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2022-05-25
Tirana invasa da 50.000 tifosi per la finale di Conference League
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Una città in delirio. Tirana si appresta a ospitare per la prima volta nella storia dell'Albania l'atto conclusivo di una competizione Uefa, la Conference League contesa dalla Roma di José Mourinho e dagli olandesi del Feyenoord. Da giorni la capitale albanese è letteralmente invasa da tifosi provenienti dall'Italia e dall'Olanda - si stima una presenza di 50.000 - la maggior parte dei quali è giunta qui senza avere il biglietto per assistere alla partita. Teatro del match sarà l'Arena Kombëtare, impianto inaugurato nel 2019 e costruito sul vecchio Qemal Stafa con il sostegno del programma di assistenza HatTrick della Uefa, ma piuttosto ridotto con una capienza di 22.500 posti.
A dicembre del 2020 la Uefa decise di assegnare la sede della prima finale della neonata competizione all'Albania, un Paese che una decina di anni fa aveva cominciato un percorso di sviluppo calcistico, impreziosito dalla prima storica qualificazione alla fase finale degli Europei del 2016 sotto la guida del ct italiano Gianni De Biasi, poi rallentato negli ultimi anni, con la nazionale che staziona al 63° posto del ranking Fifa. Una scelta che dimostra come l'organo guidato da Aleksander Ceferin decise di creare la Conference con l'obiettivo di dare visibilità europea a squadre di campionati minori. E che apre una riflessione su come, probabilmente, con il senno di poi, avrebbe fatto un'altra scelta sulla sede della finale. Di mezzo ci si è messo anche il caso, con il tabellone che ha messo di fronte due club con tifoserie molto calde e con il precedente pericoloso del 2015, quando gli ultras olandesi devastarono il centro di Roma e danneggiarono la Barcaccia del Bernini. Il clima di avvicinamento è stato tutt'altro che tenue. Nei giorni scorsi il gruppo di ultras del Feyenoord con un post sui social invitava chiunque ad andare a Tirana, con qualunque mezzo, anche senza biglietto per la partita al motto di «conquisteremo Tirana». Nella sera di martedì si sono registrati violenti scontri che hanno coinvolto le due tifoserie e le forze dell'ordine con un bilancio di 60 arresti, 48 dei quali romanisti, 50 rimpatri e numerosi agenti feriti in ospedale. Secondo le ricostruzioni alcuni ultras sono stati fermati nel tentativo di superare il cordone di protezione della polizia; mentre quelli arrestati o rimpatriati avevano con sé coltelli, cric e mazze. Il governo albanese tiene molto alla buona riuscita di questa manifestazione, tutta l'Albania si gioca molto a livello di reputazione, e ha fatto sapere che non tollererà violenze e che «la polizia se servirà andrà per le spicce». Anche per questo, ad aiutare le forze dell'ordine albanesi sono presenti a Tirana da diversi giorni 14 uomini della polizia italiana e altrettanti di quella olandese. Molti locali nei pressi dello stadio, per motivi di ordine pubblico e paura di subire danni che poi farebbero fatica a riparare dal punto di vista economico, hanno deciso di rinunciare al tradizionale arredamento esterno smontando ombrelloni e altre strutture scenografiche che di solito colorano e animano le strade di Tirana. Tanti gestori hanno deciso di tutelarsi ingaggiando servizi di security per evitare probabili incidenti. Il sindaco di Tirana, Erion Veliaj, ha varato un protocollo speciale, prendendo spunto da quelli messi in atto nel 2007 durante la visita dell'allora presidente americano George W. Bush o quella di papa Francesco nel 2014. Inoltre, le aziende e le imprese locali che non appartengono al settore dei servizi, dovranno seguire il modello delle istituzioni pubbliche, concedendo un giorno di riposo ai propri dipendenti.
A poche ore dal fischio d'inizio, previsto alle 21, la situazione è piuttosto tranquilla, anche se l'allerta tra le strade è palpabile in attesa dell'arrivo delle frange più estreme del tifo organizzato, il cui arrivo in città è atteso a ridosso della partita. Le autorità hanno predisposto due fan zone ai due lati opposti di Tirana in modo tale da evitare contatti ravvicinati tra le due tifoserie. Da una parte, a Sud, i romanisti all'Anfiteatro di Tirana e dall'altra, a Nord, gli olandesi nella zona Murat Toptani. Sono stati montati maxi schermi per permettere ai tifosi senza biglietto di vedere la partita.
Del resto c'era da aspettarselo. Dalla sera del 5 maggio, giorno in cui la Roma battendo il Leicester all'Olimpico ha strappato il pass per la finale della terza competizione europea creata lo scorso anno dalla Uefa, hotel, ostelli e b&b della capitale albanese sono stati presi letteralmente d'assalto da migliaia di tifosi desiderosi di vivere da vicino l'emozione della finalissima. Che sia allo stadio, in pochi sono riusciti ad accaparrarsi il tagliando per entrare all'Arena Kombëtare, o per le vie della città. Tutto ciò con il «giallo» di numerose prenotazioni di camere cancellate dagli albergatori con motivazioni opache, «siamo spiacenti, purtroppo la sua prenotazione è stata presa dal sistema ma in realtà c'è stato un sovraccarico di prenotazioni e non possiamo più onorare la sua prenotazione poiché non abbiamo più stanze libere», la risposta che va per la maggiore. Stanze che poi ricomparivano prenotabili a prezzi, ovviamente, spropositati, dai 200 euro a notte in su, in luogo dei 50 della prenotazione originale. Situazione, questa, che abbiamo potuto verificare in prima persona, avendo dovuto prenotare quattro hotel prima di quello buono. Con la terza disdetta comunicata addirittura il giorno prima della partita. Ci sono stati poi i voli diretti da qualunque aeroporto italiano che opera su Tirana esauriti in pochissime ore e passati da cifre low cost a prezzi a tre cifre in pochissimo tempo. C'è chi ha optato per la soluzione marittima, traghettando dall'Adriatico fino a Durazzo, il cui porto dista circa 40 chilometri da Tirana. Insomma, di tutto e di più, pur di esserci. A questo si è aggiunto il caos riguardo i biglietti per la partita. La Uefa è finita nel mirino della critica e dei tifosi che speravano di poter aver un maggiore accesso ai biglietti: 10.000 tagliandi complessivi messi a disposizione dei club dell'Uefa sono stati ritenuti insufficienti per l'eccessiva richiesta. Si poteva scegliere in base a quattro categorie di prezzo differenti, dalla 1 al costo di 125 euro a tagliando, la più cara, alla 4 al prezzo di 25 euro. In mezzo la 2 e la 3 rispettivamente di 85 e 35 euro. Soltanto che una volta aperta la vendita il sistema elettronico è andato in tilt e alla maggior parte dei tifosi è comparsa una schermata di errore che recitava: «Sfortunatamente, non siamo in grado di portare a termine la tua richiesta. Ci scusiamo per l'inconveniente. Per favore riprova più tardi o riaggiorna la pagina».
