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2018-06-10
Trump accalappia Conte e se lo porta a casa
ANSA
Agli altri premier non era accaduto. Nello stesso fine settimana Giuseppe Conte sbarca al primo G7, conosce i colleghi delle principali economie del globo e ottiene un invito alla Casa Bianca da Donald Trump. Non immaginiamo che l'esordio con il botto sia frutto della sua eleganza e neppure della caratura politica (deve ancora essere tutta dimostrata), ma che al contrario si tratti di essere al posto giusto al momento giusto. Il presidente degli Stati Uniti si sta muovendo come uno Sherman in direzione Berlino.
L'intento è consolidare la sua politica di divisione e di tensione commerciale, adottando un metodo semplice: prima sparare a zero e poi mettere in piedi un tavolo di trattative dal quale spunta la posizione più favorevole possibile per gli Usa. È successo con la Cina e sta succedendo con l'Ue. Trump ha imposto i dazi con l'intento di piegare nel medio termine soprattutto l'industria pesante tedesca. Per agevolare la propria posizione di forza ha però bisogno di una leva interna al Vecchio Continente. È chiaro che quella leva è il nuovo presidente del Consiglio italiano che durante il discorso di insediamento si è dichiarato populista. Per l'inquilino della Casa Bianca Conte è il politico da accalappiare e utilizzare per ampliare la crepa già esistente dentro l'Unione europea. Per il nostro Paese possono esserci numerosi vantaggi. D'altronde siamo stati per decenni in una posizione diplomatica a dir poco opportunistica. Vedremo se Roma stavolta riuscirà a utilizzare un po' di dollari per rafforzare la propria presenza nell'area euro.
Stando alle premesse sembra che gli intenti di Conte si stiano incamminando su una buona strana.
Arrivando a Charlevoix, in Canada, il primo obiettivo del governo italiano è stato subito quello di cercare una sponda che rompesse l'isolamento al quale Conte, appena insediato a Palazzo Chigi e alla sua prima esperienza internazionale di questo livello, sembrava condannato. L'operazione, stando a quanto riferiscono fonti della delegazione italiana, sembra dunque riuscita. Anche perché - viene spiegato - alla vigilia del vertice Trump avrebbe dovuto confrontarsi con Emmanuel Macron, capo di Stato e di governo come il presidente Usa e dunque suo unico pari grado in Canada.
Il resoconto di quanto avviene dentro il Mansoir Richelieu è ampio e dettagliato: Trump e Conte si parlano al termine della seconda sessione di lavori di ieri, un colloquio cordiale - come viene riferito - in cui il presidente si congratula per la vittoria alle elezioni di Lega e M5s, chiamando il presidente del Consiglio «il vero vincitore» delle urne. Lo scambio di cordialità tra i due leader è andato avanti, poi, a fine serata durante lo spettacolo del Cirque du Soleil, al quale Trump e Conte hanno assistito seduti vicini. Ma - riferiscono le fonti italiane - è una imprevista appendice alla giornata a regalare il sorriso più largo al viso del capo del governo: i sette leader si riuniscono per un vertice «improvvisato» per cercare di scongiurare il rischio di un G7 senza documento finale. Al contrario i leader dovrebbero raggiungere una sintesi e siglare un comunicato congiunto finale, scongiurando una spaccatura. Il documento dovrebbe trattare soprattutto la questione dei dazi. Al contrario escluderà il tema dell'ambiente, totalmente snobbato dagli Usa.
«Parto dal principio che avremo un testo comune sul commercio ma non risolve i problemi nel dettaglio: abbiamo opinioni differenti da Washington», ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, parlando con i giornalisti a margine della riunione. Toni aspri sono stati utilizzati da Macron che ha sottolineato la posizione isolata degli Usa sul tema della lotta ai cambiamenti climatici. «Inammissibile che si chiuda un accordo a sei sull'ambiente», ha detto.
Del resto l'isolamento di Trump si è plasticamente visto ieri quando - come preannunciato - il presidente americano ha lasciato in anticipo i lavori del vertice. Ufficialmente per preparare l'incontro di martedì a Singapore con il nordcoreano Kim Jong Un, ma in realtà riservando l'ennesimo schiaffo agli alleati. Così come è stato plateale lo sgarbo di arrivare tardi alla colazione di lavoro dedicata alle donne, che ha provocato a Trump gli sguardi di disapprovazione di tutti i leader. Dimenticando che il presidente americano si nutre di tali sguardi che evidentemente lo aiutano ad alzare il livello di tensione e pure la posta. Vediamo se la differenza di atteggiamento con l'Italia significhi un asse saldo o una posizione momentanea.
