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2020-12-01
Troppe incertezze su vaccini e terapie. L’Ungheria intanto si affida al Cremlino
iStock
Nella folle corsa al vaccino Viktor Orban mette la freccia. «L'Ungheria può utilizzare il vaccino russo», ha ammesso ieri un portavoce della Commissione europea, «ma nel fare ciò si assume la “piena responsabilità"». Lo scorso 11 novembre il ministro magiaro agli Affari esteri e al commercio, Peter Szijjarto aveva annunciato che Budapest avrebbe ricevuto a breve le prime dosi del vaccino russo «Sputnik V» sviluppato dall'Istituto Gamaleya di Mosca. «Con il ministro della Salute Russo, Mikhail Murashko, abbiamo raggiunto un accordo per la spedizione dei primi lotti già a dicembre per avviare la sperimentazione clinica», così Szijjarto in un video girato durante la quarantena e pubblicato su Facebook, «ma dalla seconda o terza settimana di gennaio arriverà un grande quantitativo di dosi». L'intervento del ministro era arrivato lo stesso giorno della pubblicazione dei risultati che fissavano al 92% l'efficacia del farmaco russo. «Una buona notizia per l'Ungheria» secondo l'esecutivo ungherese, ma di certo pessima per Bruxelles, dalle cui parti l'allungo di Budapest non aveva mancato di provocare un certo disagio. «Si pone la questione se uno Stato membro voglia somministrare ai propri cittadini un vaccino che non è stato esaminato dall'Agenzia europea del farmaco», aveva commentato pochi giorni dopo un portavoce della Commissione, «se i nostri cittadini iniziassero a mettere in dubbio la sicurezza di un vaccino, qualora questo non fosse stato sottoposto a una rigorosa valutazione scientifica per dimostrarne l'efficacia, sarebbe molto più difficile vaccinare una percentuale sufficiente della popolazione».
Non c'è da considerare tuttavia solamente l'aspetto legato all'efficacia del vaccino. Più volte su queste stesse pagine, abbiamo scritto che i 27 Stati membri dell'Ue hanno approvato la strategia europea sui vaccini, si sono contestualmente impegnati a non condurre negoziati paralleli. Ma allora perché ieri Bruxelles ha alzato bandiera bianca, lasciando di fatto a Viktor Orban libertà per utilizzare il farmaco russo? Come spiega Politico, il governo ungherese ha sfruttato un vuoto normativo nel quale si inserisce una direttiva del 2001, la quale consente a un Paese dell'Unione di autorizzare «temporaneamente» la distribuzione di un farmaco non ancora autorizzato (dall'Ema, ndr) «in risposta alla dispersione sospettata o confermata di agenti patogeni, tossine, agenti chimici o radiazioni nucleari potenzialmente dannosi». Non possiamo sapere se la mossa del governo ungherese vada nella giusta direzione, ma di certo sarebbe scorretto giudicarla sulla base di un pregiudizio politico tout court nei confronti della Russia.
Nel frattempo, va registrata la firma del quinto contratto da parte della Commissione europea con la tedesca Curevac. «E cinque!», ha twittato esultante la presidente Ursula von der Leyen, «ci siamo assicurati quasi 2 miliardi di dosi del futuro vaccino contro il Covid-19. I cittadini europei potranno accedervi una volta che sarà dimostrata la loro sicurezza ed efficacia, speriamo prima della fine dell'anno». Curevac sta lavorando a un farmaco ottenuto con la tecnologia a Rna, la stessa cioè dei vaccini allo studio da parte di Pfizer-Biontech e Moderna. E proprio quest'ultima ieri ha annunciato i risultati relativi all'efficacia della fase 3, pari al 94,1% e del 100% nei casi severi. Lo studio non ha dimostrato «seri problemi di sicurezza» e Moderna ha perciò fatto sapere di voler procedere immediatamente con la richiesta di autorizzazione di emergenza alla Food and drug administration, e con l'autorizzazione all'immissione in commercio condizionale all'Agenzia europea del farmaco. Con tutta probabilità, l'autorizzazione per Pfizer-Biontech e Moderna dovrebbe arrivare entro la fine dell'anno. «Io finora i dati non li ho visti, né io né altri, e se mi chiede sulla base dei dati disponibili cosa farei io dico che non mi vaccino», ha ribadito però il virologo Andrea Crisanti parlando a La7. «Durante la sperimentazione più si sta zitti e meno si crea confusione», gli ha risposto su Sky Tg24 l'ex direttore esecutivo dell'Ema Guido Rasi, il quale ha tuttavia ammesso che «i dati sono incompleti».
