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2024-03-28
La tradizione europea secondo Adriano Romualdi
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Adriano Romualdi. Nel riquadro la cover del libro «Sul problema d'una Tradizione Europea»
Il libretto dell’intellettuale scomparso prematuramente nel 1973 torna nelle librerie, con una prefazione che ricostruisce alcuni aspetti sorprendenti della genesi dello scritto.
Adriano Romualdi rappresenta una delle voci più originali e profonde della destra radicale del dopoguerra, ma anche uno dei più grossi rimpianti per questo stesso ambiente: la prematura scomparsa a soli 33 anni in un incidente automobilistico privò infatti il suo ambiente di riferimento di un sicuro riferimento, con il quale, forse, se il fato avesse voluto diversamente, la storia politica italiana sarebbe stata differente. Tra i tanti contributi che Romualdi ebbe comunque modo di lasciare ai posteri, malgrado la giovane età, c’è sicuramente Sul problema d’una Tradizione Europea, che può essere considerata, pur nella sua brevità, la summa del suo pensiero storico e metastorico e in cui riecheggiano le argomentazioni di Julius Evola e Oswald Spengler, ma in una forma molto più sintetica e ficcante.
Il saggetto, uscito anche in traduzione spagnola e francese, trova ora nuova vita editoriale per i tipi de L’Arco e la Corte, arricchita da una prefazione di quello che forse è il maggiore conoscitore dell’opera di Romualdi, ovvero Alberto Lombardo. Il quale ricostruisce la genesi dell’opera, rivelando particolari inediti anche piuttosto sorprendenti. Il testo nasce infatti come contributo per la rivista (tuttora attiva) Vie della Tradizione, al cui direttore, Gaspare Cannizzo, Romualdi era stato segnalato da Julius Evola in persona. Il testo uscì in tre parti tra il 1971 e il ’72 per essere poi pubblicato in forma unitaria nel 1973 e in una seconda edizione nel 1996. La cosa interessante rilevata da Lombardo, tuttavia, è che questo scritto, che costituisce una delle ultime opere dell’autore (Romualdi morirà il 12 agosto 1973), sarebbe in verità una revisione e una attualizzazione di una serie di articoli usciti a partire dal 1957, quando Adriano era uno studente liceale e dava vita a un giornale studentesco, Le corna del diavolo. Qui, il figlio del missino Pino Romualdi pubblicò una serie di articoli che per tematiche e approccio costituiscono già l’ossatura de Sul problema d’una Tradizione Europea, fatti salvi ovviamente gli interventi per affinare qualche unilateralità adolescenziale. Un dato, questo, che la dice lunga sulla coerenza e la precocità della visione del mondo romualdiana.
Sul problema d’una Tradizione Europea, come detto, è per molti versi una sintesi del grande affresco di morfologia della civiltà operato da Evola e Spengler in, rispettivamente, Rivolta contro il mondo moderno e Il tramonto dell’occidente. Partendo da un tema solo apparentemente banale (cosa significa riferirsi a una tradizione europea? Cosa deve rientrare e cosa no in tale categoria?), Romualdi rifiuta ogni lettura conservatrice, rifiutandosi di accettare acriticamente come riferimento spirituale ogni forma politica e simbolica del passato europeo. Non ogni passato è radice (in questo, Romualdi incontrava non solo il suo maestro Evola, ma per esempio anche Martin Heidegger). Bisogna operare una selezione. Da dove partire, dunque? Romualdi non ha dubbi: dal mondo indoeuropeo. Nello scontro tra invasori indoeuropei e le vecchie civiltà dai riferimenti matriarcali che dominavano in Europa millenni fa, Romualdi vede un vero e proprio scontro di civiltà peraltro replicatosi infinite volte nel corso della storia, quello tra il cielo e la terra, tra il virile e il femmineo, tra l’ordine e il caos.
In questa visione rigidamente dualistica, mutuata per lo più da Evola, c’è più di uno schematismo unilaterale: le tradizioni viventi, anche quelle di matrice indoeuropea, sono più olistiche, più organiche, meno manichee, anche se il loro carattere guerriero e patriarcale non è comunque messo in discussione dagli storici. Va tuttavia detto che la ricostruzione di Romualdi è dichiaratamente «politica», frutto di una sintesi che vuole sin da subito essere in una certa misura «arbitraria», poiché fondamentalmente operativa. Insomma, l’autore vuole fornire riferimenti a un mondo militante, non scrivere un saggio accademico. Alcune forzature si spiegano anche con la volontà di combattere un certo tradizionalismo disancorato, spiritualeggiante e confusionario in voga in certi ambienti.