Da Roma a Tirana, passando per Bari e Durazzo: di tutto per esserci

Il viaggio verso Tirana, per i tanti tifosi che non sono riusciti a prenotare un volo per la capitale albanese e si sono dovuti «accontentare» della traversata in traghetto dal porto di Bari a Durazzo, è lungo, di quelli che scorrono lentamente tra l’attesa in città, le birre, i cori e la voglia di vivere un’esperienza unica. La partenza del traghetto Francesca della Adria Ferries è prevista alle 22 di martedì. «Le procedure di imbarco sono più lunghe del solito» - ci dicono gli operatori portuali. E in effetti i controlli alla dogana sono scrupolosi e serrati: quattro step con visione del documento d’identità ogni volta, un occhio al biglietto e registrazione individuale in video da parte della polizia con dichiarazione di nome, cognome e residenza. Alle 21:30 finalmente si riesce a salire a bordo, ma le operazioni d’imbarco si prolungano più del dovuto e l’altoparlante annuncia 30 minuti di ritardo che alla fine saliranno a 79. Tra le centinaia di tifosi giallorossi ce n’è anche uno che è stato respinto alla dogana per dei documenti non in ordine. Dal ponte del traghetto lo si vede sconsolato tornare a piedi verso le vie di Bari, si volta verso i suoi amici urlando «daje ragà, portamola a casa».
Alle 23:19 gli addetti mollano gli ormeggi, il ponte si chiude e si salpa alla volta di Durazzo. Chi ha prenotato la cabina va a riposare, gli altri si accampano nelle sale della nave. C’è chi sonnecchia, chi gioca a carte, chi si gode la brezza marina. Si parla di tutto e di più. Di calcio in generale, dello scudetto appena vinto dal Milan, dell’imminente finale di Champions tra Real Madrid e Liverpool, un giro largo per poi tornare sempre lì, a quello che da 20 giorni è l’unico pensiero nella testa di chi tifa Roma: la partita di stasera. «Per noi la Champions league è questa». E a proposito di Liverpool, qualcuno non riesce a fare a meno di tirar fuori il nome di Bruce Grobbelaar, il portiere zimbabwese che nel 1984 stregò Ciccio Graziani e Bruno Conti dal dischetto distraendoli con una strana danza da ubriaco sulla linea di porta (andare a recuperare le immagini su YouTube per chi non se lo ricorda). Un balletto che costò al club giallorosso la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni all’Olimpico. Ecco perché la Conference non sarà certo la Champions in valore assoluto, ma è evidente che per una società e un popolo che soltanto due volte nella sua storia, prima di questa, ha raggiunto l’atto conclusivo di una competizione europea, perdendole entrambe per altro, questa finale vale tantissimo. La garanzia in questo senso ha un nome e un cognome: José Mourinho. L’allenatore portoghese ha un feeling eccezionale con le finali e i trofei vinti ed è l’ultimo ad aver guidato un club italiano sul tetto d’Europa. Nella sua carriera è giunto a quota 20 titoli, tra i quali spiccano le due Champions vinte con il Porto nel 2004 e con l’Inter nel 2010, e le due Coppa Uefa/Europa League conquistate ancora con il Porto nel 2003 e la più recente con il Manchester United nel 2017. Alla viglia di questo appuntamento ha detto in maniera un po’ azzardata che si tratta «della finale più importante della sua carriera perché le altre le ha già giocate, questa va ancora giocata e vuole vincerla». Risulta difficile credergli sulla parola, ma per motivare i propri giocatori tutto è concesso a livello comunicativo e psicologico, e lo Special One in questo è maestro.
Alle 8:35 si sbarca a Durazzo, ci sono indicazioni e segnaletica dedicate a chi ha come destinazione Tirana. All’uscita dal porto, altro controllo di frontiera, e poi fuori, dove ci offrono una corsa in taxi a 30 euro. Optiamo decisamente per l’autobus a 150 lekë, equivalenti a 1,25 euro, che parte alle 9. Man mano che ci avviciniamo a Tirana vediamo lungo la strada le forze dell’ordine che presidiano l’ingresso in città. Il bigliettaio del bus che dalla stazione porta al centro città parla bene italiano e, prima, ci raccomanda sorridendo di «scrivere bene dell’Albania perché è un bel posto da visitare» e poi ci racconta di scontri avvenuti la sera prima tra ultras delle due tifoserie nei quali sono rimasti feriti alcuni agenti albanesi e sono state arrestate 60 persone di cui 48 italiani e altri 50 sono stati rimpatriati. Sui fatti di martedì sera è intervenuto il principe ereditario dell’Albania, Leka II, che in un'intervista al De Telegraaf ha detto preoccupato: «La maggior parte di questi tifosi si sta probabilmente divertendo, ma gli agenti di polizia albanesi sono stati portati in ospedale. È una novità per l’Albania. Abbiamo folle esuberanti solo in occasione di manifestazioni politiche. Il calcio qui è normalmente un affare di famiglia». E lo si nota tra la gente camminando tra le rrugë del centro. Per tutti è una cosa nuova vedere così tanta gente nella loro città, molti sono preoccupati di non fare bella figura.
Alle 10.30 la situazione nei pressi dello stadio è tranquilla. C'è chi ne approfitta per farsi un selfie con dietro l'architettura colorata dell'Arena Kombëtare, chi coglie l'occasione per visitare il centro di Tirana. A Piazza Skënderbej, luogo principale della capitale albanese è stata messa in mostra la coppa della Conference tra due manichini con le maglie della Roma e del Feyenoord. Chi ha la pazienza e la buona volontà di fare la coda sotto il sole cuocente può farsi scattare una foto ricordo con il trofeo. A pochi passi da qui c'è la fan zone dedicata ai tifosi olandesi. Facciamo un giro all'interno: la maggior parte è seduta ai tavoli di bar e ristoranti, gli altri allestiscono il palco con bandiere e vessilli biancorossi. La fan zone della Roma, invece, si trova all'interno di un parco praticamente sigillato a Sud dello stadio. In queste ore Fabrizio Bucci, ambasciatore italiano in Albania, ha raccomandato più volte ai tifosi, soprattutto quelli sprovvisti di biglietto, di recarsi e rimanere nella fan zone a loro riservata. Il diplomatico italiano ha poi commentato così gli incidenti di ieri sera: «Sono pseudo-tifosi. Alcuni di loro ci risulta che siano stati fermati perché hanno tentato di superare il cordone di protezione frapposto dalla polizia in centro. Altri sono stati trovati con coltelli, cric e mazze e allora, parlando da tifoso, dico che questo è sport, e non una battaglia. Chi va alla partita come se andasse in guerra è un delinquente e credo non ci sia altro da aggiungere».
La Roma a caccia del primo trofeo internazionale
Detto che nel suo albo d'oro la Roma conta una Coppa delle Fiere datata 1961 e una Coppa angloitaliana datata 1972, non ce ne vorrà nessun tifoso romanista se scriviamo che per i giallorossi si tratterebbe del primo trofeo internazionale, dopo le delusioni del 1984 nella finale di Coppa dei Campioni, proprio all'Olimpico, persa ai calci di rigore contro il Liverpool con gli errori di Bruno Conti e Ciccio Graziani ipnotizzati dai balletti del portiere zimbabwese Bruce Grobbelaar, e del 1991 con la Coppa Uefa vista sfumare nel doppio confronto tutto italiano contro l'Inter.
