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2018-06-10
Trump accalappia Conte e se lo porta a casa
ANSA
Agli altri premier non era accaduto. Nello stesso fine settimana Giuseppe Conte sbarca al primo G7, conosce i colleghi delle principali economie del globo e ottiene un invito alla Casa Bianca da Donald Trump. Non immaginiamo che l'esordio con il botto sia frutto della sua eleganza e neppure della caratura politica (deve ancora essere tutta dimostrata), ma che al contrario si tratti di essere al posto giusto al momento giusto. Il presidente degli Stati Uniti si sta muovendo come uno Sherman in direzione Berlino.
L'intento è consolidare la sua politica di divisione e di tensione commerciale, adottando un metodo semplice: prima sparare a zero e poi mettere in piedi un tavolo di trattative dal quale spunta la posizione più favorevole possibile per gli Usa. È successo con la Cina e sta succedendo con l'Ue. Trump ha imposto i dazi con l'intento di piegare nel medio termine soprattutto l'industria pesante tedesca. Per agevolare la propria posizione di forza ha però bisogno di una leva interna al Vecchio Continente. È chiaro che quella leva è il nuovo presidente del Consiglio italiano che durante il discorso di insediamento si è dichiarato populista. Per l'inquilino della Casa Bianca Conte è il politico da accalappiare e utilizzare per ampliare la crepa già esistente dentro l'Unione europea. Per il nostro Paese possono esserci numerosi vantaggi. D'altronde siamo stati per decenni in una posizione diplomatica a dir poco opportunistica. Vedremo se Roma stavolta riuscirà a utilizzare un po' di dollari per rafforzare la propria presenza nell'area euro.
Stando alle premesse sembra che gli intenti di Conte si stiano incamminando su una buona strana.
Arrivando a Charlevoix, in Canada, il primo obiettivo del governo italiano è stato subito quello di cercare una sponda che rompesse l'isolamento al quale Conte, appena insediato a Palazzo Chigi e alla sua prima esperienza internazionale di questo livello, sembrava condannato. L'operazione, stando a quanto riferiscono fonti della delegazione italiana, sembra dunque riuscita. Anche perché - viene spiegato - alla vigilia del vertice Trump avrebbe dovuto confrontarsi con Emmanuel Macron, capo di Stato e di governo come il presidente Usa e dunque suo unico pari grado in Canada.
Il resoconto di quanto avviene dentro il Mansoir Richelieu è ampio e dettagliato: Trump e Conte si parlano al termine della seconda sessione di lavori di ieri, un colloquio cordiale - come viene riferito - in cui il presidente si congratula per la vittoria alle elezioni di Lega e M5s, chiamando il presidente del Consiglio «il vero vincitore» delle urne. Lo scambio di cordialità tra i due leader è andato avanti, poi, a fine serata durante lo spettacolo del Cirque du Soleil, al quale Trump e Conte hanno assistito seduti vicini. Ma - riferiscono le fonti italiane - è una imprevista appendice alla giornata a regalare il sorriso più largo al viso del capo del governo: i sette leader si riuniscono per un vertice «improvvisato» per cercare di scongiurare il rischio di un G7 senza documento finale. Al contrario i leader dovrebbero raggiungere una sintesi e siglare un comunicato congiunto finale, scongiurando una spaccatura. Il documento dovrebbe trattare soprattutto la questione dei dazi. Al contrario escluderà il tema dell'ambiente, totalmente snobbato dagli Usa.
«Parto dal principio che avremo un testo comune sul commercio ma non risolve i problemi nel dettaglio: abbiamo opinioni differenti da Washington», ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, parlando con i giornalisti a margine della riunione. Toni aspri sono stati utilizzati da Macron che ha sottolineato la posizione isolata degli Usa sul tema della lotta ai cambiamenti climatici. «Inammissibile che si chiuda un accordo a sei sull'ambiente», ha detto.
Del resto l'isolamento di Trump si è plasticamente visto ieri quando - come preannunciato - il presidente americano ha lasciato in anticipo i lavori del vertice. Ufficialmente per preparare l'incontro di martedì a Singapore con il nordcoreano Kim Jong Un, ma in realtà riservando l'ennesimo schiaffo agli alleati. Così come è stato plateale lo sgarbo di arrivare tardi alla colazione di lavoro dedicata alle donne, che ha provocato a Trump gli sguardi di disapprovazione di tutti i leader. Dimenticando che il presidente americano si nutre di tali sguardi che evidentemente lo aiutano ad alzare il livello di tensione e pure la posta. Vediamo se la differenza di atteggiamento con l'Italia significhi un asse saldo o una posizione momentanea.