Quel che colpisce, semmai, è la parte finale, in cui Romualdi prende di petto il mondo moderno e il problema della tecnica, ma senza cedere alla tentazione reazionaria o apocalittica. Anzi.
Scrive l’autore: «Una moderna spiritualità europea non potrà non configurarsi come essenzialmente attiva in un mondo il cui tema centrale è quello del padroneggiamento delle forze elementari. L'invasione dell'elementare - tecniche, distanze, eccitazioni - sembra essere la caratteristica della nostra epoca. Esso richiede una capacità di disciplina e di semplificazione aliena da ogni sbavatura spiritualistica. Uno stile che voglia cogliere, nelle luci bianche, e ferme, e metalliche d'una certa modernità, quasi il presagio d'un nuovo classicismo. Lo stile d'una metafisica dello sforzo e della formazione di sé». E ancora, con argomenti e toni che anticipano quelli che qualche anno dopo saranno di casa nella Nouvelle droite: «La cristianità appartiene al passato, ma simboli ancor più antichi sembran guardarci con nuova freschezza. La scoperta delle Americhe si compì a bordo della Santa Maria; lo sbarco sulla luna col missile Apollon. Cristo e Maria sbiadiscono, ma il volto apollineo della razionalità ariana rifulge di nuovo». Tanto basta a spiegare il carattere originale del libretto in questione.
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Il libretto dell’intellettuale scomparso prematuramente nel 1973 torna nelle librerie, con una prefazione che ricostruisce alcuni aspetti sorprendenti della genesi dello scritto.Adriano Romualdi rappresenta una delle voci più originali e profonde della destra radicale del dopoguerra, ma anche uno dei più grossi rimpianti per questo stesso ambiente: la prematura scomparsa a soli 33 anni in un incidente automobilistico privò infatti il suo ambiente di riferimento di un sicuro riferimento, con il quale, forse, se il fato avesse voluto diversamente, la storia politica italiana sarebbe stata differente. Tra i tanti contributi che Romualdi ebbe comunque modo di lasciare ai posteri, malgrado la giovane età, c’è sicuramente Sul problema d’una Tradizione Europea, che può essere considerata, pur nella sua brevità, la summa del suo pensiero storico e metastorico e in cui riecheggiano le argomentazioni di Julius Evola e Oswald Spengler, ma in una forma molto più sintetica e ficcante. Il saggetto, uscito anche in traduzione spagnola e francese, trova ora nuova vita editoriale per i tipi de L’Arco e la Corte, arricchita da una prefazione di quello che forse è il maggiore conoscitore dell’opera di Romualdi, ovvero Alberto Lombardo. Il quale ricostruisce la genesi dell’opera, rivelando particolari inediti anche piuttosto sorprendenti. Il testo nasce infatti come contributo per la rivista (tuttora attiva) Vie della Tradizione, al cui direttore, Gaspare Cannizzo, Romualdi era stato segnalato da Julius Evola in persona. Il testo uscì in tre parti tra il 1971 e il ’72 per essere poi pubblicato in forma unitaria nel 1973 e in una seconda edizione nel 1996. La cosa interessante rilevata da Lombardo, tuttavia, è che questo scritto, che costituisce una delle ultime opere dell’autore (Romualdi morirà il 12 agosto 1973), sarebbe in verità una revisione e una attualizzazione di una serie di articoli usciti a partire dal 1957, quando Adriano era uno studente liceale e dava vita a un giornale studentesco, Le corna del diavolo. Qui, il figlio del missino Pino Romualdi pubblicò una serie di articoli che per tematiche e approccio costituiscono già l’ossatura de Sul problema d’una Tradizione Europea, fatti salvi ovviamente gli interventi per affinare qualche unilateralità adolescenziale. Un dato, questo, che la dice lunga sulla coerenza e la precocità della visione del mondo romualdiana.Sul problema d’una Tradizione Europea, come detto, è per molti versi una sintesi del grande affresco di morfologia della civiltà operato da Evola e Spengler in, rispettivamente, Rivolta contro il mondo moderno e Il tramonto dell’occidente. Partendo da un tema solo apparentemente banale (cosa significa riferirsi a una tradizione europea? Cosa deve rientrare e cosa no in tale categoria?), Romualdi rifiuta ogni lettura conservatrice, rifiutandosi di accettare acriticamente come riferimento spirituale ogni forma politica e simbolica del passato europeo. Non ogni passato è radice (in questo, Romualdi incontrava non solo il suo maestro Evola, ma per esempio anche Martin Heidegger). Bisogna operare una selezione. Da dove partire, dunque? Romualdi non ha dubbi: dal mondo indoeuropeo. Nello scontro tra invasori indoeuropei e le vecchie civiltà dai riferimenti matriarcali che dominavano in Europa millenni fa, Romualdi