Erano gli anni Novanta, era un'altra epoca per il calcio italiano. Un'epoca in cui il nostro campionato era il più importante al mondo e pullulava dei più grandi campioni. Un'epoca in cui i nostri club dominavano in Europa con trionfi a ripetizione nelle tre coppe europee, la Coppa dei Campioni (poi diventata Champions League), la Coppa Uefa (dal 2009 Europa League) e la Coppa delle Coppe, conclusasi nel 1999 con la vittoria della Lazio. Si trattava della terza competizione continentale per importanza, oggi di fatto è sostituita dalla Conference, seppur con tutt'altro peso specifico per il valore delle squadre che vi partecipano, visto che la Coppa delle Coppe era popolata dai club vincitori delle principali coppe nazionali; mentre la Conference è stata voluta dall'Uefa per dare maggiore visibilità a squadre provenienti da campionati minori. I top campionati europei - dalla Premier League alla Liga alla Serie A, qualificano a questa competizione la settima classificata.
Dalla Lazio alla Roma, può essere un cerchio che si chiude attorno alle due squadre della Capitale, così come può essere un cerchio che si chiude quello che va dal 2010, ultima volta in cui una squadra italiana sollevò al cielo una coppa europea, era l'Inter del Triplete di José Mourinho che al Santiago Bernabeu mandò ko il Bayern Monaco conquistando la terza Champions League della sua storia, al 2022, anno in cui un'altra squadra italiana può tornare su un tetto d'Europa, seppur un tettuccio, ancora sotto la guida dello Special One. Di fronte c'è il Feyenoord. La squadra di Rotterdam, che ha chiuso l'Eredivisie al terzo posto dietro le solite Ajax e Psv, e per arrivare fin qui ha dovuto superare ostacoli come Partizan, Slavia Praga e Olympique Marsiglia, dal punto di vista dei trofei internazionali in bacheca è messa meglio della Roma, con due coppe Uefa vinte nel 1974 e nel 2002, e addirittura, una Coppa dei Campioni conquistata nel 1970 contro il Celtic a San Siro.
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A poche ore dal fischio d'inizio di Roma-Feyenoord, ecco come la capitale albanese si è preparata a un appuntamento che non vuole fallire. Ieri sera scontri tra forze dell'ordine e ultras con 60 arresti (48 romanisti), 50 rimpatri e 2 italiani in ospedale.In viaggio verso Tirana: voli introvabili e camere di hotel cancellate e rimesse in vendita a prezzi quadruplicati. In tanti optano per il traghetto Bari-Durazzo e per gli ostelli. Controlli serratissimi in dogana. Bagarini fuori dallo stadio: biglietti a 800 euro.La Roma vuole portare a casa il suo primo trofeo Uefa e per farlo si affida allo Special One José Mourinho.Lo speciale contiene tre articoli.Una città in delirio. Tirana si appresta a ospitare per la prima volta nella storia dell'Albania l'atto conclusivo di una competizione Uefa, la Conference League contesa dalla Roma di José Mourinho e dagli olandesi del Feyenoord. Da giorni la capitale albanese è letteralmente invasa da tifosi provenienti dall'Italia e dall'Olanda - si stima una presenza di 50.000 - la maggior parte dei quali è giunta qui senza avere il biglietto per assistere alla partita. Teatro del match sarà l'Arena Kombëtare, impianto inaugurato nel 2019 e costruito sul vecchio Qemal Stafa con il sostegno del programma di assistenza HatTrick della Uefa, ma piuttosto ridotto con una capienza di 22.500 posti.A dicembre del 2020 la Uefa decise di assegnare la sede della prima finale della neonata competizione all'Albania, un Paese che una decina di anni fa aveva cominciato un percorso di sviluppo calcistico, impreziosito dalla prima storica qualificazione alla fase finale degli Europei del 2016 sotto la guida del ct italiano Gianni De Biasi, poi rallentato negli ultimi anni, con la nazionale che staziona al 63° posto del ranking Fifa. Una scelta che dimostra come l'organo guidato da Aleksander Ceferin decise di creare la Conference con l'obiettivo di dare visibilità europea a squadre di campionati minori. E che apre una riflessione su come, probabilmente, con il senno di poi, avrebbe fatto un'altra scelta sulla sede della finale. Di mezzo ci si è messo anche il caso, con il tabellone che ha messo di fronte due club con tifoserie molto calde e con il precedente pericoloso del 2015, quando gli ultras olandesi devastarono il centro di Roma e danneggiarono la Barcaccia del Bernini. Il clima di avvicinamento è stato tutt'altro che tenue. Nei giorni scorsi il gruppo di ultras del Feyenoord con un post sui social invitava chiunque ad andare a Tirana, con qualunque mezzo, anche senza biglietto per la partita al motto di «conquisteremo Tirana». Nella sera di martedì si sono registrati violenti scontri che hanno coinvolto le due tifoserie e le forze dell'ordine con un bilancio di 60 arresti, 48 dei quali romanisti, 50 rimpatri e numerosi agenti feriti in ospedale. Secondo le ricostruzioni alcuni ultras sono stati fermati nel tentativo di superare il cordone di protezione della polizia; mentre quelli arrestati o rimpatriati avevano con sé coltelli, cric e mazze. Il governo albanese tiene molto alla buona riuscita di questa manifestazione, tutta l'Albania si gioca molto a livello di reputazione, e ha fatto sapere che non tollererà violenze e che «la polizia se servirà andrà per le spicce». Anche per questo, ad aiutare le forze dell'ordine albanesi sono presenti a Tirana da diversi giorni 14 uomini della polizia italiana e altrettanti di quella olandese. Molti locali nei pressi dello stadio, per motivi di ordine pubblico e paura di subire danni che poi farebbero fatica a riparare dal punto di vista economico, hanno deciso di rinunciare al tradizionale arredamento esterno smontando ombrelloni e altre strutture scenografiche che di solito colorano e animano le strade di Tirana. Tanti gestori hanno deciso di tutelarsi ingaggiando servizi di security per evitare probabili incidenti. Il sindaco di Tirana, Erion Veliaj, ha varato un protocollo speciale, prendendo spunto da quelli messi in atto nel 2007 durante la visita dell'allora presidente americano George W. Bush o quella di papa Francesco nel 2014. Inoltre, le aziende e le imprese locali che non appartengono al settore dei servizi, dovranno seguire il modello delle istituzioni pubbliche, concedendo un giorno di riposo ai propri dipendenti.A poche ore dal fischio d'inizio, previsto alle 21, la situazione è piuttosto tranquilla, anche se l'allerta tra le strade è palpabile in attesa dell'arrivo delle frange più estreme del tifo organizzato, il cui arrivo in città è atteso a ridosso della partita. Le autorità hanno predisposto due fan zone ai due lati opposti di Tirana in modo tale da evitare contatti ravvicinati tra le due tifoserie. Da una parte, a Sud, i romanisti all'Anfiteatro