Se al netto della doverosa prudenza le ultime notizie sul vaccino sembrano incoraggianti, non si può dire altrettanto sul versante delle terapie. Venerdì scorso il Comitato tecnico scientifico ha approvato le nuove linee guida sulla gestione a domicilio dei malati di Covid. Confermato il cortisone, ma solo dopo tre giorni di sintomi e se peggiora la saturazione, sparisce l'eparina, che andrebbe invece somministrata solo a chi rimane a letto per un lungo periodo di tempo. Tutti questi cambiamenti non piacciono a chi combatte il virus sul campo. «Ricevere tante indicazioni è come non riceverne», ha dichiarato il vicesegretario dei medici di famiglia Vincenzo Corti, «di mestiere non facciamo i lettori di linee guida». E sotto accusa finiscono l'idrossiclorochina e la clorochina, accusate dall'Ema di causare disturbi psicotici e indurre perfino il suicidio. Una cosa è certa: a otto mesi dallo scoppio della pandemia non abbiamo di fatto una protocollo terapeutico ben definito. Forse è proprio vero: viste le cifre del business dei vaccini per le case farmaceutiche prevenire è meglio che curare.
Sgarbi lancia pellicola anti Covid per riaprire in sicurezza i musei
I musei possono riaprire in sicurezza anche in tempi di pandemia da Covid-19. Un Vittorio Sgarbi tutt'altro che negazionista, nel denunciare «i gravi ritardi del governo» sulla prevenzione della seconda ondata di Covid-19, e criticando i «limiti alla libertà individuale» imposti dai dpcm, ha lanciato ieri, nel corso di una conferenza stampa, una proposta per riaprire i musei e recuperare un po' di diritti e normalità. Al Mart di Rovereto, museo di cui è presidente, verrà sperimentata una nuova tecnologia che, applicata sulle superfici, uccide batteri e virus. In attesa del vaccino, se mascherine e igienizzante non bastano, «si devono aumentare gli strumenti per convivere con il coronavirus e non rinunciare a delle libertà fondamentali», secondo Sgarbi. La piccola, grande rivoluzione, per contrastare la diffusione del virus in locali pubblici, si chiama «Membrana culture» e consiste in una striscia adesiva riposizionabile trattata con particelle d'argento che la rendono antivirale e antibatterica per tre anni. Si può applicare su ogni superficie ed elimina l'85% di microorganismi dopo 5 minuti e il 99% dopo un'ora, come dichiara l'azienda Glab di Reggio Emilia che commercializza la pellicola frutto di un brevetto italofrancese. Oltralpe è impiegata in ospedali e altri contesti sanitari. Al Mart di Rovereto la membrana, di colore bianco per riconoscerne l'area, è stata applicata anche nelle biglietterie, ma si presta all'uso in scuole e università (banchi, cattedre, laboratori, ad esempio) nel campo dei trasporti, della ristorazione, delle palestre, della montagna, nelle funivie o nelle baite, e in tutti quegli spazi comuni che possono trasmettere il virus. Come da certificazione ottenuta, quando il virus, o altro microorganismo, entra a contatto con gli ioni argento, si disintegra, riducendo così la possibile trasmissione per contatto. Da luglio è stato interessato della questione il super commissario per il Covid Domenico Arcuri, che ha chiesto integrazioni alle certificazioni, che sono state consegnate a novembre. «A scuola, invece di comprare i banchi, si poteva applicare questa pellicola», ha osservato Sgarbi che, prendendo le difese di Arcuri, ha accusato il Comitato tecnico scientifico (Cts) di inefficienza e di «colpevoli ritardi» nel prevenire la seconda ondata.
Sgarbi ha presentato un esposto contro il dpcm che, dopo la chiusura di teatri e cinema, ha imposto quella dei musei. «Sono poco frequentati. Devi andarci con prenotazione. Non tocchi chi è vicino a te e non tocchi dipinti. Eppure si chiudono», ha osservato polemico l'onorevole ricordando che i musei, come da decreto Colosseo del 2015, sono «servizi essenziali, sono ospedali del pensiero, della mente». La sentenza del Tribunale amministrativo (Tar) è attesa per il 2 dicembre e Sgarbi è certo che sarà a suo favore così, decaduto il dpcm che scade il 3 dicembre, i musei si potranno aprire il giorno successivo. L'onorevole ha però già innescato un'altra battaglia contro il Cts. Si tratta del saturimetro, il dispositivo che misura il livello di ossigenazione del sangue e permette di capire se i polmoni hanno problemi (di solito con valori sotto il 95%), quindi decidere se serve o meno andare all'ospedale. «Da marzo sappiamo questa cosa, ma sono stati spesi 72 milioni di euro per le mascherine, mentre ne bastano 20 per i saturimetri», ha concluso Sgarbi che ha giudicato il governo colpevole di preoccuparsi «di definire quante persone possono stare in una camera, ma non mi dà uno strumento per risparmiarmi una visita al pronto soccorso».