vede un vero e proprio scontro di civiltà peraltro replicatosi infinite volte nel corso della storia, quello tra il cielo e la terra, tra il virile e il femmineo, tra l’ordine e il caos. In questa visione rigidamente dualistica, mutuata per lo più da Evola, c’è più di uno schematismo unilaterale: le tradizioni viventi, anche quelle di matrice indoeuropea, sono più olistiche, più organiche, meno manichee, anche se il loro carattere guerriero e patriarcale non è comunque messo in discussione dagli storici. Va tuttavia detto che la ricostruzione di Romualdi è dichiaratamente «politica», frutto di una sintesi che vuole sin da subito essere in una certa misura «arbitraria», poiché fondamentalmente operativa. Insomma, l’autore vuole fornire riferimenti a un mondo militante, non scrivere un saggio accademico. Alcune forzature si spiegano anche con la volontà di combattere un certo tradizionalismo disancorato, spiritualeggiante e confusionario in voga in certi ambienti.Quel che colpisce, semmai, è la parte finale, in cui Romualdi prende di petto il mondo moderno e il problema della tecnica, ma senza cedere alla tentazione reazionaria o apocalittica. Anzi.Scrive l’autore: «Una moderna spiritualità europea non potrà non configurarsi come essenzialmente attiva in un mondo il cui tema centrale è quello del padroneggiamento delle forze elementari. L'invasione dell'elementare - tecniche, distanze, eccitazioni - sembra essere la caratteristica della nostra epoca. Esso richiede una capacità di disciplina e di semplificazione aliena da ogni sbavatura spiritualistica. Uno stile che voglia cogliere, nelle luci bianche, e ferme, e metalliche d'una certa modernità, quasi il presagio d'un nuovo classicismo. Lo stile d'una metafisica dello sforzo e della formazione di sé». E ancora, con argomenti e toni che anticipano quelli che qualche anno dopo saranno di casa nella Nouvelle droite: «La cristianità appartiene al passato, ma simboli ancor più antichi sembran guardarci con nuova freschezza. La scoperta delle Americhe si compì a bordo della Santa Maria; lo sbarco sulla luna col missile Apollon. Cristo e Maria sbiadiscono, ma il volto apollineo della razionalità ariana rifulge di nuovo». Tanto basta a spiegare il carattere originale del libretto in questione.
JD Vance insieme a Benjamin Netanyahu (Ansa)
Stando ad Axios, il vicepresidente americano assumerà infatti un ruolo di primo piano negli eventuali colloqui che si terranno tra Washington e Teheran. D’altronde, il numero due della Casa Bianca ha già avuto vari contatti con Benjamin Netanyahu e ieri si è anche incontrato con il primo ministro del Qatar, Abdulrahman bin Jassim Al Thani. Il ritorno in auge di Vance è significativo, soprattutto alla luce del fatto che, durante le prime settimane di conflitto, il diretto interessato era fondamentalmente sparito dai radar. Non è del resto un mistero che il vicepresidente fosse scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Il fatto che Trump stia puntando su di lui per gli eventuali negoziati offre quindi alcuni interessanti spunti di analisi.
In primis, il presidente americano vuole (parzialmente) marginalizzare Steve Witkoff e Jared Kushner, che finora non hanno fatto grossi progressi sul dossier iraniano. Inoltre, Trump, secondo cui la guerra «sta andando alla grande», vuole far leva su Vance per portare Netanyahu ad allinearsi alla strategia di Washington. Senza dubbio il premier israeliano e il presidente americano sono accomunati dalla volontà di impedire all’Iran sia di acquisire l’atomica sia di continuare a sviluppare il proprio programma missilistico. Entrambi auspicano inoltre che il regime cessi di foraggiare i suoi pericolosi proxy regionali. Tra i due leader sono tuttavia emerse divergenze sulla durata del conflitto e sul futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran. Secondo il New York Times, il premier israeliano temerebbe che un cessate il fuoco troppo rapido impedisca allo Stato ebraico di debellare l’intera industria militare iraniana. Inoltre, Netanyahu propende per un regime change a Teheran, laddove Trump auspica una soluzione venezuelana: punta, cioè, a interloquire con un pezzo del vecchio regime, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Una linea, questa, con cui l’inquilino della Casa Bianca spera di conseguire due obiettivi: evitare di restare invischiato in costosi processi di nation building e avviare in futuro una cooperazione con l’Iran nel settore petrolifero. Di contro, Netanyahu teme che la soluzione venezuelana, evitando di smantellare totalmente il khomeinismo, non sia in grado di risolvere alla radice i problemi di sicurezza dello Stato ebraico.