Claudio Antonelli
Sul commercio i sette leader trovano un’intesa
Molti lo hanno definito il «G6 più Trump». Il summit di Charlevoix si è aperto nel segno delle turbolenze, ma negli ultimi colloqui, come anticipato dal presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e dal presidente francese Emmanuel Macron, sono emersi spiragli per una dichiarazione finale congiunta, nello spirito di una revisione del sistema dei commerci internazionali derivante dal Wto. Una vittoria per la Casa Bianca, che minaccia l'escalation sui dazi, ma in realtà punta a riequilibrare in favore degli Stati Uniti gli accordi commerciali esistenti.
A tenere banco nella giornata di venerdì era stata la richiesta, formulata da Donald Trump, di riammettere la Russia al tavolo dei capi di Stato dei Paesi più industrializzati. Una proposta che Conte, con un post su Twitter, aveva accolto entusiasticamente, salvo rientrare nei ranghi della diplomazia europea e firmare il documento unitario, che si limita a evocare un «dialogo» con Mosca, purché quest'ultima assicuri «progressi» in Ucraina. Tra l'altro, il Cremlino non ha fatto trasparire un particolare entusiasmo per l'apertura di The Donald. Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha dichiarato lapidariamente: «Non abbiamo chiesto di essere riammessi». Il timore, forse, è che il tycoon cerchi solo un altro contrappeso ai sei Stati in cortocircuito con Washington, ma che all'occorrenza non si farebbe scrupoli a isolare di nuovo Vladimir Putin.
Se sulla Russia il professor Conte è apparso vittima di una politica che finisce sui social network prima di passare per le stanze dei bottoni, il professore comunque è riuscito a entrare nelle grazie del presidente americano. Che, infatti, lo ha invitato a Washington.
Il tema veramente al centro delle preoccupazioni dei leader mondiali, però, era il protezionismo della Casa Bianca. Dieci giorni fa sono scattate le tariffe su alluminio e acciaio europei. Sotto il fuoco di fila a stelle e strisce c'è pure il Canada, che come ha notato il New York Times è preoccupatissimo: in effetti, «quasi tre quarti dell'export del Paese attraversa direttamente il confine meridionale e una guerra commerciale intrapresa dagli Stati Uniti provocherebbe un danno enorme». Una prospettiva che fa sudare freddo il padrone di casa Justin Trudeau, il quale ha però potuto contare sul supporto di un alleato sempre più protagonista, Macron, che peraltro era riuscito a instaurare un rapporto amichevole con Trump, cui ieri ha riservato una stretta di mano talmente forte da lasciargli sulla pelle il segno del pollice. È stato lui il principale artefice della mediazione con The Donald. L'inquilino dell'Eliseo, a margine del colloquio con Conte, ci ha tenuto a ribadire l'unità dell'Europa. Ma si fatica a credere che Macron sarebbe disposto a tagliare i ponti con l'America pur di difendere le esportazioni della Germania, il vero creditore netto degli Stati Uniti. E il fatto che la Merkel, nonostante l'adesione al regime di sanzioni contro Mosca, abbia da poco inaugurato il cantiere del gasdotto North Stream 2, lascia intendere come il tradizionale asse franco-tedesco non si privi delle rispettive uscite di sicurezza, con Parigi che blandisce Washington e Berlino che guarda a Est.
In linea con quanto annunciato, Trump ha lasciato in anticipo il vertice canadese per recarsi a Singapore, dove martedì lo attende lo storico incontro con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Il presidente americano ha così snobbato le sessioni sul cambiamento climatico, un gesto che a qualcuno è sembrato uno sgarbo. Ma se il tycoon fa il cowboy rude, è perché il format del G7, insieme all'ordine internazionale che esso rappresenta e che è stato difeso, in apertura dei lavori, dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, appare decotto. È un'eredità della guerra fredda e, nel mondo globalizzato, come ha osservato il Washington Post, è diventato il simbolo della «determinazione dell'Occidente a perpetuare i valori del libero mercato, del governo rappresentativo, dello Stato di diritto». Obiettivi lodevoli, ma probabilmente anacronistici in uno scenario multipolare, in cui il capitalismo non è più necessariamente associato alla democrazia e le democrazie liberali stesse attraversano una profonda crisi di legittimazione. Il realismo nazionalista di Trump, che mira ad accordi commerciali che tutelino gli interessi degli Usa e si preoccupa del «mondo da governare», infischiandosene delle condanne politicamente corretto al regime russo, appare molto più al passo con la Storia.
