era accaduto. Nello stesso fine settimana Giuseppe Conte sbarca al primo G7, conosce i colleghi delle principali economie del globo e ottiene un invito alla Casa Bianca da Donald Trump. Non immaginiamo che l'esordio con il botto sia frutto della sua eleganza e neppure della caratura politica (deve ancora essere tutta dimostrata), ma che al contrario si tratti di essere al posto giusto al momento giusto. Il presidente degli Stati Uniti si sta muovendo come uno Sherman in direzione Berlino.
L'intento è consolidare la sua politica di divisione e di tensione commerciale, adottando un metodo semplice: prima sparare a zero e poi mettere in piedi un tavolo di trattative dal quale spunta la posizione più favorevole possibile per gli Usa. È successo con la Cina e sta succedendo con l'Ue. Trump ha imposto i dazi con l'intento di piegare nel medio termine soprattutto l'industria pesante tedesca. Per agevolare la propria posizione di forza ha però bisogno di una leva interna al Vecchio Continente. È chiaro che quella leva è il nuovo presidente del Consiglio italiano che durante il discorso di insediamento si è dichiarato populista. Per l'inquilino della Casa Bianca Conte è il politico da accalappiare e utilizzare per ampliare la crepa già esistente dentro l'Unione europea. Per il nostro Paese possono esserci numerosi vantaggi. D'altronde siamo stati per decenni in una posizione diplomatica a dir poco opportunistica. Vedremo se Roma stavolta riuscirà a utilizzare un po' di dollari per rafforzare la propria presenza nell'area euro.
Stando alle premesse sembra che gli intenti di Conte si stiano incamminando su una buona strana.
Arrivando a Charlevoix, in Canada, il primo obiettivo del governo italiano è stato subito quello di cercare una sponda che rompesse l'isolamento al quale Conte, appena insediato a Palazzo Chigi e alla sua prima esperienza internazionale di questo livello, sembrava condannato. L'operazione, stando a quanto riferiscono fonti della delegazione italiana, sembra dunque riuscita. Anche perché - viene spiegato - alla vigilia del vertice Trump avrebbe dovuto confrontarsi con Emmanuel Macron, capo di Stato e di governo come il presidente Usa e dunque suo unico pari grado in Canada.
Il resoconto di quanto avviene dentro il Mansoir Richelieu è ampio e dettagliato: Trump e Conte si parlano al termine della seconda sessione di lavori di ieri, un colloquio cordiale - come viene riferito - in cui il presidente si congratula per la vittoria alle elezioni di Lega e M5s, chiamando il presidente del Consiglio «il vero vincitore» delle urne. Lo scambio di cordialità tra i due leader è andato avanti, poi, a fine serata durante lo spettacolo del Cirque du Soleil, al quale Trump e Conte hanno assistito seduti vicini. Ma - riferiscono le fonti italiane - è una imprevista appendice alla giornata a regalare il sorriso più largo al viso del capo del governo: i sette leader si riuniscono per un vertice «improvvisato» per cercare di scongiurare il rischio di un G7 senza documento finale. Al contrario i leader dovrebbero raggiungere una sintesi e siglare un comunicato congiunto finale, scongiurando una spaccatura. Il documento dovrebbe trattare soprattutto la questione dei dazi. Al contrario escluderà il tema dell'ambiente, totalmente snobbato dagli Usa.
«Parto dal principio che avremo un testo comune sul commercio ma non risolve i problemi nel dettaglio: abbiamo opinioni differenti da Washington», ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, parlando con i giornalisti a margine della riunione. Toni aspri sono stati utilizzati da Macron che ha sottolineato la posizione isolata degli Usa sul tema della lotta ai cambiamenti climatici. «Inammissibile che si chiuda un accordo a sei sull'ambiente», ha detto.
Del resto l'isolamento di Trump si è plasticamente visto ieri quando - come preannunciato - il presidente americano ha lasciato in anticipo i lavori del vertice. Ufficialmente per preparare l'incontro di martedì a Singapore con il nordcoreano Kim Jong Un, ma in realtà riservando l'ennesimo schiaffo agli alleati. Così come è stato plateale lo sgarbo di arrivare tardi alla colazione di lavoro dedicata alle donne, che ha provocato a Trump gli sguardi di disapprovazione di tutti i leader. Dimenticando che il presidente americano si nutre di tali sguardi che evidentemente lo aiutano ad alzare il livello di tensione e pure la posta. Vediamo se la differenza di atteggiamento con l'Italia significhi un asse saldo o una posizione momentanea.