Ebbene, schierando Vance, Trump mira a spingere il premier israeliano ad accettare la linea di Washington. Già a ottobre era emerso come, all’interno dell’amministrazione americana, il vicepresidente fosse la figura meno conciliante nei confronti di Netanyahu. Tra l’altro, proprio ieri, Axios ha riferito che, all’inizio di questa settimana, i due avrebbero avuto una telefonata piuttosto tesa, in cui Vance avrebbe rimproverato il premier israeliano per le sue previsioni troppo ottimistiche sull’esito della guerra all’Iran. In particolare, il vice di Trump si sarebbe riferito all’eventualità, ventilata da Netanyahu, di riuscire a fomentare una rivolta popolare contro il regime khomeinista. Non solo. Axios ha anche riferito che «i funzionari dell’amministrazione sospettano che agenti stranieri stiano diffondendo la notizia che l’Iran vuole negoziare con Vance». Infine, il vicepresidente, secondo cui la guerra durerà comunque ancora alcune settimane, è politicamente assai vicino ai colletti blu della Rust Belt: una quota elettorale che si è rivelata decisiva per riportare Trump alla Casa Bianca nel 2024. Vance è quindi anche utile al presidente per tendere una mano a quella parte di base elettorale che si è mostrata fredda verso l’intervento militare contro l’Iran. Una dinamica, questa, che avrà delle ripercussioni anche sulle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Marco Rubio si era notevolmente rafforzato dopo la cattura di Nicolas Maduro. Adesso, Vance spera di usare la diplomazia iraniana per riacquisire peso e tornare in pista. E proprio Rubio ieri, dal G7 in Francia, ha detto di attendersi che il conflitto terminerà «entro poche settimane, non mesi», per poi auspicare che i Paesi del G7 stesso svolgano un ruolo a Hormuz dopo la fine della guerra. Oltre a ipotizzare di dirottare armi destinate a Kiev alle esigenze belliche in Iran, il segretario di Stato ha anche sottolineato che gli Usa contano di raggiungere i loro obiettivi «senza truppe di terra». Attenzione: Vance non è un isolazionista puro né Rubio, per quanto fautore di una politica estera più proattiva, un neocon esaltato (contrariamente a quanto spesso si è detto, secondo Politico, anche lui non era convinto di un attacco su vasta scala). I due collaborano (e sotto sotto competono) per intestarsi un ruolo nella conclusione del conflitto. Come detto, la posizione di Vance sta tornando a rafforzarsi. Ma Rubio farà prevedibilmente leva sul suo incarico di consigliere per la sicurezza nazionale ad interim per continuare ad avere un ascendente su Trump.
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Volodymyr Zelensky con Mohammad bin Salman Al Sa'ud (Ansa)
Si tratta di un segnale negativo per Vladimir Putin, che negli ultimi anni aveva coltivato relazioni strette con il principe ereditario Mohammed bin Salman. La nuova apertura verso Kiev viene osservata con attenzione anche da altri Paesi del Golfo, interessati alle tecnologie ucraine e alla diversificazione delle partnership strategiche. Allo stesso tempo emergono indicazioni secondo cui la Cina avrebbe fornito all’Iran componenti elettronici e tecnologie sensibili. Questo elemento amplia il quadro, perché suggerisce che Pechino non si limita a sostenere indirettamente Mosca, ma contribuisce anche al rafforzamento industriale e militare di Teheran. Una simile sovrapposizione rende più complesso per Donald Trump ottenere risultati rapidi su uno dei due fronti. La pressione sull’Iran non è più isolata, ma inserita in una rete di supporto tecnologico e politico in cui la Cina gioca un ruolo centrale. La guerra in Ucraina continua a essere influenzata da questa dinamica, poiché la moltiplicazione delle crisi riduce la capacità occidentale di concentrare risorse su un solo teatro. Ne deriva una progressiva fusione geopolitica dei conflitti.
