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Con l'economista Gabriele Guzzi e il nostro Sergio Giraldo, esperto di questioni energetiche, cerchiamo di analizzare lo scontro in atto sui dazi. E di capire che conseguenze potrebbe avere per noi.
Con l'economista Gabriele Guzzi e il nostro Sergio Giraldo, esperto di questioni energetiche, cerchiamo di analizzare lo scontro in atto sui dazi. E di capire che conseguenze potrebbe avere per noi.
Claudio Borghi, senatore della Lega: perché si ostina a chiedere di riaprire i rubinetti del gas russo?
«Perché la bussola che dovrebbe ispirare le nostre scelte dovrebbe essere, semplicemente, l’interesse nazionale. In questo momento siamo in una posizione svantaggiata rispetto agli altri Paesi: alcuni hanno puntato sull’energia atomica, altri su diverse fonti di approvvigionamento, noi italiani abbiamo puntato sul gas. A suo tempo, il premier Mario Draghi diceva che interrompere le forniture russe era un sacrificio necessario per mettere in ginocchio Mosca: ecco, quella strategia è fallita. Oggi l’alternativa al gas russo è girare con le candele».
Peccato che comprare oggi il gas della Russia significa finanziare l’esercito di Vladimir Putin in Ucraina, non crede?
«No, bisogna uscire dalla forma mentale di “fare un favore a qualcuno”. Non sarebbe un regalo alla Russia, ma uno scambio commerciale: soldi in cambio di gas, che forse in questo momento è più prezioso delle banconote. Sarà per via della mia formazione economica, ma sono convinto che non abbia senso ammantare questi discorsi di connotazioni morali».
Questa riapertura dei gasdotti dovrebbe avvenire soltanto a conflitto finito?
«Bisogna essere realisti. Il gasdotto che porta il gas dalla Russia in Italia, transita in territorio ucraino. Se Kiev facesse con noi ciò che fa con l’Ungheria, - cioè ci ricattasse tenendo chiusi i tubi - a quel punto non meriterebbe più il nostro aiuto».
Insomma, sta dicendo che gli interessi nazionali non coincidono con gli interessi ucraini, e i primi prevalgono sui secondi?
«Non mi pare che finora abbiamo granché tutelato gli interessi ucraini. Sono discorsi che facciamo da anni, e credo sia giusto, dopo tutto questo tempo, tracciare un primo bilancio. Le condizioni che poteva accettare l’Ucraina ieri – e che si giudicavano inaccettabili – erano migliori di quelle di oggi. E le condizioni di oggi sono migliori di quelle di domani».
Dunque la guerra in Iran mette in una luce diversa il conflitto ucraino?
«È vero, la Russia ha invaso un Paese sovrano: ma perché questo dovrebbe comportare una ritorsione pluriennale ai nostri danni? Quando Trump attaccò il Venezuela, ho scritto per gioco al ministro della Difesa Guido Crosetto che, teoricamente, avremmo dovuto spedire armamenti a Maduro. La mia era solo una battuta, ma il senso è questo: attenti a porre condizioni morali, quando il mondo si regola sulla legge del più forte fin dai tempi dei sumeri».
Durante l’informativa del premier Giorgia Meloni in Parlamento, il capogruppo leghista Romeo ha detto che occorre «ripartire dalle tre regioni che hanno votato sì al referendum» e «sarebbe bene ascoltare un po’ di più il Nord». In che senso?
«Se oggi si facesse un referendum sulla riapertura del gas russo, il sì vincerebbe a mani basse. Nel nord est tutti gli imprenditori sono favorevoli, e chi ti vota merita attenzione. La crisi energetica morde dove c’è un tessuto industriale più fitto, e bisogna aiutare quelle imprese che creano ricchezza. Perché se non produci ricchezza, non puoi neanche distribuirla».
Gli alleati di coalizione, Forza Italia in primis, non sembrano affatto convinti sull’apertura a Mosca.
« Spero che alcuni dei nostri alleati comprendano che non ci si può permettere il lusso di governare contro l’opinione del Paese. Quello energetico è sentito come il primo problema: sia dalle imprese che rischiano di bruciare competitività, sia dalle famiglie che lasciano mezzo stipendio alla pompa di benzina».
Anche per questo scenderete in piazza Duomo, a Milano, il 18 aprile, per il cosiddetto «Remigration Summit» organizzato dalle destre europee?