Claudio Antonelli
Sul commercio i sette leader trovano un’intesa
Molti lo hanno definito il «G6 più Trump». Il summit di Charlevoix si è aperto nel segno delle turbolenze, ma negli ultimi colloqui, come anticipato dal presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e dal presidente francese Emmanuel Macron, sono emersi spiragli per una dichiarazione finale congiunta, nello spirito di una revisione del sistema dei commerci internazionali derivante dal Wto. Una vittoria per la Casa Bianca, che minaccia l'escalation sui dazi, ma in realtà punta a riequilibrare in favore degli Stati Uniti gli accordi commerciali esistenti.
A tenere banco nella giornata di venerdì era stata la richiesta, formulata da Donald Trump, di riammettere la Russia al tavolo dei capi di Stato dei Paesi più industrializzati. Una proposta che Conte, con un post su Twitter, aveva accolto entusiasticamente, salvo rientrare nei ranghi della diplomazia europea e firmare il documento unitario, che si limita a evocare un «dialogo» con Mosca, purché quest'ultima assicuri «progressi» in Ucraina. Tra l'altro, il Cremlino non ha fatto trasparire un particolare entusiasmo per l'apertura di The Donald. Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha dichiarato lapidariamente: «Non abbiamo chiesto di essere riammessi». Il timore, forse, è che il tycoon cerchi solo un altro contrappeso ai sei Stati in cortocircuito con Washington, ma che all'occorrenza non si farebbe scrupoli a isolare di nuovo Vladimir Putin.
Se sulla Russia il professor Conte è apparso vittima di una politica che finisce sui social network prima di passare per le stanze dei bottoni, il professore comunque è riuscito a entrare nelle grazie del presidente americano. Che, infatti, lo ha invitato a Washington.
Il tema veramente al centro delle preoccupazioni dei leader mondiali, però, era il protezionismo della Casa Bianca. Dieci giorni fa sono scattate le tariffe su alluminio e acciaio europei. Sotto il fuoco di fila a stelle e strisce c'è pure il Canada, che come ha notato il New York Times è preoccupatissimo: in effetti, «quasi tre quarti dell'export del Paese attraversa direttamente il confine meridionale e una guerra commerciale intrapresa dagli Stati Uniti provocherebbe un danno enorme». Una prospettiva che fa sudare freddo il padrone di casa Justin Trudeau, il quale ha però potuto contare sul supporto di un alleato sempre più protagonista, Macron, che peraltro era riuscito a instaurare un rapporto amichevole con Trump, cui ieri ha riservato una stretta di mano talmente forte da lasciargli sulla pelle il segno del pollice. È stato lui il principale artefice della mediazione con The Donald. L'inquilino dell'Eliseo, a margine del colloquio con Conte, ci ha tenuto a ribadire l'unità dell'Europa. Ma si fatica a credere che Macron sarebbe disposto a tagliare i ponti con l'America pur di difendere le esportazioni della Germania, il vero creditore netto degli Stati Uniti. E il fatto che la Merkel, nonostante l'adesione al regime di sanzioni contro Mosca, abbia da poco inaugurato il cantiere del gasdotto North Stream 2, lascia intendere come il tradizionale asse franco-tedesco non si privi delle rispettive uscite di sicurezza, con Parigi che blandisce Washington e Berlino che guarda a Est.
In linea con quanto annunciato, Trump ha lasciato in anticipo il vertice canadese per recarsi a Singapore, dove martedì lo attende lo storico incontro con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Il presidente americano ha così snobbato le sessioni sul cambiamento climatico, un gesto che a qualcuno è sembrato uno sgarbo. Ma se il tycoon fa il cowboy rude, è perché il format del G7, insieme all'ordine internazionale che esso rappresenta e che è stato difeso, in apertura dei lavori, dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, appare decotto. È un'eredità della guerra fredda e, nel mondo globalizzato, come ha osservato il Washington Post, è diventato il simbolo della «determinazione dell'Occidente a perpetuare i valori del libero mercato, del governo rappresentativo, dello Stato di diritto». Obiettivi lodevoli, ma probabilmente anacronistici in uno scenario multipolare, in cui il capitalismo non è più necessariamente associato alla democrazia e le democrazie liberali stesse attraversano una profonda crisi di legittimazione. Il realismo nazionalista di Trump, che mira ad accordi commerciali che tutelino gli interessi degli Usa e si preoccupa del «mondo da governare», infischiandosene delle condanne politicamente corretto al regime russo, appare molto più al passo con la Storia.
