Più che all’aspirante killer di cristiani «Avvenire» pensa alla cittadinanza

Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, non ha espresso particolare preoccupazione nell’apprendere che Salim El Koudri, l’attentatore di Modena, in alcuni momenti di particolare furore se la prendeva con i «bastardi cristiani» e intendeva «bruciare Gesù». Anzi, da subito il giornale cattolico si è impegnato a ripetere che «dobbiamo dire no alle scorciatoie della propaganda», cioè evitare di criticare il sistema dell’immigrazione di massa per colpa dello stragista di origini marocchine. In compenso, ieri il foglio dei vescovi ha pubblicato una paginata di intervista a uno degli «eroi di Modena», cioè i coraggiosi che hanno fermato El Koudri dopo che aveva terminato la sua corsa assassina e si era lanciato fuori dall’auto con un coltellaccio in mano.
L’uomo in questione è Osama Shaby, egiziano di 56 anni che assieme al figlio Mohammed ha contribuito alla cattura del terrorista. Non c’è dubbio che si debba essere riconoscenti a Osama per il coraggio e la prontezza dimostrati che hanno in effetti tratti di vero eroismo. Ma l’obiettivo di Avvenire non è la celebrazione del gesto rischioso che salva vite. Tutt’altro: quel che importa al giornale è rimarcare un particolare rilevantissimo, e cioè che Osama è in Italia da trent’anni ma non ha ancora la cittadinanza. Ecco il messaggio: visto come siamo ingrati con gli stranieri che ci salvano (concretamente e simbolicamente)? Il fatto però è che il valente Osama rappresenta tutto ciò che non funziona in quel sistema di immigrazione di massa che Avvenire e buona parte della Cei continuano a sponsorizzare.
Per cominciare, Osama non è cittadino perché - come ha detto in un italiano non proprio perfetto ma comunque dignitoso a Piazza Pulita - ha presentato domanda soltanto da un anno, perché a quanto pare prima nessuno gli aveva spiegato come fare. O forse, chissà, non ci aveva pensato o non aveva grande voglia di diventare cittadino. Dopo tutto non sembra che si trovi molto bene qui. Suo figlio Mohammed non parla una parola della nostra lingua, si esprime in arabo. «C’è anche suo fratello, ha 18 anni. Purtroppo tornerà in Egitto tra qualche giorno», dice il muratore dispiaciuto: dei suoi due ragazzi nessuno sembra avere trovato la fortuna qui. «Finora l’Italia non ci ha trattato bene. Nessuno dei due ha trovato lavoro. Non hanno ancora ottenuto il permesso e, ogni mese, spendo più di mille euro», confida Osama a Avvenire, disegnando un quadro non proprio esaltante dell’esistenza sua o del figlio. «Abitiamo in case diverse. Siamo andati dove c’era posto. Sembra impossibile trovare un’abitazione qui a Modena o a Milano», racconta l’uomo. «È da due mesi che non riesco più a pagare l’affitto», spiega, e aggiunge che tra due mesi gli scadrà il contratto in cantiere: «Toccherà cercare di nuovo un lavoro. Magari non più come muratore. È troppo impegnativo».
In Egitto, continua, ha un altro figlio e la moglie: «Vorrei portarli tutti qui un giorno, ma torniamo di nuovo a capo: è impossibile senza casa e senza un lavoro stabile». Avvenire ci informa che Osama sogna «una vita normale. Una famiglia unita. E una casa». Secondo il giornale vescovile «sono diritti che sembrano scontati ma in molti nell’Italia di oggi, anche se vengono chiamati eroi, devono sopravvivere senza» Di nuovo la stessa tesi: guarda che schifo gli italiani intolleranti e irriconoscenti verso gli stranieri di cui non solo sfruttano il lavoro, ma a cui non riconoscono nemmeno uno straccio di diritto.
Peccato che la ricostruzione non regga. Il coraggioso Osama ha un permesso di soggiorno illimitato, e se avesse fatto richiesta anni fa sarebbe probabilmente già italiano. Le sue radici, i suoi affetti, forse anche il suo cuore sono in Egitto. Egli è sicuramente rispettoso delle leggi, oltre che impavido. Ma che sia culturalmente integrato non è affatto detto (né per altro è obbligatorio). La splendida macchina dell’immigrazione - e non il razzismo italico - ha donato a quest’uomo decenni di lavori faticosi e poco pagati, a quanto pare anche saltuari. Cosa che fra l’altro lo rende simile a tanti altri italiani di antica schiatta che da tempo immemore percepiscono stipendi bassi e non hanno diritto alla casa popolare (anche perché quelle emiliane sono per lo più occupate da famiglie straniere). Il punto è che nei trent’anni di permanenza in Italia non risulta che il povero Osama abbia avuto una vita facile o soddisfacente: è lui stesso a dirlo. E timidamente racconta ai giornali il suo tormento.
Ma non è accaduto per colpa di qualcuno che non ha voluto garantirgli diritti. Il problema è che forse per il suo lavoro poco qualificato non c’era poi tanto spazio. O forse quel lavoro svolto dietro basso compenso ha contribuito a vessare lui e ad abbassare i salari ad altri lavoratori autoctoni italiani. Osama è entrato, ha avuto accoglienza, ma non il paradiso di latte e miele che si era immaginato o che una certa retorica gli aveva promesso. E allora, invece di continuare a riproporre la stessa propaganda, converrebbe dire che la realtà dell’immigrazione è realmente quella di Modena, ma in modo radicalmente diverso da come viene raccontata oggi: per qualcuno che si assimila, molti si limitano a una integrazione superficiale e non profittevole in primo luogo per loro. Altri ancora, come Salim El Koudri - figlio dell’immigrazione checché se ne dica - finiscono in modo tragico. Poi certo, si può anche sostenere - come fa Avvenire - che tutti i mali vengano dall’Italia cattiva: dopo tutto, ciascuno si fabbrica le illusioni che vuole.






