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2018-06-10
Trump accalappia Conte e se lo porta a casa
ANSA
Agli altri premier non era accaduto. Nello stesso fine settimana Giuseppe Conte sbarca al primo G7, conosce i colleghi delle principali economie del globo e ottiene un invito alla Casa Bianca da Donald Trump. Non immaginiamo che l'esordio con il botto sia frutto della sua eleganza e neppure della caratura politica (deve ancora essere tutta dimostrata), ma che al contrario si tratti di essere al posto giusto al momento giusto. Il presidente degli Stati Uniti si sta muovendo come uno Sherman in direzione Berlino.
L'intento è consolidare la sua politica di divisione e di tensione commerciale, adottando un metodo semplice: prima sparare a zero e poi mettere in piedi un tavolo di trattative dal quale spunta la posizione più favorevole possibile per gli Usa. È successo con la Cina e sta succedendo con l'Ue. Trump ha imposto i dazi con l'intento di piegare nel medio termine soprattutto l'industria pesante tedesca. Per agevolare la propria posizione di forza ha però bisogno di una leva interna al Vecchio Continente. È chiaro che quella leva è il nuovo presidente del Consiglio italiano che durante il discorso di insediamento si è dichiarato populista. Per l'inquilino della Casa Bianca Conte è il politico da accalappiare e utilizzare per ampliare la crepa già esistente dentro l'Unione europea. Per il nostro Paese possono esserci numerosi vantaggi. D'altronde siamo stati per decenni in una posizione diplomatica a dir poco opportunistica. Vedremo se Roma stavolta riuscirà a utilizzare un po' di dollari per rafforzare la propria presenza nell'area euro.
Stando alle premesse sembra che gli intenti di Conte si stiano incamminando su una buona strana.
Arrivando a Charlevoix, in Canada, il primo obiettivo del governo italiano è stato subito quello di cercare una sponda che rompesse l'isolamento al quale Conte, appena insediato a Palazzo Chigi e alla sua prima esperienza internazionale di questo livello, sembrava condannato. L'operazione, stando a quanto riferiscono fonti della delegazione italiana, sembra dunque riuscita. Anche perché - viene spiegato - alla vigilia del vertice Trump avrebbe dovuto confrontarsi con Emmanuel Macron, capo di Stato e di governo come il presidente Usa e dunque suo unico pari grado in Canada.
Il resoconto di quanto avviene dentro il Mansoir Richelieu è ampio e dettagliato: Trump e Conte si parlano al termine della seconda sessione di lavori di ieri, un colloquio cordiale - come viene riferito - in cui il presidente si congratula per la vittoria alle elezioni di Lega e M5s, chiamando il presidente del Consiglio «il vero vincitore» delle urne. Lo scambio di cordialità tra i due leader è andato avanti, poi, a fine serata durante lo spettacolo del Cirque du Soleil, al quale Trump e Conte hanno assistito seduti vicini. Ma - riferiscono le fonti italiane - è una imprevista appendice alla giornata a regalare il sorriso più largo al viso del capo del governo: i sette leader si riuniscono per un vertice «improvvisato» per cercare di scongiurare il rischio di un G7 senza documento finale. Al contrario i leader dovrebbero raggiungere una sintesi e siglare un comunicato congiunto finale, scongiurando una spaccatura. Il documento dovrebbe trattare soprattutto la questione dei dazi. Al contrario escluderà il tema dell'ambiente, totalmente snobbato dagli Usa.
«Parto dal principio che avremo un testo comune sul commercio ma non risolve i problemi nel dettaglio: abbiamo opinioni differenti da Washington», ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, parlando con i giornalisti a margine della riunione. Toni aspri sono stati utilizzati da Macron che ha sottolineato la posizione isolata degli Usa sul tema della lotta ai cambiamenti climatici. «Inammissibile che si chiuda un accordo a sei sull'ambiente», ha detto.