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Viktor Orban sta con i russi e si svincola dall'Ue. Moderna dichiara l'efficacia del 100% del siero nei casi gravi. Caos sull'eparina.Il Mart di Rovereto, museo di cui è presidente Vittorio Sgarbi, sperimenta la striscia adesiva con ioni argento che blocca i patogeni.Lo speciale contiene due articoli.Nella folle corsa al vaccino Viktor Orban mette la freccia. «L'Ungheria può utilizzare il vaccino russo», ha ammesso ieri un portavoce della Commissione europea, «ma nel fare ciò si assume la “piena responsabilità"». Lo scorso 11 novembre il ministro magiaro agli Affari esteri e al commercio, Peter Szijjarto aveva annunciato che Budapest avrebbe ricevuto a breve le prime dosi del vaccino russo «Sputnik V» sviluppato dall'Istituto Gamaleya di Mosca. «Con il ministro della Salute Russo, Mikhail Murashko, abbiamo raggiunto un accordo per la spedizione dei primi lotti già a dicembre per avviare la sperimentazione clinica», così Szijjarto in un video girato durante la quarantena e pubblicato su Facebook, «ma dalla seconda o terza settimana di gennaio arriverà un grande quantitativo di dosi». L'intervento del ministro era arrivato lo stesso giorno della pubblicazione dei risultati che fissavano al 92% l'efficacia del farmaco russo. «Una buona notizia per l'Ungheria» secondo l'esecutivo ungherese, ma di certo pessima per Bruxelles, dalle cui parti l'allungo di Budapest non aveva mancato di provocare un certo disagio. «Si pone la questione se uno Stato membro voglia somministrare ai propri cittadini un vaccino che non è stato esaminato dall'Agenzia europea del farmaco», aveva commentato pochi giorni dopo un portavoce della Commissione, «se i nostri cittadini iniziassero a mettere in dubbio la sicurezza di un vaccino, qualora questo non fosse stato sottoposto a una rigorosa valutazione scientifica per dimostrarne l'efficacia, sarebbe molto più difficile vaccinare una percentuale sufficiente della popolazione». Non c'è da considerare tuttavia solamente l'aspetto legato all'efficacia del vaccino. Più volte su queste stesse pagine, abbiamo scritto che i 27 Stati membri dell'Ue hanno approvato la strategia europea sui vaccini, si sono contestualmente impegnati a non condurre negoziati paralleli. Ma allora perché ieri Bruxelles ha alzato bandiera bianca, lasciando di fatto a Viktor Orban libertà per utilizzare il farmaco russo? Come spiega Politico, il governo ungherese ha sfruttato un vuoto normativo nel quale si inserisce una direttiva del 2001, la quale consente a un Paese dell'Unione di autorizzare «temporaneamente» la distribuzione di un farmaco non ancora autorizzato (dall'Ema, ndr) «in risposta alla dispersione sospettata o confermata di agenti patogeni, tossine, agenti chimici o radiazioni nucleari potenzialmente dannosi». Non possiamo sapere se la mossa del governo ungherese vada nella giusta direzione, ma di certo sarebbe scorretto giudicarla sulla base di un pregiudizio politico tout court nei confronti della Russia. Nel frattempo, va registrata la firma del quinto contratto da parte della Commissione europea con la tedesca Curevac. «E cinque!», ha twittato esultante la presidente Ursula von der Leyen, «ci siamo assicurati quasi 2 miliardi di dosi del futuro vaccino contro il Covid-19. I cittadini europei potranno accedervi una volta che sarà dimostrata la loro sicurezza ed efficacia, speriamo prima della fine dell'anno». Curevac sta lavorando a un farmaco ottenuto con la tecnologia a Rna, la stessa cioè dei vaccini allo studio da parte di Pfizer-Biontech e Moderna. E proprio quest'ultima ieri ha annunciato i risultati relativi all'efficacia della fase 3, pari al 94,1% e del 100% nei casi severi. Lo studio non ha dimostrato «seri problemi di sicurezza» e Moderna ha perciò fatto sapere di voler procedere immediatamente con la richiesta di autorizzazione di emergenza alla Food and drug administration, e con l'autorizzazione all'immissione in commercio condizionale all'Agenzia europea del farmaco. Con tutta probabilità, l'autorizzazione per Pfizer-Biontech e Moderna dovrebbe arrivare entro la fine dell'anno. «Io finora i dati non li ho visti, né io né altri, e se mi chiede sulla base dei dati disponibili cosa farei io dico che non mi vaccino», ha ribadito però il virologo Andrea Crisanti parlando a La7. «Durante la sperimentazione più si sta zitti e meno si crea confusione», gli ha risposto su Sky Tg24 l'ex direttore esecutivo dell'Ema Guido Rasi, il quale ha tuttavia ammesso che «i dati sono incompleti».Se al netto della doverosa prudenza le ultime