«Saremo in piazza con entusiasmo. È il momento giusto per far capire a tutti che le assurde regole europee, dall’immigrazione, all’energia, devono essere riformate. Sarà un evento dei Patrioti per l’Europa, e tutti sono invitati».
Il commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, ha blindato il Patto di stabilità: «Per sospenderlo», ha detto, «occorre che ci sia una grave crisi economica, e al momento non ci troviamo in questa situazione». Che effetto le fa?
«Allucinante. Dombrovskis per me è come il demonio in Chiesa, è un fantoccino della Germania, è come il corvo Rockefeller che parla a comando: è per questo che è diventato vicepresidente della Commissione, ma per il resto è politicamente irrilevante. Berlino chiede austerità per gli altri mentre a casa sua fa ciò che vuole, e manda avanti il commissario a portare avanti la linea tedesca».
Giorgia Meloni ha parlato una deroga «generalizzata» al Patto di stabilità. Ma esiste lo spazio per un accordo?
«Questo è un punto fondamentale. Per Meloni lo scenario migliore è quello in cui l’Unione europea finalmente capisca. Quello che a volte rimprovero anche ai miei alleati di governo è non avere il coraggio di comprendere che, quando occorre, noi abbiamo la possibilità di fare ciò che vogliamo».
Scartare di lato? Fare da soli? Come pensa che sia fattibile?
«Al contrario dell’Ungheria, l’Italia è un Paese “pagatore” nei confronti dell’Ue. Paghiamo per far parte del club, e quindi non dobbiamo avere paura di dire: facciamo il nostro interesse. Esattamente come la Francia, che quest’anno è al 5,1% di deficit. È ora di smetterla di avere un atteggiamento sottomesso».
Nel concreto?
«Il Patto di stabilità è una questione strettamente europea. Una volta ottenuto il sì, con le buone o le meno buone, occorre per forza votare lo scostamento di bilancio per mettere a disposizione le nuove cifre da allocare».
Anche senza il permesso europeo?
«Se ce lo danno bene, altrimenti pazienza. Per noi va fatto lo stesso».
Davide Tabarelli (Nomisma) dice che il momento di puntare sull’energia italiana a «chilometro zero». Occorre riattivare le trivelle nell’Adriatico, per riconquistare un minimo di autonomia energetica?
«Qualcosa in più si potrebbe fare, ma ricordiamoci anche che dobbiamo preservare il territorio più bello del mondo. Sicuramente bisogna puntare al massimo sul nucleare: non è una soluzione che si raggiunge in pochi giorni, ma è giusto guardare al futuro. Confido che prima della fine della legislatura sia pronto il quadro legislativo per iniziare con il nucleare».
Nonostante la tregua, difficilmente la situazione sullo stretto di Hormuz tornerà in fretta alla normalità. Si fa strada l’idea del pagamento di un pedaggio, anche se Unione europea e Regno Unito lo escludono.
«Attaccare l’Iran non è stata una buona idea, anche guardando la geopolitica con sguardo cinico. Ma quello che sta facendo Trump - e quello che ha fatto Netanyahu - risponde a logiche tutto sommato coerenti».
Coerenti?
«Netanyahu pensa da tempo che l’Iran sia una minaccia esistenziale per il proprio Paese, sia per via diretta - costruzione della bomba atomica - sia per via indiretta, attraverso i suoi proxy regionali: Hezbollah, gli Huthi e così via».
Dunque?
«Dunque Israele è convinto che, se non attaccano prima loro, attaccheranno gli altri. Giusto o sbagliato, questo è ciò che pensano. E non c’è nemmeno una grande opposizione interna, specialmente dopo il 7 ottobre».
E Donald Trump?
«Troppo facile farlo passare per pazzo. Utilizza metodi da prestigiatore, provoca, e nel frattempo porta avanti la sua linea. Quella contenuta nel documento di sicurezza nazionale, dove ti racconta chiaramente che l’avversario vero è la Cina. Dal suo punto di vista, attaccare i fornitori della Cina, cioè Venezuela e Iran, è perfettamente logico. Allo stesso modo, Trump preferisce che la Russia con il suo gas si riavvicini all’Europa, invece che a Pechino».
Lei ha davvero detto che «la Groenlandia va lasciata a Donald Trump perché serve soltanto alla pesca del merluzzo»?