Alessandro Rico
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The Donald vede nel premier italiano un partner ideale nel Vecchio Continente e lo invita subito a Washington. L'obiettivo è condurre a suo vantaggio le trattative economiche e lo scontro con Angela Merkel. L'Italia può conquistare un ruolo di mediazione.Sul commercio i sette leader trovano un'intesa. Scongiurata la rottura sui dazi, si lavora per aggiornare il sistema basato sul Wto.Lo speciale contiene due articoliAgli altri premier non era accaduto. Nello stesso fine settimana Giuseppe Conte sbarca al primo G7, conosce i colleghi delle principali economie del globo e ottiene un invito alla Casa Bianca da Donald Trump. Non immaginiamo che l'esordio con il botto sia frutto della sua eleganza e neppure della caratura politica (deve ancora essere tutta dimostrata), ma che al contrario si tratti di essere al posto giusto al momento giusto. Il presidente degli Stati Uniti si sta muovendo come uno Sherman in direzione Berlino. L'intento è consolidare la sua politica di divisione e di tensione commerciale, adottando un metodo semplice: prima sparare a zero e poi mettere in piedi un tavolo di trattative dal quale spunta la posizione più favorevole possibile per gli Usa. È successo con la Cina e sta succedendo con l'Ue. Trump ha imposto i dazi con l'intento di piegare nel medio termine soprattutto l'industria pesante tedesca. Per agevolare la propria posizione di forza ha però bisogno di una leva interna al Vecchio Continente. È chiaro che quella leva è il nuovo presidente del Consiglio italiano che durante il discorso di insediamento si è dichiarato populista. Per l'inquilino della Casa Bianca Conte è il politico da accalappiare e utilizzare per ampliare la crepa già esistente dentro l'Unione europea. Per il nostro Paese possono esserci numerosi vantaggi. D'altronde siamo stati per decenni in una posizione diplomatica a dir poco opportunistica. Vedremo se Roma stavolta riuscirà a utilizzare un po' di dollari per rafforzare la propria presenza nell'area euro. Stando alle premesse sembra che gli intenti di Conte si stiano incamminando su una buona strana. Arrivando a Charlevoix, in Canada, il primo obiettivo del governo italiano è stato subito quello di cercare una sponda che rompesse l'isolamento al quale Conte, appena insediato a Palazzo Chigi e alla sua prima esperienza internazionale di questo livello, sembrava condannato. L'operazione, stando a quanto riferiscono fonti della delegazione italiana, sembra dunque riuscita. Anche perché - viene spiegato - alla vigilia del vertice Trump avrebbe dovuto confrontarsi con Emmanuel Macron, capo di Stato e di governo come il presidente Usa e dunque suo unico pari grado in Canada. Il resoconto di quanto avviene dentro il Mansoir Richelieu è ampio e dettagliato: Trump e Conte si parlano al termine della seconda sessione di lavori di ieri, un colloquio cordiale - come viene riferito - in cui il presidente si congratula per la vittoria alle elezioni di Lega e M5s, chiamando il presidente del Consiglio «il vero vincitore» delle urne. Lo scambio di cordialità tra i due leader è andato avanti, poi, a fine serata durante lo spettacolo del Cirque du Soleil, al quale Trump e Conte hanno assistito seduti vicini. Ma - riferiscono le fonti italiane - è una imprevista appendice alla giornata a regalare il sorriso più largo al viso del capo del governo: i sette leader si riuniscono per un vertice «improvvisato» per cercare di scongiurare il rischio di un G7 senza documento finale. Al contrario i leader dovrebbero raggiungere una sintesi e siglare un comunicato congiunto finale, scongiurando una spaccatura. Il documento dovrebbe trattare soprattutto la questione dei dazi. Al contrario escluderà il tema dell'ambiente, totalmente snobbato dagli Usa. «Parto dal principio che avremo un testo comune sul commercio ma non risolve i problemi nel dettaglio: abbiamo opinioni differenti da Washington», ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, parlando con i giornalisti a margine della riunione. Toni aspri sono stati utilizzati da Macron che ha sottolineato la posizione isolata degli Usa sul tema della lotta ai cambiamenti climatici. «Inammissibile che si chiuda un accordo a sei sull'ambiente», ha detto.Del resto l'isolamento di Trump si è plasticamente visto ieri quando - come preannunciato - il presidente americano ha lasciato in anticipo i lavori del vertice. Ufficialmente per preparare l'incontro di martedì a Singapore con il nordcoreano Kim Jong Un, ma in realtà riservando l'ennesimo schiaffo agli alleati. Così come è stato plateale lo sgarbo di arrivare tardi alla colazione di lavoro dedicata alle donne, che ha provocato a Trump gli sguardi di disapprovazione di tutti i leader. Dimenticando che il presidente americano si nutre di tali sguardi che evidentemente lo aiutano ad alzare il livello di tensione e pure la posta. Vediamo se la differenza di atteggiamento con l'Italia significhi un asse saldo o una posizione momentanea.