Alessandro Rico
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The Donald vede nel premier italiano un partner ideale nel Vecchio Continente e lo invita subito a Washington. L'obiettivo è condurre a suo vantaggio le trattative economiche e lo scontro con Angela Merkel. L'Italia può conquistare un ruolo di mediazione.Sul commercio i sette leader trovano un'intesa. Scongiurata la rottura sui dazi, si lavora per aggiornare il sistema basato sul Wto.Lo speciale contiene due articoliAgli altri premier non era accaduto. Nello stesso fine settimana Giuseppe Conte sbarca al primo G7, conosce i colleghi delle principali economie del globo e ottiene un invito alla Casa Bianca da Donald Trump. Non immaginiamo che l'esordio con il botto sia frutto della sua eleganza e neppure della caratura politica (deve ancora essere tutta dimostrata), ma che al contrario si tratti di essere al posto giusto al momento giusto. Il presidente degli Stati Uniti si sta muovendo come uno Sherman in direzione Berlino. L'intento è consolidare la sua politica di divisione e di tensione commerciale, adottando un metodo semplice: prima sparare a zero e poi mettere in piedi un tavolo di trattative dal quale spunta la posizione più favorevole possibile per gli Usa. È successo con la Cina e sta succedendo con l'Ue. Trump ha imposto i dazi con l'intento di piegare nel medio termine soprattutto l'industria pesante tedesca. Per agevolare la propria posizione di forza ha però bisogno di una leva interna al Vecchio Continente. È chiaro che quella leva è il nuovo presidente del Consiglio italiano che durante il discorso di insediamento si è dichiarato populista. Per l'inquilino della Casa Bianca Conte è il politico da accalappiare e utilizzare per ampliare la crepa già esistente dentro l'Unione europea. Per il nostro Paese possono esserci numerosi vantaggi. D'altronde siamo stati per decenni in una posizione diplomatica a dir poco opportunistica. Vedremo se Roma stavolta riuscirà a utilizzare un po' di dollari per rafforzare la propria presenza nell'area euro. Stando alle premesse sembra che gli intenti di Conte si stiano incamminando su una buona strana. Arrivando a Charlevoix, in Canada, il primo obiettivo del governo italiano è stato subito quello di cercare una sponda che rompesse l'isolamento al quale Conte, appena insediato a Palazzo Chigi e alla sua prima esperienza internazionale di questo livello, sembrava condannato. L'operazione, stando a quanto riferiscono fonti della delegazione italiana, sembra dunque riuscita. Anche perché - viene spiegato - alla vigilia del vertice Trump avrebbe dovuto confrontarsi con Emmanuel Macron, capo di Stato e di governo come il presidente Usa e dunque suo unico pari grado in Canada. Il resoconto di quanto avviene dentro il Mansoir Richelieu è ampio e dettagliato: Trump e Conte si parlano al termine della seconda sessione di lavori di ieri, un colloquio cordiale - come viene riferito - in cui il presidente si congratula per la vittoria alle elezioni di Lega e M5s, chiamando il presidente del Consiglio «il vero vincitore» delle urne. Lo scambio di cordialità tra i due leader è andato avanti, poi, a fine serata durante lo spettacolo del Cirque du Soleil, al quale Trump e Conte hanno assistito seduti vicini. Ma - riferiscono le fonti italiane - è una imprevista appendice alla giornata a regalare il sorriso più largo al viso del capo del governo: i sette leader si riuniscono per un vertice «improvvisato» per cercare di scongiurare il rischio di un G7 senza documento finale. Al contrario i leader dovrebbero raggiungere una sintesi e siglare un comunicato congiunto finale, scongiurando una spaccatura. Il documento dovrebbe trattare soprattutto la questione dei dazi. Al contrario escluderà il tema dell'ambiente, totalmente snobbato dagli Usa. «Parto dal principio che avremo un testo comune sul commercio ma non risolve i problemi nel dettaglio: abbiamo opinioni differenti da Washington», ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, parlando con i giornalisti a margine della riunione. Toni aspri sono stati utilizzati da Macron che ha sottolineato la posizione isolata degli Usa sul tema della lotta ai cambiamenti climatici. «Inammissibile che si chiuda un accordo a sei sull'ambiente», ha detto.Del resto l'isolamento di Trump si è plasticamente visto ieri quando - come preannunciato - il presidente americano ha lasciato in anticipo i lavori del vertice. Ufficialmente per preparare l'incontro di martedì a Singapore con il nordcoreano Kim Jong Un, ma in realtà riservando l'ennesimo schiaffo agli alleati. Così come è stato plateale lo sgarbo di arrivare tardi alla colazione di lavoro dedicata alle donne, che ha provocato a Trump gli sguardi di disapprovazione di tutti i leader. Dimenticando che il presidente americano si nutre di tali sguardi che evidentemente lo aiutano ad alzare il livello di tensione e pure la posta. Vediamo se la differenza di atteggiamento con l'Italia significhi un asse saldo o una posizione momentanea.