«Era uno scherzo, però riflettiamoci. Quando Trump ci ha messo gli occhi sopra, sembrava fosse il tesoro più prezioso del mondo. Ma la verità è che se la Groenlandia fosse così piena di ricchezze, i primi a chiedere l’indipendenza sarebbero stati i groenlandesi. Che invece restano fortemente sussidiati dalla Danimarca, perché al momento l’unica vera ricchezza sfruttabile è, per l’appunto, il merluzzo».
Ma lei è ancora trumpiano, dopo l’Iran?
«L’errore che fanno in tanti è quello di dipingersi un Trump personale: qualcuno lo vuole con il loden, qualcuno più serio, qualcun altro meno. Io ritengo semplicemente che sia il leader democraticamente eletto della maggiore potenza mondiale, e quindi pensare di non doverci avere a che fare è pura utopia. Trump me lo faccio piacere. E con tutti i suoi difetti e le sue bombe, sarà sempre meglio di Ursula Von der Leyen».
Si è concluso senza alcuna intesa il ciclo di colloqui tra Stati Uniti e Iran ospitato a Islamabad, in Pakistan. A certificare lo stallo è stato il vicepresidente americano JD Vance: «Per 21 ore abbiamo avuto discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia. La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo».
Un fallimento che, secondo Washington, pesa soprattutto su Teheran: «È una cattiva notizia per l’Iran, molto più che per gli Stati Uniti». Le delegazioni hanno negoziato a lungo senza riuscire a superare le divergenze, soprattutto sul programma nucleare. Vance ha evitato dettagli, ma ha ribadito la linea americana: serve «un impegno esplicito» a non sviluppare armi nucleari né strumenti per ottenerle rapidamente. Per la Casa Bianca, il nodo non riguarda soltanto l’attuale fase del confronto, ma la possibilità di ottenere da Teheran una garanzia stabile, verificabile e di lungo periodo sulla rinuncia a ogni opzione militare. Secondo Washington, parte della capacità iraniana sarebbe già stata compromessa: «Le strutture di arricchimento che avevano in precedenza sono state distrutte». Resta però il nodo politico: «Vediamo un impegno reale e duraturo da parte degli iraniani? Questo ancora non lo abbiamo visto». Il vicepresidente ha lasciato Islamabad con un ultimatum: «Questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno». Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha confermato lo stallo parlando di divergenze su «due o tre questioni importanti», pur riconoscendo alcuni punti di intesa. Teheran respinge anche la versione americana sulle cause dello stop. Secondo fonti iraniane è «falso» sostenere che il fallimento sia legato al rifiuto di rinunciare al programma nucleare. «Non cerchiamo armi nucleari, ma rivendichiamo il diritto all’energia nucleare per scopi pacifici», riferisce una fonte citata dal Times of Israel, sottolineando la disponibilità a limitare alcune attività, inclusi i livelli di arricchimento dell’uranio, per costruire fiducia. In sostanza, la Repubblica islamica tenta di accreditarsi come parte disponibile a un’intesa, ma solo a condizione che venga riconosciuto il principio del diritto sovrano allo sviluppo nucleare.
Dopo lo stop ai negoziati, il presidente russo Vladimir Putin si è inserito nel quadro diplomatico con una telefonata al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, offrendo la disponibilità a favorire una soluzione politica. Pezeshkian durante la telefonata ha accusato gli Stati Uniti di «aver ostacolato un accordo con la loro politica dei doppi standard», definita il principale freno ai negoziati di Islamabad, durante la telefonata con Putin. In un’intervista alla Cbs, il premier pachistano Shehbaz Sharif ha chiarito: «I negoziati non sono falliti, siamo in una fase di stallo». Una sfumatura lessicale che però non cambia la sostanza: al momento un accordo non c’è e la distanza tra le parti resta significativa. Più duro l’ex ministro Mohammad Javad Zarif: «Gli Usa devono imparare che non si possono dettare condizioni all’Iran». Nel frattempo, la crisi si estende. