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2022-05-25
Tirana invasa da 50.000 tifosi per la finale di Conference League
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Una città in delirio. Tirana si appresta a ospitare per la prima volta nella storia dell'Albania l'atto conclusivo di una competizione Uefa, la Conference League contesa dalla Roma di José Mourinho e dagli olandesi del Feyenoord. Da giorni la capitale albanese è letteralmente invasa da tifosi provenienti dall'Italia e dall'Olanda - si stima una presenza di 50.000 - la maggior parte dei quali è giunta qui senza avere il biglietto per assistere alla partita. Teatro del match sarà l'Arena Kombëtare, impianto inaugurato nel 2019 e costruito sul vecchio Qemal Stafa con il sostegno del programma di assistenza HatTrick della Uefa, ma piuttosto ridotto con una capienza di 22.500 posti.
A dicembre del 2020 la Uefa decise di assegnare la sede della prima finale della neonata competizione all'Albania, un Paese che una decina di anni fa aveva cominciato un percorso di sviluppo calcistico, impreziosito dalla prima storica qualificazione alla fase finale degli Europei del 2016 sotto la guida del ct italiano Gianni De Biasi, poi rallentato negli ultimi anni, con la nazionale che staziona al 63° posto del ranking Fifa. Una scelta che dimostra come l'organo guidato da Aleksander Ceferin decise di creare la Conference con l'obiettivo di dare visibilità europea a squadre di campionati minori. E che apre una riflessione su come, probabilmente, con il senno di poi, avrebbe fatto un'altra scelta sulla sede della finale. Di mezzo ci si è messo anche il caso, con il tabellone che ha messo di fronte due club con tifoserie molto calde e con il precedente pericoloso del 2015, quando gli ultras olandesi devastarono il centro di Roma e danneggiarono la Barcaccia del Bernini. Il clima di avvicinamento è stato tutt'altro che tenue. Nei giorni scorsi il gruppo di ultras del Feyenoord con un post sui social invitava chiunque ad andare a Tirana, con qualunque mezzo, anche senza biglietto per la partita al motto di «conquisteremo Tirana». Nella sera di martedì si sono registrati violenti scontri che hanno coinvolto le due tifoserie e le forze dell'ordine con un bilancio di 60 arresti, 48 dei quali romanisti, 50 rimpatri e numerosi agenti feriti in ospedale. Secondo le ricostruzioni alcuni ultras sono stati fermati nel tentativo di superare il cordone di protezione della polizia; mentre quelli arrestati o rimpatriati avevano con sé coltelli, cric e mazze. Il governo albanese tiene molto alla buona riuscita di questa manifestazione, tutta l'Albania si gioca molto a livello di reputazione, e ha fatto sapere che non tollererà violenze e che «la polizia se servirà andrà per le spicce». Anche per questo, ad aiutare le forze dell'ordine albanesi sono presenti a Tirana da diversi giorni 14 uomini della polizia italiana e altrettanti di quella olandese. Molti locali nei pressi dello stadio, per motivi di ordine pubblico e paura di subire danni che poi farebbero fatica a riparare dal punto di vista economico, hanno deciso di rinunciare al tradizionale arredamento esterno smontando ombrelloni e altre strutture scenografiche che di solito colorano e animano le strade di Tirana. Tanti gestori hanno deciso di tutelarsi ingaggiando servizi di security per evitare probabili incidenti. Il sindaco di Tirana, Erion Veliaj, ha varato un protocollo speciale, prendendo spunto da quelli messi in atto nel 2007 durante la visita dell'allora presidente americano George W. Bush o quella di papa Francesco nel 2014. Inoltre, le aziende e le imprese locali che non appartengono al settore dei servizi, dovranno seguire il modello delle istituzioni pubbliche, concedendo un giorno di riposo ai propri dipendenti.
A poche ore dal fischio d'inizio, previsto alle 21, la situazione è piuttosto tranquilla, anche se l'allerta tra le strade è palpabile in attesa dell'arrivo delle frange più estreme del tifo organizzato, il cui arrivo in città è atteso a ridosso della partita. Le autorità hanno predisposto due fan zone ai due lati opposti di Tirana in modo tale da evitare contatti ravvicinati tra le due tifoserie. Da una parte, a Sud, i romanisti all'Anfiteatro di Tirana e dall'altra, a Nord, gli olandesi nella zona Murat Toptani. Sono stati montati maxi schermi per permettere ai tifosi senza biglietto di vedere la partita.
Del resto c'era da aspettarselo. Dalla sera del 5 maggio, giorno in cui la Roma battendo il Leicester all'Olimpico ha strappato il pass per la finale della terza competizione europea creata lo scorso anno dalla Uefa, hotel, ostelli e b&b della capitale albanese sono stati presi letteralmente d'assalto da migliaia di tifosi desiderosi di vivere da vicino l'emozione della finalissima. Che sia allo stadio, in pochi sono riusciti ad accaparrarsi il tagliando per entrare all'Arena Kombëtare, o per le vie della città. Tutto ciò con il «giallo» di numerose prenotazioni di camere cancellate dagli albergatori con motivazioni opache, «siamo spiacenti, purtroppo la sua prenotazione è stata presa dal sistema ma in realtà c'è stato un sovraccarico di prenotazioni e non possiamo più onorare la sua prenotazione poiché non abbiamo più stanze libere», la risposta che va per la maggiore. Stanze che poi ricomparivano prenotabili a prezzi, ovviamente, spropositati, dai 200 euro a notte in su, in luogo dei 50 della prenotazione originale. Situazione, questa, che abbiamo potuto verificare in prima persona, avendo dovuto prenotare quattro hotel prima di quello buono. Con la terza disdetta comunicata addirittura il giorno prima della partita. Ci sono stati poi i voli diretti da qualunque aeroporto italiano che opera su Tirana esauriti in pochissime ore e passati da cifre low cost a prezzi a tre cifre in pochissimo tempo. C'è chi ha optato per la soluzione marittima, traghettando dall'Adriatico fino a Durazzo, il cui porto dista circa 40 chilometri da Tirana. Insomma, di tutto e di più, pur di esserci. A questo si è aggiunto il caos riguardo i biglietti per la partita. La Uefa è finita nel mirino della critica e dei tifosi che speravano di poter aver un maggiore accesso ai biglietti: 10.000 tagliandi complessivi messi a disposizione dei club dell'Uefa sono stati ritenuti insufficienti per l'eccessiva richiesta. Si poteva scegliere in base a quattro categorie di prezzo differenti, dalla 1 al costo di 125 euro a tagliando, la più cara, alla 4 al prezzo di 25 euro. In mezzo la 2 e la 3 rispettivamente di 85 e 35 euro. Soltanto che una volta aperta la vendita il sistema elettronico è andato in tilt e alla maggior parte dei tifosi è comparsa una schermata di errore che recitava: «Sfortunatamente, non siamo in grado di portare a termine la tua richiesta. Ci scusiamo per l'inconveniente. Per favore riprova più tardi o riaggiorna la pagina».
