Quattro virgola cinquanta per cento. Questa percentuale è quella chiave per capire le mosse di Donald Trump e quindi dei mercati. Questa famoso 4,5% è l’interesse pagato dal Tesoro americano sulla montagna di debito su cui siedono gli Stati Uniti. Sopra questa soglia, il mercato giudica insostenibile la gestione del rosso federale.
E ogni volta che ci si avvicina il presidente s’inventa qualcosa per raffreddare i costi, come è accaduto un anno fa durante la prima fase della guerra dei dazi e poi con la querelle sulla Groenlandia. Adesso è ricapitato con il conflitto iraniano. La storia non si ripete, certo, ma spesso fa rima. Tanto che non è più stato il petrolio il principale fattore di rischio per i mercati finanziari globali. L’attenzione degli investitori si è progressivamente spostata infatti sul mercato obbligazionario statunitense, dove nelle ultime sedute il rendimento del titolo decennale americano ha sfiorato il 4,45%, avvicinandosi alla soglia del 4,5%. Il movimento ha coinciso con un aumento della volatilità sui mercati e con un cambio di tono da parte dell’amministrazione statunitense sul fronte geopolitico. Il presidente Trump ha infatti annunciato il rinvio di cinque giorni degli attacchi alle infrastrutture iraniane, facendo riferimento a colloqui «produttivi» con Teheran che hanno riportato i rendimenti al 4,33%.
Ma perché i Treasury, ovvero i titoli pubblici Usa, sono così osservati? Alla base delle tensioni c’è la traiettoria del debito pubblico statunitense. Il debito federale ha superato i 39 triliardi (39.000) di dollari, in aumento di circa 2 triliardi negli ultimi otto mesi. Dall’inizio di luglio, dopo la rimozione del tetto al debito, l’incremento è stato pari a circa 2.800 miliardi. Rispetto al 2018, lo stock complessivo risulta quasi raddoppiato, con un rapporto debito/Pil salito al 124%. Soprattutto, le prospettive indicano un’ulteriore espansione: secondo le stime del Congressional Budget Office, il debito potrebbe crescere di circa 2.400 miliardi di dollari l’anno nel prossimo decennio, fino a raggiungere i 64 trilioni entro il 2036. In questo quadro, livelli elevati dei rendimenti comportano un aumento significativo del costo del servizio del debito, rafforzando il ruolo del mercato obbligazionario come vincolo per la politica economica.
Le ripercussioni si estendono anche ai mercati europei. In Italia, l’andamento dei titoli di Stato ha riflesso le oscillazioni registrate negli Stati Uniti e le notizie provenienti dal Medio Oriente. In avvio di seduta, i timori di un’escalation del conflitto avevano determinato un aumento dei rendimenti e un ampliamento dello spread tra Btp e Bund, salito oltre i 100 punti base.
Successivamente, le indicazioni di un possibile dialogo tra Stati Uniti e Iran hanno favorito un rientro delle tensioni. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale di riferimento e il corrispondente titolo tedesco è tornato sotto i 90 punti base, chiudendo a 89 punti rispetto ai 91 della seduta precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestato al 3,90%, in calo rispetto al 3,94% di venerdì scorso. Un sospiro di sollievo, insomma, dopo che gli interessi sul debito italico sono saliti di circa il 20% in un mese, il che costringerà a spendere di questo passo 3,5 miliardi in più per onorare le emissioni del 2026 se il tasso di mercato del Btp non dovesse scendere durante l’anno. Per questo però non resta che sperare negli Usa, in una pace vera.
Washington ha fissato il 9 aprile come data obiettivo per la fine della guerra, lasciando circa 21 giorni per la prosecuzione dei combattimenti e dei negoziati, scrive la testata israeliana Ynet. Proprio il 9 aprile di un anno fa ci fu il famoso colpo di scena sui dazi, quando il presidente Usa annunciò la pausa di tre mesi sulle nuove tariffe decise una settimana prima al «Liberation day», sostituendole con una sorta di dazio fisso del 10%. Quella mossa fece girare il mercato: Borse in rally e rendimenti dei titoli di Stato, americani e non, in discesa. Rivedremo lo stesso film?
Di certo lo schema di Trump è sempre quello: apre un conflitto e, tra la seconda e la quarta settimana, il suo linguaggio si sposta verso una risoluzione condizionata. Le dichiarazioni iniziano a sottolineare che i negoziati sono possibili se vengono soddisfatti determinati criteri. Riferimenti a colloqui, discussioni o quadri di riferimento entrano nella narrazione e lui misura gli effetti sulla controparte e sui mercati finanziari, mantenendo comunque la posizione strategica. Schema visto per l’accordo tariffario raggiunto con la Cina a ottobre 2025, l’intesa sulla Groenlandia con l’Ue a gennaio e il patto commerciale con l’India del 9 febbraio.
L’Iran seguirà il copione o reciterà a soggetto?











