True
2024-03-28
La tradizione europea secondo Adriano Romualdi
True
Adriano Romualdi. Nel riquadro la cover del libro «Sul problema d'una Tradizione Europea»
Il libretto dell’intellettuale scomparso prematuramente nel 1973 torna nelle librerie, con una prefazione che ricostruisce alcuni aspetti sorprendenti della genesi dello scritto.
Adriano Romualdi rappresenta una delle voci più originali e profonde della destra radicale del dopoguerra, ma anche uno dei più grossi rimpianti per questo stesso ambiente: la prematura scomparsa a soli 33 anni in un incidente automobilistico privò infatti il suo ambiente di riferimento di un sicuro riferimento, con il quale, forse, se il fato avesse voluto diversamente, la storia politica italiana sarebbe stata differente. Tra i tanti contributi che Romualdi ebbe comunque modo di lasciare ai posteri, malgrado la giovane età, c’è sicuramente Sul problema d’una Tradizione Europea, che può essere considerata, pur nella sua brevità, la summa del suo pensiero storico e metastorico e in cui riecheggiano le argomentazioni di Julius Evola e Oswald Spengler, ma in una forma molto più sintetica e ficcante.
Il saggetto, uscito anche in traduzione spagnola e francese, trova ora nuova vita editoriale per i tipi de L’Arco e la Corte, arricchita da una prefazione di quello che forse è il maggiore conoscitore dell’opera di Romualdi, ovvero Alberto Lombardo. Il quale ricostruisce la genesi dell’opera, rivelando particolari inediti anche piuttosto sorprendenti. Il testo nasce infatti come contributo per la rivista (tuttora attiva) Vie della Tradizione, al cui direttore, Gaspare Cannizzo, Romualdi era stato segnalato da Julius Evola in persona. Il testo uscì in tre parti tra il 1971 e il ’72 per essere poi pubblicato in forma unitaria nel 1973 e in una seconda edizione nel 1996. La cosa interessante rilevata da Lombardo, tuttavia, è che questo scritto, che costituisce una delle ultime opere dell’autore (Romualdi morirà il 12 agosto 1973), sarebbe in verità una revisione e una attualizzazione di una serie di articoli usciti a partire dal 1957, quando Adriano era uno studente liceale e dava vita a un giornale studentesco, Le corna del diavolo. Qui, il figlio del missino Pino Romualdi pubblicò una serie di articoli che per tematiche e approccio costituiscono già l’ossatura de Sul problema d’una Tradizione Europea, fatti salvi ovviamente gli interventi per affinare qualche unilateralità adolescenziale. Un dato, questo, che la dice lunga sulla coerenza e la precocità della visione del mondo romualdiana.
Sul problema d’una Tradizione Europea, come detto, è per molti versi una sintesi del grande affresco di morfologia della civiltà operato da Evola e Spengler in, rispettivamente, Rivolta contro il mondo moderno e Il tramonto dell’occidente. Partendo da un tema solo apparentemente banale (cosa significa riferirsi a una tradizione europea? Cosa deve rientrare e cosa no in tale categoria?), Romualdi rifiuta ogni lettura conservatrice, rifiutandosi di accettare acriticamente come riferimento spirituale ogni forma politica e simbolica del passato europeo. Non ogni passato è radice (in questo, Romualdi incontrava non solo il suo maestro Evola, ma per esempio anche Martin Heidegger). Bisogna operare una selezione. Da dove partire, dunque? Romualdi non ha dubbi: dal mondo indoeuropeo. Nello scontro tra invasori indoeuropei e le vecchie civiltà dai riferimenti matriarcali che dominavano in Europa millenni fa, Romualdi vede un vero e proprio scontro di civiltà peraltro replicatosi infinite volte nel corso della storia, quello tra il cielo e la terra, tra il virile e il femmineo, tra l’ordine e il caos.