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha attaccato Israele accusandolo di aver ucciso «centinaia di libanesi innocenti» e ha lanciato una minaccia diretta: «Come siamo entrati in Libia e nel Karabakh, possiamo entrare in Israele». Le dichiarazioni arrivano dopo le accuse del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che aveva sostenuto che Erdogan «massacra i curdi». Il premier israeliano ha visitato il sud del Libano per valutare le aree sotto controllo dell’Idf, nella prima missione dall’inizio del conflitto con l’Iran e a ridosso dei colloqui di Washington con Beirut. Nello stesso contesto, in due episodi distinti, mezzi israeliani hanno urtato veicoli italiani dell’Unifil con un carro Merkava, causando danni e bloccando una strada a Bayada. Nessun ferito. Sul fronte militare, l’Idf riferisce che Hezbollah ha lanciato circa 20 razzi verso il nord di Israele: intercettati o caduti in zone aperte, senza conseguenze. L’Unifil accusa inoltre Israele di aver danneggiato i sistemi di sorveglianza lungo la Blue Line, distruggendo telecamere a Naqoura e in altre basi e oscurando con vernice alcune strutture del quartier generale. La missione Onu denuncia violazioni della Risoluzione 1701 e rischi per la sicurezza dei peacekeeper, ribadendo però che continuerà a operare e a riferire in modo imparziale al Consiglio di Sicurezza. Cresce anche la tensione nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha schierato le forze speciali della Marina. I Guardiani della rivoluzione rivendicano il pieno controllo dell’area e avvertono che «i nemici rischiano di restare intrappolati in un vortice mortale in caso di errore di valutazione». Il presidente americano Donald Trump ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, affermando che Teheran non può decidere quali navi possano transitare nello Stretto. «Sarà tutto o niente», ha dichiarato a Fox News, evocando anche uno scenario di blocco navale simile a quello applicato al Venezuela, ma su scala più ampia. In tal senso Trump ha disposto alla Marina statunitense di bloccare il traffico nello stretto e di intercettare, fino al sequestro, le imbarcazioni che versano pagamenti a Teheran per ottenere il passaggio. Una pratica che il presidente americano ha definito «una forma di estorsione su scala globale». Poi Trump si è detto convinto che l’Iran tornerà al tavolo negoziale: «Prevedo che torneranno e ci daranno tutto ciò che vogliamo. Loro non hanno carte». Ha poi rilanciato la minaccia militare: «Potrei eliminare l’Iran in un solo giorno», sostenendo che gli Stati Uniti potrebbero colpire infrastrutture energetiche e centrali elettriche in tempi rapidissimi.
Infine, Washington ha aperto un nuovo fronte con Pechino. Trump ha minacciato dazi fino al 50% sui beni cinesi qualora emergessero forniture militari all’Iran, uno scenario che, secondo l’intelligence statunitense, viene considerato sempre più concreto.
«I negoziati sono fatti apposta per sbattere le porte, per pronunciare i “basta, me ne vado” e poi tornare sui propri passi. In una guerra la rottura di un negoziato è probabile che accada, fa parte dei giochi».
Sicuramente, per far sì che questo non succeda di nuovo, all’orizzonte sono necessari dei cambiamenti e delle nuove proposte sul tavolo». Non è stupito Dario Fabbri, direttore della rivista di geopolitica Domino e scrittore, in libreria con il suo libro Il destino dei popoli, dell’esito delle trattative fallite in Pakistan.
Niente da fare, i negoziati sono falliti. Il faccia a faccia a Islamabad tra il vicepresidente Usa, JD Vance, e lo speaker del Parlamento iraniano iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, non ha portato a nessun accordo. Se lo aspettava?
«Come tutti i negoziati, anche quello iraniano, vive momenti di alti e bassi, non dobbiamo stupirci. Soprattutto, già da quello che era trapelato in queste ore, mi stupiva il fatto che gli americani chiedessero le stesse condizioni del 28 febbraio, cioè prima che la guerra iniziasse, come se nulla fosse successo nel frattempo. Mi faccio una domanda semplice: se già allora, o meglio alla fine di febbraio, l’Iran aveva detto no alle proposte Usa perché avrebbe dovuto farlo ora? Ora, e aggiungo, che gli iraniani sono in una posizione di vantaggio, soprattutto perché controllano Hormuz».
Le due parti si incolpano a vicenda. L’Iran parla di richieste irragionevoli degli Stati Uniti. Vance dichiara: noi siamo stati flessibili ma non abbiamo fatto progressi. Dove sta la ragione?
«Mi sembra davvero difficile trovare una nuova ragione oggettiva sul fallimento di questo negoziato.
Gli Stati Uniti credevano di poter bluffare, mi spiego meglio, far credere che il minacciare l’Apocalisse potesse cambiare una situazione per loro non favorevole. Ma in realtà Trump sa bene di aver discretamente perso questa guerra, almeno arrivati fino a questo punto. Possiamo dire che il tavolo è saltato, le minacce americane sono state scoperte e quindi era difficile che l’Iran dicesse sì a queste condizioni immutate».