di Tirana e dall'altra, a Nord, gli olandesi nella zona Murat Toptani. Sono stati montati maxi schermi per permettere ai tifosi senza biglietto di vedere la partita.Del resto c'era da aspettarselo. Dalla sera del 5 maggio, giorno in cui la Roma battendo il Leicester all'Olimpico ha strappato il pass per la finale della terza competizione europea creata lo scorso anno dalla Uefa, hotel, ostelli e b&b della capitale albanese sono stati presi letteralmente d'assalto da migliaia di tifosi desiderosi di vivere da vicino l'emozione della finalissima. Che sia allo stadio, in pochi sono riusciti ad accaparrarsi il tagliando per entrare all'Arena Kombëtare, o per le vie della città. Tutto ciò con il «giallo» di numerose prenotazioni di camere cancellate dagli albergatori con motivazioni opache, «siamo spiacenti, purtroppo la sua prenotazione è stata presa dal sistema ma in realtà c'è stato un sovraccarico di prenotazioni e non possiamo più onorare la sua prenotazione poiché non abbiamo più stanze libere», la risposta che va per la maggiore. Stanze che poi ricomparivano prenotabili a prezzi, ovviamente, spropositati, dai 200 euro a notte in su, in luogo dei 50 della prenotazione originale. Situazione, questa, che abbiamo potuto verificare in prima persona, avendo dovuto prenotare quattro hotel prima di quello buono. Con la terza disdetta comunicata addirittura il giorno prima della partita. Ci sono stati poi i voli diretti da qualunque aeroporto italiano che opera su Tirana esauriti in pochissime ore e passati da cifre low cost a prezzi a tre cifre in pochissimo tempo. C'è chi ha optato per la soluzione marittima, traghettando dall'Adriatico fino a Durazzo, il cui porto dista circa 40 chilometri da Tirana. Insomma, di tutto e di più, pur di esserci. A questo si è aggiunto il caos riguardo i biglietti per la partita. La Uefa è finita nel mirino della critica e dei tifosi che speravano di poter aver un maggiore accesso ai biglietti: 10.000 tagliandi complessivi messi a disposizione dei club dell'Uefa sono stati ritenuti insufficienti per l'eccessiva richiesta. Si poteva scegliere in base a quattro categorie di prezzo differenti, dalla 1 al costo di 125 euro a tagliando, la più cara, alla 4 al prezzo di 25 euro. In mezzo la 2 e la 3 rispettivamente di 85 e 35 euro. Soltanto che una volta aperta la vendita il sistema elettronico è andato in tilt e alla maggior parte dei tifosi è comparsa una schermata di errore che recitava: «Sfortunatamente, non siamo in grado di portare a termine la tua richiesta. Ci scusiamo per l'inconveniente. Per favore riprova più tardi o riaggiorna la pagina».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/tirana-50000-tifosi-finale-conference-2657380138.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="da-roma-a-tirana-passando-per-bari-e-durazzo-di-tutto-per-esserci" data-post-id="2657380138" data-published-at="1653491696" data-use-pagination="False"> Da Roma a Tirana, passando per Bari e Durazzo: di tutto per esserci Il viaggio verso Tirana, per i tanti tifosi che non sono riusciti a prenotare un volo per la capitale albanese e si sono dovuti «accontentare» della traversata in traghetto dal porto di Bari a Durazzo, è lungo, di quelli che scorrono lentamente tra l’attesa in città, le birre, i cori e la voglia di vivere un’esperienza unica. La partenza del traghetto Francesca della Adria Ferries è prevista alle 22 di martedì. «Le procedure di imbarco sono più lunghe del solito» - ci dicono gli operatori portuali. E in effetti i controlli alla dogana sono scrupolosi e serrati: quattro step con visione del documento d’identità ogni volta, un occhio al biglietto e registrazione individuale in video da parte della polizia con dichiarazione di nome, cognome e residenza. Alle 21:30 finalmente si riesce a salire a bordo, ma le operazioni d’imbarco si prolungano più del dovuto e l’altoparlante annuncia 30 minuti di ritardo che alla fine saliranno a 79. Tra le centinaia di tifosi giallorossi ce n’è anche uno che è stato respinto alla dogana per dei documenti non in ordine. Dal ponte del traghetto lo si vede sconsolato tornare a piedi verso le vie di Bari, si volta verso i suoi amici urlando «daje ragà, portamola a casa».Alle 23:19 gli addetti mollano gli ormeggi, il ponte si chiude e si salpa alla volta di Durazzo. Chi ha prenotato la cabina va a riposare, gli altri si accampano nelle sale della nave. C’è chi sonnecchia, chi gioca a carte, chi si gode la brezza marina. Si parla di tutto e di più. Di calcio in generale, dello scudetto appena vinto dal Milan, dell’imminente finale di Champions tra Real Madrid e Liverpool, un giro largo per poi tornare sempre lì, a quello che da 20 giorni è l’unico pensiero nella testa di chi tifa Roma: la partita di stasera. «Per noi la Champions league è questa». E a proposito di Liverpool, qualcuno non riesce a fare a meno di tirar fuori il nome di Bruce Grobbelaar, il portiere zimbabwese che nel 1984 stregò Ciccio Graziani e Bruno Conti dal dischetto distraendoli con una strana danza da ubriaco sulla linea di porta (andare a recuperare le immagini su YouTube per chi non se lo ricorda). Un balletto che costò al club giallorosso la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni all’Olimpico. Ecco perché la Conference non sarà certo la Champions in valore assoluto, ma è evidente che per una società e un popolo che soltanto due volte nella sua storia, prima di questa, ha raggiunto l’atto conclusivo di una competizione europea, perdendole entrambe per altro, questa finale vale tantissimo. La garanzia in questo senso ha un nome e un cognome: José Mourinho. L’allenatore portoghese ha un feeling eccezionale con le finali e i trofei vinti ed è l’ultimo ad aver guidato un club italiano sul tetto d’Europa. Nella sua carriera è giunto a quota 20 titoli, tra i quali spiccano le due Champions vinte con il Porto nel 2004 e con l’Inter nel 2010, e le due Coppa Uefa/Europa League conquistate ancora con il Porto nel 2003 e la più recente con il Manchester United nel 2017. Alla viglia di questo appuntamento ha detto in maniera un po’ azzardata che si tratta «della finale più importante della sua carriera perché le altre le ha già giocate, questa va ancora giocata e vuole vincerla». Risulta difficile credergli sulla parola, ma per motivare i propri giocatori tutto è concesso a livello comunicativo e psicologico, e lo Special One in questo è maestro.Alle 8:35 si sbarca a Durazzo, ci sono indicazioni e segnaletica dedicate a chi ha come destinazione Tirana. All’uscita dal porto, altro controllo di frontiera, e poi fuori, dove ci offrono una corsa in taxi a 30 euro. Optiamo decisamente per l’autobus a 150 lekë, equivalenti a 1,25 euro, che parte alle 9. Man mano che ci