Claudio Antonelli
Sul commercio i sette leader trovano un’intesa
Molti lo hanno definito il «G6 più Trump». Il summit di Charlevoix si è aperto nel segno delle turbolenze, ma negli ultimi colloqui, come anticipato dal presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e dal presidente francese Emmanuel Macron, sono emersi spiragli per una dichiarazione finale congiunta, nello spirito di una revisione del sistema dei commerci internazionali derivante dal Wto. Una vittoria per la Casa Bianca, che minaccia l'escalation sui dazi, ma in realtà punta a riequilibrare in favore degli Stati Uniti gli accordi commerciali esistenti.
A tenere banco nella giornata di venerdì era stata la richiesta, formulata da Donald Trump, di riammettere la Russia al tavolo dei capi di Stato dei Paesi più industrializzati. Una proposta che Conte, con un post su Twitter, aveva accolto entusiasticamente, salvo rientrare nei ranghi della diplomazia europea e firmare il documento unitario, che si limita a evocare un «dialogo» con Mosca, purché quest'ultima assicuri «progressi» in Ucraina. Tra l'altro, il Cremlino non ha fatto trasparire un particolare entusiasmo per l'apertura di The Donald. Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha dichiarato lapidariamente: «Non abbiamo chiesto di essere riammessi». Il timore, forse, è che il tycoon cerchi solo un altro contrappeso ai sei Stati in cortocircuito con Washington, ma che all'occorrenza non si farebbe scrupoli a isolare di nuovo Vladimir Putin.
Se sulla Russia il professor Conte è apparso vittima di una politica che finisce sui social network prima di passare per le stanze dei bottoni, il professore comunque è riuscito a entrare nelle grazie del presidente americano. Che, infatti, lo ha invitato a Washington.
Il tema veramente al centro delle preoccupazioni dei leader mondiali, però, era il protezionismo della Casa Bianca. Dieci giorni fa sono scattate le tariffe su alluminio e acciaio europei. Sotto il fuoco di fila a stelle e strisce c'è pure il Canada, che come ha notato il New York Times è preoccupatissimo: in effetti, «quasi tre quarti dell'export del Paese attraversa direttamente il confine meridionale e una guerra commerciale intrapresa dagli Stati Uniti provocherebbe un danno enorme». Una prospettiva che fa sudare freddo il padrone di casa Justin Trudeau, il quale ha però potuto contare sul supporto di un alleato sempre più protagonista, Macron, che peraltro era riuscito a instaurare un rapporto amichevole con Trump, cui ieri ha riservato una stretta di mano talmente forte da lasciargli sulla pelle il segno del pollice. È stato lui il principale artefice della mediazione con The Donald. L'inquilino dell'Eliseo, a margine del colloquio con Conte, ci ha tenuto a ribadire l'unità dell'Europa. Ma si fatica a credere che Macron sarebbe disposto a tagliare i ponti con l'America pur di difendere le esportazioni della Germania, il vero creditore netto degli Stati Uniti. E il fatto che la Merkel, nonostante l'adesione al regime di sanzioni contro Mosca, abbia da poco inaugurato il cantiere del gasdotto North Stream 2, lascia intendere come il tradizionale asse franco-tedesco non si privi delle rispettive uscite di sicurezza, con Parigi che blandisce Washington e Berlino che guarda a Est.
In linea con quanto annunciato, Trump ha lasciato in anticipo il vertice canadese per recarsi a Singapore, dove martedì lo attende lo storico incontro con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Il presidente americano ha così snobbato le sessioni sul cambiamento climatico, un gesto che a qualcuno è sembrato uno sgarbo. Ma se il tycoon fa il cowboy rude, è perché il format del G7, insieme all'ordine internazionale che esso rappresenta e che è stato difeso, in apertura dei lavori, dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, appare decotto. È un'eredità della guerra fredda e, nel mondo globalizzato, come ha osservato il Washington Post, è diventato il simbolo della «determinazione dell'Occidente a perpetuare i valori del libero mercato, del governo rappresentativo, dello Stato di diritto». Obiettivi lodevoli, ma probabilmente anacronistici in uno scenario multipolare, in cui il capitalismo non è più necessariamente associato alla democrazia e le democrazie liberali stesse attraversano una profonda crisi di legittimazione. Il realismo nazionalista di Trump, che mira ad accordi commerciali che tutelino gli interessi degli Usa e si preoccupa del «mondo da governare», infischiandosene delle condanne politicamente corretto al regime russo, appare molto più al passo con la Storia.