L’Ucraina non rappresenta più esclusivamente un fronte europeo e la crisi iraniana non è più confinata al Medio Oriente. Entrambe diventano parti di una competizione sistemica tra Washington e Pechino. In questo contesto ogni tentativo di chiudere rapidamente il conflitto ucraino si scontra con un ostacolo strutturale: mentre si negozia su Kiev, si apre un fronte tecnologico e militare legato all’Iran sostenuto dalla Cina, interessata a mantenere gli Stati Uniti impegnati su più scenari. Tenere Washington coinvolta contemporaneamente in Europa orientale e in Medio Oriente consente inoltre alla Cina di guadagnare tempo sul dossier indo-pacifico e, in prospettiva, su Taiwan. Negli ultimi anni la Cina è diventata il principale fornitore per la Russia di beni a duplice uso, ovvero prodotti civili impiegabili anche in ambito militare.
Non si tratta di armi, ma di microchip, macchinari industriali avanzati, componenti elettronici e materie prime strategiche che consentono all’industria russa di sostenere lo sforzo bellico nonostante le sanzioni. Le stime indicano che nel 2024 il valore di queste forniture abbia superato i quattro miliardi di dollari. Ancora più significativa è la quota: circa il 90% delle importazioni russe di tecnologie sensibili proverrebbe da aziende cinesi, con una dipendenza quasi totale in alcuni settori come la microelettronica. Il contributo riguarda soprattutto macchine utensili e sistemi a controllo numerico indispensabili per produrre missili, droni e mezzi militari. Tra il 2023 e il 2024 una quota compresa tra l’80% e il 90% di questi macchinari acquistati da Mosca sarebbe di origine cinese.
A ciò si aggiungono esportazioni di minerali critici come gallio e germanio, fondamentali per semiconduttori, radar e tecnologie avanzate. Pur non configurandosi come aiuti militari diretti, queste forniture hanno un peso strategico rilevante. Senza tali componenti la capacità produttiva russa sarebbe fortemente ridotta, mentre la rete commerciale con Pechino permette di sostituire i fornitori occidentali e mantenere attiva l’industria della Difesa. Questo intreccio rende il quadro estremamente complesso. Non si tratta più di gestire crisi regionali separate, ma di affrontare un equilibrio globale. Se la Cina continua a sostenere l’Iran e mantiene contemporaneamente il proprio ruolo nel dossier russo, qualsiasi soluzione in Ucraina rischia di rivelarsi fragile. I due conflitti tendono così a diventare parti dello stesso confronto strategico. Ulteriori tensioni emergono dalle accuse secondo cui la società cinese Smic, principale produttore nazionale di semiconduttori, avrebbe fornito strumenti per la fabbricazione di chip al complesso militare iraniano. Due funzionari dell’amministrazione Trump sostengono che la cooperazione sarebbe iniziata circa un anno fa e comprenderebbe anche supporto tecnico.
Le dichiarazioni, rilasciate in forma anonima, non chiariscono l’origine delle apparecchiature né eventuali violazioni delle sanzioni. Smic, l’ambasciata cinese a Washington e la missione iraniana all’Onu non hanno commentato, mentre Pechino ribadisce di mantenere normali relazioni commerciali con Teheran. Le rivelazioni si inseriscono in un quadro già teso. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha invitato al dialogo, ma le accuse rischiano di aggravare le tensioni tra Washington e Pechino. In precedenza era emersa anche la possibilità di un accordo tra Iran e Cina per missili antinave, mentre gli Stati Uniti rafforzavano la presenza navale nella regione. Washington ha inoltre intensificato le restrizioni contro Smic e altri produttori cinesi per limitare l’accesso alle tecnologie occidentali per i semiconduttori avanzati. Questi elementi confermano che i conflitti in Ucraina e Medio Oriente non sono più separati, ma parti di una competizione globale in cui tecnologia, energia e alleanze regionali si intrecciano, rendendo sempre più difficile una soluzione rapida.
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Orazio Sciortino, pianista concertista e compositore contemporaneo, ci guida nel mondo della musica «colta» di oggi. Un'apparente Babele del linguaggio nella quale tutti gli ingredienti del passato sono a disposizione degli artisti.