Del resto l'isolamento di Trump si è plasticamente visto ieri quando - come preannunciato - il presidente americano ha lasciato in anticipo i lavori del vertice. Ufficialmente per preparare l'incontro di martedì a Singapore con il nordcoreano Kim Jong Un, ma in realtà riservando l'ennesimo schiaffo agli alleati. Così come è stato plateale lo sgarbo di arrivare tardi alla colazione di lavoro dedicata alle donne, che ha provocato a Trump gli sguardi di disapprovazione di tutti i leader. Dimenticando che il presidente americano si nutre di tali sguardi che evidentemente lo aiutano ad alzare il livello di tensione e pure la posta. Vediamo se la differenza di atteggiamento con l'Italia significhi un asse saldo o una posizione momentanea.
Claudio Antonelli
Sul commercio i sette leader trovano un’intesa
Molti lo hanno definito il «G6 più Trump». Il summit di Charlevoix si è aperto nel segno delle turbolenze, ma negli ultimi colloqui, come anticipato dal presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e dal presidente francese Emmanuel Macron, sono emersi spiragli per una dichiarazione finale congiunta, nello spirito di una revisione del sistema dei commerci internazionali derivante dal Wto. Una vittoria per la Casa Bianca, che minaccia l'escalation sui dazi, ma in realtà punta a riequilibrare in favore degli Stati Uniti gli accordi commerciali esistenti.
A tenere banco nella giornata di venerdì era stata la richiesta, formulata da Donald Trump, di riammettere la Russia al tavolo dei capi di Stato dei Paesi più industrializzati. Una proposta che Conte, con un post su Twitter, aveva accolto entusiasticamente, salvo rientrare nei ranghi della diplomazia europea e firmare il documento unitario, che si limita a evocare un «dialogo» con Mosca, purché quest'ultima assicuri «progressi» in Ucraina. Tra l'altro, il Cremlino non ha fatto trasparire un particolare entusiasmo per l'apertura di The Donald. Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha dichiarato lapidariamente: «Non abbiamo chiesto di essere riammessi». Il timore, forse, è che il tycoon cerchi solo un altro contrappeso ai sei Stati in cortocircuito con Washington, ma che all'occorrenza non si farebbe scrupoli a isolare di nuovo Vladimir Putin.
Se sulla Russia il professor Conte è apparso vittima di una politica che finisce sui social network prima di passare per le stanze dei bottoni, il professore comunque è riuscito a entrare nelle grazie del presidente americano. Che, infatti, lo ha invitato a Washington.
Il tema veramente al centro delle preoccupazioni dei leader mondiali, però, era il protezionismo della Casa Bianca. Dieci giorni fa sono scattate le tariffe su alluminio e acciaio europei. Sotto il fuoco di fila a stelle e strisce c'è pure il Canada, che come ha notato il New York Times è preoccupatissimo: in effetti, «quasi tre quarti dell'export del Paese attraversa direttamente il confine meridionale e una guerra commerciale intrapresa dagli Stati Uniti provocherebbe un danno enorme». Una prospettiva che fa sudare freddo il padrone di casa Justin Trudeau, il quale ha però potuto contare sul supporto di un alleato sempre più protagonista, Macron, che peraltro era riuscito a instaurare un rapporto amichevole con Trump, cui ieri ha riservato una stretta di mano talmente forte da lasciargli sulla pelle il segno del pollice. È stato lui il principale artefice della mediazione con The Donald. L'inquilino dell'Eliseo, a margine del colloquio con Conte, ci ha tenuto a ribadire l'unità dell'Europa. Ma si fatica a credere che Macron sarebbe disposto a tagliare i ponti con l'America pur di difendere le esportazioni della Germania, il vero creditore netto degli Stati Uniti. E il fatto che la Merkel, nonostante l'adesione al regime di sanzioni contro Mosca, abbia da poco inaugurato il cantiere del gasdotto North Stream 2, lascia intendere come il tradizionale asse franco-tedesco non si privi delle rispettive uscite di sicurezza, con Parigi che blandisce Washington e Berlino che guarda a Est.