Da Roma a Tirana, passando per Bari e Durazzo: di tutto per esserci

Il viaggio verso Tirana, per i tanti tifosi che non sono riusciti a prenotare un volo per la capitale albanese e si sono dovuti «accontentare» della traversata in traghetto dal porto di Bari a Durazzo, è lungo, di quelli che scorrono lentamente tra l’attesa in città, le birre, i cori e la voglia di vivere un’esperienza unica. La partenza del traghetto Francesca della Adria Ferries è prevista alle 22 di martedì. «Le procedure di imbarco sono più lunghe del solito» - ci dicono gli operatori portuali. E in effetti i controlli alla dogana sono scrupolosi e serrati: quattro step con visione del documento d’identità ogni volta, un occhio al biglietto e registrazione individuale in video da parte della polizia con dichiarazione di nome, cognome e residenza. Alle 21:30 finalmente si riesce a salire a bordo, ma le operazioni d’imbarco si prolungano più del dovuto e l’altoparlante annuncia 30 minuti di ritardo che alla fine saliranno a 79. Tra le centinaia di tifosi giallorossi ce n’è anche uno che è stato respinto alla dogana per dei documenti non in ordine. Dal ponte del traghetto lo si vede sconsolato tornare a piedi verso le vie di Bari, si volta verso i suoi amici urlando «daje ragà, portamola a casa».
Alle 23:19 gli addetti mollano gli ormeggi, il ponte si chiude e si salpa alla volta di Durazzo. Chi ha prenotato la cabina va a riposare, gli altri si accampano nelle sale della nave. C’è chi sonnecchia, chi gioca a carte, chi si gode la brezza marina. Si parla di tutto e di più. Di calcio in generale, dello scudetto appena vinto dal Milan, dell’imminente finale di Champions tra Real Madrid e Liverpool, un giro largo per poi tornare sempre lì, a quello che da 20 giorni è l’unico pensiero nella testa di chi tifa Roma: la partita di stasera. «Per noi la Champions league è questa». E a proposito di Liverpool, qualcuno non riesce a fare a meno di tirar fuori il nome di Bruce Grobbelaar, il portiere zimbabwese che nel 1984 stregò Ciccio Graziani e Bruno Conti dal dischetto distraendoli con una strana danza da ubriaco sulla linea di porta (andare a recuperare le immagini su YouTube per chi non se lo ricorda). Un balletto che costò al club giallorosso la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni all’Olimpico. Ecco perché la Conference non sarà certo la Champions in valore assoluto, ma è evidente che per una società e un popolo che soltanto due volte nella sua storia, prima di questa, ha raggiunto l’atto conclusivo di una competizione europea, perdendole entrambe per altro, questa finale vale tantissimo. La garanzia in questo senso ha un nome e un cognome: José Mourinho. L’allenatore portoghese ha un feeling eccezionale con le finali e i trofei vinti ed è l’ultimo ad aver guidato un club italiano sul tetto d’Europa. Nella sua carriera è giunto a quota 20 titoli, tra i quali spiccano le due Champions vinte con il Porto nel 2004 e con l’Inter nel 2010, e le due Coppa Uefa/Europa League conquistate ancora con il Porto nel 2003 e la più recente con il Manchester United nel 2017. Alla viglia di questo appuntamento ha detto in maniera un po’ azzardata che si tratta «della finale più importante della sua carriera perché le altre le ha già giocate, questa va ancora giocata e vuole vincerla». Risulta difficile credergli sulla parola, ma per motivare i propri giocatori tutto è concesso a livello comunicativo e psicologico, e lo Special One in questo è maestro.
Alle 8:35 si sbarca a Durazzo, ci sono indicazioni e segnaletica dedicate a chi ha come destinazione Tirana. All’uscita dal porto, altro controllo di frontiera, e poi fuori, dove ci offrono una corsa in taxi a 30 euro. Optiamo decisamente per l’autobus a 150 lekë, equivalenti a 1,25 euro, che parte alle 9. Man mano che ci avviciniamo a Tirana vediamo lungo la strada le forze dell’ordine che presidiano l’ingresso in città. Il bigliettaio del bus che dalla stazione porta al centro città parla bene italiano e, prima, ci raccomanda sorridendo di «scrivere bene dell’Albania perché è un bel posto da visitare» e poi ci racconta di scontri avvenuti la sera prima tra ultras delle due tifoserie nei quali sono rimasti feriti alcuni agenti albanesi e sono state arrestate 60 persone di cui 48 italiani e altri 50 sono stati rimpatriati. Sui fatti di martedì sera è intervenuto il principe ereditario dell’Albania, Leka II, che in un'intervista al De Telegraaf ha detto preoccupato: «La maggior parte di questi tifosi si sta probabilmente divertendo, ma gli agenti di polizia albanesi sono stati portati in ospedale. È una novità per l’Albania. Abbiamo folle esuberanti solo in occasione di manifestazioni politiche. Il calcio qui è normalmente un affare di famiglia». E lo si nota tra la gente camminando tra le rrugë del centro. Per tutti è una cosa nuova vedere così tanta gente nella loro città, molti sono preoccupati di non fare bella figura.