Alessandro Rico
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The Donald vede nel premier italiano un partner ideale nel Vecchio Continente e lo invita subito a Washington. L'obiettivo è condurre a suo vantaggio le trattative economiche e lo scontro con Angela Merkel. L'Italia può conquistare un ruolo di mediazione.Sul commercio i sette leader trovano un'intesa. Scongiurata la rottura sui dazi, si lavora per aggiornare il sistema basato sul Wto.Lo speciale contiene due articoliAgli altri premier non era accaduto. Nello stesso fine settimana Giuseppe Conte sbarca al primo G7, conosce i colleghi delle principali economie del globo e ottiene un invito alla Casa Bianca da Donald Trump. Non immaginiamo che l'esordio con il botto sia frutto della sua eleganza e neppure della caratura politica (deve ancora essere tutta dimostrata), ma che al contrario si tratti di essere al posto giusto al momento giusto. Il presidente degli Stati Uniti si sta muovendo come uno Sherman in direzione Berlino. L'intento è consolidare la sua politica di divisione e di tensione commerciale, adottando un metodo semplice: prima sparare a zero e poi mettere in piedi un tavolo di trattative dal quale spunta la posizione più favorevole possibile per gli Usa. È successo con la Cina e sta succedendo con l'Ue. Trump ha imposto i dazi con l'intento di piegare nel medio termine soprattutto l'industria pesante tedesca. Per agevolare la propria posizione di forza ha però bisogno di una leva interna al Vecchio Continente. È chiaro che quella leva è il nuovo presidente del Consiglio italiano che durante il discorso di insediamento si è dichiarato populista. Per l'inquilino della Casa Bianca Conte è il politico da accalappiare e utilizzare per ampliare la crepa già esistente dentro l'Unione europea. Per il nostro Paese possono esserci numerosi vantaggi. D'altronde siamo stati per decenni in una posizione diplomatica a dir poco opportunistica. Vedremo se Roma stavolta riuscirà a utilizzare un po' di dollari per rafforzare la propria presenza nell'area euro. Stando alle premesse sembra che gli intenti di Conte si stiano incamminando su una buona strana. Arrivando a Charlevoix, in Canada, il primo obiettivo del governo italiano è stato subito quello di cercare una sponda che rompesse l'isolamento al quale Conte, appena insediato a Palazzo Chigi e alla sua prima esperienza internazionale di questo livello, sembrava condannato. L'operazione, stando a quanto riferiscono fonti della delegazione italiana, sembra dunque riuscita. Anche perché - viene spiegato - alla vigilia del vertice Trump avrebbe dovuto confrontarsi con Emmanuel Macron, capo di Stato e di governo come il presidente Usa e dunque suo unico pari grado in Canada. Il resoconto di quanto avviene dentro il Mansoir Richelieu è ampio e dettagliato: Trump e Conte si parlano al termine della seconda sessione di lavori di ieri, un colloquio cordiale - come viene riferito - in cui il presidente si congratula per la vittoria alle elezioni di Lega e M5s, chiamando il presidente del Consiglio «il vero vincitore» delle urne. Lo scambio di cordialità tra i due leader è andato avanti, poi, a fine serata durante lo spettacolo del Cirque du Soleil, al quale Trump e Conte hanno assistito seduti vicini. Ma - riferiscono le fonti italiane - è una imprevista appendice alla giornata a regalare il sorriso più largo al viso del capo del governo: i sette leader si riuniscono per un vertice «improvvisato» per cercare di scongiurare il rischio di un G7 senza documento finale. Al contrario i leader dovrebbero raggiungere una sintesi e siglare un comunicato congiunto finale, scongiurando una spaccatura. Il documento dovrebbe trattare soprattutto la questione dei dazi. Al contrario escluderà il tema dell'ambiente, totalmente snobbato dagli Usa. «Parto dal principio che avremo un testo comune sul commercio ma non risolve i problemi nel dettaglio: abbiamo opinioni differenti da Washington», ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, parlando con i giornalisti a margine della riunione. Toni aspri sono stati utilizzati da Macron che ha sottolineato la posizione isolata degli Usa sul tema della lotta ai cambiamenti climatici. «Inammissibile che si chiuda un accordo a sei sull'ambiente», ha detto.Del resto l'isolamento di Trump si è plasticamente visto ieri quando - come preannunciato - il presidente americano ha lasciato in anticipo i lavori del vertice. Ufficialmente per preparare l'incontro di martedì a Singapore con il nordcoreano Kim Jong Un, ma in realtà riservando l'ennesimo schiaffo agli alleati. Così come è stato plateale lo sgarbo di arrivare tardi alla colazione di lavoro dedicata alle donne, che ha provocato a Trump gli sguardi di disapprovazione di tutti i leader. Dimenticando che il presidente americano si nutre di tali sguardi che evidentemente lo aiutano ad alzare il livello di tensione e pure la posta. Vediamo se la differenza di atteggiamento con l'Italia significhi un asse saldo o una posizione momentanea.