In linea con quanto annunciato, Trump ha lasciato in anticipo il vertice canadese per recarsi a Singapore, dove martedì lo attende lo storico incontro con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Il presidente americano ha così snobbato le sessioni sul cambiamento climatico, un gesto che a qualcuno è sembrato uno sgarbo. Ma se il tycoon fa il cowboy rude, è perché il format del G7, insieme all'ordine internazionale che esso rappresenta e che è stato difeso, in apertura dei lavori, dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, appare decotto. È un'eredità della guerra fredda e, nel mondo globalizzato, come ha osservato il Washington Post, è diventato il simbolo della «determinazione dell'Occidente a perpetuare i valori del libero mercato, del governo rappresentativo, dello Stato di diritto». Obiettivi lodevoli, ma probabilmente anacronistici in uno scenario multipolare, in cui il capitalismo non è più necessariamente associato alla democrazia e le democrazie liberali stesse attraversano una profonda crisi di legittimazione. Il realismo nazionalista di Trump, che mira ad accordi commerciali che tutelino gli interessi degli Usa e si preoccupa del «mondo da governare», infischiandosene delle condanne politicamente corretto al regime russo, appare molto più al passo con la Storia.
Alessandro Rico
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The Donald vede nel premier italiano un partner ideale nel Vecchio Continente e lo invita subito a Washington. L'obiettivo è condurre a suo vantaggio le trattative economiche e lo scontro con Angela Merkel. L'Italia può conquistare un ruolo di mediazione.Sul commercio i sette leader trovano un'intesa. Scongiurata la rottura sui dazi, si lavora per aggiornare il sistema basato sul Wto.Lo speciale contiene due articoliAgli altri premier non era accaduto. Nello stesso fine settimana Giuseppe Conte sbarca al primo G7, conosce i colleghi delle principali economie del globo e ottiene un invito alla Casa Bianca da Donald Trump. Non immaginiamo che l'esordio con il botto sia frutto della sua eleganza e neppure della caratura politica (deve ancora essere tutta dimostrata), ma che al contrario si tratti di essere al posto giusto al momento giusto. Il presidente degli Stati Uniti si sta muovendo come uno Sherman in direzione Berlino. L'intento è consolidare la sua politica di divisione e di tensione commerciale, adottando un metodo semplice: prima sparare a zero e poi mettere in piedi un tavolo di trattative dal quale spunta la posizione più favorevole possibile per gli Usa. È successo con la Cina e sta succedendo con l'Ue. Trump ha imposto i dazi con l'intento di piegare nel medio termine soprattutto l'industria pesante tedesca. Per agevolare la propria posizione di forza ha però bisogno di una leva interna al Vecchio Continente. È chiaro che quella leva è il nuovo presidente del Consiglio italiano che durante il discorso di insediamento si è dichiarato populista. Per l'inquilino della Casa Bianca Conte è il politico da accalappiare e utilizzare per ampliare la crepa già esistente dentro l'Unione europea. Per il nostro Paese possono esserci numerosi vantaggi. D'altronde siamo stati per decenni in una posizione diplomatica a dir poco opportunistica. Vedremo se Roma stavolta riuscirà a utilizzare un po' di dollari per rafforzare la propria presenza nell'area euro. Stando alle premesse sembra che gli intenti di Conte si stiano incamminando su una buona strana. Arrivando a Charlevoix, in Canada, il primo obiettivo del governo italiano è stato subito quello di cercare una sponda che rompesse l'isolamento al quale Conte, appena insediato a Palazzo Chigi e alla sua prima esperienza internazionale di questo livello, sembrava condannato. L'operazione, stando a quanto riferiscono fonti della delegazione italiana, sembra dunque riuscita. Anche perché - viene spiegato - alla vigilia del vertice Trump avrebbe dovuto confrontarsi con Emmanuel Macron, capo di Stato e di governo come il presidente Usa e dunque suo unico pari grado in Canada. Il resoconto di quanto avviene dentro il Mansoir Richelieu è ampio e dettagliato: Trump e Conte si parlano al termine della seconda sessione di lavori di ieri, un colloquio cordiale - come viene riferito - in cui il presidente si congratula per la vittoria alle elezioni di Lega e M5s, chiamando il presidente del Consiglio «il vero vincitore» delle urne. Lo scambio di cordialità tra i due leader è andato avanti, poi, a fine serata durante lo spettacolo