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-conte-invito-2576622199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-commercio-i-sette-leader-trovano-unintesa" data-post-id="2576622199" data-published-at="1779799434" data-use-pagination="False"> Sul commercio i sette leader trovano un’intesa Molti lo hanno definito il «G6 più Trump». Il summit di Charlevoix si è aperto nel segno delle turbolenze, ma negli ultimi colloqui, come anticipato dal presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e dal presidente francese Emmanuel Macron, sono emersi spiragli per una dichiarazione finale congiunta, nello spirito di una revisione del sistema dei commerci internazionali derivante dal Wto. Una vittoria per la Casa Bianca, che minaccia l'escalation sui dazi, ma in realtà punta a riequilibrare in favore degli Stati Uniti gli accordi commerciali esistenti. A tenere banco nella giornata di venerdì era stata la richiesta, formulata da Donald Trump, di riammettere la Russia al tavolo dei capi di Stato dei Paesi più industrializzati. Una proposta che Conte, con un post su Twitter, aveva accolto entusiasticamente, salvo rientrare nei ranghi della diplomazia europea e firmare il documento unitario, che si limita a evocare un «dialogo» con Mosca, purché quest'ultima assicuri «progressi» in Ucraina. Tra l'altro, il Cremlino non ha fatto trasparire un particolare entusiasmo per l'apertura di The Donald. Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha dichiarato lapidariamente: «Non abbiamo chiesto di essere riammessi». Il timore, forse, è che il tycoon cerchi solo un altro contrappeso ai sei Stati in cortocircuito con Washington, ma che all'occorrenza non si farebbe scrupoli a isolare di nuovo Vladimir Putin. Se sulla Russia il professor Conte è apparso vittima di una politica che finisce sui social network prima di passare per le stanze dei bottoni, il professore comunque è riuscito a entrare nelle grazie del presidente americano. Che, infatti, lo ha invitato a Washington. Il tema veramente al centro delle preoccupazioni dei leader mondiali, però, era il protezionismo della Casa Bianca. Dieci giorni fa sono scattate le tariffe su alluminio e acciaio europei. Sotto il fuoco di fila a stelle e strisce c'è pure il Canada, che come ha notato il New York Times è preoccupatissimo: in effetti, «quasi tre quarti dell'export del Paese attraversa direttamente il confine meridionale e una guerra commerciale intrapresa dagli Stati Uniti provocherebbe un danno enorme». Una prospettiva che fa sudare freddo il padrone di casa Justin Trudeau, il quale ha però potuto contare sul supporto di un alleato sempre più protagonista, Macron, che peraltro era riuscito a instaurare un rapporto amichevole con Trump, cui ieri ha riservato una stretta di mano talmente forte da lasciargli sulla pelle il segno del pollice. È stato lui il principale artefice della mediazione con The Donald. L'inquilino dell'Eliseo, a margine del colloquio con Conte, ci ha tenuto a ribadire l'unità dell'Europa. Ma si fatica a credere che Macron sarebbe disposto a tagliare i ponti con l'America pur di difendere le esportazioni della Germania, il vero creditore netto degli Stati Uniti. E il fatto che la Merkel, nonostante l'adesione al regime di sanzioni contro Mosca, abbia da poco inaugurato il cantiere del gasdotto North Stream 2, lascia intendere come il tradizionale asse franco-tedesco non si privi delle rispettive uscite di sicurezza, con Parigi che blandisce Washington e Berlino che guarda a Est. In linea con quanto annunciato, Trump ha lasciato in anticipo il vertice canadese per recarsi a Singapore, dove martedì lo attende lo storico incontro con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Il presidente americano ha così snobbato le sessioni sul cambiamento climatico, un gesto che a qualcuno è sembrato uno sgarbo. Ma se il tycoon fa il cowboy rude, è perché il format del G7, insieme all'ordine internazionale che esso rappresenta e che è stato difeso, in apertura dei lavori, dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, appare decotto. È un'eredità della guerra fredda e, nel mondo globalizzato, come ha osservato il Washington Post, è diventato il simbolo della «determinazione dell'Occidente a perpetuare i valori del libero mercato, del governo rappresentativo, dello Stato di diritto». Obiettivi lodevoli, ma probabilmente anacronistici in uno scenario multipolare, in cui il capitalismo non è più necessariamente associato alla democrazia e le democrazie liberali stesse attraversano una profonda crisi di legittimazione. Il realismo nazionalista di Trump, che mira ad accordi commerciali che tutelino gli interessi degli Usa e si preoccupa del «mondo da governare», infischiandosene delle condanne politicamente corretto al regime russo, appare molto più al passo con la Storia. Alessandro Rico
Per Fausto Biloslavo l'attacco di Modena fatto da Salim El Koudri ricalca fedelmente la cosiddetta «tattica dei mille tagli», una strategia di terrore teorizzata dallo Stato Islamico e rilanciata anche di recente sulle sue riviste digitali. Un metodo che spinge lupi solitari e soggetti instabili a colpire nelle piazze europee usando armi di uso quotidiano, come automobili e coltelli da cucina. Ne è prova anche l'arresto eseguito a Reggio Emilia dell'ennesimo radicalizzato che progettava attacchi.
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
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Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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