avviciniamo a Tirana vediamo lungo la strada le forze dell’ordine che presidiano l’ingresso in città. Il bigliettaio del bus che dalla stazione porta al centro città parla bene italiano e, prima, ci raccomanda sorridendo di «scrivere bene dell’Albania perché è un bel posto da visitare» e poi ci racconta di scontri avvenuti la sera prima tra ultras delle due tifoserie nei quali sono rimasti feriti alcuni agenti albanesi e sono state arrestate 60 persone di cui 48 italiani e altri 50 sono stati rimpatriati. Sui fatti di martedì sera è intervenuto il principe ereditario dell’Albania, Leka II, che in un'intervista al De Telegraaf ha detto preoccupato: «La maggior parte di questi tifosi si sta probabilmente divertendo, ma gli agenti di polizia albanesi sono stati portati in ospedale. È una novità per l’Albania. Abbiamo folle esuberanti solo in occasione di manifestazioni politiche. Il calcio qui è normalmente un affare di famiglia». E lo si nota tra la gente camminando tra le rrugë del centro. Per tutti è una cosa nuova vedere così tanta gente nella loro città, molti sono preoccupati di non fare bella figura.Alle 10.30 la situazione nei pressi dello stadio è tranquilla. C'è chi ne approfitta per farsi un selfie con dietro l'architettura colorata dell'Arena Kombëtare, chi coglie l'occasione per visitare il centro di Tirana. A Piazza Skënderbej, luogo principale della capitale albanese è stata messa in mostra la coppa della Conference tra due manichini con le maglie della Roma e del Feyenoord. Chi ha la pazienza e la buona volontà di fare la coda sotto il sole cuocente può farsi scattare una foto ricordo con il trofeo. A pochi passi da qui c'è la fan zone dedicata ai tifosi olandesi. Facciamo un giro all'interno: la maggior parte è seduta ai tavoli di bar e ristoranti, gli altri allestiscono il palco con bandiere e vessilli biancorossi. La fan zone della Roma, invece, si trova all'interno di un parco praticamente sigillato a Sud dello stadio. In queste ore Fabrizio Bucci, ambasciatore italiano in Albania, ha raccomandato più volte ai tifosi, soprattutto quelli sprovvisti di biglietto, di recarsi e rimanere nella fan zone a loro riservata. Il diplomatico italiano ha poi commentato così gli incidenti di ieri sera: «Sono pseudo-tifosi. Alcuni di loro ci risulta che siano stati fermati perché hanno tentato di superare il cordone di protezione frapposto dalla polizia in centro. Altri sono stati trovati con coltelli, cric e mazze e allora, parlando da tifoso, dico che questo è sport, e non una battaglia. Chi va alla partita come se andasse in guerra è un delinquente e credo non ci sia altro da aggiungere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tirana-50000-tifosi-finale-conference-2657380138.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-roma-a-caccia-del-primo-trofeo-internazionale" data-post-id="2657380138" data-published-at="1653491696" data-use-pagination="False"> La Roma a caccia del primo trofeo internazionale Detto che nel suo albo d'oro la Roma conta una Coppa delle Fiere datata 1961 e una Coppa angloitaliana datata 1972, non ce ne vorrà nessun tifoso romanista se scriviamo che per i giallorossi si tratterebbe del primo trofeo internazionale, dopo le delusioni del 1984 nella finale di Coppa dei Campioni, proprio all'Olimpico, persa ai calci di rigore contro il Liverpool con gli errori di Bruno Conti e Ciccio Graziani ipnotizzati dai balletti del portiere zimbabwese Bruce Grobbelaar, e del 1991 con la Coppa Uefa vista sfumare nel doppio confronto tutto italiano contro l'Inter.Erano gli anni Novanta, era un'altra epoca per il calcio italiano. Un'epoca in cui il nostro campionato era il più importante al mondo e pullulava dei più grandi campioni. Un'epoca in cui i nostri club dominavano in Europa con trionfi a ripetizione nelle tre coppe europee, la Coppa dei Campioni (poi diventata Champions League), la Coppa Uefa (dal 2009 Europa League) e la Coppa delle Coppe, conclusasi nel 1999 con la vittoria della Lazio. Si trattava della terza competizione continentale per importanza, oggi di fatto è sostituita dalla Conference, seppur con tutt'altro peso specifico per il valore delle squadre che vi partecipano, visto che la Coppa delle Coppe era popolata dai club vincitori delle principali coppe nazionali; mentre la Conference è stata voluta dall'Uefa per dare maggiore visibilità a squadre provenienti da campionati minori. I top campionati europei - dalla Premier League alla Liga alla Serie A, qualificano a questa competizione la settima classificata.Dalla Lazio alla Roma, può essere un cerchio che si chiude attorno alle due squadre della Capitale, così come può essere un cerchio che si chiude quello che va dal 2010, ultima volta in cui una squadra italiana sollevò al cielo una coppa europea, era l'Inter del Triplete di José Mourinho che al Santiago Bernabeu mandò ko il Bayern Monaco conquistando la terza Champions League della sua storia, al 2022, anno in cui un'altra squadra italiana può tornare su un tetto d'Europa, seppur un tettuccio, ancora sotto la guida dello Special One. Di fronte c'è il Feyenoord. La squadra di Rotterdam, che ha chiuso l'Eredivisie al terzo posto dietro le solite Ajax e Psv, e per arrivare fin qui ha dovuto superare ostacoli come Partizan, Slavia Praga e Olympique Marsiglia, dal punto di vista dei trofei internazionali in bacheca è messa meglio della Roma, con due coppe Uefa vinte nel 1974 e nel 2002, e addirittura, una Coppa dei Campioni conquistata nel 1970 contro il Celtic a San Siro.
Guido Bertolaso (Ansa)
Il nodo del protocollo (divulgato informalmente ai capigruppo di maggioranza regionale) è tutto politico e, prima di descriverne il contenuto per come è stato raccontato alla Verità da fonti vicine alla pratica, occorre citare alcune tappe della complessa vicenda. Il Consiglio lombardo infatti ha votato a fine 2024 una pregiudiziale di costituzionalità che stabiliva come la materia fosse di ambito nazionale, dunque non trattabile sul piano regionale. Nello stesso anno, però, un decreto firmato dalla Direzione generale welfare ha istituito un «tavolo regionale» (presieduto dall’ex presidente di Cassazione Giovanni Canzio) per lo studio e l’approfondimento dei temi posti in essere dalle sentenze della Consulta. Tra i compiti di questo tavolo, come spiegato su queste colonne l’anno scorso, c’è stata la stesura di una bozza di protocollo d’azione comune per tutte le Aziende socio sanitarie territoriali lombarde. Passaggio ora giunto al dunque, senza che la rappresentanza politica abbia avuto significativa voce in capitolo: da qui il nervosismo palese in Consiglio ieri, con i tre partiti principali di maggioranza che sono parsi quasi isolare Bertolaso e il governatore Attilio Fontana.
