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Bullismo a scoppio ritardato. Cacciato compositore delle Olimpiadi

olimpiadi tokio cornelius
Il compositore Cornelius, al secolo Keigo Oyamada (Getty Images)
  • Cornelius paga le vessazioni a un compagno più di 30 anni fa. Si allunga la lista di big fatti fuori dal tribunale della morale.
  • La pallavolista gender fluid Paola Egonu porterà il vessillo del Cio all'inaugurazione dell'evento.

Lo speciale contiene due articoli.


Persino il Sol Levante diventa calante al cospetto delle diatribe sul politicamente corretto, soltanto l'ultimo dei guai che attanagliano le Olimpiadi di Tokyo 2020, nate sotto una cattiva stella, allestite nell'incertezza e oggi, a due giorni dall'inaugurazione - si dovrebbe cominciare venerdì 23 luglio - addirittura a rischio cancellazione per gli alti numeri da Covid-19 e un'opinione pubblica diffidente nei confronti della riuscita della manifestazione. Ma procediamo con ordine.

L'ultima mazzata reputazionale all'evento nipponico l'hanno data i social, che hanno chiesto a gran voce la cancellazione di una canzone inclusa nello show inaugurale, 4 minuti di musica elettro-pop composta da un membro dello staff creativo. L'artista in questione si chiama Cornelius, al secolo Keigo Oyamada, cinquantaduenne polistrumentista, dj e produttore tra i più popolari in Giappone. A leggere la notizia, si potrebbe ipotizzare che il suo pezzo fosse inascoltabile, magari frutto di qualche plagio, cose così. Invece la radiazione di Oyamada ha radici nel suo passato di adolescente turbolento. Qualcuno ha scartabellato nella vita del personaggio, capello corvino a caschetto, aria tormentata da esistenzialista, precursore dello stile musicale Shibuya-kei - di gran rilevanza sulla scena internazionale fin dalla fine degli anni Novanta - individuando un episodio non proprio lusinghiero, risalente a circa 40 anni fa.

Oyamada, da liceale, avrebbe maltrattato un compagno disabile sottoponendolo a scherzi da caserma, costringendo il malcapitato, pare, a mangiare le proprie feci, a masturbarsi di fronte ai compagni e legandolo a una sedia mentre gli gettava sulla testa polvere di gesso. La vicenda, non certo commendevole per la biografia del musicista, è ascrivibile a un episodio di ijime, fenomeno sociale giapponese più o meno assimilabile al bullismo scolastico d'occidente. A nulla sono valse le scuse dell'artista: «Mi pento dal profondo del cuore per aver suscitato ricordi dolorosi in molti. Ho rassegnato le mie dimissioni. Voglio riflettere sul mio comportamento e i miei pensieri. Con dolore ho capito che accettare di partecipare all'ideazione della colonna sonora olimpica sarebbe stata una mancanza di rispetto verso molte persone». La pressione degli utenti sui social ha convinto il comitato organizzativo a cacciare Oyamada e a cancellarne la canzone.

Riproponendo una disputa assai attuale, quella sul green pass, in questo caso non il salvacondotto per i vaccinati dal covid, ma il lasciapassare etico capace di decidere della carriera e del futuro di chiunque, persino su episodi molto lontani nel tempo. Al netto della gravità del fatto specifico, è la riproposizione in salsa olimpica delle sovrapposizioni dogmatiche care a un certo pensiero ultraliberal: o la vita privata di un personaggio pubblico è immacolata e rispetta determinati standard di livellamento linguistico e comportamentale, o gli verrà preclusa ogni possibilità di carriera, in barba al talento, alla contingenza, alla propria autosufficienza morale. Ma la girandola di dimissioni olimpiche non finisce qui.

Qualche giorno prima è toccato a Yoshiro Mori, presidente del comitato olimpico, a essere messo nelle condizioni di andarsene. Durante una riunione sul web, gli sarebbe scappato un commento impertinente sulle colleghe femmine. Mori avrebbe detto che «parlano troppo», scavandosi la fossa professionale. Stessa sorte è toccata a Hiroshi Sasaki, direttore creativo di Tokyo 2020: avrebbe proposto a Naomi Watanabe, attrice comica molto nota in patria e dalla corporatura non accostabile a una silfide, di esibirsi durante lo spettacolo inaugurale indossando orecchie da porcellina, aggiungendo commenti poco cortesi sulla massa ponderale della ragazza al cospetto della bilancia. «In occasione delle Olimpiadi, potresti esibirti come Olympig», avrebbe detto, giocando sul termine «pig», che significa porcello, appunto.