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-conte-invito-2576622199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-commercio-i-sette-leader-trovano-unintesa" data-post-id="2576622199" data-published-at="1765410252" data-use-pagination="False"> Sul commercio i sette leader trovano un’intesa Molti lo hanno definito il «G6 più Trump». Il summit di Charlevoix si è aperto nel segno delle turbolenze, ma negli ultimi colloqui, come anticipato dal presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e dal presidente francese Emmanuel Macron, sono emersi spiragli per una dichiarazione finale congiunta, nello spirito di una revisione del sistema dei commerci internazionali derivante dal Wto. Una vittoria per la Casa Bianca, che minaccia l'escalation sui dazi, ma in realtà punta a riequilibrare in favore degli Stati Uniti gli accordi commerciali esistenti. A tenere banco nella giornata di venerdì era stata la richiesta, formulata da Donald Trump, di riammettere la Russia al tavolo dei capi di Stato dei Paesi più industrializzati. Una proposta che Conte, con un post su Twitter, aveva accolto entusiasticamente, salvo rientrare nei ranghi della diplomazia europea e firmare il documento unitario, che si limita a evocare un «dialogo» con Mosca, purché quest'ultima assicuri «progressi» in Ucraina. Tra l'altro, il Cremlino non ha fatto trasparire un particolare entusiasmo per l'apertura di The Donald. Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha dichiarato lapidariamente: «Non abbiamo chiesto di essere riammessi». Il timore, forse, è che il tycoon cerchi solo un altro contrappeso ai sei Stati in cortocircuito con Washington, ma che all'occorrenza non si farebbe scrupoli a isolare di nuovo Vladimir Putin. Se sulla Russia il professor Conte è apparso vittima di una politica che finisce sui social network prima di passare per le stanze dei bottoni, il professore comunque è riuscito a entrare nelle grazie del presidente americano. Che, infatti, lo ha invitato a Washington. Il tema veramente al centro delle preoccupazioni dei leader mondiali, però, era il protezionismo della Casa Bianca. Dieci giorni fa sono scattate le tariffe su alluminio e acciaio europei. Sotto il fuoco di fila a stelle e strisce c'è pure il Canada, che come ha notato il New York Times è preoccupatissimo: in effetti, «quasi tre quarti dell'export del Paese attraversa direttamente il confine meridionale e una guerra commerciale intrapresa dagli Stati Uniti provocherebbe un danno enorme». Una prospettiva che fa sudare freddo il padrone di casa Justin Trudeau, il quale ha però potuto contare sul supporto di un alleato sempre più protagonista, Macron, che peraltro era riuscito a instaurare un rapporto amichevole con Trump, cui ieri ha riservato una stretta di mano talmente forte da lasciargli sulla pelle il segno del pollice. È stato lui il principale artefice della mediazione con The Donald. L'inquilino dell'Eliseo, a margine del colloquio con Conte, ci ha tenuto a ribadire l'unità dell'Europa. Ma si fatica a credere che Macron sarebbe disposto a tagliare i ponti con l'America pur di difendere le esportazioni della Germania, il vero creditore netto degli Stati Uniti. E il fatto che la Merkel, nonostante l'adesione al regime di sanzioni contro Mosca, abbia da poco inaugurato il cantiere del gasdotto North Stream 2, lascia intendere come il tradizionale asse franco-tedesco non si privi delle rispettive uscite di sicurezza, con Parigi che blandisce Washington e Berlino che guarda a Est. In linea con quanto annunciato, Trump ha lasciato in anticipo il vertice canadese per recarsi a Singapore, dove martedì lo attende lo storico incontro con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Il presidente americano ha così snobbato le sessioni sul cambiamento climatico, un gesto che a qualcuno è sembrato uno sgarbo. Ma