Alle 10.30 la situazione nei pressi dello stadio è tranquilla. C'è chi ne approfitta per farsi un selfie con dietro l'architettura colorata dell'Arena Kombëtare, chi coglie l'occasione per visitare il centro di Tirana. A Piazza Skënderbej, luogo principale della capitale albanese è stata messa in mostra la coppa della Conference tra due manichini con le maglie della Roma e del Feyenoord. Chi ha la pazienza e la buona volontà di fare la coda sotto il sole cuocente può farsi scattare una foto ricordo con il trofeo. A pochi passi da qui c'è la fan zone dedicata ai tifosi olandesi. Facciamo un giro all'interno: la maggior parte è seduta ai tavoli di bar e ristoranti, gli altri allestiscono il palco con bandiere e vessilli biancorossi. La fan zone della Roma, invece, si trova all'interno di un parco praticamente sigillato a Sud dello stadio. In queste ore Fabrizio Bucci, ambasciatore italiano in Albania, ha raccomandato più volte ai tifosi, soprattutto quelli sprovvisti di biglietto, di recarsi e rimanere nella fan zone a loro riservata. Il diplomatico italiano ha poi commentato così gli incidenti di ieri sera: «Sono pseudo-tifosi. Alcuni di loro ci risulta che siano stati fermati perché hanno tentato di superare il cordone di protezione frapposto dalla polizia in centro. Altri sono stati trovati con coltelli, cric e mazze e allora, parlando da tifoso, dico che questo è sport, e non una battaglia. Chi va alla partita come se andasse in guerra è un delinquente e credo non ci sia altro da aggiungere».
La Roma a caccia del primo trofeo internazionale
Detto che nel suo albo d'oro la Roma conta una Coppa delle Fiere datata 1961 e una Coppa angloitaliana datata 1972, non ce ne vorrà nessun tifoso romanista se scriviamo che per i giallorossi si tratterebbe del primo trofeo internazionale, dopo le delusioni del 1984 nella finale di Coppa dei Campioni, proprio all'Olimpico, persa ai calci di rigore contro il Liverpool con gli errori di Bruno Conti e Ciccio Graziani ipnotizzati dai balletti del portiere zimbabwese Bruce Grobbelaar, e del 1991 con la Coppa Uefa vista sfumare nel doppio confronto tutto italiano contro l'Inter.
Erano gli anni Novanta, era un'altra epoca per il calcio italiano. Un'epoca in cui il nostro campionato era il più importante al mondo e pullulava dei più grandi campioni. Un'epoca in cui i nostri club dominavano in Europa con trionfi a ripetizione nelle tre coppe europee, la Coppa dei Campioni (poi diventata Champions League), la Coppa Uefa (dal 2009 Europa League) e la Coppa delle Coppe, conclusasi nel 1999 con la vittoria della Lazio. Si trattava della terza competizione continentale per importanza, oggi di fatto è sostituita dalla Conference, seppur con tutt'altro peso specifico per il valore delle squadre che vi partecipano, visto che la Coppa delle Coppe era popolata dai club vincitori delle principali coppe nazionali; mentre la Conference è stata voluta dall'Uefa per dare maggiore visibilità a squadre provenienti da campionati minori. I top campionati europei - dalla Premier League alla Liga alla Serie A, qualificano a questa competizione la settima classificata.
Dalla Lazio alla Roma, può essere un cerchio che si chiude attorno alle due squadre della Capitale, così come può essere un cerchio che si chiude quello che va dal 2010, ultima volta in cui una squadra italiana sollevò al cielo una coppa europea, era l'Inter del Triplete di José Mourinho che al Santiago Bernabeu mandò ko il Bayern Monaco conquistando la terza Champions League della sua storia, al 2022, anno in cui un'altra squadra italiana può tornare su un tetto d'Europa, seppur un tettuccio, ancora sotto la guida dello Special One. Di fronte c'è il Feyenoord. La squadra di Rotterdam, che ha chiuso l'Eredivisie al terzo posto dietro le solite Ajax e Psv, e per arrivare fin qui ha dovuto superare ostacoli come Partizan, Slavia Praga e Olympique Marsiglia, dal punto di vista dei trofei internazionali in bacheca è messa meglio della Roma, con due coppe Uefa vinte nel 1974 e nel 2002, e addirittura, una Coppa dei Campioni conquistata nel 1970 contro il Celtic a San Siro.
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A poche ore dal fischio d'inizio di Roma-Feyenoord, ecco come la capitale albanese si è preparata a un appuntamento che non vuole fallire. Ieri sera scontri tra forze dell'ordine e ultras con 60 arresti (48 romanisti), 50 rimpatri e 2 italiani in ospedale.In viaggio verso Tirana: voli introvabili e camere di hotel cancellate e rimesse in vendita a prezzi quadruplicati. In tanti optano per il traghetto Bari-Durazzo e per gli ostelli. Controlli serratissimi in dogana. Bagarini fuori dallo stadio: biglietti a 800 euro.La Roma vuole portare a casa il suo primo trofeo Uefa e per farlo si affida allo Special One José Mourinho.Lo speciale contiene tre articoli.Una città in delirio. Tirana si appresta a ospitare per la prima volta nella storia dell'Albania l'atto conclusivo di una competizione Uefa, la Conference League contesa dalla Roma di José Mourinho e dagli olandesi del Feyenoord. Da giorni la capitale albanese è letteralmente invasa da tifosi provenienti dall'Italia e dall'Olanda - si stima una presenza di 50.000 - la maggior parte dei quali è giunta qui senza avere il biglietto per assistere alla partita. Teatro del match sarà l'Arena Kombëtare, impianto inaugurato nel 2019 e costruito sul vecchio Qemal Stafa con il sostegno del programma di assistenza HatTrick della Uefa, ma piuttosto ridotto con una capienza di 22.500 posti.A dicembre del 2020 la Uefa decise di assegnare la sede della prima finale della neonata competizione all'Albania, un Paese che una decina di anni fa aveva cominciato un percorso di sviluppo calcistico, impreziosito dalla prima storica qualificazione alla fase finale degli Europei del 2016 sotto la guida del ct italiano Gianni De Biasi, poi rallentato negli ultimi anni, con la nazionale che staziona al 63° posto del ranking Fifa. Una scelta che dimostra come l'organo guidato da Aleksander Ceferin decise di creare la Conference con l'obiettivo di dare visibilità europea a squadre di campionati minori. E che apre una riflessione su come, probabilmente, con il senno di