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2024-02-07
Trattori in marcia, Ursula in retromarcia
La protesta dei trattori a Bruxelles (Getty Images)
Una sceneggiata in piena regola, figlia del clima preelettorale di Bruxelles. Ursula von der Leyen, presidente uscente della Commissione Ue, fa il bel gesto di rimangiarsi una serie di misure che hanno scatenato la protesta continentale dei trattori e tende la mano agli agricoltori. Ovviamente, si tratta di provvedimenti che mai sarebbero passati, come quello sui pesticidi, o erano comunque arenati all’Europarlamento. Giorgia Meloni festeggia comunque il cambio di direzione dell’Ue, ricordando il ruolo dell’Italia nella battaglia. Italia che però, come gli altri partner europei, purtroppo ha da oltre mezzo secolo pochissime competenze in materia agricola.
Ieri Von der Leyen, che già da giorni mandava messaggi di dialogo ai gilet verdi, si è detta pronta a ritirare il Regolamento sull’uso sostenibile dei pesticidi (Sur), per ripresentare in un secondo tempo una normativa meno severa. L’ex ministro della Famiglia e della Difesa dei governi Merkel ha dato l’annuncio di fronte all’assemblea plenaria del Parlamento europeo: «La Commissione ha proposto il Sur con l’obiettivo di ridurre i rischi dei prodotti fitosanitari chimici. Ma la proposta Sur è diventata un simbolo di polarizzazione. È stata respinta dal Parlamento europeo. Anche in Consiglio non si registrano più progressi. Per questo motivo proporrò al Collegio (dei commissari, ndr) di ritirare la proposta». Fin qui, ha fatto un resoconto abbastanza onesto di come sono andate le cose, nel senso che questo pezzo importante del Green deal era già praticamente arenato. Ma Ursula von der Leyen, che a marzo verrà ricandidata dal Partito popolare europeo ma sembra destinata più che altro a un futuro alla guida della Nato, ha voluto provare a sedurre il popolo dei trattori. E ha aggiunto: «Molti agricoltori si sentono messi all’angolo. Sono stati i primi a risentire degli effetti del cambiamento climatico. Siccità e inondazioni hanno distrutto raccolti e minacciato il bestiame. Gli agricoltori risentono dell’impatto della guerra di Russia. L’inflazione, l’aumento del costo dell’energia e dei fertilizzanti. Ciononostante, lavorano duramente ogni giorno per produrre il cibo di qualità che mangiamo. Per questo, dobbiamo loro apprezzamento, ringraziamento e rispetto».
Parole stupefacenti, indice di un’improvvisa euro-resipiscenza, o di un disperato tentativi di intortare gli agricoltori di mezza Europa. In questi quattro anni e mezzo la Commissione da lei guidata ha aumentato i costi per gli agricoltori, caricando sulle loro spalle gran parte della transizione ecologica. La proposta «Sur» mirava a ridurre del 50% l’uso dei pesticidi entro il 2030, ma era già stata respinta dal Parlamento europeo ed era nella palude dei negoziati tra governi e Parlamento. Insomma, il ritiro annunciato ieri è pura commedia. Così come poco credibile appare anche un altro annuncio sugli incentivi, che la Commissione Ue ha fatto di tutto per tagliare. Von der Leyen ha raccontato che «gli agricoltori hanno bisogno di un’argomentazione commerciale valida per le misure di miglioramento della natura e forse noi non l’abbiamo fatta in modo convincente. Di un vero e proprio incentivo che vada oltre la semplice perdita di resa. I sussidi pubblici possono fornire tali incentivi». Peccato che non ci sia alcuna ammissione sul fatto che le rotazioni obbligatorie dei terreni volute dalla Pac sono semplicemente un colpo basso agli agricoltori.