del Cirque du Soleil, al quale Trump e Conte hanno assistito seduti vicini. Ma - riferiscono le fonti italiane - è una imprevista appendice alla giornata a regalare il sorriso più largo al viso del capo del governo: i sette leader si riuniscono per un vertice «improvvisato» per cercare di scongiurare il rischio di un G7 senza documento finale. Al contrario i leader dovrebbero raggiungere una sintesi e siglare un comunicato congiunto finale, scongiurando una spaccatura. Il documento dovrebbe trattare soprattutto la questione dei dazi. Al contrario escluderà il tema dell'ambiente, totalmente snobbato dagli Usa. «Parto dal principio che avremo un testo comune sul commercio ma non risolve i problemi nel dettaglio: abbiamo opinioni differenti da Washington», ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, parlando con i giornalisti a margine della riunione. Toni aspri sono stati utilizzati da Macron che ha sottolineato la posizione isolata degli Usa sul tema della lotta ai cambiamenti climatici. «Inammissibile che si chiuda un accordo a sei sull'ambiente», ha detto.Del resto l'isolamento di Trump si è plasticamente visto ieri quando - come preannunciato - il presidente americano ha lasciato in anticipo i lavori del vertice. Ufficialmente per preparare l'incontro di martedì a Singapore con il nordcoreano Kim Jong Un, ma in realtà riservando l'ennesimo schiaffo agli alleati. Così come è stato plateale lo sgarbo di arrivare tardi alla colazione di lavoro dedicata alle donne, che ha provocato a Trump gli sguardi di disapprovazione di tutti i leader. Dimenticando che il presidente americano si nutre di tali sguardi che evidentemente lo aiutano ad alzare il livello di tensione e pure la posta. Vediamo se la differenza di atteggiamento con l'Italia significhi un asse saldo o una posizione momentanea.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-conte-invito-2576622199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-commercio-i-sette-leader-trovano-unintesa" data-post-id="2576622199" data-published-at="1769189179" data-use-pagination="False"> Sul commercio i sette leader trovano un’intesa Molti lo hanno definito il «G6 più Trump». Il summit di Charlevoix si è aperto nel segno delle turbolenze, ma negli ultimi colloqui, come anticipato dal presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e dal presidente francese Emmanuel Macron, sono emersi spiragli per una dichiarazione finale congiunta, nello spirito di una revisione del sistema dei commerci internazionali derivante dal Wto. Una vittoria per la Casa Bianca, che minaccia l'escalation sui dazi, ma in realtà punta a riequilibrare in favore degli Stati Uniti gli accordi commerciali esistenti. A tenere banco nella giornata di venerdì era stata la richiesta, formulata da Donald Trump, di riammettere la Russia al tavolo dei capi di Stato dei Paesi più industrializzati. Una proposta che Conte, con un post su Twitter, aveva accolto entusiasticamente, salvo rientrare nei ranghi della diplomazia europea e firmare il documento unitario, che si limita a evocare un «dialogo» con Mosca, purché quest'ultima assicuri «progressi» in Ucraina. Tra l'altro, il Cremlino non ha fatto trasparire un particolare entusiasmo per l'apertura di The Donald. Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha dichiarato lapidariamente: «Non abbiamo chiesto di essere riammessi». Il timore, forse, è che il tycoon cerchi solo un altro contrappeso ai sei Stati in cortocircuito con Washington, ma che all'occorrenza non si farebbe scrupoli a isolare di nuovo Vladimir Putin. Se sulla Russia il professor Conte è apparso vittima di una politica che finisce sui social network prima di passare per le stanze dei bottoni, il professore comunque è riuscito a entrare nelle grazie del presidente americano. Che, infatti, lo ha invitato a Washington. Il tema veramente al centro delle preoccupazioni dei leader mondiali, però, era il protezionismo della Casa Bianca. Dieci giorni fa sono scattate le tariffe su alluminio e acciaio europei. Sotto il fuoco di fila a stelle e strisce c'è pure il Canada, che come ha notato il New York Times è preoccupatissimo: in effetti, «quasi tre quarti dell'export del Paese attraversa direttamente il confine meridionale e una guerra commerciale intrapresa dagli Stati Uniti provocherebbe un danno enorme». Una prospettiva che fa sudare freddo il padrone di casa Justin Trudeau, il quale ha però potuto contare sul supporto di un alleato sempre più protagonista, Macron, che