La domanda che tutto il mondo si sta ponendo ora è: che ne sarà ora della tregua che prevedeva un cessate il fuoco di due settimane?
«Teoricamente lo stop agli attacchi rimane, anche perché gli americani non hanno molte opzioni da prendere in considerazione. Staremo a vedere ovviamente nelle prossime ore, ma credo che a Trump convenga rispettare la tregua ma necessita di una narrazione per mascherare la realtà».
In realtà in molti, a partire per esempio dal portavoce del ministero degli esteri iraniano Baghaei, non si aspettavano un accordo da questo primo round di incontri. Tradotto: c’è ancora spazio per l’ottimismo?
«Direi di sì, o quantomeno non possiamo escluderlo, i negoziati sono fatti apposta per sbattere le porte, per pronunciare i “basta, me ne vado” e poi tornare sui propri passi. In una guerra la rottura di un negoziato è probabile che accada, fa parte dei giochi. Sicuramente, per far sì che questo non succeda di nuovo, all’orizzonte sono necessari dei cambiamenti e delle nuove proposte sul tavolo».
Ma entriamo in uno dei nodi irrisolti che avrebbero ostacolato l’accordo: lo stretto di Hormuz. Come deve fare l’America per riaprirlo?
«Hormuz è un nodo molto complicato ed è questa la vera sconfitta statunitense, perché nasce da una grande novità e una sfida che non può passare inosservata: l’Iran non aveva mai osato interdire lo stretto tanto a lungo. Finora non era accaduto. E Trump sa bene che l’unico modo per ripristinare il passaggio è l’occupazione da terra della sponda iraniana, attraverso l’invio di truppe boots on the ground. Una decisione che inevitabilmente comporterebbe troppi morti per l’amministrazione americana, va detto, e un’opzione che prima non esisteva, o quantomeno era il bluff di cui parlavamo: il coinvolgimento diretto delle forze militari sul campo».
Questa guerra riguarda o non deve coinvolgere l’Europa?
«Stiamo parlando del nodo del contendere occidentale, ovvero il ruolo della Nato e degli europei. L’Unione europea finora ha messo in chiaro la propria disponibilità soltanto in caso di un cessate il fuoco, perché quello che serve ai governi europei è la certezza di non morire. L’atteggiamento che hanno i governi europei, a mio avviso anche giustamente, nasce da un ragionamento molto semplice: il disastro lo avete procurato voi? E perché chiedete a noi di aggiustarlo? Diverso è il ragionamento sul futuro ruolo dei membri Nato post conflitto. Detto questo, può succedere che gli Usa riescano a convincere le cancellerie europee a intervenire e si tratterebbe di un grande colpo per Trump. Gli Usa non potranno continuare a dire che a loro non serve Hormuz e che non hanno bisogno di quella giugulare, anche se per il momento non hanno forzato la situazione nello stretto».
Come dicevamo, in queste ore Islamabad è caput mundi. L’Europa, invece, è stata fortemente criticata da Trump per essere rimasta fuori dal conflitto. In questo modo l’Ue esce indebolita negli equilibri mondiali?
«Certamente sì, ma già prima nelle grandi questioni geopolitiche l’Europa non ha mai toccato palla. E poi è inimmaginabile che i negoziati potessero tenersi all’interno dell’Ue. L’Iran non avrebbe mai accettato di sedersi a un tavolo se l’incontro si fosse consumato dentro a un satellite Nato, che per loro equivale agli Usa. Sarebbe stato impensabile. Noi entriamo in gioco soltanto per chiederci di aiutare gli Usa».
Secondo punto irrisolvibile, da quanto emerge in queste ore: il programma atomico iraniano. Ma l’Iran rappresenta una minaccia per l’Occidente?
«Stiamo parlando di 450 kilogrammi sepolti nella pancia della montagna iraniana, o almeno parzialmente, e che gli americani chiedono di eliminare. E la risposta è un po’ come se gli iraniani dicessero: va bene, venite a prendervelo. Gli americani sembrano dimenticare che gli Usa hanno dimostrato di non volere o di non potere cambiare le sorti di questo conflitto. Almeno per il momento».
Chi esce vincitore al momento da questa guerra?