poi, avrebbe fatto un'altra scelta sulla sede della finale. Di mezzo ci si è messo anche il caso, con il tabellone che ha messo di fronte due club con tifoserie molto calde e con il precedente pericoloso del 2015, quando gli ultras olandesi devastarono il centro di Roma e danneggiarono la Barcaccia del Bernini. Il clima di avvicinamento è stato tutt'altro che tenue. Nei giorni scorsi il gruppo di ultras del Feyenoord con un post sui social invitava chiunque ad andare a Tirana, con qualunque mezzo, anche senza biglietto per la partita al motto di «conquisteremo Tirana». Nella sera di martedì si sono registrati violenti scontri che hanno coinvolto le due tifoserie e le forze dell'ordine con un bilancio di 60 arresti, 48 dei quali romanisti, 50 rimpatri e numerosi agenti feriti in ospedale. Secondo le ricostruzioni alcuni ultras sono stati fermati nel tentativo di superare il cordone di protezione della polizia; mentre quelli arrestati o rimpatriati avevano con sé coltelli, cric e mazze. Il governo albanese tiene molto alla buona riuscita di questa manifestazione, tutta l'Albania si gioca molto a livello di reputazione, e ha fatto sapere che non tollererà violenze e che «la polizia se servirà andrà per le spicce». Anche per questo, ad aiutare le forze dell'ordine albanesi sono presenti a Tirana da diversi giorni 14 uomini della polizia italiana e altrettanti di quella olandese. Molti locali nei pressi dello stadio, per motivi di ordine pubblico e paura di subire danni che poi farebbero fatica a riparare dal punto di vista economico, hanno deciso di rinunciare al tradizionale arredamento esterno smontando ombrelloni e altre strutture scenografiche che di solito colorano e animano le strade di Tirana. Tanti gestori hanno deciso di tutelarsi ingaggiando servizi di security per evitare probabili incidenti. Il sindaco di Tirana, Erion Veliaj, ha varato un protocollo speciale, prendendo spunto da quelli messi in atto nel 2007 durante la visita dell'allora presidente americano George W. Bush o quella di papa Francesco nel 2014. Inoltre, le aziende e le imprese locali che non appartengono al settore dei servizi, dovranno seguire il modello delle istituzioni pubbliche, concedendo un giorno di riposo ai propri dipendenti.A poche ore dal fischio d'inizio, previsto alle 21, la situazione è piuttosto tranquilla, anche se l'allerta tra le strade è palpabile in attesa dell'arrivo delle frange più estreme del tifo organizzato, il cui arrivo in città è atteso a ridosso della partita. Le autorità hanno predisposto due fan zone ai due lati opposti di Tirana in modo tale da evitare contatti ravvicinati tra le due tifoserie. Da una parte, a Sud, i romanisti all'Anfiteatro di Tirana e dall'altra, a Nord, gli olandesi nella zona Murat Toptani. Sono stati montati maxi schermi per permettere ai tifosi senza biglietto di vedere la partita.Del resto c'era da aspettarselo. Dalla sera del 5 maggio, giorno in cui la Roma battendo il Leicester all'Olimpico ha strappato il pass per la finale della terza competizione europea creata lo scorso anno dalla Uefa, hotel, ostelli e b&b della capitale albanese sono stati presi letteralmente d'assalto da migliaia di tifosi desiderosi di vivere da vicino l'emozione della finalissima. Che sia allo stadio, in pochi sono riusciti ad accaparrarsi il tagliando per entrare all'Arena Kombëtare, o per le vie della città. Tutto ciò con il «giallo» di numerose prenotazioni di camere cancellate dagli albergatori con motivazioni opache, «siamo spiacenti, purtroppo la sua prenotazione è stata presa dal sistema ma in realtà c'è stato un sovraccarico di prenotazioni e non possiamo più onorare la sua prenotazione poiché non abbiamo più stanze libere», la risposta che va per la maggiore. Stanze che poi ricomparivano prenotabili a prezzi, ovviamente, spropositati, dai 200 euro a notte in su, in luogo dei 50 della prenotazione originale. Situazione, questa, che abbiamo potuto verificare in prima persona, avendo dovuto prenotare quattro hotel prima di quello buono. Con la terza disdetta comunicata addirittura il giorno prima della partita. Ci sono stati poi i voli diretti da qualunque aeroporto italiano che opera su Tirana esauriti in pochissime ore e passati da cifre low cost a prezzi a tre cifre in pochissimo tempo. C'è chi ha optato per la soluzione marittima, traghettando dall'Adriatico fino a Durazzo, il cui porto dista circa 40 chilometri da Tirana. Insomma, di tutto e di più, pur di esserci. A questo si è aggiunto il caos riguardo i biglietti per la partita. La Uefa è finita nel mirino della critica e dei tifosi che speravano di poter aver un maggiore accesso ai biglietti: 10.000 tagliandi complessivi messi a disposizione dei club dell'Uefa sono stati ritenuti insufficienti per l'eccessiva richiesta. Si poteva scegliere in base a quattro categorie di prezzo differenti, dalla 1 al costo di 125 euro a tagliando, la più cara, alla 4 al prezzo di 25 euro. In mezzo la 2 e la 3 rispettivamente di 85 e 35 euro. Soltanto che una volta aperta la vendita il sistema elettronico è andato in tilt e alla maggior parte dei tifosi è comparsa una schermata di errore che recitava: «Sfortunatamente, non siamo in grado di portare a termine la tua richiesta. Ci scusiamo per l'inconveniente. Per favore riprova più tardi o riaggiorna la pagina».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/tirana-50000-tifosi-finale-conference-2657380138.