peraltro era riuscito a instaurare un rapporto amichevole con Trump, cui ieri ha riservato una stretta di mano talmente forte da lasciargli sulla pelle il segno del pollice. È stato lui il principale artefice della mediazione con The Donald. L'inquilino dell'Eliseo, a margine del colloquio con Conte, ci ha tenuto a ribadire l'unità dell'Europa. Ma si fatica a credere che Macron sarebbe disposto a tagliare i ponti con l'America pur di difendere le esportazioni della Germania, il vero creditore netto degli Stati Uniti. E il fatto che la Merkel, nonostante l'adesione al regime di sanzioni contro Mosca, abbia da poco inaugurato il cantiere del gasdotto North Stream 2, lascia intendere come il tradizionale asse franco-tedesco non si privi delle rispettive uscite di sicurezza, con Parigi che blandisce Washington e Berlino che guarda a Est. In linea con quanto annunciato, Trump ha lasciato in anticipo il vertice canadese per recarsi a Singapore, dove martedì lo attende lo storico incontro con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Il presidente americano ha così snobbato le sessioni sul cambiamento climatico, un gesto che a qualcuno è sembrato uno sgarbo. Ma se il tycoon fa il cowboy rude, è perché il format del G7, insieme all'ordine internazionale che esso rappresenta e che è stato difeso, in apertura dei lavori, dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, appare decotto. È un'eredità della guerra fredda e, nel mondo globalizzato, come ha osservato il Washington Post, è diventato il simbolo della «determinazione dell'Occidente a perpetuare i valori del libero mercato, del governo rappresentativo, dello Stato di diritto». Obiettivi lodevoli, ma probabilmente anacronistici in uno scenario multipolare, in cui il capitalismo non è più necessariamente associato alla democrazia e le democrazie liberali stesse attraversano una profonda crisi di legittimazione. Il realismo nazionalista di Trump, che mira ad accordi commerciali che tutelino gli interessi degli Usa e si preoccupa del «mondo da governare», infischiandosene delle condanne politicamente corretto al regime russo, appare molto più al passo con la Storia. Alessandro Rico
(IStock)
Quello della Suprema Corte è uno scarto dirompente rispetto alla vulgata dominante. È l’affermazione di un punto fermo che restituisce umanità a un tema ormai preda dei tecnicismi e di un certo scientismo paranoico; secondo le toghe «la sofferenza interiore patita dai genitori» ha un valore che non può essere nascosto, sottovalutato, derubricato. Lo scritto che restituisce preminenza al diritto naturale riguarda una vicenda giudiziaria che aveva preso una brutta piega: la morte a Napoli di una neonata per asfissia perinatale causata dal tardivo intervento sanitario con il parto cesareo.
In primo grado era stato riconosciuto ai genitori un risarcimento di 165.000 euro ciascuno ma in Appello il giudice aveva deciso di dimezzare l’importo adducendo al fatto che si trattava di «perdita di un rapporto parentale solo potenziale». Quindi non compiuto, non completo, secondo canoni puramente teorici che non tengono conto dell’affettività, dell’emotività, insomma del fattore umano e morale. I legali dei genitori hanno fatto ricorso in Cassazione, che ha annullato la sentenza precedente, ha valorizzato la «sofferenza interiore» e ha stabilito il ripristino del risarcimento secondo le tabelle elaborate dal tribunale di Milano e valide su tutto il territorio nazionale. «Una diversa soluzione sarebbe anche in contrasto con l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che protegge la vita famigliare e tutela la maternità», hanno sottolineato i giudici. Ulteriore precisazione, il ricorso al presunto danno solo potenziale sarebbe «non conforme alla realtà prima ancora che al diritto».
La decisione che riconosce come faro un principio inalienabile costituisce un’inversione di tendenza forte, rappresenta il ritorno ai valori inderogabili della vita umana rispetto al diritto positivo, alle norme imposte e alle situazioni di fatto che allontanano dai fondamenti etici chi deve prendere decisioni. A questo punto si potrebbe sintetizzare con una battuta: finalmente la giustizia ha deciso di riconoscere il valore della vita anche prima del vagito. E ha stabilito che la bimba estratta dal grembo materno priva di vita (per acclarata responsabilità dei medici) ha un effetto emotivo così forte da meritare un risarcimento non solo per i genitori, ma anche per eventuali fratelli e nonni.