se il tycoon fa il cowboy rude, è perché il format del G7, insieme all'ordine internazionale che esso rappresenta e che è stato difeso, in apertura dei lavori, dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, appare decotto. È un'eredità della guerra fredda e, nel mondo globalizzato, come ha osservato il Washington Post, è diventato il simbolo della «determinazione dell'Occidente a perpetuare i valori del libero mercato, del governo rappresentativo, dello Stato di diritto». Obiettivi lodevoli, ma probabilmente anacronistici in uno scenario multipolare, in cui il capitalismo non è più necessariamente associato alla democrazia e le democrazie liberali stesse attraversano una profonda crisi di legittimazione. Il realismo nazionalista di Trump, che mira ad accordi commerciali che tutelino gli interessi degli Usa e si preoccupa del «mondo da governare», infischiandosene delle condanne politicamente corretto al regime russo, appare molto più al passo con la Storia. Alessandro Rico
Da sinistra: Bruno Migale, Ezio Simonelli, Vittorio Pisani, Luigi De Siervo, Diego Parente e Maurizio Improta
Questa mattina la Lega Serie A ha ricevuto il capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani, insieme ad altri vertici della Polizia, per un incontro dedicato alla sicurezza negli stadi e alla gestione dell’ordine pubblico. Obiettivo comune: sviluppare strumenti e iniziative per un calcio più sicuro, inclusivo e rispettoso.
Oggi, negli uffici milanesi della Lega Calcio Serie A, il mondo del calcio professionistico ha ospitato le istituzioni di pubblica sicurezza per un confronto diretto e costruttivo.
Il capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani, accompagnato da alcune delle figure chiave del dipartimento - il questore di Milano Bruno Migale, il dirigente generale di P.S. prefetto Diego Parente e il presidente dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive Maurizio Improta - ha incontrato i vertici della Lega, guidati dal presidente Ezio Simonelli, dall’amministratore delegato Luigi De Siervo e dall’head of competitions Andrea Butti.
Al centro dell’incontro, durato circa un’ora, temi di grande rilevanza per il calcio italiano: la sicurezza negli stadi e la gestione dell’ordine pubblico durante le partite di Serie A. Secondo quanto emerso, si è trattato di un momento di dialogo concreto, volto a rafforzare la collaborazione tra istituzioni e club, con l’obiettivo di rendere le competizioni sportive sempre più sicure per tifosi, giocatori e operatori.
Il confronto ha permesso di condividere esperienze, criticità e prospettive future, aprendo la strada a un percorso comune per sviluppare strumenti e iniziative capaci di garantire un ambiente rispettoso e inclusivo. La volontà di entrambe le parti è chiara: non solo prevenire episodi di violenza o disordine, ma anche favorire la cultura del rispetto, elemento indispensabile per la crescita del calcio italiano e per la tutela dei tifosi.
«L’incontro di oggi rappresenta un passo importante nella collaborazione tra Lega e Forze dell’Ordine», si sottolinea nella nota ufficiale diffusa al termine della visita dalla Lega Serie A. L’intenzione condivisa è quella di creare un dialogo costante, capace di tradursi in azioni concrete, procedure aggiornate e interventi mirati negli stadi di tutta Italia.
In un contesto sportivo sempre più complesso, dove la passione dei tifosi può trasformarsi rapidamente in tensione, il dialogo tra Lega e Polizia appare strategico. La sfida, spiegano i partecipanti, è costruire una rete di sicurezza che sia preventiva, reattiva e sostenibile, tutelando chi partecipa agli eventi senza compromettere l’atmosfera che caratterizza il calcio italiano.
L’appuntamento di Milano conferma come la sicurezza negli stadi non sia solo un tema operativo, ma un valore condiviso: la Serie A e le forze dell’ordine intendono camminare insieme, passo dopo passo, verso un calcio sempre più sicuro, inclusivo e rispettoso.
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Due bambini svaniti nel nulla. Mamma e papà non hanno potuto fargli neppure gli auguri di compleanno, qualche giorno fa, quando i due fratellini hanno compiuto 5 e 9 anni in comunità. Eppure una telefonata non si nega neanche al peggior delinquente. Dunque perché a questi genitori viene negato il diritto di vedere e sentire i loro figli? Qual è la grave colpa che avrebbero commesso visto che i bimbi stavano bene?