Ma cosa c’è nel protocollo atteso dalla firma finale per l’entrata in vigore? La carta, in modo eccentrico rispetto alla citata pregiudiziale di costituzionalità, «recepisce» le quattro sentenze della Consulta sul fine vita dal 2019 al 2025 e ne desume i vincoli derivanti per il sistema regionale. Dopo la premessa sulla necessità di presentare le cure palliative come prima soluzione a chi faccia richiesta di porre fine alle sue sofferenze, il protocollo stabilisce che la Regione sia tenuta a sottoporre l’eventuale richiesta di accedere alla «Mma» (Morte medicalmente assistita) a un Collegio di valutazione, composto da vari specialisti chiamati su base volontaria a stabilire se ci siano i requisiti tecnici fissati dalle pronunce della Consulta per presentare domanda di interruzione dei sostegni vitali. Viene inoltre spiegato come tale valutazione debba essere inoltrata al Comitato etico territorialmente competente, che si occupa di una ulteriore valutazione del procedimento, le cui conclusioni sono trasmesse alla persona richiedente.
La parte più delicata arriva qui: «Nelle more dell’adozione di una disciplina legislativa con portata generale», si legge nella bozza, «si ritiene che sia doveroso per il servizio sanitario regionale offrire una risposta che si faccia carico anche del percorso finale di esecuzione della Mma, non limitandosi alla fase della mera valutazione». È difficile non cogliere il peso tutto politico di una disposizione simile, certo non riducibile a dettaglio tecnico. E infatti il documento prosegue con le prescrizioni in caso di decisione di porre termine alla propria vita prese da persone ricoverate in strutture pubbliche. L’Azienda socio-sanitaria territoriale deve «individuare e rendere disponibile il luogo idoneo ad attuare la procedura», e garantire personale sanitario che, «pur non partecipando», curi «monitoraggio ed efficacia» dell’autosomministrazione del farmaco o della strumentazione letale. Viene specificato che il personale è chiamato a «fronteggiare eventuali complicanze tecniche durante l’atto», tra le quali probabilmente la sopravvivenza del soggetto. La partecipazione alla procedura di morte è su base volontaria e non può implicare un ruolo attivo del personale, e si conclude con le indicazioni per il certificato di decesso: «autosomministrazione» con modalità «suicidio».
La diffusione del protocollo, come detto, ha spiazzato la maggioranza: i consiglieri leghisti «prendono atto» della procedura avviata da Bertolaso notando come il tema non possa «essere affrontato con percorsi differenti da Regione a Regione». Matteo Forte, di Fdi, parla di vero e proprio «errore politico» che può portare a un «federalismo della morte», e pure Forza Italia con Jacopo Dozio definisce «gravi» le affermazioni sulla decisione di pubblicare le indicazioni sulla Mma», sia «da un punto di vista della dialettica democratica» sia «per i contenuti». Non male per essere stata «condivisa con la maggioranza», come aveva spiegato l’assessore.
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Edi Rama (Ansa)
«A tutti i giornalisti italiani e non solo che ci hanno contattato in merito a una citazione fuorviante riportata da un organo di stampa a seguito di un’intervista con il ministro degli Esteri albanese, vorrei ribadire, in modo chiaro e, spero, una volta per tutte, che il nostro protocollo con l’Italia è destinato a durare, fintanto che l’Italia lo vorrà». Insomma più chiaro di così non poteva essere. Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha in un’intervista a Euractiv, aveva detto: «L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo», precisando: «Non ci sarà alcun rinnovo perché saremo membri dell’Ue». Parole che il Fatto quotidiano ha tradotto così: «L’Albania non ha intenzione di rinnovare l’intesa sui Cpr con l’Italia». Traduzione sulla quale le opposizioni hanno ricamato e speculato.
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie del Pd ha commentato: «Il governo di Tirana ha assestato un colpo ulteriore ad un modello totalmente fallimentare confermando l’intenzione di non proseguire su quella strada, assolutamente folle e odiosa, oltre il 2029. Giorgia Meloni aveva spiegato che “fun-zio-ne-ran-no!”, e ancora una volta prendeva in giro gli italiani». Stessa linea tenuta da Avs che con Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali della Camera, è uscita così: «Sono diventati il simbolo di una destra incapace di governare: anche l’Albania prende ora le distanze dai Cpr extraterritoriali, rendendo ufficiale un fallimento ampiamente preannunciato. Dovevano essere il modello per l’Unione europea, sono oggi l’imbarazzante testimonianza di accordi che hanno fatto spendere milioni al nostro Paese. Meloni ora si scusi per l’arroganza con cui hanno imposto questa follia».
Speculazione pura, come chiarito dal premier Edi Rama, e dall’incontro tra il ministro degli Interni albanese Besfort Lamallari, e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi a Tirana, in cui ieri si sono rinnovati stima reciproca: «I due ministri si sono confrontati soprattutto sugli sviluppi futuri del protocollo Italia-Albania, anche in vista dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei in materia di migrazione e asilo, condividendo l’opportunità di proseguire sulla cooperazione avviata, che ha costituito un modello innovativo apprezzato dai principali Paesi europei, e che costituisce un elemento caratterizzante dell’amicizia tra i due Paesi», ha fatto sapere il Viminale.
L’analisi di quanto accaduto l’avevano già chiarita perfettamente alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Il capogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami ha puntualizzato: «Le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese, su cui le opposizioni stanno montando le solite pretestuose polemiche, sono ovvie e scontate. È risaputo che nel 2030 l’Albania entrerà nell’Unione europea e quindi quel Protocollo che l’Italia aveva firmato con un Paese Terzo, quale è attualmente l’Albania, potrà divenire un accordo tra due Paesi ma stavolta appartenenti all’Unione europea. E tutto questo è confermato dalla presenza proprio a Tirana del ministro Piantedosi, che si è incontrato con il suo omologo albanese per lavorare sulla prosecuzione della collaborazione avviata». Così anche la deputata Sara Kelany, responsabile dipartimento immigrazione di Fdi: «Le dichiarazioni del ministro albanese sul protocollo Italia-Albania sono state strumentalizzate da parte della sinistra, il contenuto era evidente e sarebbe stato facilmente comprensibile se si fosse letto non solo il titolo». L’ennesima figuraccia della sinistra nell’ultimo di trovare argomenti per fare l’opposizione che sui temi in quattro anni ancora non è riuscita a creare.