La pronuncia della Cassazione non parla solo a quella mamma e a quel papà ma a tutti noi. Se «il rapporto genitoriale sussiste già durante la vita prenatale», significa che ha valore fin dal concepimento, a prescindere dal fatto che quel feto diventato persona compiuta sia poi venuto alla luce. E la tutela dev’essere naturalmente estesa alla gestazione; proprietà transitiva scontata per noi, non certo per chi sostiene acriticamente il diritto all’aborto «senza se e senza ma» e per chi nell’ultimo decennio (movimenti, partiti politici e la stessa magistratura) si è appiattito sulle evoluzioni pseudo-scientifiche della moda lunare del woke.
Proprio perché la vita è tale fin dal suo concepimento, la sentenza non può non coinvolgere il mondo giudiziario e il diritto penale in casi di cronaca nera: l’uccisione di una donna incinta dovrebbe configurarsi come duplice omicidio. Un caso di scuola è il delitto di Giulia Tramontano, trucidata con 37 coltellate dal convivente Alessandro Impagnatiello mentre era incinta al settimo mese di un bimbo che aveva già un nome, Thiago. Nei processi d’Assise e poi d’Appello l’assassino è stato accusato e poi condannato anche per «interruzione di gravidanza non consensuale», non per duplice omicidio, come se suo figlio non ancora nato fosse solo un inanimato effetto collaterale. Eppure lui aveva confessato di essere a conoscenza della situazione, tanto da avere avvelenato per mesi Giulia con una quantità notevole di veleno per topi. E aveva sottolineato di avere perpetrato il femminicidio proprio «per causarle un aborto». Poiché di questi tempi le sentenze di Cassazione vengono citate (e modellate con il pongo) per estendere diritti non supportati da leggi dello Stato e sancire indefinibili desideri universali, eccone una di granito, difficilmente biodegradabile. Che improvvisamente riconduce la nostra società a qualcosa che prese forma prima di noi, il diritto naturale, e senza circonlocuzioni leguleie ci ricorda la sacralità della vita dal concepimento alla morte. Nell’innata armonia fra madre e feto non può esistere un rapporto «solo potenziale». E quell’«intensa sofferenza interiore», per chi resta, profuma così intensamente d’amore da non poter essere travisata da un comma posticcio o da uno slogan femminista.
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Graziano Delrio (Ansa)
Gli stessi che avevano invece firmato il ddl Delrio, il quale spiega che sia necessaria una legge ad hoc contro l’antisemitismo, mentre il ddl Giorgis è troppo ad ampio raggio, dato che a contrastare tutte le discriminazioni. Il testo Giorgis, infatti, si applicherebbe non solo alle manifestazioni di antisemitismo, ma anche a tutte le espressioni di razzismo e intolleranza, anche verso altre fedi religiose. Per i riformisti è un modo per annacquare il senso originario del provvedimento, mirato a contrastare l’ondata di odio verso gli ebrei innescata dall’assedio israeliano a Gaza.
Che il disegno di legge sull’antisemitismo sarebbe stata una grana per il Pd si era subito intuito, sin dalla presentazione del testo Delrio. Lui vorrebbe si adottasse la (discussa) definizione di antisemitismo dell’International holocaust remembrance allinace (Ihra), ovvero l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, che qualifica come antisemita ogni critica radicale contro Israele. La dirigenza dem, spinta sempre più verso le derive pro Pal dei 5 stelle, non digerisce tale definizione. La stessa che, però, venne votata da Elly Schlein quando era europarlamentare. La medesima che il capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, nel 2020 (in qualità di ministro del Conte II) approvò. Ma oggi si scagliano tutti contro quella definizione, in quanto rischierebbe di includere nell’alveo dell’antisemitismo anche le critiche politiche allo Stato di Israele e al suo governo.