In questa visione rigidamente dualistica, mutuata per lo più da Evola, c’è più di uno schematismo unilaterale: le tradizioni viventi, anche quelle di matrice indoeuropea, sono più olistiche, più organiche, meno manichee, anche se il loro carattere guerriero e patriarcale non è comunque messo in discussione dagli storici. Va tuttavia detto che la ricostruzione di Romualdi è dichiaratamente «politica», frutto di una sintesi che vuole sin da subito essere in una certa misura «arbitraria», poiché fondamentalmente operativa. Insomma, l’autore vuole fornire riferimenti a un mondo militante, non scrivere un saggio accademico. Alcune forzature si spiegano anche con la volontà di combattere un certo tradizionalismo disancorato, spiritualeggiante e confusionario in voga in certi ambienti.
Quel che colpisce, semmai, è la parte finale, in cui Romualdi prende di petto il mondo moderno e il problema della tecnica, ma senza cedere alla tentazione reazionaria o apocalittica. Anzi.
Scrive l’autore: «Una moderna spiritualità europea non potrà non configurarsi come essenzialmente attiva in un mondo il cui tema centrale è quello del padroneggiamento delle forze elementari. L'invasione dell'elementare - tecniche, distanze, eccitazioni - sembra essere la caratteristica della nostra epoca. Esso richiede una capacità di disciplina e di semplificazione aliena da ogni sbavatura spiritualistica. Uno stile che voglia cogliere, nelle luci bianche, e ferme, e metalliche d'una certa modernità, quasi il presagio d'un nuovo classicismo. Lo stile d'una metafisica dello sforzo e della formazione di sé». E ancora, con argomenti e toni che anticipano quelli che qualche anno dopo saranno di casa nella Nouvelle droite: «La cristianità appartiene al passato, ma simboli ancor più antichi sembran guardarci con nuova freschezza. La scoperta delle Americhe si compì a bordo della Santa Maria; lo sbarco sulla luna col missile Apollon. Cristo e Maria sbiadiscono, ma il volto apollineo della razionalità ariana rifulge di nuovo». Tanto basta a spiegare il carattere originale del libretto in questione.
Continua a leggereRiduci
Il libretto dell’intellettuale scomparso prematuramente nel 1973 torna nelle librerie, con una prefazione che ricostruisce alcuni aspetti sorprendenti della genesi dello scritto.Adriano Romualdi rappresenta una delle voci più originali e profonde della destra radicale del dopoguerra, ma anche uno dei più grossi rimpianti per questo stesso ambiente: la prematura scomparsa a soli 33 anni in un incidente automobilistico privò infatti il suo ambiente di riferimento di un sicuro riferimento, con il quale, forse, se il fato avesse voluto diversamente, la storia politica italiana sarebbe stata differente. Tra i tanti contributi che Romualdi ebbe comunque modo di lasciare ai posteri, malgrado la giovane età, c’è sicuramente Sul problema d’una Tradizione Europea, che può essere considerata, pur nella sua brevità, la summa del suo pensiero storico e metastorico e in cui riecheggiano le argomentazioni di Julius Evola e Oswald Spengler, ma in una forma molto più sintetica e ficcante. Il saggetto, uscito anche in traduzione spagnola e francese, trova ora nuova vita editoriale per i tipi de L’Arco e la Corte, arricchita da una prefazione di quello che forse è il maggiore conoscitore dell’opera di Romualdi, ovvero Alberto Lombardo. Il quale ricostruisce la genesi dell’opera, rivelando particolari inediti anche piuttosto sorprendenti. Il testo nasce infatti come contributo per la rivista (tuttora attiva) Vie della Tradizione, al cui direttore, Gaspare Cannizzo, Romualdi era stato segnalato da Julius Evola in persona. Il testo uscì in tre parti tra il 1971 e il ’72 per essere poi pubblicato in forma unitaria nel 1973 e in una seconda edizione nel 1996. La cosa interessante rilevata da Lombardo, tuttavia, è che questo scritto, che costituisce una delle ultime opere dell’autore (Romualdi morirà il 12 agosto 1973), sarebbe in verità una revisione