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2025-04-14
Trump apre (cautamente) all'Iran, guardando a Kiev
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Donald Trump (Ansa)
Colloqui che, definiti dalla Casa Bianca “molto positivi e costruttivi”, sono stati seguiti da un breve incontro diretto tra i capi delle due delegazioni. Le parti hanno anche deciso di tenere un nuovo meeting sabato prossimo. “Penso che siamo molto vicini a una base per i negoziati e se riusciremo a concludere questa base la prossima settimana, avremo fatto molta strada e potremo avviare vere discussioni sulla base di ciò”, ha dichiarato Araghchi. Sabato stesso, anche Donald Trump si espresso sui colloqui iraniani. “Nulla conta finché non si riesce a fare qualcosa, quindi non mi piace parlarne, ma sta andando tutto bene. La situazione in Iran sta andando piuttosto bene, credo”, ha affermato.
Non è un mistero che il presidente americano voglia negoziare un nuovo accordo sul nucleare con Teheran, per impedire che gli ayatollah si dotino dell’arma atomica. E’ anche per spingere il regime a sedersi al tavolo che, negli ultimi due mesi, Trump ha portato avanti nei suoi confronti una vera e propria diplomazia della coercizione: ha ripristinato la politica della “massima pressione” su Teheran, ha ordinato vari raid contro gli Huthi nello Yemen e minacciato di bombardare i siti nucleari iraniani. In accordo con Benjamin Netanyahu, l'inquilino della Casa Bianca non ha del resto escluso l'utilizzo della forza contro i khomeinisti, in caso di fallimento dei negoziati sul dossier atomico. Il regime khomeinista, che nel 2024 è stato notevolmente indebolito dalla caduta di Bashar al Assad e dalla decapitazione di Hezbollah, non è rimasto comunque con le mani in mano. Per aumentare il suo potere negoziale, ha recentemente installato dei sistemi missilistici in tre isolette dello Stretto di Hormuz: un’area in cui passa circa il 20% del consumo mondiale di greggio.
Insomma, che si registrino degli spiragli di disgelo tra Washington e Teheran è innegabile. Il quadro complessivo resta però, almeno al momento, piuttosto teso. Tra l’altro, il dossier iraniano va inserito all’interno di una cornice più ampia. Venerdì, il giorno prima cioé dei colloqui nell’Oman, Witkoff aveva avuto un incontro in Russia con Vladimir Putin. Ricordiamo che, il mese scorso, lo zar si era proposto come mediatore tra Iran e Stati Uniti sulla questione del nucleare. Mosca ha del resto perso significativamente influenza in Medio Oriente dopo il cambio di regime in Siria. E spera di risalire la china, ritagliandosi un ruolo nei negoziati tra Teheran e Washington. Il punto è che Trump non è affatto contento della condotta di Putin sull’Ucraina. Il presidente americano potrebbe quindi riconoscere allo zar un ruolo nella diplomazia iraniana in cambio di un suo ammorbidimento sulla crisi ucraina. Potrebbe essere (anche) questo il senso del tentativo di distensione portato avanti dalla Casa Bianca con gli ayatollah. La partita è complessa e, almeno per ora, resta ricca di incognite.
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Prove di cauto disgelo tra Washington e Teheran. Sabato, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha avuto in Oman dei colloqui indiretti sul nucleare con il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Colloqui che, definiti dalla Casa Bianca “molto positivi e costruttivi”, sono stati seguiti da un breve incontro diretto tra i capi delle due delegazioni. Le parti hanno anche deciso di tenere un nuovo meeting sabato prossimo. “Penso che siamo molto vicini a una base per i negoziati e se riusciremo a concludere questa base la prossima settimana, avremo fatto molta strada e potremo avviare vere discussioni sulla base di ciò”, ha dichiarato Araghchi. Sabato stesso, anche Donald Trump si espresso sui colloqui iraniani. “Nulla conta finché non si riesce a fare qualcosa, quindi non mi piace parlarne, ma sta andando tutto bene. La situazione in Iran sta andando piuttosto bene, credo”, ha affermato. Non è un mistero che il presidente americano voglia negoziare un nuovo accordo sul nucleare con Teheran, per impedire che gli ayatollah si dotino dell’arma atomica. E’ anche per spingere il regime a sedersi al tavolo che, negli ultimi due mesi, Trump ha portato avanti nei suoi confronti una vera e propria diplomazia della coercizione: ha ripristinato la politica della “massima pressione” su Teheran, ha ordinato vari raid contro gli Huthi nello Yemen e minacciato di bombardare i siti nucleari iraniani. In accordo con Benjamin Netanyahu, l'inquilino della Casa Bianca non ha del resto escluso l'utilizzo della forza contro i khomeinisti, in caso di fallimento dei negoziati sul dossier atomico. Il regime khomeinista, che nel 2024 è stato notevolmente indebolito dalla caduta di Bashar al Assad e dalla decapitazione di Hezbollah, non è rimasto comunque con le mani in mano. Per aumentare il suo potere negoziale, ha recentemente installato dei sistemi missilistici in tre isolette dello Stretto di Hormuz: un’area in cui passa circa il 20% del consumo mondiale di greggio.Insomma, che si registrino degli spiragli di disgelo tra Washington e Teheran è innegabile. Il quadro complessivo resta però, almeno al momento, piuttosto teso. Tra l’altro, il dossier iraniano va inserito all’interno di una cornice più ampia. Venerdì, il giorno prima cioé dei colloqui nell’Oman, Witkoff aveva avuto un incontro in Russia con Vladimir Putin. Ricordiamo che, il mese scorso, lo zar si era proposto come mediatore tra Iran e Stati Uniti sulla questione del nucleare. Mosca ha del resto perso significativamente influenza in Medio Oriente dopo il cambio di regime in Siria. E spera di risalire la china, ritagliandosi un ruolo nei negoziati tra Teheran e Washington. Il punto è che Trump non è affatto contento della condotta di Putin sull’Ucraina. Il presidente americano potrebbe quindi riconoscere allo zar un ruolo nella diplomazia iraniana in cambio di un suo ammorbidimento sulla crisi ucraina. Potrebbe essere (anche) questo il senso del tentativo di distensione portato avanti dalla Casa Bianca con gli ayatollah. La partita è complessa e, almeno per ora, resta ricca di incognite.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.