Toghe-governo, ennesimo sgambetto. I pro clandestini sbarcano in Appello

La nuova legge prevede che le Corti d’Appello e non più i Tribunali trattino le convalide dei provvedimenti di trattenimento adottati dal questore e i reclami dei dinieghi della protezione internazionale? E il Tribunale di Roma, con una sorta di transumanza delle toghe, applica alla Corte d’Appello gli stessi giudici della Sezione immigrazione appena soppressa. A fare da apripista, il 18 dicembre scorso, è stato Giuseppe Meliadò, presidente della Corte d’Appello di Roma e già consigliere del Csm, che ha preso una decisione «tecnica» quanto alle procedure ma che, guarda caso, ha il sapore della beffa. Anche perché la Corte d’Appello di Roma ha la competenza esclusiva per i trattenimenti legati al Piano Italia-Albania. E chi sono questi magistrati? Antonella Marrone, Maria Rosaria Ciuffi, Cecilia Cavaceppi, Giuseppe Molfese, Lilla de Nuccio e Maika Marini (le ultime due, con un secondo provvedimento, sono state applicate per sei mesi). Il presidente Meliadò aveva pubblicato un interpello (ovvero una richiesta di disponibilità) da sei posti al quale hanno risposto in nove disposti a trasferirsi d’ufficio per 12 mesi. «Vanno accolte», è scritto nel decreto di Meliadò, «le domande dei colleghi (i primi quattro, ndr) perché hanno una specifica competenza». In sostanza sarebbe stata data priorità a chi ha esercitato le stesse funzioni che dovrà svolgere nell’ufficio di destinazione. E proprio questo sembra essere, almeno in parte, il punto debole anche sotto l’aspetto tecnico. Ma c’è anche una questione di natura politica: due di loro si erano già espressi negativamente sulla questione Albania. La Marrone, ex di Magistratura democratica passata alla corrente AreaDg, per esempio, nel 2022 ha pubblicato una storia su WhatsApp nella quale attaccava Giorgia Meloni: «Ah, non sono la rabbia, l’ego, l’ambizione e l’invidia a muoverla?», scriveva, «sentendola parlare con quel vocione rabbioso mi sembrava l’opposto ma mi sarò sbagliata...». Poi ha firmato alcuni dei provvedimenti di sospensione del trattenimento dei migranti in Albania. La de Nuccio, dopo aver chiesto l’intervento della Cassazione, con un certo equilibrismo giuridico ha emesso una sentenza che ha confermato la competenza del governo nell’indicare i Paesi «non sicuri» ma anche la possibilità del giudice di disapplicare incidentalmente il decreto ministeriale se dovesse contrastare in modo manifesto con i criteri di qualificazione stabiliti dalla normativa europea o nazionale. Tutti gli altri erano già stati applicati alla Sezione immigrazione. Che, fa notare Meliadò, «era stata destinataria di un aumento di organico di ben dieci unità (comprese la de Nuccio e la Marini, le più giovani, ndr) per consentire alla sezione di far fronte all’aumento dei provvedimenti e, in prospettiva, all’attuazione (ovvero alla disapplicazione, visti gli esiti delle decisioni ndr) del protocollo Italia-Albania». Tra i sei è Molfese che, nonostante abbia anche temporaneamente coperto un ufficio direttivo, l’esperienza nel settore sembra averla maturata solo per i quattro mesi nei quali è stato nella Sezione immigrazione romana. Dal 2019 ha fatto il gip a Latina (occupandosi dell’inchiesta sulla coop Karibu dei familiari del deputato Aboubakar Soumahoro e poi della morte di Singh Satnam, il bracciante indiano vittima di un incidente sul lavoro). E negli ultimi tempi ha anche diretto l’ufficio che, però, ad agosto ha lasciato con sole tre toghe a presidio di un’area particolarmente delicata. Prima è stato giudice del dibattimento penale nel Tribunale di Fermo, dove ha ricoperto la carica di segretario della locale sezione dell’Associazione nazionale magistrati. Non è un giudice civile e negli ultimi sette anni non si sarebbe occupato di protezione internazionale. Meliadò però ha valutato l’esperienza maturata da agosto a oggi come sufficiente per applicarlo in Corte d’Appello. Quella che sembra una partita a scacchi e una sorta di raffinata disobbedienza istituzionale, però, stando alle carte sarebbe una scelta dettata esclusivamente da ragioni organizzative. Ovviamente a leggere i numeri l’emergenza c’è tutta: nel 2023 la Sezione immigrazione del Tribunale di Roma aveva emesso 693 provvedimenti di convalida e al 18 novembre 2024 erano già 664. E la Corte d’Appello di Roma vanta una scopertura di posti nella Sezione civile che si aggira attorno al 30 per cento. Inoltre, i presidenti delle Corti d’Appello avevano annunciato che la modifica della competenza dalle Sezioni specializzate alle Corti d’Appello, fatta in «via d’urgenza, a organici invariati e senza risorse aggiuntive» sarebbe stata un problema. Meliadò, che nelle sue precedenti esperienze vanta la riorganizzazione degli uffici del distretto di Catania, si è inventato la trovata tecnico-burocratica. E alla fine la legge pensata per modificare radicalmente le regole del gioco grazie agli artifizi tecnici ha rimesso al loro posto gli stessi magistrati che lavoravano nella Sezione immigrazione e che continueranno a occuparsi delle stesse materie, ma in Appello.