A dicembre, nell’imbarazzo generale, proprio Boccia disconobbe Delrio, definendo la sua proposta di legge un’iniziativa personale «non rappresentativa della posizione del Pd». Peccato che Delrio non fosse stato l’unico firmatario. Accanto a lui c’era gran parte dell’ala riformista del Pd: da Sandra Zampa a Walter Verini, da Filippo Sensi a Simona Malpezzi.
Il 27 gennaio, in coincidenza con la Giornata della memoria, in commissione Affari costituzionali del Senato, partirà l’iter del ddl. La vera sfida sarà sugli emendamenti ed è lì che il Pd potrebbe spaccarsi di nuovo.
Altro che campo largo e «testardamente unitari»; nel Nazareno la distanza tra massimalisti, fedeli a Schlein e riformisti è sempre più incolmabile. E la segretaria temporeggia, modello opossum, fingendosi morta per non sbagliare.
Intanto, ieri la referente per l’Italia nella Coalizione internazionale della Freedom Flotilla, Maria Elena Delia, ha annunciato che in primavera partirà una nuova missione. Il Pd si imbarcherà di nuovo?
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Le gambe di atterraggio sono un elemento fondamentale per l'atterraggio sicuro della missione Rosalind Franklin del rover ExoMars dell'Esa nel 2030, insieme ai paracadute e ai motori che rallenteranno la discesa del veicolo spaziale su Marte.
Per oltre un mese, i team di Thales Alenia Space e di Airbus hanno eseguito decine di lanci verticali utilizzando un modello in scala reale della piattaforma di atterraggio presso le strutture Altec di Torino. Mentre Thales Alenia Space è il leader industriale della missione, Airbus fornisce la piattaforma di atterraggio e Altec offre il supporto tecnico per il test.
Le gambe, leggere e dispiegabili, sono interconnesse e dotate di ammortizzatori per resistere agli urti. Le quattro gambe utilizzate per i test replicano esattamente struttura e dimensioni di quelle che atterreranno su Marte.
Considerando ogni possibile scenario di atterraggio, i team si stanno preparando a ciò che potrebbe accadere se il veicolo spaziale atterrasse non perfettamente in verticale oppure su una roccia.
«L'ultima cosa che si desidera è che la piattaforma si ribalti quando raggiunge la superficie marziana. I test confermeranno la sua stabilità all'atterraggio» ha affermato Benjamin Rasse, team leader dell'Esa per il modulo di discesa ExoMars.
Un altro obiettivo della campagna era quello di verificare le prestazioni dei sensori di atterraggio. Un sistema installato in tutte e quattro le gambe rileva quando il veicolo spaziale tocca la superficie e attiva lo spegnimento dei motori di discesa dopo un atterraggio morbido.
Tuttavia, il veicolo spaziale ha bisogno di un tempo minimo per spegnere i motori dopo l'atterraggio. Se i sensori impiegassero troppo tempo per comandare lo spegnimento del sistema di propulsione, i flussi di gas dei motori di atterraggio potrebbero sollevare frammenti di suolo marziano e danneggiare la piattaforma, perfino ribaltandola nella peggiore delle ipotesi.
«Vogliamo ridurre il tempo di spegnimento a un battito di ciglia, non più di 200 millisecondi dopo l'atterraggio. Siamo lieti di comunicare che questi sensori critici funzionano bene entro i limiti per un atterraggio sicuro» ha detto Benjamin.
Nel corso di oltre una dozzina di cadute verticali, il team ha modificato di pochi centimetri la velocità e l'altezza delle cadute. Questa prima serie di test ha visto il lancio del modello su superfici sia dure che morbide, queste ultime ricoperte di terreno polveroso, lo stesso utilizzato per testare la mobilità del rover Rosalind Franklin.
Nei prossimi mesi, la piattaforma verrà rilasciata con l'aiuto di una slitta a velocità più elevate per testarne la stabilità in caso di atterraggio su piano inclinato. Questa nuova configurazione richiederà aggiornamenti di sicurezza presso la struttura di prova per il personale che gestisce la campagna.
Le registrazioni delle telecamere ad alta velocità e le misurazioni dei sensori, degli accelerometri e dei laser installati sul modello saranno inserite in un modello computerizzato del lander ExoMars e delle sue gambe.