«L’Iran, e per spiegare il motivo della mia risposta basta prendere in considerazione un unico parametro: il cessate fuoco. Gli Usa, tra i tre Paesi coinvolti in questa guerra, sono l’unico attore che rispetta la tregua. Non Israele, non l’Iran. Questo perché gli Usa sono la parte che ha più interessa a negoziare, mi sembra evidente».
Trump ha sbagliato a non chiudere la partita subito, cioè una volta tagliata la testa al regime, ovvero dopo la morte di Khamenei?
«L’amministrazione Trump ha sbagliato tutto fin dall’inizio, si è fidata del solito pregiudizio per cui gli iraniani sono pronti a consegnarsi a noi occidentali, a essere noi e a diventare come noi. Se tu non conosci il tuo nemico e prendi le decisioni in base a ciò che ti racconti, rischi che poi la situazione ti sfugga di mano e si ingarbugli come sta succedendo ora all’amministrazione americana. Gli Usa non hanno avuto cognizione e ricognizione del territorio e ha capito soltanto dopo che il grosso dei persiani non era pronto a cedere. Questa guerra si può vincere dal punto di vista tattico ma non strategico, perché è un’altra cosa. Ora a Trump non resta che provare a uscire da questa situazione divenuta ancora più complessa dopo il fallimento dei negoziati».
JD Vance è l’uomo giusto per trattare per la sua natura non interventista che lo contraddistingue dall’altro vicepresidente Rubio?
«JD Vance era la persona giusta da mandare al tavolo dei negoziati, prima di tutto perché era quello più contrario all’intervento in Iran. È stato spedito in Pakistan perché è il numero 2 di Trump e ha i galloni per affrontare le trattative. E infatti gli iraniani volevano lui e hanno chiesto lui per poter intavolare i negoziati, perché sapevano come tutti che c’era la buona fede nel voler chiudere la partita. Penso al negoziato precedente in Oman: si è trattato di un escamotage per arrivare al confitto in corso ed era chiaro a tutti che non ci fosse la volontà di trovare, invece, una soluzione».
Lei è un grande conoscitore dell’antropologia dei popoli, come scritto nel suo libro Il destino dei popoli: si aspettava che gli ayatollah resistessero così a lungo agli attacchi degli americani?
«Certamente sì, sinceramente non c’ era alcun dubbio perché gli iraniani hanno una grande concezione di sé. Sono un popolo giovane e massimalista, e i giovani hanno una grande capacità, una bravura superiore agli altri. Il che non vuol dire resistere per sempre, sia chiaro, ma siamo di fronte alla questione imperiale nonostante l’esistenza del regime: la teocrazia in questo caso passa in secondo piano anche perché soltanto il 55% della popolazione è persiana e quando si tratta di difendersi e contenere le altre etnie, i persiani vanno in modalità protettiva. E questo perché non vogliono che l’Iran diventi una maionese etnica.
Da Verona scrutando il mercato. Potrebbe essere questo l’orizzonte di Sandro Bottega, mister Prosecco, ma anche uno dei distillatori più importanti d’Europa. Lunghissima tradizione di famiglia che ha dovuto assumere su di sé giovanissimo per la scomparsa del padre Aldo. Passione autentica per tutto ciò che è vino, ma anche una sorta di piacere alchemico nel far funzionare alambicchi e colonne. Da cui, ecco la novità, fa uscire tre whisky italiani, anzi meglio veneti. Vigne nei territori più vocati d’Italia e un’idea di italianità che porta nel mondo con i suoi wine bar ed esportando in 148 Paesi. Cerchiamo con lui di capire dove e come va il vino italiano.
Vinitaly partito, con quali prospettive per il vino italiano?
«Malgrado l’anno difficile non solo per il vino, ma per l’intera economia italiana ed europea, il Vinitaly 2026 parte con il consueto interesse da parte di consumatori e operatori. Le prospettive sono legate alla situazione internazionale, tuttavia il mondo del vino può incidere con una comunicazione mirata sulla valenza del prodotto come status symbol. Chi beve vino ha cultura e lo consuma in momenti unici».
Mentre quasi tutti vendono il Prosecco al miglior offerente lei punta a farlo esser un vino premium. È vincente?