Un caso classico di body shaming, letteralmente «derisione del corpo», che ha innescato un prevedibile vespaio. Fino alla beffa definitiva. Le Olimpiadi potrebbero addirittura saltare a causa del covid. «Ci siamo riuniti, ripromettendoci di monitorare la situazione» - ha annunciato il presidente del comitato organizzativo Toshiro Muto rispondendo a chi gli chiedeva se fosse ipotizzabile una cancellazione o un ulteriore rinvio. «Non possiamo prevedere che cosa accadrà con i casi di coronavirus, ma se l'infezione si dovesse diffondere ulteriormente, dovremo consultarci ancora». Forse non è un caso che l'accorta dirigenza Toyota, potentissimo marchio nazionale, abbia ritirato i propri video promozionali dalla manifestazione. Considerati gli auspici non certo tonitruanti, potrebbe non avere del tutto torto.


La schiacciata buonista va a segno. Alla fine la Egonu sarà portabandiera

Portabandiera doveva essere e portabandiera sarà: ma non del tricolore, bensì del vessillo olimpico. Qualcuno dirà che alla pallavolista Paola Egonu - che sarà una degli atleti a reggere la bandiera coi cinque cerchi alla cerimonia d'apertura di Tokyo 2020 - sia quindi andata meglio del previsto. Già, perché i rumors di metà maggio la indicavano come portabandiera dell'Italia, ipotesi che la diretta interessata aveva accolto con giubilo, non senza affibbiare immediatamente alla cosa significato politico.

«Mi piacerebbe prendermi sulle spalle questa responsabilità, davvero», erano state infatti le parole dell'atleta, che aveva tenuto subito a ribadir la sua identità multiculturale: «Io, di colore, italiana e la bandiera. L'ignoranza e certe cose del passato hanno bisogno di un taglio netto. Sono pronta. Facciamola, bum, questa rivoluzione!».

La «rivoluzione» contro «l'ignoranza» era stata però stoppata da un cavillo. Tradizione vuole infatti che i portabandiera siano gente reduce da vittorie olimpiche, requisito di cui la pur talentuosa schiacciatrice del 1998, nata a Cittadella da genitori di nazionalità nigeriana, è priva. Non a caso il tricolore sarà portato da Jessica Rossi, oro nel tiro al volo nel 2012, ed Elia Viviani, oro nel ciclismo su pista nel 2016.

Tuttavia, siccome la «rivoluzione» di Egonu era troppo bella per esser rinviata - specie dopo che la nazionale di Roberto Mancini ha osato trionfare agli Europei di calcio senza neppure un giocatore di colore - ecco che quel che era uscito dalla porta è rientrato dalla finestra. Finestra si fa per dire dato che Egonu sarà in pole position addirittura all'apertura delle olimpiadi.

A dare la notizia alla pallavolista ci ha pensato il presidente del Coni, Giovanni Malagò. Informata dall'onore che le sarà concesso venerdì prossimo, Egonu non ha trattenuto lacrime d'emozione. «Sono molto onorata per l'incarico che mi è stato dato a far parte del Cio per portare la bandiera olimpica», è stato il suo commento. «Mi ritrovo a rappresentare gli atleti di tutto il mondo», ha aggiunto, «ed è una grossa responsabilità: attraverso me esprimerò e sfilerò per ogni atleta di questo pianeta». Dunque la «rivoluzione» che rischiava di saltare per ragioni di protocollo non solo avrà luogo, ma avrà più visibilità che mai.

Beninteso, Paola Egonu è atleta di prima grandezza, e non solo per il suo metro e 93 di statura: ancora nel 2015 era nella nazionale under 18 vincitrice della medaglia d'oro al campionato mondiale, ove si aggiudicò pure il premio Mpv, che sta per Most valuable player. Suo pure il record, pari a 47 punti, di una giocatrice in una singola partita di serie A1. Sul valore della stella dell'Imoco Volley, insomma, non si discute. Ciò tuttavia non attenua l'impressione che aver scelto come portabandiera olimpica la Egonu - che non è certo la sola azzurra di carnagione non bianca, si pensi a Yeman Crippa, nostro mezzofondista che macina record su record - abbia riflessi politici.