Il team utilizzerà un algoritmo per simulare scenari di atterraggio su Marte e confermare la stabilità del modulo nel conto alla rovescia per il lancio, previsto per il 2028.
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Mohamed bin Zayed e Narendra Modi (Ansa)
La visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi rafforza il patto strategico con l’India e segna una presa di distanza dal progetto di una coalizione sunnita guidata da Arabia Saudita e Pakistan. Al centro il controllo del Mar Rosso e i nuovi equilibri regionali.
La visita del presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, a Nuova Delhi va ben oltre il protocollo e le consuete relazioni bilaterali. È un segnale politico preciso, una scelta strategica che va letta anche per ciò che lascia fuori. In una fase di profonda ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente e nel Mar Rosso, il rafforzamento dell’asse tra India ed Emirati si configura come un’alternativa netta a un altro progetto che sta prendendo forma: un accordo di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, che Riyadh e Islamabad puntano ad allargare a Egitto e Turchia, con l’obiettivo di costruire una vasta coalizione sunnita a forte trazione militare.
Non si tratta di sfumature diplomatiche, ma di due modelli opposti di sicurezza regionale. Da un lato, l’intesa tra India ed Emirati si fonda su interessi concreti e condivisi: la protezione delle rotte marittime, la sicurezza delle infrastrutture energetiche, la cooperazione tecnologica e lo scambio di intelligence. Un’alleanza pragmatica, priva di connotazioni ideologiche, che punta alla stabilità. Dall’altro lato, l’asse tra Arabia Saudita e Pakistan risponde a una logica diversa. Islamabad porta in dote un apparato militare consolidato e, soprattutto, il deterrente nucleare. Riyadh garantisce risorse finanziarie, peso politico e ambizioni di leadership nel mondo sunnita. L’eventuale ingresso di Egitto e Turchia trasformerebbe questa intesa in un blocco confessionale armato, con possibili effetti destabilizzanti ben oltre la Penisola Arabica.
Il vero terreno di confronto è il Mar Rosso, ormai al centro delle tensioni globali. Gli attacchi alle navi commerciali, l’instabilità dello Yemen e la pressione indiretta dell’Iran hanno dimostrato quanto questa rotta sia diventata strategica. Per l’India si tratta di un passaggio vitale, perché una parte rilevante del suo commercio con l’Europa transita da lì. Gli Emirati, snodo logistico di primo piano, non possono permettersi che il Mar Rosso venga trasformato in un teatro di scontro ideologico. L’asse India–Emirati mira a garantire la libertà di navigazione e a ridurre la tensione. Una coalizione sunnita allargata, invece, rischierebbe di accentuare la militarizzazione di uno dei choke point più delicati del commercio mondiale.
C’è poi un attore che osserva con particolare attenzione questa dinamica: Israele. Dopo gli Accordi di Abramo, la cooperazione tra Emirati e Israele su difesa, tecnologia e intelligence si è consolidata, e l’India si è progressivamente inserita in questo quadro, soprattutto sul piano della sicurezza marittima e dei sistemi di difesa avanzati. A Gerusalemme, l’ipotesi di una coalizione sunnita che includa Pakistan e Turchia viene guardata con preoccupazione, non tanto per un conflitto immediato quanto per la legittimazione regionale di attori apertamente ostili a Israele, come Ankara. In questo contesto, il rapporto tra India ed Emirati assume il ruolo di contrappeso strategico.
Nuova Delhi gioca una partita diversa rispetto agli altri attori regionali. Non esporta ideologie, non costruisce alleanze su base religiosa e non persegue leadership confessionali. La sua politica estera è guidata da interessi economici, dalla sicurezza delle rotte e dalla ricerca di stabilità. La scelta degli Emirati di rafforzare il legame con l’India invia anche un messaggio implicito a Riyadh: non tutto il mondo sunnita è disposto a seguire una deriva sempre più militarizzata e identitaria.
Ecco quindi che la visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi può segnare una linea di frattura nel Medio Oriente contemporaneo, in una regione dove storicamente l’ambiguità è una scelta tattica.
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