Sempre ieri, la Commissione ha pubblicato un documento sugli obiettivi climatici dell’Unione per il 2040, in cui si annuncia una volontà di dialogo anche nei confronti del mondo agricolo. Nel documento compare un accenno al fatto che per il futuro non sarà sufficiente affrontare il tema di una «produzione alimentare competitiva e sostenibile» all’interno delle regole Ue, ma si ammette che l’Unione «dovrebbe anche lavorare per prevenire la concorrenza sleale e garantire condizioni di parità con i produttori extra Ue, in particolare attraverso accordi commerciali». È esattamente quello che chiedono da anni migliaia di aziende agricole europee, regolarmente inascoltate da Bruxelles. Per non parlare del fatto che l’Ue ha consentito accordi bilaterali tra Paesi membri e Paesi extraeuropei che hanno messo in ginocchio interi settori agricoli.
Anche queste conversioni improvvise di Bruxelles (nei rapporti con Paesi come la Cina) sono un segno della grande paura per un voto che potrebbe spostare l’asse dell’Unione verso il centrodestra.
E a proposito di centrodestra, uno dei suoi leader principali ieri non ha potuto che esultare per il passo indietro della Von der Leyen. Per Giorgia Meloni, «è una vittoria anche italiana l’annuncio della Commissione europea del ritiro della proposta legislativa sui pesticidi». «Fin dal suo insediamento», ha ricordato il premier, «il governo italiano sta lavorando in Europa, con grande concretezza e buon senso, per tracciare una strada diversa da quella percorsa finora e coniugare produzione agricola, rispetto del lavoro e sostenibilità ambientale». Il problema è che fin dai tempi del Trattato di Roma (1958), il grosso della politica agricola è passato all’Ue, che vi impegna circa il 40% del proprio bilancio e stabilisce l’indirizzo politico in termini di prezzi accessibili, reddito degli agricoltori, tutela ambientale e salvaguardia dei territori. Insomma, il problema dell’agricoltura italiana non è il ritorno alle esenzioni Irpef, ma una controparte politica che sta a 1.000 chilometri. E che si ricorda degli agricoltori solo sotto elezioni.
Il movimento dei trattori assedia Strasburgo e Roma e ora marcia su Sanremo
Chissà se sul palco dell’Ariston - forse domani, in concomitanza con la «marcia su Roma» degli agricoltori, o probabilmente il 9 febbraio - il movimento dei trattori sceglierà di cantare Un italiano vero di Toto Cutugno. Gli agricoltori vogliono essere protagonisti al Festival di Sanremo per spiegare che la loro protesta è una questione di sopravvivenza delle imprese agricole, ma anche di tutti gli italiani. A Strasburgo invece hanno assediato il Parlamento europeo. La retromarcia di facciata sui pesticidi e i fertilizzanti fatta da Ursula von der Leyen - la presidente della Commissione europea, come anticipato dalla Verità, ha ritirato la direttiva che ne imponeva la riduzione e ieri il leghista Angelo Ciocca le ha simbolicamente regalato un modellino di carro agricolo - non è sufficiente a placare la protesta.
Quanto a Sanremo il padrone di casa, Amadeus nella conferenza stampa di ieri, che ha illustrato la prima serata, ha ribadito: «Non cambio idea: ho aperto le porte». Ma ora a bussare al Festival c’è anche il segretario della Cgil, Maurizio Landini, che intima: «Siccome a Sanremo ci sarà anche il camper dei diritti della Cgil e del sindacato scuola, che sta girando per l’Italia per dire che per difendere i diritti bisogna bloccare l’autonomia differenziata, mi auguro che Amadeus e Sanremo diano spazio a tutti quelli che hanno la possibilità di difendere i diritti e il lavoro. Se il palco di Sanremo, che è un elemento non solo nazionale, ma internazionale, dà spazio anche alla lotta per i diritti e per il lavoro, è un fatto importante». Insomma da Festival della canzone a festival della rivendicazione per Landini è un attimo. Solo che con la protesta dei trattori sta il 68% degli italiani, così certifica un sondaggio di Euromedia research. Dal vertice della Rai che ha un cavallo, l’antenato dei trattori, per emblema però nessuna conferma. È trapelato solo un certo imbarazzo per il passo in avanti fatto da Amadeus ed è venuta una secca risposta: per ora non ci è arrivata alcuna richiesta. Si sa che è in corso una trattativa Rai-trattori con l’offerta di ospitare una delegazione all’Ariston, ma senza diritto di parola. Una parte del movimento agricolo però l’ha presa male e vuole marciare con i mezzi davanti al red carpet del Festival.