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-conte-invito-2576622199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-commercio-i-sette-leader-trovano-unintesa" data-post-id="2576622199" data-published-at="1774144949" data-use-pagination="False"> Sul commercio i sette leader trovano un’intesa Molti lo hanno definito il «G6 più Trump». Il summit di Charlevoix si è aperto nel segno delle turbolenze, ma negli ultimi colloqui, come anticipato dal presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e dal presidente francese Emmanuel Macron, sono emersi spiragli per una dichiarazione finale congiunta, nello spirito di una revisione del sistema dei commerci internazionali derivante dal Wto. Una vittoria per la Casa Bianca, che minaccia l'escalation sui dazi, ma in realtà punta a riequilibrare in favore degli Stati Uniti gli accordi commerciali esistenti. A tenere banco nella giornata di venerdì era stata la richiesta, formulata da Donald Trump, di riammettere la Russia al tavolo dei capi di Stato dei Paesi più industrializzati. Una proposta che Conte, con un post su Twitter, aveva accolto entusiasticamente, salvo rientrare nei ranghi della diplomazia europea e firmare il documento unitario, che si limita a evocare un «dialogo» con Mosca, purché quest'ultima assicuri «progressi» in Ucraina. Tra l'altro, il Cremlino non ha fatto trasparire un particolare entusiasmo per l'apertura di The Donald. Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha dichiarato lapidariamente: «Non abbiamo chiesto di essere riammessi». Il timore, forse, è che il tycoon cerchi solo un altro contrappeso ai sei Stati in cortocircuito con Washington, ma che all'occorrenza non si farebbe scrupoli a isolare di nuovo Vladimir Putin. Se sulla Russia il professor Conte è apparso vittima di una politica che finisce sui social network prima di passare per le stanze dei bottoni, il professore comunque è riuscito a entrare nelle grazie del presidente americano. Che, infatti, lo ha invitato a Washington. Il tema veramente al centro delle preoccupazioni dei leader mondiali, però, era il protezionismo della Casa Bianca. Dieci giorni fa sono scattate le tariffe su alluminio e acciaio europei. Sotto il fuoco di fila a stelle e strisce c'è pure il Canada, che come ha notato il New York Times è preoccupatissimo: in effetti, «quasi tre quarti dell'export del Paese attraversa direttamente il confine meridionale e una guerra commerciale intrapresa dagli Stati Uniti provocherebbe un danno enorme». Una prospettiva che fa sudare freddo il padrone di casa Justin Trudeau, il quale ha però potuto contare sul supporto di un alleato sempre più protagonista, Macron, che peraltro era riuscito a instaurare un rapporto amichevole con Trump, cui ieri ha riservato una stretta di mano talmente forte da lasciargli sulla pelle il segno del pollice. È stato lui il principale artefice della mediazione con The Donald. L'inquilino dell'Eliseo, a margine del colloquio con Conte, ci ha tenuto a ribadire l'unità dell'Europa. Ma si fatica a credere che Macron sarebbe disposto a tagliare i ponti con l'America pur di difendere le esportazioni della Germania, il vero creditore netto degli Stati Uniti. E il fatto che la Merkel, nonostante l'adesione al regime di sanzioni contro Mosca, abbia da poco inaugurato il cantiere del gasdotto North Stream 2, lascia intendere come il tradizionale asse franco-tedesco non si privi delle rispettive uscite di sicurezza, con Parigi che blandisce Washington e Berlino che guarda a Est. In linea con quanto annunciato, Trump ha lasciato in anticipo il vertice canadese per recarsi a Singapore, dove martedì lo attende lo storico incontro con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Il presidente americano ha così snobbato le sessioni sul cambiamento climatico, un gesto che a qualcuno è sembrato uno sgarbo. Ma se il tycoon fa il cowboy rude, è perché il format del G7, insieme all'ordine internazionale che esso rappresenta e che è stato difeso, in apertura dei lavori, dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, appare decotto. È un'eredità della guerra fredda e, nel mondo globalizzato, come ha osservato il Washington Post, è diventato il simbolo della «determinazione dell'Occidente a perpetuare i valori del libero mercato, del governo rappresentativo, dello Stato di diritto». Obiettivi lodevoli, ma probabilmente anacronistici in uno scenario multipolare, in cui il capitalismo non è più necessariamente associato alla democrazia e le democrazie liberali stesse attraversano una profonda crisi di legittimazione. Il realismo nazionalista di Trump, che mira ad accordi commerciali che tutelino gli interessi degli Usa e si preoccupa del «mondo da governare», infischiandosene delle condanne politicamente corretto al regime russo, appare molto più al passo con la Storia. Alessandro Rico
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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