Il comandante di quell’ufficio era il maggiore Maurizio Pappalardo, oggi accusato di numerosi reati e recentemente condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata. Ma nessuno lo ha ancora coinvolto ufficialmente nelle indagini sulla discussa archiviazione di Sempio su cui resta aperta un’inchiesta per corruzione.
Gli inquirenti della Procura di Brescia, a tal proposito, hanno sentito Pappalardo come persona informata dei fatti, anche perché nel cellulare dell’ufficiale in congedo gli investigatori hanno rinvenuto tre foto che immortalavano altrettanti documenti del fascicolo su Sempio. Ma nessuno è riuscito a spiegare come la bozza della richiesta di archiviazione, con tanto di correzioni scritte a mano e un nuovo incipit di undici righe appuntato a mano su un foglietto (con il logo della società di intercettazioni Rcs), sia potuta finire nel fascicolo «P» di Sempio.
Il dato certo è che la minuta è stata fotocopiata, probabilmente con una certa fretta o con superficialità. Infatti due pagine sono state duplicate insieme: della 17 si vede solo un angolo, sotto la piegatura della precedente. Quindi, chi ha fatto la copia di quell’atto segreto non si è preoccupato di controllare di avere il documento integrale. Lo stava facendo di nascosto, senza l’autorizzazione dei magistrati?
Le indagini dovranno trovare la risposta.
Intanto la pm che ha ammesso di avere redatto la bozza dell’istanza, Giulia Pezzino (che nel febbraio del 2025 si è dimessa dall’ordine giudiziario), ha spiegato ai colleghi di Brescia di averla inviata solo al proprio diretto superiore, Mario Venditti, oggi indagato per corruzione.
E a proposito dell’allegata noticina vergata a mano, ha spiegato: «Non ho mai visto questo scritto. Non riconosco la calligrafia, né il logo riportato sul foglio (Rcs, ndr). Non so a cosa corrisponda». L’ex magistrato non si accorge che quel testo non è altro che l’inizio dell’atto da lei firmato il 15 marzo 2017.
Come si può vedere nelle foto in questa pagina, quelli sull’incipit sono stati, comunque, interventi non sostanziali. A colpire è la sigla «fatto» in calce al testo tipica delle Procure, anche se nessuno, come vedremo ha, per ora, riconosciuto la paternità del documento.
Per quanto riguarda il resto della bozza rinvenuta nel fascicolo «P», le correzioni fatte a penna sono pochissime e alcune di queste non sono state recepite nel documento finale (come la proposta di inserire l’aggiunta «sua eventuale» alla parola «colpevolezza»).
Nella richiesta informale e non firmata predisposta dalla Pezzino si chiede l’archiviazione senza fare alcun riferimento agli eventuali avvisi da notificare alle persone offese o danneggiate legittimate a fare opposizione.
Invece, nella richiesta formale sottoscritta dalla Pezzino, da Venditti e dal procuratore Giorgio Reposo, i magistrati spiegano perché non possano essere considerate persone offese o danneggiate dal reato la denunciante Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, e il medesimo figlio. Ciò al fine di giustificare la mancata notifica dell’avviso della richiesta di archiviazione ai due, impossibilitati così a fare opposizione. L’argomento, di carattere formale, è che le persone offese o danneggiate dall’omicidio sono i congiunti più stretti della vittima e non già colui che in quel momento si trovava detenuto, in ipotesi ingiustamente, per il medesimo fatto.
Il gip Fabio Lambertucci, il 23 marzo 2017, appena otto giorni dopo la richiesta, accoglie, nel suo decreto di archiviazione, tale erronea impostazione, dando atto che è stata avvisata unicamente la famiglia Poggi. Ma come si fa a non considerare, almeno teoricamente, «persone danneggiate» Stasi o i suoi genitori che hanno dovuto versare centinaia di migliaia ai Poggi? Aveva più interesse a presentare opposizione alla richiesta di archiviazione che aveva già un colpevole in carcere e ottenuto un cospicuo risarcimento o chi nel nuovo procedimento veniva scagionato a discapito di Sempio?