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="da-roma-a-tirana-passando-per-bari-e-durazzo-di-tutto-per-esserci" data-post-id="2657380138" data-published-at="1653491696" data-use-pagination="False"> Da Roma a Tirana, passando per Bari e Durazzo: di tutto per esserci Il viaggio verso Tirana, per i tanti tifosi che non sono riusciti a prenotare un volo per la capitale albanese e si sono dovuti «accontentare» della traversata in traghetto dal porto di Bari a Durazzo, è lungo, di quelli che scorrono lentamente tra l’attesa in città, le birre, i cori e la voglia di vivere un’esperienza unica. La partenza del traghetto Francesca della Adria Ferries è prevista alle 22 di martedì. «Le procedure di imbarco sono più lunghe del solito» - ci dicono gli operatori portuali. E in effetti i controlli alla dogana sono scrupolosi e serrati: quattro step con visione del documento d’identità ogni volta, un occhio al biglietto e registrazione individuale in video da parte della polizia con dichiarazione di nome, cognome e residenza. Alle 21:30 finalmente si riesce a salire a bordo, ma le operazioni d’imbarco si prolungano più del dovuto e l’altoparlante annuncia 30 minuti di ritardo che alla fine saliranno a 79. Tra le centinaia di tifosi giallorossi ce n’è anche uno che è stato respinto alla dogana per dei documenti non in ordine. Dal ponte del traghetto lo si vede sconsolato tornare a piedi verso le vie di Bari, si volta verso i suoi amici urlando «daje ragà, portamola a casa».Alle 23:19 gli addetti mollano gli ormeggi, il ponte si chiude e si salpa alla volta di Durazzo. Chi ha prenotato la cabina va a riposare, gli altri si accampano nelle sale della nave. C’è chi sonnecchia, chi gioca a carte, chi si gode la brezza marina. Si parla di tutto e di più. Di calcio in generale, dello scudetto appena vinto dal Milan, dell’imminente finale di Champions tra Real Madrid e Liverpool, un giro largo per poi tornare sempre lì, a quello che da 20 giorni è l’unico pensiero nella testa di chi tifa Roma: la partita di stasera. «Per noi la Champions league è questa». E a proposito di Liverpool, qualcuno non riesce a fare a meno di tirar fuori il nome di Bruce Grobbelaar, il portiere zimbabwese che nel 1984 stregò Ciccio Graziani e Bruno Conti dal dischetto distraendoli con una strana danza da ubriaco sulla linea di porta (andare a recuperare le immagini su YouTube per chi non se lo ricorda). Un balletto che costò al club giallorosso la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni all’Olimpico. Ecco perché la Conference non sarà certo la Champions in valore assoluto, ma è evidente che per una società e un popolo che soltanto due volte nella sua storia, prima di questa, ha raggiunto l’atto conclusivo di una competizione europea, perdendole entrambe per altro, questa finale vale tantissimo. La garanzia in questo senso ha un nome e un cognome: José Mourinho. L’allenatore portoghese ha un feeling eccezionale con le finali e i trofei vinti ed è l’ultimo ad aver guidato un club italiano sul tetto d’Europa. Nella sua carriera è giunto a quota 20 titoli, tra i quali spiccano le due Champions vinte con il Porto nel 2004 e con l’Inter nel 2010, e le due Coppa Uefa/Europa League conquistate ancora con il Porto nel 2003 e la più recente con il Manchester United nel 2017. Alla viglia di questo appuntamento ha detto in maniera un po’ azzardata che si tratta «della finale più importante della sua carriera perché le altre le ha già giocate, questa va ancora giocata e vuole vincerla». Risulta difficile credergli sulla parola, ma per motivare i propri giocatori tutto è concesso a livello comunicativo e psicologico, e lo Special One in questo è maestro.Alle 8:35 si sbarca a Durazzo, ci sono indicazioni e segnaletica dedicate a chi ha come destinazione Tirana. All’uscita dal porto, altro controllo di frontiera, e poi fuori, dove ci offrono una corsa in taxi a 30 euro. Optiamo decisamente per l’autobus a 150 lekë, equivalenti a 1,25 euro, che parte alle 9. Man mano che ci avviciniamo a Tirana vediamo lungo la strada le forze dell’ordine che presidiano l’ingresso in città. Il bigliettaio del bus che dalla stazione porta al centro città parla bene italiano e, prima, ci raccomanda sorridendo di «scrivere bene dell’Albania perché è un bel posto da visitare» e poi ci racconta di scontri avvenuti la sera prima tra ultras delle due tifoserie nei quali sono rimasti feriti alcuni agenti albanesi e sono state arrestate 60 persone di cui 48 italiani e altri 50 sono stati rimpatriati. Sui fatti di martedì sera è intervenuto il principe ereditario dell’Albania, Leka II, che in un'intervista al De Telegraaf ha detto preoccupato: «La maggior parte di questi tifosi si sta probabilmente divertendo, ma gli agenti di polizia albanesi sono stati portati in ospedale. È una novità per l’Albania. Abbiamo folle esuberanti solo in occasione di manifestazioni politiche. Il calcio qui è normalmente un affare di famiglia». E lo si nota tra la gente camminando tra le rrugë del centro. Per tutti è una cosa nuova vedere così tanta gente nella loro città, molti sono preoccupati di non fare bella figura.Alle 10.30 la situazione nei pressi dello stadio è tranquilla. C'è chi ne approfitta per farsi un selfie con dietro l'architettura colorata dell'Arena Kombëtare, chi coglie l'occasione per visitare il centro di Tirana. A Piazza Skënderbej, luogo principale della capitale albanese è stata messa in mostra la coppa della Conference tra due manichini con le maglie della Roma e del Feyenoord. Chi ha la pazienza e la buona volontà di fare la coda sotto il sole cuocente può farsi scattare una foto ricordo con il trofeo. A pochi passi da qui c'è la fan zone dedicata ai tifosi olandesi. Facciamo un giro all'interno: la maggior parte è seduta ai tavoli di bar e ristoranti, gli altri allestiscono il palco con bandiere e vessilli biancorossi. La fan zone della Roma, invece, si trova all'interno di un parco praticamente sigillato a Sud dello stadio. In queste ore Fabrizio Bucci, ambasciatore italiano in Albania, ha raccomandato più volte ai tifosi, soprattutto quelli sprovvisti di biglietto, di recarsi e rimanere nella fan zone a loro riservata. Il diplomatico italiano ha poi commentato così gli incidenti di ieri sera: «Sono pseudo-tifosi. Alcuni di loro ci risulta che siano stati fermati perché hanno tentato di superare il cordone di protezione frapposto dalla polizia in centro. Altri sono stati trovati con coltelli, cric e mazze e allora, parlando da tifoso, dico che questo è sport, e non una battaglia. Chi va alla partita come se andasse in guerra è un delinquente e credo non ci sia altro da aggiungere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tirana-50000-tifosi-finale-conference-2657380138.