Un allontanamento che oggi mostra troppi lati oscuri. A partire dal modo in cui quel 16 ottobre i bimbi sono stati portati via con la forza, tra le urla strazianti. Alle ore 11.10, come denunciano le telecamere di sorveglianza della casa, i genitori vengono attirati fuori al cancello da due carabinieri. Alle 11.29 spuntano dal bosco una decina di agenti, armati di tutto punto e col giubbotto antiproiettile. E mentre gridano «Pigliali, pigliali tutti!» fanno irruzione nella casa, dove si trovano, da soli, i bambini. I due fratellini vengono portati fuori dagli agenti, il più piccolo messo a sedere, sulle scale, col pigiamino e senza scarpe. E solo quindici minuti dopo, alle 11,43, come registrano le telecamere, arrivano le assistenti sociali che portano via i bambini tra le urla disperate.
Una procedura al di fuori di ogni regola. Che però ottiene l’appoggio della giudice Nadia Todeschini, del Tribunale dei minori di Firenze. Come riferisce un ispettore ripreso dalle telecamere di sorveglianza della casa: «Ho telefonato alla giudice e le ho detto: “Dottoressa, l’operazione è andata bene. I bambini sono con i carabinieri. E adesso sono arrivati gli assistenti sociali”. E la giudice ha risposto: “Non so come ringraziarvi!”».
Dunque, chi ha dato l’ordine di agire in questo modo? E che trauma è stato inferto a questi bambini? Giriamo la domanda a Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza. «Per la nostra Costituzione un bambino non può essere prelevato con la forza», conferma, «per di più se non è in borghese. Ci sono delle sentenze della Cassazione. Queste modalità non sono conformi allo Stato di diritto. Se il bambino non vuole andare, i servizi sociali si debbono fermare. Purtroppo ci stiamo abituando a qualcosa che è fuori legge».
Proviamo a chiedere spiegazioni ai servizi sociali dell’unione Montana dei comuni Valtiberina, ma l’accoglienza non è delle migliori. Prima minacciano di chiamare i carabinieri. Poi, la più giovane ci chiude la porta in faccia con un calcio. È Veronica Savignani, che quella mattina, come mostrano le telecamere, afferra il bimbo come un pacco. E mentre lui scalcia e grida disperato - «Aiuto! Lasciatemi andare» - lei lo rimprovera: «Ma perché urli?». Dopo un po’ i toni cambiano. Esce a parlarci Sara Spaterna. C’era anche lei quel giorno, con la collega Roberta Agostini, per portare via i bambini. Ma l’unica cosa di cui si preoccupa è che «è stata rovinata la sua immagine». E alle nostre domande ripete come una cantilena: «Non posso rispondere». Anche la responsabile dei servizi, Francesca Meazzini, contattata al telefono, si trincera dietro un «non posso dirle nulla».
Al Tribunale dei Minoridi Firenze, invece, parte lo scarica barile. La presidente, Silvia Chiarantini, dice che «l’allontanamento è avvenuto secondo le regole di legge». E ci conferma che i genitori possono vedere i figli in incontri protetti. E allora perché da due mesi a mamma e papà non è stata concessa neppure una telefonata? E chi pagherà per il trauma fatto a questi bambini?
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Il premier: «Il governo ci ha creduto fin dall’inizio, impulso decisivo per nuovi traguardi».
«Il governo ha creduto fin dall’inizio in questa sfida e ha fatto la sua parte per raggiungere questo traguardo. Ringrazio i ministri Lollobrigida e Giuli che hanno seguito il dossier, ma è stata una partita che non abbiamo giocato da soli: abbiamo vinto questa sfida insieme al popolo italiano. Questo riconoscimento imprimerà al sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi».
Lo ha detto la premier Giorgia Meloni in un videomessaggio celebrando l’entrata della cucina italiana nei patrimoni culturali immateriali dell’umanità. È la prima cucina al mondo a essere riconosciuta nella sua interezza. A deliberarlo, all’unanimità, è stato il Comitato intergovernativo dell’Unesco, riunito a New Delhi, in India.