Donald Trump (Ansa)
Con la guerra il presidente americano ha trasformato la comunicazione in roulette verbale: «Abbiamo vinto». Ma anche «dobbiamo finire il lavoro». «Non vogliamo il cambio di regime», salvo poi annunciare che il cambio di regime c’è stato. Nessuno, però, se n’è accorto. «Non sappiamo con chi parlare», ma anche «stiamo parlando con le persone giuste». Una girandola di dichiarazioni che ha attirato perfino il sarcasmo degli ayatollah, che non brillano certo per ironia: «Gli Stati Uniti trattano con se stessi». L’accordo? Forse sì. Forse no. Forse vediamo. Più che una strategia, un flusso di coscienza. Più che una dottrina, una diretta streaming. Nel frattempo, il vicepresidente JD Vance agita le mani come un vigile urbano all’incrocio: niente pantano, guerra breve, esercito iraniano già archiviato. In altre parole; usciamo prima che qualcuno faccia domande. Il problema è che le domande le stanno facendo i mercati. E, per la prima volta, non aspettano le risposte. Trump prova il vecchio numero: annuncia una moratoria di dieci giorni nei bombardamenti. Fino al 6 aprile terrà gli aerei lontani dalle centrali elettriche. In altri tempi sarebbe bastato per accendere i listini come un albero di Natale. Stavolta niente. I mercati ascoltano distrattamente. Un po’ come si fa con un vecchio zio. Poi cambiano discorso. Gli indici europei scendono tutti insieme, senza nemmeno litigare: Euro Stoxx 50 e Stoxx 600 giù dell’1%, Francoforte meno 1,3% , Parigi poco sotto, Milano cala dello 0,74% trascinata da industriali e tecnologia. Non è un crollo, è un’alzata di spalle collettiva. Che, per un presidente Usa, è peggio. Di gran lunga peggiore la reazione di Wall Street. Gli indici principali, a metà seduta segnano cali intorno all’1,5%. Le parole di Trump non bastano più a mettere il ghiaccio sulle ferite. Lo Stretto di Hormuz è mezzo chiuso, quindici milioni di barili al giorno restano imbottigliati come pendolari all’ora di punta. Il petrolio sale, supera la soglia dei 105 dollari, cresce di circa il 5%. Ogni barile conta, dicono gli esperti. E quando iniziano a contare i barili, significa che qualcuno ha perso il controllo della narrativa. Ma il vero termometro non è il petrolio. È il debito americano. I Treasury decennali si arrampicano al 4,42%, con lo sguardo fisso su quel 4,5% che, in passato, faceva cambiare tono alla Casa Bianca. Era il punto in cui Trump smetteva di fare il duro e iniziava a fare il ragioniere. Ci ha provato anche stavolta. Solo che il mercato ha cambiato fede. Non crede più ai miracoli. E poi, come in ogni romanzo giallo che si rispetti, arriva il dettaglio che trasforma il sospetto in trama. A fare la ricostruzione è il Financial Times. Mette in luce che lunedì mattina, tra le 6:49 e le 6:51, qualcuno vende sei milioni di barili di petrolio. Due minuti netti. Chirurgici. Alle 7:05 arriva il post presidenziale: pausa negli attacchi. Il prezzo del barile cade. Applausi per chi era già seduto dalla parte giusta del tavolo. Sedici minuti prima dell’annuncio, erano stati piazzati 580 milioni di dollari sul ribasso. Contemporaneamente erano stati acquistati futures per 1,5 miliardi di dollari scommettendo sul rialzo di Wall Street che puntualmente si è verificato. Che tempismo. Non è finita. Nei giorni precedenti, centinaia di scommesse azzeccano con precisione millimetrica l’ora di inizio della guerra. Operazioni milionarie si muovono pochi minuti prima dei post presidenziali. Futures comprati e venduti con una sincronia da metronomo. Il senatore democratico Chris Murphy pone la domanda più semplice, e quindi la più pericolosa: chi sapeva delle decisioni della Casa Bianca? La risposta ufficiale è impeccabile. Tutto regolare. Tutto etico. Tutto perfetto. Nel frattempo, però, l’ufficio del Dipartimento di Giustizia che si occupava proprio di queste cose - frodi, insider trading, piccole distrazioni da milioni - viene ridotto ai minimi termini. Da 36 a due avvocati. Praticamente una riunione del condominio davanti al caminetto. Coincidenze. Naturalmente. Il quadro si completa. Non è la guerra, non è il petrolio, non sono nemmeno i bond. È la fiducia che si è sfilacciata, punto dopo punto, dichiarazione dopo dichiarazione. Trump continua a parlare.
Una volta muoveva i mercati con una frase. Oggi non riesce nemmeno a convincerli con una pausa. Il tocco magico è finito. E Wall Street, che non ha senso dell’umorismo, ma ha una memoria eccellente, ha smesso di applaudire.
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