e una attualizzazione di una serie di articoli usciti a partire dal 1957, quando Adriano era uno studente liceale e dava vita a un giornale studentesco, Le corna del diavolo. Qui, il figlio del missino Pino Romualdi pubblicò una serie di articoli che per tematiche e approccio costituiscono già l’ossatura de Sul problema d’una Tradizione Europea, fatti salvi ovviamente gli interventi per affinare qualche unilateralità adolescenziale. Un dato, questo, che la dice lunga sulla coerenza e la precocità della visione del mondo romualdiana.Sul problema d’una Tradizione Europea, come detto, è per molti versi una sintesi del grande affresco di morfologia della civiltà operato da Evola e Spengler in, rispettivamente, Rivolta contro il mondo moderno e Il tramonto dell’occidente. Partendo da un tema solo apparentemente banale (cosa significa riferirsi a una tradizione europea? Cosa deve rientrare e cosa no in tale categoria?), Romualdi rifiuta ogni lettura conservatrice, rifiutandosi di accettare acriticamente come riferimento spirituale ogni forma politica e simbolica del passato europeo. Non ogni passato è radice (in questo, Romualdi incontrava non solo il suo maestro Evola, ma per esempio anche Martin Heidegger). Bisogna operare una selezione. Da dove partire, dunque? Romualdi non ha dubbi: dal mondo indoeuropeo. Nello scontro tra invasori indoeuropei e le vecchie civiltà dai riferimenti matriarcali che dominavano in Europa millenni fa, Romualdi vede un vero e proprio scontro di civiltà peraltro replicatosi infinite volte nel corso della storia, quello tra il cielo e la terra, tra il virile e il femmineo, tra l’ordine e il caos. In questa visione rigidamente dualistica, mutuata per lo più da Evola, c’è più di uno schematismo unilaterale: le tradizioni viventi, anche quelle di matrice indoeuropea, sono più olistiche, più organiche, meno manichee, anche se il loro carattere guerriero e patriarcale non è comunque messo in discussione dagli storici. Va tuttavia detto che la ricostruzione di Romualdi è dichiaratamente «politica», frutto di una sintesi che vuole sin da subito essere in una certa misura «arbitraria», poiché fondamentalmente operativa. Insomma, l’autore vuole fornire riferimenti a un mondo militante, non scrivere un saggio accademico. Alcune forzature si spiegano anche con la volontà di combattere un certo tradizionalismo disancorato, spiritualeggiante e confusionario in voga in certi ambienti.Quel che colpisce, semmai, è la parte finale, in cui Romualdi prende di petto il mondo moderno e il problema della tecnica, ma senza cedere alla tentazione reazionaria o apocalittica. Anzi.Scrive l’autore: «Una moderna spiritualità europea non potrà non configurarsi come essenzialmente attiva in un mondo il cui tema centrale è quello del padroneggiamento delle forze elementari. L'invasione dell'elementare - tecniche, distanze, eccitazioni - sembra essere la caratteristica della nostra epoca. Esso richiede una capacità di disciplina e di semplificazione aliena da ogni sbavatura spiritualistica. Uno stile che voglia cogliere, nelle luci bianche, e ferme, e metalliche d'una certa modernità, quasi il presagio d'un nuovo classicismo. Lo stile d'una metafisica dello sforzo e della formazione di sé». E ancora, con argomenti e toni che anticipano quelli che qualche anno dopo saranno di casa nella Nouvelle droite: «La cristianità appartiene al passato, ma simboli ancor più antichi sembran guardarci con nuova freschezza. La scoperta delle Americhe si compì a bordo della Santa Maria; lo sbarco sulla luna col missile Apollon. Cristo e Maria sbiadiscono, ma il volto apollineo della razionalità ariana rifulge di nuovo». Tanto basta a spiegare il carattere originale del libretto in questione.
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
Continua a leggereRiduci
Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
Continua a leggereRiduci
Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
Continua a leggereRiduci