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-roma-a-caccia-del-primo-trofeo-internazionale" data-post-id="2657380138" data-published-at="1653491696" data-use-pagination="False"> La Roma a caccia del primo trofeo internazionale Detto che nel suo albo d'oro la Roma conta una Coppa delle Fiere datata 1961 e una Coppa angloitaliana datata 1972, non ce ne vorrà nessun tifoso romanista se scriviamo che per i giallorossi si tratterebbe del primo trofeo internazionale, dopo le delusioni del 1984 nella finale di Coppa dei Campioni, proprio all'Olimpico, persa ai calci di rigore contro il Liverpool con gli errori di Bruno Conti e Ciccio Graziani ipnotizzati dai balletti del portiere zimbabwese Bruce Grobbelaar, e del 1991 con la Coppa Uefa vista sfumare nel doppio confronto tutto italiano contro l'Inter.Erano gli anni Novanta, era un'altra epoca per il calcio italiano. Un'epoca in cui il nostro campionato era il più importante al mondo e pullulava dei più grandi campioni. Un'epoca in cui i nostri club dominavano in Europa con trionfi a ripetizione nelle tre coppe europee, la Coppa dei Campioni (poi diventata Champions League), la Coppa Uefa (dal 2009 Europa League) e la Coppa delle Coppe, conclusasi nel 1999 con la vittoria della Lazio. Si trattava della terza competizione continentale per importanza, oggi di fatto è sostituita dalla Conference, seppur con tutt'altro peso specifico per il valore delle squadre che vi partecipano, visto che la Coppa delle Coppe era popolata dai club vincitori delle principali coppe nazionali; mentre la Conference è stata voluta dall'Uefa per dare maggiore visibilità a squadre provenienti da campionati minori. I top campionati europei - dalla Premier League alla Liga alla Serie A, qualificano a questa competizione la settima classificata.Dalla Lazio alla Roma, può essere un cerchio che si chiude attorno alle due squadre della Capitale, così come può essere un cerchio che si chiude quello che va dal 2010, ultima volta in cui una squadra italiana sollevò al cielo una coppa europea, era l'Inter del Triplete di José Mourinho che al Santiago Bernabeu mandò ko il Bayern Monaco conquistando la terza Champions League della sua storia, al 2022, anno in cui un'altra squadra italiana può tornare su un tetto d'Europa, seppur un tettuccio, ancora sotto la guida dello Special One. Di fronte c'è il Feyenoord. La squadra di Rotterdam, che ha chiuso l'Eredivisie al terzo posto dietro le solite Ajax e Psv, e per arrivare fin qui ha dovuto superare ostacoli come Partizan, Slavia Praga e Olympique Marsiglia, dal punto di vista dei trofei internazionali in bacheca è messa meglio della Roma, con due coppe Uefa vinte nel 1974 e nel 2002, e addirittura, una Coppa dei Campioni conquistata nel 1970 contro il Celtic a San Siro.
Perché l’alternativa che affiora, dopo il disimpegno del partner di gran lunga più forte, è una zuffa tra potenze europee di capacità comparabili, destinata comunque a premiare chi già oggi ha le spalle più larghe delle nostre. Soprattutto la Germania, i cui margini di spesa le consentiranno di costruire, in poco tempo, l’esercito più grande del continente. E di rivendicare manu militari l’egemonia che, fino all’era Merkel, essa aveva fondato sulla logica mercantilistica.
È vero: la nostra cooperazione con Washington proseguirà, a meno che un eventuale avvento del campo largo non ci riporti, lungo la Via della seta e sulle orme della Spagna di Pedro Sánchez, tra le braccia della Cina. I rapporti torneranno a distendersi, magari già con la presente amministrazione e, di sicuro, quando alla Casa Bianca arriverà un inquilino meno umorale e narcisista del tycoon newyorkese. Ma l’elezione di The Donald era un’occasione preziosa: l’internazionale sovranista e la convergenza su un’agenda antiglobalista giustificavano la speranza di correggere i meccanismi del sistema capitalistico che hanno prodotto ingiustizia e impoverito le classi medie. Nello scacchiere multipolare si intravedevano non solo le inevitabili e certo temibili turbolenze, ma anche il superamento di un diritto internazionale piegato ai biechi fini dei «poliziotti» del pianeta. Il secondo mandato di Trump ingolosiva persino per la promessa di porre fine al lungo delirio del woke. E l’Europa non avrebbe potuto arroccarsi nelle proprie architetture sclerotiche, con il trucco delle conventio ad excludendum per non mandare al governo la destra, o continuando a sfruttare i contropoteri tecnocratici che l’hanno tenuta - per usare un’espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo elettorale».
Il pericolo del divorzio all’americana, adesso, è proprio quello di farci ricadere nella prigionia continentale che, con fatica e con prudenza, l’Italia stava provando a scardinare dall’interno. Il riflesso pavloviano delle classi dirigenti, dinanzi allo spettacolo di Trump che scarica la sua principale interlocutrice, sarà quello di ribadire che se da ora in avanti ci saranno meno Stati Uniti, allora servirà più Europa. Tradotto: più Patto di stabilità, più centralizzazione spacciata per federalismo, magari più formati di «cooperazione rafforzata», stile volenterosi, introdotti per aggirare i veti e, a ben vedere, funzionali a consolidare il predominio degli Stati forti.
Il primo banco di prova dell’infausto riassetto, più che nell’Ue, ora galvanizzata dalla scomparsa della banderuola ungherese, potrebbe vedersi nella Nato. Ieri, il Wall Street Journal ha svelato che i membri europei dell’organizzazione hanno deciso di elaborare una sorta di piano B, per assicurarsi di rimanere capaci di difendersi anche in caso di abbandono degli Usa. L’idea sarebbe di affidare ruoli di comando ai Paesi del Vecchio continente e promuovere una maggiore integrazione delle loro risorse belliche. Il tavolo di lavoro è ancora allo stadio informale. Ma ciò che lo rende interessante è che sia stato sbloccato per volontà di Berlino, finora contraria a esplorare l’approccio unilaterale e a immaginare un’alleanza che prescindesse dal ruolo americano. Dev’essere questo ad aver dato la stura al commissario di Bruxelles per la Difesa, Andrius Kubilius. Il quale, allarmato per il potenziale ritiro di 80-100.000 soldati statunitensi, ha sollecitato la costituzione di una «forza europea in prima linea permanente, invece che una combinazione dei 27 eserciti». Una milizia comandata dalla Commissione anziché soggetta allo Stato più forte? Distopia o illusione.