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Nell’inchiesta di Pavia ci mancava solo l’accusa di sessismo tra magistrati. È messa nero su bianco nel verbale di assunzione di informazioni di Giulia Pezzino, l’ex pm (ha lasciato su propria richiesta l’ordinamento giudiziario nel febbraio 2025) che, insieme con l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, coordinò l’indagine del 2016-2017 su Andrea Sempio (poi chiusa con un’archiviazione). L’ex toga è stata sentita lo scorso 20 novembre a Brescia nell’ambito dell’inchiesta per corruzione avviata proprio per quell’archiviazione. E ha spiegato perché abbia lasciato l’ufficio giudiziario pavese con una motivazione che lascia sconcertati. I colleghi bresciani le hanno chiesto se, dopo l’addio a Pavia, avesse avuto contatti con Venditti, «magari in occasione della riapertura del caso» e la Pezzino ha risposto: «Ho interrotto i rapporti con lui nel 2018. Tra i motivi che mi hanno portata ad andarmene dalla Procura di Pavia vi era anche l’invidia dei colleghi per il rapporto fiduciario che si è creato con il dottor Venditti. Ero diventata una sorta di punto di riferimento, con cui si relazionava più frequentemente rispetto ad altri, come del resto ero stata per il procuratore Gustavo Cioppa, anche perché ero tra le più anziane». Ed eccoci al punto cruciale: «C’erano battutine e commenti anche di tipo sessista e questo era per me motivo di disagio». Voci malevole avevano riguardato anche una sua presunta relazione con un investigatore che lavorava in Procura. Ma su questa relazione i pm bresciani non le hanno chiesto chiarimenti. La Pezzino si è anche lamentata di non avere ricevuto solidarietà dal suo vecchio capo per quelle chiacchiere: «Ho interrotto i rapporti con Venditti perché, a fronte di questa situazione, lui non mi ha mai tutelata». Anche se, successivamente, i due si sarebbero incrociati in almeno un’occasione: «Dopo che sono andata in Procura minori a Milano, ricordo che ci siamo visti una volta per pranzo a Milano, ma ho capito che lui era interessato solo ad avvalersi del mio supporto in ambito professionale finché sono stata in Procura a Pavia». Accuse pesanti.
La donna non fa sconti neppure al suo vecchio procuratore: «Ho bloccato tutti i numeri anche di Cioppa perché dopo la pensione è andato a fare il consulente di Maroni (Roberto, ex governatore della Lombardia, ndr) in Regione e ritenevo inopportuno continuare a ricevere telefonate da lui».
Nel verbale la Pezzino ricorda che il procedimento era coassegnato a lei e a Venditti e sottolinea: «Non ho mai sottovalutato la rilevanza dell’indagine». Spiega anche di aver affidato le investigazioni all’aliquota di polizia giudiziaria dei carabinieri, la ormai tristemente nota Squadretta di Pavia, per evitare «ogni possibile fuga di notizie»: «Avevo necessità di massima sicurezza sulla serietà dell’attività, anche perché dieci anni prima le indagini erano state caratterizzate da rilevanti omissioni». Poi, però, dopo questo attacco, l’ex pm ammette quella che sembra essere stata una clamorosa lacuna nelle indagini. Domanda: «Avete acquisito anche gli atti d’indagine di Vigevano?». Risposta: «A mio ricordo no, perché gli uffici giudiziari erano stati chiusi e non era facile andare a recuperare gli atti ivi conservati». L’indagine che nel 2016 rimetteva in discussione il delitto di Garlasco (con Alberto Stasi già condannato in via definitiva) si è, dunque, sviluppata senza la previa acquisizione del fascicolo completo del procedimento originario.
Per fortuna della Pezzino, parte del materiale, però, sarebbe stata messa a disposizione dalla dottoressa Laura Barbaini della Procura generale: «Abbiamo acquisito tanta documentazione, ma ora non ricordo quale», ha riferito la testimone. Un altro passaggio interessante del verbale riguarda la richiesta di archiviazione e il mistero delle bozze finite nelle mani sbagliate. Pezzino spiega di avere predisposto personalmente l’istanza: «Ho poi condiviso il file della bozza con Venditti». Gli inquirenti bresciani la incalzano: «Risulta che qualcuno oltre al personale della sezione abbia avuto accesso agli atti? Perché emerge che Pappalardo (il maggiore Maurizio, alla sbarra a Pavia in tre diversi processi, ndr) avesse visionato gli atti». La risposta è netta: «Assolutamente no». I magistrati non sembrano convinti e le chiedono se lei o Venditti abbiano mai mostrato il fascicolo all’ufficiale in congedo. E la Pezzino ribadisce: «Escludo di avere dato accesso agli atti a Pappalardo perché non ne aveva motivo». A questo punto le viene mostrata «una nota manoscritta». L’ex pm spiega subito: «Non ho mai visto questo scritto». Quindi aggiunge: «Guardando la pagina successiva, riconosco la mia richiesta di archiviazione». A quanto risulta alla Verità, tale documento era presente nel fascicolo di Sempio presso il Nucleo informativo, all’epoca guidato da Pappalardo, del comando provinciale di Pavia. Continua la Pezzino: «Può darsi sia la mia bozza rivista dal dottor Venditti. Io gli avevo mandato il file». La testimone conferma di avere mandato la richiesta solo a Venditti e si mostra spiazzata per quella fuga di notizie: «Non so spiegarmela, io non ho dato la bozza a nessun altro». Nel verbale emerge anche il rapporto costante con l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi: «Mi sono confrontata varie volte con lui. […] Era per me normale condividere con lui i passi delle indagini».
Con il legale ci sarebbe stato anche uno scambio di atti: Tizzoni avrebbe avuto accesso a quelli nuovi e avrebbe fornito alla Procura vecchi documenti del processo contro Stasi. Dal verbale emergono anche altre criticità nella conduzione delle indagini. Per esempio scopriamo che il maresciallo Giuseppe Spoto «ha dichiarato» a Brescia che «non aveva curato con particolare attenzione l’ascolto delle intercettazioni e che Venditti gli aveva dato incarico di trascrivere in fretta per archiviare». Per questo gli inquirenti hanno chiesto alla Pezzino: «Come se lo spiega?». Risposta: «Mi sembra molto strano perché per me era un’indagine molto importante e di particolare delicatezza, in cui ho profuso ogni sforzo. Non nego che volevo chiarire velocemente le posizioni sia di Sempio, che era sotto i riflettori, sia di Stasi, anche per rispetto della famiglia Poggi». Alla Pezzino è stato domandato se avesse mai dato indicazioni al comandante della squadra di investigatori che conduceva le indagini, il luogotenente Silvio Sapone, di contattare, come è in effetti avvenuto, l’indagato Sempio. La risposta è categorica: «Non ricordo assolutamente di avere dato questo incarico». Quando la testimone viene a sapere che Sapone ha riferito di aver ricevuto proprio da lei l’ordine di chiamare Sempio per invitarlo in Procura, salvo poi revocare quella delega, replica decisa: «Escludo categoricamente di avere dato alcuna indicazione di convocare l’indagato per un contatto antecedente all’interrogatorio». E definisce «francamente inverosimile una dinamica del genere». I pm la mettono di fronte a un dato incontrovertibile: «Dai tabulati di Sempio ci risultano una ventina di contatti con Sapone». E la Pezzino sembra restare di stucco: «Se me l’avessero detto, avrei dato indicazione di dare atto dei contatti e di riferirne il motivo».
Nel frattempo la Procura generale di Milano, guidata da Francesca Nanni, sarebbe pronta a chiedere ulteriori atti ai pm di Pavia prima di decidere se presentare una richiesta di revisione della sentenza di condanna definitiva a 16 anni per Stasi. Al momento la Procura di Pavia ha inviato nel capoluogo meneghino solo la documentazione contestata a Sempio nel suo recente interrogatorio. I tempi per arrivare a una determinazione, nonostante la sollecitazione arrivata da Pavia, non saranno brevi, anche perché la Procura generale è febbrilmente impegnata a valutare la regolarità degli atti alla base della concessione della grazia a Nicole Minetti.