Alessandra Oldoni, giovane allevatrice bresciana che è una dei leader del movimento che ha tante teste quante proteste, ha invece data per certa la partecipazione. «È probabile che io sia una degli agricoltori che andrà a parlare a Sanremo, per la cooperativa Riscatto agricolo di Bergamo. Vedremo quando ci inviterà Amadeus, ci sono già stati dei contatti: andremo con 20 trattori e sul palco andrà solo una nostra delegazione, di tre o quattro persone. Il giorno che si sta valutando è giovedì, penso che all’80% riusciremo ad andarci», questo annuncio la Oldoni lo ha fatto dai microfoni della Rai a Un giorno da pecora, dove ha ripetuto: «Non faremo azioni violente, il nostro obbiettivo è smontare il Green deal».
E se a Strasburgo ieri un centinaio di trattori ha bloccato tutte le strade del centro e un folto gruppo di agricoltori ha manifestato davanti al Parlamento europeo, a Roma è in corso una trattativa per evitare che la Capitale oggi (forse domani) venga bloccata dai mezzi agricoli. Sono già oltre 1.500 quelli «parcheggiati» sulla Nomentana, altri presidi ci sono a Torrimpietra, Fiano Romano, Capena e Cecchina. Gli agricoltori sono affluiti da tutta Italia e la loro intenzione sarebbe quella di sfilare lungo via dei Fori Imperiali per arrivare fin sotto palazzo Chigi, dopo aver circondato il Colosseo. La prefettura di Roma, che vuole invece consentire un presidio di mezzi agricoli al limitare del raccordo anulare e poi una manifestazione degli agricoltori, ma senza trattori, sta cercando di trovare una rappresentanza comune del movimento con cui trattare.
Il movimento ha diverse anime (e diversi leader), che ieri si sono mosse di nuovo. Corteo sull’Aurelia nel Grossetano, blocco del casello dell’A14 a Castel San Pietro, raduno annunciato per giovedì a Foggia e corteo di trattori ad Avellino. Venerdì nuovo blocco sul raccordo anulare a Roma.
Amadeus ieri ha fatto chiaramente capire da che parte sta. «Ho fatto l’istituto agrario, mi hanno detto “vai a zappare la terra” e ho zappato davvero nella mia vita, e so anche guidare il trattore», ha sottolineato il conduttore del Festival. «La terra è estremamente importante, ci sono tanti lavoratori, non ne faccio una questione politica, ma è la politica che a volte sposa le cause. C’è gente che ha una difficoltà enorme e io sono a favore delle persone: ripeto io non ne faccio una questione politica e non sono contro qualcuno. Nessuno mi ha chiamato. Se ci sarà qualcuno che contatterà la Rai, farà sapere chi sono le persone o la persona che ha desiderio di essere presente, lo valuteremo assolutamente. Ho aperto le porte e non torno indietro». Poi ha anche risposto a una domanda che tentava di contrapporre gli agricoltori agli imbrattatori di Ultima generazione. Ormai da sinistra la vulgata vuole che il movimento dei trattori sia guidato da chi è contro l’ambiente. Amadeus ha replicato: «Ci sono tanti argomenti che sarebbero importanti: quello ecologico, i lavoratori, noi tocchiamo l’argomento delle morti sul lavoro con una canzone. Ognuno ha ragione di dire la propria. È chiaro che il palco dell’Ariston non può essere il palco che può accogliere tante manifestazioni di protesta. Quella dei trattori sta coinvolgendo tutta l’Europa».