«Per decenni», ha osservato il Wsj, «la Germania ha resistito alle richieste, guidate dalla Francia, di una maggiore sovranità europea in materia di difesa, preferendo mantenere gli Stati Uniti come garanti ultimi della sicurezza europea. Questa posizione sta ora cambiando sotto la guida del cancelliere tedesco Friedrich Merz, a causa delle preoccupazioni sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato durante la presidenza Trump». E perché - bisogna aggiungere - i massicci stanziamenti nel riarmo metteranno i teutonici nella condizione di strappare la leadership militare ai transalpini. La cui industria è all’avanguardia; le cui forze armate, ad oggi, sono le prime d’Europa; il cui arsenale nucleare strategico è l’unico dell’Ue; ma che i soliti dogmi finanziari dell’Unione limitano negli investimenti futuri. Sono le stesse restrizioni che condizionano Roma.
Non è un caso che il Fcas, il progetto francotedesco per un caccia di sesta generazione, sia collassato per disaccordi sul primato preteso da Parigi; e non è un caso nemmeno che, nel programma parallelo del Gcap, l’Italia si sia fatta affiancare da Regno Unito (fuori dall’Ue) e Giappone. La diffidenza reciproca non è una novità: negli anni Cinquanta, i tre fondatori della Comunità europea provarono a sviluppare insieme il deterrente nucleare, dopodiché Charles de Gaulle si chiamò fuori per realizzare la force de frappe che Emmanuel Macron adesso mette sul piatto, pur di far valere il peso specifico della sua nazione.
Lo squilibrio rispetto alla potenza americana quasi annullava competizione tra gli alleati minori. Che potrebbe essere complicata dall’integrazione dell’Ucraina, già dotata della forza armata più grande d’Europa.
Una relazione speciale con la Casa Bianca ci avrebbe facilitato nello sforzo di affrancarci dai vincoli dell’eurocrazia. Ora, potremmo essere costretti a rituffarci nel pantano. Dove le priorità del concorrente dominante saranno imposte a tutti: c’è da scommettere, ad esempio, che a Berlino prema di più contenere la Russia che gestire il Mediterraneo e il Nord Africa.
Fare da soli è un’opportunità e un rischio. L’autonomia strategica è una formula seducente, ma la sua strada è lastricata di trappole.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il crescendo di azioni, dichiarazioni e post sui social del presidente degli Stati Uniti, sempre più scomposte e volgari, avevano ridotto drasticamente il consenso di Trump tra gli italiani; l’attacco maleducato e senza precedenti a papa Leone XIV ha suscitato un moto di sdegno tale che per il presidente del Consiglio non era più possibile restare in silenzio. Non lo ha fatto: Giorgia, «donna, madre, e cristiana», ha difeso a spada tratta il Santo Padre, e la reazione di Trump, anche in questo caso al di fuori di ogni regola diplomatica, ha dimostrato che in questo momento storico il tycoon, almeno dal punto di vista del dialogo con gli altri leader, è indifendibile.
Giorgia Meloni di nuovo in sintonia con gli italiani, dicevamo: lo si era capito immediatamente leggendo le reazioni degli esponenti politici, anche di opposizione, e sbirciando i social. Ma anche i maggiori esperti di sondaggi confermano: «Non abbiamo ancora dati precisi», dice all’Adnkronos Renato Mannheimer, «ma la Meloni potrebbe guadagnare qualche punto e passare dal 40% al 45%. Ritengo che le parole di Trump abbiamo giovato al premier, che, al contrario, nei mesi scorsi sia stata danneggiata dalla sua relazione con il presidente Usa, tanto da aver perso al referendum della giustizia. Molti elettori di destra non hanno voluto votare sì perché infastiditi dalla posizione della Meloni verso Trump. Il premier con Sigonella aveva un po’ cambiato rotta e determinante è stata la sua presa di distanza dalle parole del tycoon contro il Pontefice. Credo senz’altro che il distacco da Trump le giovi». Del resto, come rileva Youtrend, Fratelli d’Italia ha la percentuale più alta di cattolici tra i suoi elettori: ben l’84%.
Ci permettiamo di aggiungere che anche le dure prese di posizione degli ultimi giorni nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, altro personaggio le cui azioni in Italia (e non solo) vengono ormai giudicate positive soltanto da una esigua minoranza, non potranno che far crescere ancora la popolarità della Meloni.
La giornata del premier è stata densa: al mattino, un videomessaggio realizzato per l’evento «Mille marchi storici per il futuro del Made in Italy», promosso dal ministero delle Imprese e dall’Associazione Marchi storici d’Italia; poi le congratulazioni alla Dda di Roma e all’Arma dei Carabinieri per l’importante operazione contro la criminalità messa a segno; un rapido «Ciao!» a Fiorello, che l’ha contattata durante la puntata de La Pennicanza, e nel pomeriggio, un appuntamento estremamente importante, l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Un colloquio al quale sono seguite dichiarazioni ai giornalisti.