notizie sul vaccino sembrano incoraggianti, non si può dire altrettanto sul versante delle terapie. Venerdì scorso il Comitato tecnico scientifico ha approvato le nuove linee guida sulla gestione a domicilio dei malati di Covid. Confermato il cortisone, ma solo dopo tre giorni di sintomi e se peggiora la saturazione, sparisce l'eparina, che andrebbe invece somministrata solo a chi rimane a letto per un lungo periodo di tempo. Tutti questi cambiamenti non piacciono a chi combatte il virus sul campo. «Ricevere tante indicazioni è come non riceverne», ha dichiarato il vicesegretario dei medici di famiglia Vincenzo Corti, «di mestiere non facciamo i lettori di linee guida». E sotto accusa finiscono l'idrossiclorochina e la clorochina, accusate dall'Ema di causare disturbi psicotici e indurre perfino il suicidio. Una cosa è certa: a otto mesi dallo scoppio della pandemia non abbiamo di fatto una protocollo terapeutico ben definito. 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Un Vittorio Sgarbi tutt'altro che negazionista, nel denunciare «i gravi ritardi del governo» sulla prevenzione della seconda ondata di Covid-19, e criticando i «limiti alla libertà individuale» imposti dai dpcm, ha lanciato ieri, nel corso di una conferenza stampa, una proposta per riaprire i musei e recuperare un po' di diritti e normalità. Al Mart di Rovereto, museo di cui è presidente, verrà sperimentata una nuova tecnologia che, applicata sulle superfici, uccide batteri e virus. In attesa del vaccino, se mascherine e igienizzante non bastano, «si devono aumentare gli strumenti per convivere con il coronavirus e non rinunciare a delle libertà fondamentali», secondo Sgarbi. La piccola, grande rivoluzione, per contrastare la diffusione del virus in locali pubblici, si chiama «Membrana culture» e consiste in una striscia adesiva riposizionabile trattata con particelle d'argento che la rendono antivirale e antibatterica per tre anni. Si può applicare su ogni superficie ed elimina l'85% di microorganismi dopo 5 minuti e il 99% dopo un'ora, come dichiara l'azienda Glab di Reggio Emilia che commercializza la pellicola frutto di un brevetto italofrancese. Oltralpe è impiegata in ospedali e altri contesti sanitari. Al Mart di Rovereto la membrana, di colore bianco per riconoscerne l'area, è stata applicata anche nelle biglietterie, ma si presta all'uso in scuole e università (banchi, cattedre, laboratori, ad esempio) nel campo dei trasporti, della ristorazione, delle palestre, della montagna, nelle funivie o nelle baite, e in tutti quegli spazi comuni che possono trasmettere il virus. Come da certificazione ottenuta, quando il virus, o altro microorganismo, entra a contatto con gli ioni argento, si disintegra, riducendo così la possibile trasmissione per contatto. Da luglio è stato interessato della questione il super commissario per il Covid Domenico Arcuri, che ha chiesto integrazioni alle certificazioni, che sono state consegnate a novembre. «A scuola, invece di comprare i banchi, si poteva applicare questa pellicola», ha osservato Sgarbi che, prendendo le difese di Arcuri, ha accusato il Comitato tecnico scientifico (Cts) di inefficienza e di «colpevoli ritardi» nel prevenire la seconda ondata. Sgarbi ha presentato un esposto contro il dpcm che, dopo la chiusura di teatri e cinema, ha imposto quella dei musei. «Sono poco frequentati. Devi andarci con prenotazione. Non tocchi chi è vicino a te e non tocchi dipinti. Eppure si chiudono», ha osservato polemico l'onorevole ricordando che i musei, come da decreto Colosseo del 2015, sono «servizi essenziali, sono ospedali del pensiero, della mente». La sentenza del Tribunale amministrativo (Tar) è attesa per il 2 dicembre e Sgarbi è certo che sarà a suo favore così, decaduto il dpcm che scade il 3 dicembre, i musei si potranno aprire il giorno successivo. L'onorevole ha però già innescato un'altra battaglia contro il Cts. Si tratta del saturimetro, il dispositivo che misura il livello di ossigenazione del sangue e permette di capire se i polmoni hanno problemi (di solito con valori sotto il 95%), quindi decidere se serve o meno andare all'ospedale. «Da marzo sappiamo questa cosa, ma sono stati spesi 72 milioni di euro per le mascherine, mentre ne bastano 20 per i saturimetri», ha concluso Sgarbi che ha giudicato il governo colpevole di preoccuparsi «di definire quante persone possono stare in una camera, ma non mi dà uno strumento per risparmiarmi una visita al pronto soccorso».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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