Ansa
I vaccini a Rna messaggero contro il Covid favoriscono e velocizzano, se a dosi ripetute, la crescita di piccoli tumori già presenti nell’organismo e velocizzano la crescita di metastasi. È quanto emerge dalla letteratura scientifica e, in particolare, dagli esperimenti fatti in vitro sulle cellule e quelli sui topi, così come viene esposto nello studio pubblicato lo scorso 2 dicembre sulla rivista Mdpi da Ciro Isidoro, biologo, medico, patologo e oncologo sperimentale, nonché professore ordinario di patologia generale all’Università del Piemonte orientale di Novara. Lo studio è una review, ovvero una sintesi critica dei lavori scientifici pubblicati finora sull’argomento, e le conclusioni a cui arriva sono assai preoccupanti. Dai dati scientifici emerge che sia il vaccino a mRna contro il Covid sia lo stesso virus possono favorire la crescita di tumori e metastasi già esistenti. Inoltre, alla luce dei dati clinici a disposizione, emerge sempre più chiaramente che a questo rischio di tumori e metastasi «accelerati» appaiono più esposti i vaccinati con più dosi. Fa notare Isidoro: «Proprio a causa delle ripetute vaccinazioni i vaccinati sono più soggetti a contagiarsi e dunque - sebbene sia vero che il vaccino li protegge, ma temporaneamente, dal Covid grave - queste persone si ritrovano nella condizione di poter subire contemporaneamente i rischi oncologici provocati da vaccino e virus naturale messi insieme».
Sono diversi i meccanismi cellulari attraverso cui il vaccino può velocizzare l’andamento del cancro analizzati negli studi citati nella review di Isidoro, intitolata «Sars-Cov2 e vaccini anti-Covid-19 a mRna: Esiste un plausibile legame meccanicistico con il cancro?». Tra questi studi, alcuni rilevano che, in conseguenza della vaccinazione anti-Covid a mRna - e anche in conseguenza del Covid -, «si riduce Ace 2», enzima convertitore di una molecola chiamata angiotensina II, favorendo il permanere di questa molecola che favorisce a sua volta la proliferazione dei tumori. Altri dati analizzati nella review dimostrano inoltre che sia il virus che i vaccini di nuova generazione portano ad attivazione di geni e dunque all’attivazione di cellule tumorali. Altri dati ancora mostrano come sia il virus che il vaccino inibiscano l’espressione di proteine che proteggono dalle mutazioni del Dna.
Insomma, il vaccino anti-Covid, così come il virus, interferisce nei meccanismi cellulari di protezione dal cancro esponendo a maggiori rischi chi ha già una predisposizione genetica alla formazione di cellule tumorali e i malati oncologici con tumori dormienti, spiega Isidoro, facendo notare come i vaccinati con tre o più dosi si sono rivelati più esposti al contagio «perché il sistema immunitario in qualche modo viene ingannato e si adatta alla spike e dunque rende queste persone più suscettibili ad infettarsi».
Nella review anche alcune conferme agli esperimenti in vitro che arrivano dal mondo reale, come uno studio retrospettivo basato su un’ampia coorte di individui non vaccinati (595.007) e vaccinati (2.380.028) a Seul, che ha rilevato un’associazione tra vaccinazione e aumento del rischio di cancro alla tiroide, allo stomaco, al colon-retto, al polmone, al seno e alla prostata. «Questi dati se considerati nel loro insieme», spiega Isidoro, «convergono alla stessa conclusione: dovrebbero suscitare sospetti e stimolare una discussione nella comunità scientifica».
D’altra parte, anche Katalin Karikó, la biochimica vincitrice nel 2023 del Nobel per la Medicina proprio in virtù dei suoi studi sull’Rna applicati ai vaccini anti Covid, aveva parlato di questi possibili effetti collaterali di «acceleratore di tumori già esistenti». In particolare, in un’intervista rilasciata a Die Welt lo scorso gennaio, la ricercatrice ungherese aveva riferito della conversazione con una donna sulla quale, due giorni dopo l’inoculazione, era comparso «un grosso nodulo al seno». La signora aveva attribuito l’insorgenza del cancro al vaccino, mentre la scienziata lo escludeva ma tuttavia forniva una spiegazione del fenomeno: «Il cancro c’era già», spiegava Karikó, «e la vaccinazione ha dato una spinta in più al sistema immunitario, così che le cellule di difesa immunitaria si sono precipitate in gran numero sul nemico», sostenendo, infine, che il vaccino avrebbe consentito alla malcapitata di «scoprire più velocemente il cancro», affermazione che ha lasciato e ancor di più oggi lascia - alla luce di questo studio di Isidoro - irrisolti tanti interrogativi, soprattutto di fronte all’incremento in numero dei cosiddetti turbo-cancri e alla riattivazione di metastasi in malati oncologici, tutti eventi che si sono manifestati post vaccinazione anti- Covid e non hanno trovato altro tipo di plausibilità biologica diversa da una possibile correlazione con i preparati a mRna.