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Alberto Stasi (Ansa)
Alcune ricostruzioni, soprattutto nei talk show televisivi, hanno parlato di un documento capace di «scagionarlo». Altre hanno sostenuto che un’aggressione «più lunga e articolata» potesse rendere meno compatibile la sua presenza sulla scena.
Lette le carte, però, la relazione Cattaneo dice qualcosa di più tecnico e meno assoluto. Non assolve Stasi, non lo colloca fuori dalla villetta, ma soprattutto non attribuisce l’omicidio ad Andrea Sempio. Fa un’operazione diversa: allarga l’incertezza, chiarisce alcuni aspetti medico-legali, ma non produce da sola la nuova verità giudiziaria che era stata anticipata.
Il perimetro dell’incarico è il primo limite da ricordare. Alla consulente viene chiesto di valutare le lesioni di Chiara, l’eventuale attività di difesa, gli strumenti compatibili, il range temporale del decesso e, solo con integrazione successiva, le misure antropometriche di Sempio. Non le viene chiesto di stabilire chi fosse l’assassino, né di escludere Stasi dalla scena.
Il nodo dell’orario è il più delicato. La relazione scrive che «l’epoca della morte può essere stimata con la massima precisione entro un intervallo compreso in via di elevatissima probabilità tra le 7 e le 12.30 del 13/8/2007». È una finestra ampia, ma non una finestra liberatoria. Dentro resta anche la fascia 9.12-9.35, quella che negli anni ha retto una parte centrale della ricostruzione contro Stasi. I cosiddetti metodi «ancillari» (livor e rigor mortis) possono far «stringere» verso la parte più recente del range, cioè 10-12. Ma la stessa Cattaneo avverte che «sul piano rigorosamente scientifico» bisogna restare ancorati al range più ampio.
Anche il contenuto gastrico non mette un punto definitivo. La consulenza lo considera coerente con quanto trovato sul divano e compatibile con una morte tra 30 minuti e 2-3 ore dall’ingestione della colazione. Ma aggiunge che, senza un momento esatto di inizio della colazione, quel dato non può restringere le lancette dell’orologio in cui è avvenuta la morte. In sostanza, la conferma del pasto mattutino aiuta a ricostruire la mattina di Chiara, non a fissare l’ora del delitto. Lo stesso accade per la difesa messa in atto dalla ragazza. La Cattaneo valorizza un dato importante. Chiara, nei primi momenti dell’aggressione, era «molto probabilmente nelle piene capacità di reagire». E indica numerosi segni riconducibili a una «difesa passiva» - compatibile con una prevalenza di lesioni su avambracci e dorso delle mani - e colloca la durata dell’aggressione «tra i 15 e i 20 minuti massimo». Ma anche questo non identifica l’autore. Dice che Chiara subì una violenza veemente e in più fasi, ma non dice che quell’aggressore fosse Sempio, né che non potesse essere Stasi.
Sull’arma, poi, la relazione resta prudente. Le lesioni sono compatibili con «uno strumento produttivo contundente, con superficie piana, margini e spigoli, composto da metalli»: un martello a testa squadrata, una mazzetta, il retro di una piccola accetta o un oggetto simile. Ma l’arma non è stata trovata e non è stato individuato con certezza nemmeno il tipo. La frase decisiva è un’altra: «Tutte le lesioni sono coerenti con l’ipotesi di utilizzo di un unico strumento». Dunque, non si tratta di una svolta definitiva, come avevano lasciato intendere alcune anticipazioni, ma una compatibilità medico-legale con uno strumento comune.
Nel frattempo, il fronte difensivo lavora a una contro-lettura medico-legale e di scena. Questa è stata affidata anche ad Armando Palmegiani, ex poliziotto della Scientifica, criminologo e consulente nominato dalla difesa dopo la rinuncia di Luciano Garofano. Palmegiani porta nel caso un profilo tecnico particolare: nel suo curriculum figurano rilievi planimetrici e ricostruzioni tridimensionali per determinare la traiettoria del colpo che uccise Marta Russo alla Sapienza nel maggio 1997; nel 1999, inoltre, compaiono rilievi in via Carini per la ricostruzione dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel processo contro i mandanti. È, dunque, un consulente abituato a lavorare proprio sul punto che oggi diventa centrale a Garlasco: la traduzione della scena del crimine in geometria e traiettorie.
Sentito dalla Verità, Palmegiani conferma che il range dell’epoca della morte resta ampio e che il contenuto gastrico non consente di fissare con precisione l’orario della colazione. Se gli inquirenti restringessero quel tempo, ha detto, sarebbe «qualcosa di non scientifico nella ricostruzione della Cattaneo». Quindi la relazione non esclude Stasi dalla scena, ma rende più fragile ogni ricostruzione che pretenda di fissare l’orario del delitto con certezza.
Anche il trascinamento resta un punto aperto. La Bpa del colonnello del Ris Andrea Berti ipotizza che Chiara sia stata trascinata «verosimilmente per le caviglie». La consulenza Cattaneo, però, rileva segni soprattutto alla caviglia sinistra e non li interpreta in modo univoco: potrebbero dipendere da un afferramento, ma anche dal tentativo di bloccare un calcio o da urti contro superfici della casa.
La differenza è importante. Se una persona viene trascinata per entrambe le caviglie, il corpo tende a muoversi in modo più dritto e controllato. Se invece viene tirata da una sola caviglia, il corpo ruota, si torce, cambia posizione, e anche le tracce di sangue possono distribuirsi in modo diverso.
Per la difesa di Sempio questo è un punto utile. Se non è certo come Chiara sia stata trascinata, allora non è certa nemmeno la ricostruzione dei movimenti dell’aggressore. Tirarla per due caviglie avrebbe prodotto un movimento più lineare, mentre tirarla per una sola avrebbe potuto far ruotare il corpo e lasciare tracce diverse. Quindi la scena non permette una conclusione definitiva: offre solo ipotesi.
Per di più, proprio Palmegiani contesta anche la rappresentazione 3D della Procura. L’avatar, sostiene, sarebbe troppo suggestivo perché somigliante a Sempio («La prima cosa che insegnano nei modelli 3D è di essere il più possibile semplici, qui ci sono anche gli occhi…», dice alla Verità), mentre «chiunque scenda quella scala appoggia la mano». La difesa, dunque, non nega la centralità della scena, ma contesta il salto da modello grafico a identificazione personale.
In questo senso, la relazione è meno spettacolare delle anticipazioni. Non dice chi ha ucciso Chiara Poggi. Sostiene che, dal punto di vista medico-legale, alcune certezze costruite negli anni non erano certezze. Erano stime, compatibilità, intervalli, ma anche margini d’errore. Ed è dentro quel margine, oggi, che si gioca la nuova battaglia su Stasi e Sempio.
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