Ma torniamo all’appunto scritto a penna.
La grafia non sarebbe quella di Venditti, come confermato ieri dai legali dell’ex magistrato. Altrettanto disponibile a chiarire la questione è stato l’ex procuratore Reposo: «La grafia di quel documento non appare riconducibile alla mia. D’altra parte il fascicolo è stato assegnato al procuratore aggiunto e al sostituto, che certamente non avevano bisogno dei miei consigli: o, se ne avevano, me li avrebbero chiesti».
Da parte loro, escludono «categoricamente» la paternità dell’appunto anche i difensori di Silvio Sapone, l’ex capo della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Pavia. Per un ventennio è stato il collaboratore di fiducia dei magistrati della Procura e suoi colleghi ci hanno raccontato che non di rado scriveva a penna bozze di informative di pg.
Nelle nuove intercettazioni depositate dalla Procura di Pavia gli viene attribuito, dalla famiglia Sempio, un ruolo per cui non è mai stato indagato. La mattina del 27 settembre 2025, Andrea Sempio spiega ai suoi famigliari chi sia quel militare: «[…] Adesso è nell’inchiesta Clean […] praticamente intercettavano, per dire, vari imprenditori così e dicevano “Ciccio guarda” che ne so, “ti arriva la Finanza il mese prossimo” e in cambio, diciamo, di protezione […] pigliavano dei soldi». Quindi aggiunge: «Il problema è che quello lì si occupava anche del caso Garlasco […] aveva intercettato anche noi in quel periodo».
Dunque Andrea collega alcuni contatti avuti con Sapone durante le indagini del 2017 a Clean, una mega inchiesta in tre tronconi che, oltre a imprenditori, politici e funzionari pubblici, ha coinvolto anche alcuni dei carabinieri della cosiddetta «Squadretta» di investigatori che operava a Pavia. «Io l’ho detto ad Angela (probabilmente si riferisce all’avvocato Taccia, ndr)», specifica Sempio, «se quello lì l’han preso in Clean, probabilmente faranno un collegamento con noi, prima o poi secondo me». Gli attuali inquirenti, però, precisano che Sapone «non risulta sia mai stato indagato» nell’inchiesta Clean (anche se nei faldoni di Clean 2 è citato più volte).
Secondo Sempio, il luogotenente in pensione lo aveva contattato direttamente: «Questo Sapone mi ha chiamato una volta perché, a quanto mi hanno detto, c’era anche un sistema in cui loro cercavano di prendere le persone che erano sottoposte a indagine o che […] “se mi dai i soldi ti aiuto”».
L’indagato assicura pure di avere girato immediatamente il contatto al suo avvocato, che avrebbe successivamente definito il maresciallo «un pirla». In un’altra conversazione Sempio commenta: «Secondo me era proprio lui che chiamava, perché qua è lui quando mi ha proposto la roba...». Secondo Sempio, dunque, Sapone potrebbe avergli offerto aiuto nel pieno delle indagini del 2017 e quando i magistrati, nel 2025, paiono interessati ai suoi rapporti con il carabiniere, dà l’idea di volerlo scaricare, mentre elenca al padre i contatti con Sapone e con il proprio avvocato, contenuti probabilmente in un tabulato: «Io te l’ho stampato solo... perché se loro vogliono sapere di Sapone... qua hanno le tre chiamate». Il genitore replica: «No, non faccio niente… questa è una cosa che non so se serve». Ma il figlio insiste: «Fagliela vedere… poi… rompevano i maroni sulle varie cose, noi sapevamo prima le cose. Loro hanno detto perché avete […] l’archiviazione a febbraio se c’è stata a marzo?».
Resta la domanda delle 100 pistole: ma perché, solo pochi mesi fa, i Sempio erano pronti a consegnare ai magistrati la testa dell’uomo che gli aveva offerto protezione e che gli avrebbe passato notizie di prima mano sull’inchiesta? Si tratta dell’ennesima domanda, per ora, senza risposta.