«Con il progetto Prosecco Vintage Premium Collection mi sono prefisso di dimostrare concretamente che il Prosecco, se di qualità, non ha nulla da invidiare ai migliori Champagne. Le nostre annate premium sono caratterizzate da peculiarità uniche di questo vino spumante, che ha origine da uve coltivate in singoli vigneti nelle parcelle più vocate tra le Colline Patrimonio Unesco. L’affinamento in nuove autoclavi “orizzontali” e i lunghi tempi di fermentazione (fino a 12 mesi, laddove il Prosecco arriva normalmente a un mese circa) ci consentono di ottenere vini con espressioni organolettiche differenti (eleganza, complessità, varietà aromatica) a seconda delle singole annate e dei diversi cru. Insomma, una qualità al vertice nel mondo enologico e prezzi fino a 250 euro a bottiglia, per vini che non hanno nulla da invidiare ai diversi Metodo Classico e agli Champagne. Da un’attenta analisi comparativa è risultato inoltre che i costi di produzione del Prosecco, nelle zone ad elevata vocazione con colline dalle pendenze estreme, sono di ben tre volte più alti rispetto a quelli dei Metodo Classico e degli Champagne. Il Prosecco con queste caratteristiche diventa uno status symbol alla pari dello Champagne».
Tutti s’interrogano sul perché non si vende e non si beve più vino. È vero?
«Si bevono circa 30 miliardi di bottiglie di vino ogni anno e questo è un dato di fatto. Aggiungo che il trend dell’export del vino italiano è positivo in America Latina, Africa, India e in quasi tutta Europa. Un leggero calo dei consumi di circa 1% o 2% l’anno è strutturale nel corso degli ultimi 50 anni ed è legato al diverso tenore di vita. Il vino non è più un alimento energetico, ma un piacere che si abbina a quello per la buona tavola. Pertanto si bevono meno i vini di bassa qualità, mentre i vini premium sono in crescita. Il consumatore vuole sentirsi importante e quindi richiede più informazioni sul territorio di produzione, sulle caratteristiche del vino, sulle modalità di consumo. I giovani preferiscono l’informalità a pranzi o cene strutturate. I nuovi momenti di consumo coincidono con Happy hour o aperitivi “mangiati”, nel corso dei quali il vino ha trovato un suo spazio. Il successo delle bollicine rispetto ai vini fermi è motivato anche dal fatto che gli spumanti si prestano meglio ad essere consumati sul bancone o in piedi, in accompagnamento a finger food e a conversazioni più o meno effimere».
Il presidente dell’Uiv Frescobaldi ha esultato per il Mercosur, lei ha invece duramente protestato per l’accordo con l’Australia che sdogana il falso Prosecco. L’Ue sta penalizzando il vino?
«L’accordo con il Mercosur mi vede pienamente favorevole. Ho invece manifestato grandi perplessità riguardo all’accordo di libero scambio tra Ue e Australia che prevede una riduzione di dazi per i vini italiani, in cambio della possibilità per gli australiani di produrre e vendere Prosecco, prodotto appunto localmente. Inoltre, per 10 anni lo potranno esportare, non è chiaro se senza considerare che il marchio Prosecco è di proprietà esclusiva italiana e in particolare del consorzio. L’Italia sta dimostrando debolezza anche nei confronti della Francia, che non permette di produrre Champagne o Bordeaux in Australia. In caso di conferma dell’accordo si creerebbe inoltre un precedente con il rischio che anche altri Paesi possano avviare produzioni interne di Prosecco».
Restiamo dalle parti di Bruxelles. Lei e anche uno dei massimi distillatori italiani che ne pensa delle crociate anti alcol?
«Sono sempre partito dal presupposto che la moderazione rappresenti il corretto approccio al mondo del vino e dei distillati. Ho sempre invitato il consumatore a bere meno e a bere bene, in quanto la qualità si apprezza a piccole dosi. Detto questo è in corso una demonizzazione tout-court dell’alcol, che non fa distinzioni tra chi beve moderatamente e occasionalmente e chi cerca solo ed esclusivamente gli eccessi. La storia ci insegna che il proibizionismo ha raggiunto risultati opposti a quanto si prefissava. Non facciamo distinzioni di facciata tra alcol e vino, ma prendiamo in esame le diverse modalità di consumo, considerando che i superalcolici sono largamente utilizzati nei cocktail».
Il contesto economico di certo non aiuta chi fa vino o spiriti. Che cosa serve per sostenere questi comparti?