Giorgia Meloni, pur senza mai citare Trump, non si è mossa di un millimetro dalla sua rotta: l’unione tra Usa e Ue è stato e continua, naturalmente, a essere il pilastro della politica estera del governo: «L’Italia», argomenta Giorgia Meloni, «intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise, che tutelino la sovranità di Kiev che assicurino la solidità dell’alleanza euroatlantica perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca». Non sapremo mai se Giorgia ha ricevuto qualche messaggio privato dai leader europei dopo l’attacco di Trump nei suoi confronti, ma è evidente che il richiamo all’unità europea non è banale, né di circostanza. Così come non banali e non di circostanza sono le parole che la Meloni dedica alla guerra in Ucraina: del resto, la postura del suo partito prima e del suo governo poi è stata sempre la stessa, sia che alla Casa Bianca ci fosse Joe Biden, che con l’arrivo di Trump: «Gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura», chiamano direttamente in causa l’Europa e l’Italia intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise che tutelino la sovranità di Kiev. L’Italia continuerà a promuovere in sede G7 e in sede di Unione europea la pressione economica sulla Federazione russa, che continua a non mostrare segnali concreti nel percorso negoziale, insiste negli attacchi contro i civili, persevera nel colpire le infrastrutture indispensabili per la popolazione. Il ventesimo pacchetto di sanzioni che l’Europa si appresta ad adottare rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante per ridurre ancora le entrate che alimentano la macchina bellica russa». Uno sguardo alla crisi in Iran: «Con Zelensky», sottolinea ancora la Meloni, «abbiamo avuto modo di confrontarci su quello che accade intorno a noi, quin anche sulla crisi iraniana che ovviamente preoccupa tutti, che sta diventando sempre più complessa. Continuiamo ovviamente a credere nella validità del cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati, nutriamo la speranza che il negoziato di pace possa riprendere, anche se in un contesto sicuramente non facile. L’Italia è come sempre pronta a fare la sua parte. Ed è molto interessata a sviluppare con Kiev una produzione congiunta di droni».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 16 aprile con Carlo Cambi
L'incontro del 17 aprile 2025 alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa)
Oltre a mantenere il punto, dopo che martedì aveva già tacciato il presidente del Consiglio di «mancanza di coraggio», ieri il tycoon, abituato ai giri di valzer, non ha escluso un cambiamento nelle relazioni tra i due alleati: «Chiunque abbia rifiutato il proprio aiuto nella gestione della situazione con l’Iran, con quel Paese non abbiamo più lo stesso rapporto». E non si è risparmiato nel ribadire la vulnerabilità italiana riguardo al petrolio. Se al Corriere della Sera aveva detto: «A voi italiani piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?», anche nell’intervista a Fox Business ha affermato: «Giusto per vostra informazione: l’Italia riceve grandi quantità di petrolio dallo Stretto di Hormuz».
Dalla maggioranza, che ha espresso a più riprese la vicinanza a Giorgia Meloni e la ferma condanna alle parole del tycoon contro il premier e papa Leone XIV, emerge un’interpretazione comune in merito alla solidità dei rapporti bilaterali. A stemperare i toni e a ridimensionare l’impatto dei contrasti è stato infatti il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, durante un punto stampa a Berlino. Assodato che «un rapporto di alleanza e di amicizia come quello fra l’Italia e gli Stati Uniti debba essere fatto di lealtà e rispetto» a cui il nostro Paese non è mai venuto meno, il vicepremier ha sottolineato che si tratta meramente di «una divergenza d’opinioni». Esclusa quindi l’esistenza di una crisi tra i due Paesi, Tajani ha sottolineato: «Non è un confronto franco su questioni dove non si è d’accordo a poter lacerare le relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti». E visto che «quando non si è d’accordo lo si dice», Tajani ha ricordato: «Non abbiamo condiviso le parole a proposito del Santo Padre, come non abbiamo condiviso le parole sulla Groenlandia perché abbiamo una posizione diversa, così come non abbiamo partecipato alla guerra in Iran perché non è la nostra guerra. Ma questo non significa non avere buone relazioni con gli Stati Uniti».
Anche secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, le relazioni tra Roma e Washington non sono in discussione: «I rapporti con gli Stati Uniti sono e continueranno a essere positivi, non è qualche caduta di stile di queste ore a mettere in discussione il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti». Oltre ad augurarsi che «smettano gli attacchi al Papa», Salvini, riferendosi alle immagini blasfeme postate da Trump, ha fatto presente: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso che aiuti la pace o la credibilità di nessuno». Tra l’altro, ha invitato a prendere con le pinze le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in merito alla fine del conflitto in Medio Oriente: «Se la guerra, come dice Trump, finisce tra una settimana, tanto meglio, ma la guerra a parole di Trump è già finita parecchie volte e non è ancora finita. E quindi se dovesse ancora andare avanti alcune settimane, non vogliamo lasciare a piedi gli italiani». Poco prima del nuovo affondo del capo della Casa Bianca contro Meloni, il vicepremier ha ribadito il «totale sostegno all’attività del governo e del presidente del Consiglio da tutti i punti di vista. Se Trump attacca il Papa sbaglia, se attacca il governo italiano sbaglia».
Dello stesso avviso è stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Non c’è niente di insanabile perché la Meloni e il governo italiano sanno benissimo che anche nei rapporti di amicizia la chiarezza è d’obbligo». E quindi «nessuno come la Meloni è stata così chiara nel dire “sono d’accordo con certe scelte di Trump“», ma è altrettanto vero che «nessuno come la Meloni è stata così chiara, quando non è stata d’accordo, nel dire “non sono d’accordo con alcune dichiarazioni di Trump“». Il presidente del Senato ha anche ricordato come fosse inevitabile la presa di posizione del premier contro gli insulti che il tycoon ha rivolto al pontefice: «Giorgia Meloni non può e non avrebbe mai potuto stare in silenzio di fronte a un atteggiamento nei confronti del Papa come quello che si è verificato da parte del presidente Trump, come cattolica e come presidente del Consiglio».
Pare che non si intravedano criticità all’orizzonte in ambito commerciale. A rassicurare su questo fronte, prima però dell’ultima invettiva di Donald Trump, è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. A Radio24 ha infatti dichiarato che «non ci sarà nessun contraccolpo commerciale dopo lo scontro tra il presidente del Consiglio, Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Trump», considerato il fatto che è «anche grazie al governo italiano, responsabile e lungimirante, che l’Ue ha ratificato un accordo con gli Usa per dazi orientativi del 15 per cento che i nostri prodotti hanno saputo oltrepassare». Oltretutto, «il consumatore americano ha dimostrato in questi mesi di non aver nessuna intenzione di rinunciare al made in Italy». Urso ha anche aggiunto: «Tutti hanno compreso che la Meloni ha tutelato l’immagine e l’interesse nazionale. Noi riconosciamo al Sommo pontefice il suo Magistero che deve esercitare al meglio e credo che lo comprendano bene anche gli americani e l’amministrazione degli Stati Uniti».
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