«Tricolore, nera e arcobaleno», titolava infatti ieri Open, sottolineando che, oltre al colore della pelle, a caratterizzare l'atleta c'è pure l'identità gender fluid. «Mi ero innamorata di una collega», aveva infatti spiegato tempo fa la pallavolista al Corriere della Sera, «ma non significa che non potrei innamorami di un ragazzo, o di un'altra donna». La sensazione che Egonu sia stata scelta come emblema d'una più ampia «rivoluzione» poggia pure su altri elementi.

Per esempio, lo scorso anno è stata chiamata a doppiare la voce di un personaggio nel film d'animazione Soul di Disney e Pixar, e ad aprile la rivista Forbes l'ha inclusa nientemeno che tra gli under 30 più influenti d'Europa. Nessuno dunque discute i numeri della Egonu, ma è indubbio che ci si stia industriando per farne un personaggio. Lavori in corso.

«Il fronte del No diffonde menzogne Alla giustizia serve uno scossone»
Manifesto per il no alla riforma della giustizia (Ansa). Nel riquadro, Alfonso D'Avinio
Alfonso D’Avino, procuratore capo a Parma, smonta le falsità di chi osteggia la riforma Nordio: «Il sorteggio del Csm ridimensiona le correnti. È bizzarro sostenere che una legge costituzionale possa violare la Carta».

È bene precisarlo subito: la riforma costituzionale oggetto del referendum non è la panacea per i mali di cui soffre la giustizia e certamente non risolverà atavici problemi, quali ritardi e inefficienze dovute a carenze di personale, ovvero errori giudiziari (che ci sono sempre stati e, probabilmente, sempre ci saranno). La riforma ha l’obiettivo, limitato, di modificare alcuni assetti dell’ordinamento giudiziario. E di questo occorre discutere. I punti essenziali, come ormai i lettori hanno compreso, sono tre: la separazione delle carriere; il sorteggio per il Csm; l’Alta Corte disciplinare.

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Ursula in Paraguay firma il Mercosur e sotterra la democrazia europea
Ursula von der Leyen, il presidente del Paraguay Santiago Peña e il presidente del Consiglio europeo António Costa (Ansa)
La baronessa è volata ad Asunción per siglare l’accordo, presentando l’evento come «un momento storico», ma l’Eurocamera non ha ancora ratificato nulla. A Strasburgo la aspettano i trattori francesi, ostili al trattato.

Con una crasi dei titoli di Italo Calvino si può dire che siamo di fonte alla Baronessa dimezzata che deve anche incassare il grazie di Javier Milei, presidente argentino, a Giorgia Meloni. È la fola del trattato col Mercosur, propagandata da Bruxelles per autoconvincersi di essere protagonista nel mondo, che ieri Ursula von der Leyen ha firmato in Paraguay con un evento definito «storico», perché dà vita a «un’area di libero scambio», dazi ridotti o azzerati sul 90% delle merci, «di oltre 720 milioni di persone; la più ampia del globo».

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L’equilibrio globale va ricostruito
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Il diritto internazionale è in crisi da tempo: Onu e Wto sono inefficaci e le grandi potenze fan quel che vogliono. La soluzione è un «G7 +», che coopti altre democrazie.

Prego chi fa ricerca ed esprime opinioni in materia di diritto internazionale di non solo lamentarsi per l’implosione dell’ordine mondiale del periodo storico precedente - convenzionalmente databile dal 1944 fino a quasi il presente - ma di dedicare più attenzione alla ricostruzione di un nuovo ordine mondiale stesso con regole adattive. Sul piano metodologico va ricordato che la fonte di un ordine/diritto internazionale è sempre basata su un potere geopolitico prevalente in una data fase storica e non indipendente da esso.

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Groenlandia, se inviamo truppe sono dazi
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  • Donald Trump ha annunciato tariffe del 10% e poi del 25% ai Paesi che hanno mandato militari nell’isola artica che vuole comprare Tra questi, anche Danimarca, Francia, Uk, e Olanda. L’Italia, che ieri ha aperto a missioni in ambito Nato, è avvertita...
  • Su Gaza c'è l'ira di Israele: «Nessun coordinamento». Giorgia Meloni: «Disponibili per ruolo di primo piano».

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