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Il capo della Commissione Ue ora ha paura e recita il mea culpa: «Ritiriamo la proposta». Anche se si era già arenata all’Europarlamento. False promesse pure sugli incentivi. Meloni: «Una nostra vittoria».La leader dei trattori italiani Alessandra Oldoni: «Parleremo dal palco dell’Ariston». Viale Mazzini non conferma, il conduttore tiene duro: «Porte aperte». Landini è geloso: «Spazio anche per noi».Lo speciale contiene due articoli.Una sceneggiata in piena regola, figlia del clima preelettorale di Bruxelles. Ursula von der Leyen, presidente uscente della Commissione Ue, fa il bel gesto di rimangiarsi una serie di misure che hanno scatenato la protesta continentale dei trattori e tende la mano agli agricoltori. Ovviamente, si tratta di provvedimenti che mai sarebbero passati, come quello sui pesticidi, o erano comunque arenati all’Europarlamento. Giorgia Meloni festeggia comunque il cambio di direzione dell’Ue, ricordando il ruolo dell’Italia nella battaglia. Italia che però, come gli altri partner europei, purtroppo ha da oltre mezzo secolo pochissime competenze in materia agricola. Ieri Von der Leyen, che già da giorni mandava messaggi di dialogo ai gilet verdi, si è detta pronta a ritirare il Regolamento sull’uso sostenibile dei pesticidi (Sur), per ripresentare in un secondo tempo una normativa meno severa. L’ex ministro della Famiglia e della Difesa dei governi Merkel ha dato l’annuncio di fronte all’assemblea plenaria del Parlamento europeo: «La Commissione ha proposto il Sur con l’obiettivo di ridurre i rischi dei prodotti fitosanitari chimici. Ma la proposta Sur è diventata un simbolo di polarizzazione. È stata respinta dal Parlamento europeo. Anche in Consiglio non si registrano più progressi. Per questo motivo proporrò al Collegio (dei commissari, ndr) di ritirare la proposta». Fin qui, ha fatto un resoconto abbastanza onesto di come sono andate le cose, nel senso che questo pezzo importante del Green deal era già praticamente arenato. Ma Ursula von der Leyen, che a marzo verrà ricandidata dal Partito popolare europeo ma sembra destinata più che altro a un futuro alla guida della Nato, ha voluto provare a sedurre il popolo dei trattori. E ha aggiunto: «Molti agricoltori si sentono messi all’angolo. Sono stati i primi a risentire degli effetti del cambiamento climatico. Siccità e inondazioni hanno distrutto raccolti e minacciato il bestiame. Gli agricoltori risentono dell’impatto della guerra di Russia. L’inflazione, l’aumento del costo dell’energia e dei fertilizzanti. Ciononostante, lavorano duramente ogni giorno per produrre il cibo di qualità che mangiamo. Per questo, dobbiamo loro apprezzamento, ringraziamento e rispetto». Parole stupefacenti, indice di un’improvvisa euro-resipiscenza, o di un disperato tentativi di intortare gli agricoltori di mezza Europa. In questi quattro anni e mezzo la Commissione da lei guidata ha aumentato i costi per gli agricoltori, caricando sulle loro spalle gran parte della transizione ecologica. La proposta «Sur» mirava a ridurre del 50% l’uso dei pesticidi entro il 2030, ma era già stata respinta dal Parlamento europeo ed era nella palude dei negoziati tra governi e Parlamento. Insomma, il ritiro annunciato ieri è pura commedia. Così come poco credibile appare anche un altro annuncio sugli incentivi, che la Commissione Ue ha fatto di tutto per tagliare. Von der Leyen ha raccontato che «gli agricoltori hanno bisogno di un’argomentazione commerciale valida per le misure di miglioramento della natura e forse noi non l’abbiamo fatta in modo convincente. Di un vero e proprio incentivo che vada oltre la semplice perdita di resa. I sussidi pubblici possono