«Marginale il gabinetto di Speranza»
Mentre eravamo chiusi in casa durante il lockdown, il più lungo di tutti i Paesi occidentali, ognuno di noi era certo in cuor suo che i decisori che apparecchiavano ogni giorno alle 18 il tragico rito della lettura dei contagi e dei decessi sapessero ciò che stavano facendo. In realtà, al netto di un accettabile margine di impreparazione vista l’emergenza del tutto nuova, nelle tante stanze dei bottoni che il governo Pd-M5S di allora, guidato da Giuseppe Conte, aveva istituito, andavano tutti in ordine sparso. E l’audizione in commissione Covid del proctologo del San Raffaele Pierpaolo Sileri, allora viceministro alla Salute in quota 5 stelle, ha reso ancor più tangibile il livello d’improvvisazione e sciatteria di chi allora prese le decisioni e oggi è impegnato in tripli salti carpiati pur di rinnegarne la paternità. È il caso, ad esempio, del senatore Francesco Boccia del Pd, che ieri è intervenuto con zelante sollecitudine rivolgendo a Sileri alcune domande che son suonate più come ingannevoli asseverazioni. Una per tutte: «Io penso che il gabinetto del ministero della salute (guidato da Roberto Speranza, ndr) fosse assolutamente marginale, decidevano Protezione civile e coordinamento dei ministri». Il senso dell’intervento di Boccia non è difficile da cogliere: minimizzare le responsabilità del primo imputato della malagestione pandemica, Speranza, collega di partito di Boccia, e rovesciare gli oneri ora sul Cts, ora sulla Protezione civile, eventualmente sul governo ma in senso collegiale. «Puoi chiarire questi aspetti così li mettiamo a verbale?», ha chiesto Boccia a Sileri. L’ex sottosegretario alla salute, però, non ha dato la risposta desiderata: «Il mio ruolo era marginale», ha dichiarato Sileri, impegnato a sua volta a liberarsi del peso degli errori e delle omissioni in nome di un malcelato «io non c’ero, e se c’ero dormivo», «il Cts faceva la valutazione scientifica e la dava alla politica. Era il governo che poi decideva». Quello stesso governo dove Speranza, per forza di cose, allora era il componente più rilevante. Sileri ha dichiarato di essere stato isolato dai funzionari del ministero: «Alle riunioni non credo aver preso parte se non una volta» e «i Dpcm li ricevevo direttamente in aula, non ne avevo nemmeno una copia». Che questo racconto sia funzionale all’obiettivo di scaricare le responsabilità su altri, è un dato di fatto, ma l’immagine che ne esce è quella di decisori «inadeguati e tragicomici», come ebbe già ad ammettere l’altro sottosegretario Sandra Zampa (Pd).Anche sull’adozione dell’antiscientifica «terapia» a base di paracetamolo (Tachipirina) e vigile attesa, Sileri ha dichiarato di essere totalmente estraneo alla decisione: «Non so chi ha redatto la circolare del 30 novembre 2020 che dava agli antinfiammatori un ruolo marginale, ne ho scoperto l’esistenza soltanto dopo che era già uscita». Certo, ha ammesso, a novembre poteva essere dato maggiore spazio ai Fans perché «da marzo avevamo capito che non erano poi così malvagi». Bontà sua. Per Alice Buonguerrieri (Fdi) «è la conferma che la gestione del Covid affogasse nella confusione più assoluta». Boccia è tornato all’attacco anche sul piano pandemico: «Alcuni virologi hanno ribadito che era scientificamente impossibile averlo su Sars Cov-2, confermi?». «L'impatto era inatteso, ma ovviamente avere un piano pandemico aggiornato avrebbe fatto grosse differenze», ha replicato Sileri, che nel corso dell’audizione ha anche preso le distanze dalle misure suggerite dall’Oms che «aveva un grosso peso politico da parte dalla Cina». «I burocrati nominati da Speranza sono stati lasciati spadroneggiare per coprire le scelte errate dei vertici politici», è il commento di Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia, alla «chicca» emersa in commissione: un messaggio di fuoco che l’allora capo di gabinetto del ministero Goffredo Zaccardi indirizzò a Sileri («Stai buono o tiro fuori i dossier che ho nel cassetto», avrebbe scritto).In che mani siamo stati.
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