«Propongo innanzitutto di riconoscere il valore storico e culturale delle cantine e delle distillerie, che sono espressione dei territori e della tradizione ad essi collegata. Riguardo al sostegno, propongo di applicare alle nostre imprese adeguati sgravi fiscali per recuperare i danni per gli extra costi subiti e per la riduzione delle vendite dovute al blocco delle spedizioni negli ultimi due mesi. È impellente la riduzione del cuneo fiscale, non solo per una questione di equità, ma anche per incentivare le persone al lavoro».
Ha scommesso sul whisky italiano dopo aver rilanciato la grappa. C’è uno spazio di mercato?
«Abbiamo deciso di investire sul whisky, perché è un distillato che gode nel mondo di una grande popolarità e perché, come hanno dimostrato ottimamente i giapponesi, si presta ad essere interpretato, acquisendo le tipicità del territorio di produzione. Un investimento di 1,5 milioni di euro ha reso possibile l’apertura e l’avviamento di una nuova distilleria interamente dedicata. La sfida principale è stata dare una connotazione italiana al whisky. Va sottolineato che non abbiamo riconvertito gli alambicchi da distillazione della grappa, ma investito nell’acquisto di un apposito impianto, analogo a quelli che vengono impiegati per gli Scotch whisky. Una sfida ulteriore sta nel definire la categoria del “whisky italiano” che si caratterizzi per un proprio stile identitario, differenziandosi dallo Scotch whisky e da quello Made in Japan, oltreché dal whiskey irlandese e dal Bourbon americano. Il nuovo Whisky Alexander è un single malt che si caratterizza perché viene prodotto esclusivamente con malti inglesi e italiani e perché viene aggiunta acqua delle Alpi. L’affinamento in botti, che hanno precedentemente ospitato Brunello di Montalcino, Amarone o altri grandi vini rossi, regala al distillato una connotazione italiana».
Con i Bottega wine bar porta l’immagine del vino e dell’Italia nel mondo partendo dagli aeroporti. È un investimento che vale la pena fare?
«Bottega Prosecco Bar è un concept ideato con la finalità di esaltare le eccellenze del nostro Paese e gratificare il palato del consumatore tipo. Nello specifico viene riproposta la filosofia del bacaro veneziano, ovvero di un’osteria informale, dove i cibi vengono presentati sia come “cicheti”, ovvero stuzzichini da consumare al bancone, sia come piatti più strutturati da servire ai tavoli. La maggior parte dei nostri Prosecco Bar si trovano all’interno dei principali aeroporti internazionali (Dubai, Venezia, Istanbul, Londra Stansted, Nizza, Birmingham, Praga, Abu Dhabi, Basilea, Budapest, Bologna) e rappresentano un eccellente veicolo di visibilità per l’immagine della nostra azienda e per quella del vino italiano. Dopo oltre 12 anni (il primo Prosecco Bar è stato aperto nel 2014 in Scandinavia sulla nave Cinderella del gruppo Viking) siamo pienamente soddisfatti».
Ha legato il vino al concetto di eccellenza italiana partendo da una sorta di modello veneto o ancor meglio dall’attrattore Venezia. Funziona?
«Il Veneto rappresenta il retroterra culturale della nostra azienda, pertanto attingo sempre a questi valori per presentare nel mondo l’azienda Bottega e i suoi prodotti. Questa regione è espressione dell’eccellenza italiana, che spiegata all’estero è declinata nelle sue molteplici declinazioni territoriali. Venezia è una vetrina straordinaria, conosciuta ovunque nel mondo. Alle atmosfere veneziane ho legato il packaging che mi ha consentito di valorizzare il Prosecco e le grappe. Dalle bottiglie dorate, che evocano i mosaici, a quelle in vetro soffiato, ideate per la grappa, che si rifanno all’arte del vetro di Murano».
La cucina italiana diventata patrimonio Unesco serve a vendere il resto?
«La cucina italiana, riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, è sicuramente una buona notizia per il mondo del vino e può contribuire ad attrarre turismo qualificato. È un forte valore aggiunto per l’immagine del nostro Paese, ma è necessario che i nostri ristoratori e i nostri brand ambassador in Italia e nel mondo salvaguardino comunque la qualità degli ingredienti impiegati. Vanno protette da una parte le denominazioni d’origine dei cibi italiani, che stanno alla base dei nostri piatti, e dall’altra l’originalità delle nostre ricette. La tradizione è parte integrante della nostra identità culinaria. Una pizza o un tiramisù preparati con ingredienti inadeguati o con ricette fantasiose sono un danno per la reputazione della nostra cucina».