fornire tali incentivi». Peccato che non ci sia alcuna ammissione sul fatto che le rotazioni obbligatorie dei terreni volute dalla Pac sono semplicemente un colpo basso agli agricoltori. Sempre ieri, la Commissione ha pubblicato un documento sugli obiettivi climatici dell’Unione per il 2040, in cui si annuncia una volontà di dialogo anche nei confronti del mondo agricolo. Nel documento compare un accenno al fatto che per il futuro non sarà sufficiente affrontare il tema di una «produzione alimentare competitiva e sostenibile» all’interno delle regole Ue, ma si ammette che l’Unione «dovrebbe anche lavorare per prevenire la concorrenza sleale e garantire condizioni di parità con i produttori extra Ue, in particolare attraverso accordi commerciali». È esattamente quello che chiedono da anni migliaia di aziende agricole europee, regolarmente inascoltate da Bruxelles. Per non parlare del fatto che l’Ue ha consentito accordi bilaterali tra Paesi membri e Paesi extraeuropei che hanno messo in ginocchio interi settori agricoli. Anche queste conversioni improvvise di Bruxelles (nei rapporti con Paesi come la Cina) sono un segno della grande paura per un voto che potrebbe spostare l’asse dell’Unione verso il centrodestra. E a proposito di centrodestra, uno dei suoi leader principali ieri non ha potuto che esultare per il passo indietro della Von der Leyen. Per Giorgia Meloni, «è una vittoria anche italiana l’annuncio della Commissione europea del ritiro della proposta legislativa sui pesticidi». «Fin dal suo insediamento», ha ricordato il premier, «il governo italiano sta lavorando in Europa, con grande concretezza e buon senso, per tracciare una strada diversa da quella percorsa finora e coniugare produzione agricola, rispetto del lavoro e sostenibilità ambientale». Il problema è che fin dai tempi del Trattato di Roma (1958), il grosso della politica agricola è passato all’Ue, che vi impegna circa il 40% del proprio bilancio e stabilisce l’indirizzo politico in termini di prezzi accessibili, reddito degli agricoltori, tutela ambientale e salvaguardia dei territori. Insomma, il problema dell’agricoltura italiana non è il ritorno alle esenzioni Irpef, ma una controparte politica che sta a 1.000 chilometri. 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La retromarcia di facciata sui pesticidi e i fertilizzanti fatta da Ursula von der Leyen - la presidente della Commissione europea, come anticipato dalla Verità, ha ritirato la direttiva che ne imponeva la riduzione e ieri il leghista Angelo Ciocca le ha simbolicamente regalato un modellino di carro agricolo - non è sufficiente a placare la protesta. Quanto a Sanremo il padrone di casa, Amadeus nella conferenza stampa di ieri, che ha illustrato la prima serata, ha ribadito: «Non cambio idea: ho aperto le porte». Ma ora a bussare al Festival c’è anche il segretario della Cgil, Maurizio Landini, che intima: «Siccome a Sanremo ci sarà anche il camper dei diritti della Cgil e del sindacato scuola, che sta girando per l’Italia per dire che per difendere i diritti bisogna bloccare l’autonomia differenziata, mi auguro che Amadeus e Sanremo diano spazio a tutti quelli che hanno la possibilità di difendere i diritti e il lavoro. Se il palco di Sanremo, che è un elemento non solo nazionale, ma internazionale, dà spazio anche alla lotta per i diritti e per il lavoro, è un fatto importante». Insomma da Festival della canzone a festival della rivendicazione per Landini è un attimo. Solo che con la protesta dei trattori sta il 68% degli italiani, così certifica un sondaggio di Euromedia research. Dal vertice della Rai che ha un cavallo, l’antenato dei trattori, per emblema però nessuna conferma. È trapelato solo un certo imbarazzo per il passo in avanti fatto da Amadeus ed è venuta una secca risposta: per ora non ci è arrivata alcuna richiesta. Si sa che è in corso una trattativa Rai-trattori con l’offerta di ospitare una delegazione all’Ariston, ma senza diritto di parola. Una parte del movimento agricolo però l’ha presa male e vuole marciare con i mezzi davanti al red carpet del Festival. Alessandra Oldoni, giovane allevatrice bresciana che è una dei leader del movimento che ha tante teste quante proteste, ha invece data per certa la partecipazione. «È probabile che io sia una degli agricoltori che andrà a parlare a Sanremo, per la cooperativa Riscatto agricolo di Bergamo. Vedremo quando ci inviterà Amadeus, ci sono già stati dei contatti: andremo con 20 trattori e sul palco andrà solo una nostra delegazione, di tre o quattro persone. Il giorno che si sta valutando è giovedì, penso che all’80% riusciremo ad andarci», questo annuncio la Oldoni lo ha fatto dai microfoni della Rai a Un giorno da pecora, dove ha ripetuto: «Non faremo azioni violente, il nostro obbiettivo è smontare il Green deal». E se a Strasburgo ieri un centinaio di trattori ha bloccato tutte le strade del centro e un folto gruppo di agricoltori ha manifestato davanti al Parlamento europeo, a Roma è in corso una trattativa per evitare che la Capitale oggi (forse domani) venga bloccata dai mezzi agricoli. Sono già oltre 1.500 quelli «parcheggiati» sulla Nomentana, altri presidi ci sono a Torrimpietra, Fiano Romano, Capena e Cecchina. Gli agricoltori sono affluiti da tutta Italia e la loro intenzione sarebbe quella di sfilare lungo via dei Fori Imperiali per arrivare fin sotto palazzo Chigi, dopo aver circondato il Colosseo. La prefettura di Roma, che vuole invece consentire un presidio di mezzi agricoli al limitare del raccordo anulare e poi una manifestazione degli agricoltori, ma senza trattori, sta cercando di trovare una rappresentanza comune del movimento con cui trattare. Il movimento ha diverse anime (e diversi leader), che ieri si sono mosse di nuovo. Corteo sull’Aurelia nel Grossetano, blocco del casello dell’A14 a Castel San Pietro, raduno annunciato per giovedì a Foggia e corteo di trattori ad Avellino. Venerdì nuovo blocco sul raccordo anulare a Roma. Amadeus ieri ha fatto chiaramente capire da che parte sta. «Ho fatto l’istituto agrario, mi hanno detto “vai a zappare la terra” e ho zappato davvero nella mia vita, e so anche guidare il trattore», ha sottolineato il conduttore del Festival. «La terra è estremamente importante, ci sono tanti lavoratori, non ne faccio una questione politica, ma è la politica che a volte sposa le cause. C’è gente che ha una difficoltà enorme e io sono a favore delle persone: ripeto io non ne faccio una questione politica e non sono contro qualcuno. Nessuno mi ha chiamato. Se ci sarà qualcuno che contatterà la Rai, farà sapere chi sono le persone o la persona che ha desiderio di essere presente, lo valuteremo assolutamente. Ho aperto le porte e non torno indietro». Poi ha anche risposto a una domanda che tentava di contrapporre gli agricoltori agli imbrattatori di Ultima generazione. Ormai da sinistra la vulgata vuole che il movimento dei trattori sia guidato da chi è contro l’ambiente. Amadeus ha replicato: «Ci sono tanti argomenti che sarebbero importanti: quello ecologico, i lavoratori, noi tocchiamo l’argomento delle morti sul lavoro con una canzone. Ognuno ha ragione di dire la propria. È chiaro che il palco dell’Ariston non può essere il palco che può accogliere tante manifestazioni di protesta. Quella dei trattori sta coinvolgendo tutta l’Europa».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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