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2022-05-25
Tirana invasa da 50.000 tifosi per la finale di Conference League
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Una città in delirio. Tirana si appresta a ospitare per la prima volta nella storia dell'Albania l'atto conclusivo di una competizione Uefa, la Conference League contesa dalla Roma di José Mourinho e dagli olandesi del Feyenoord. Da giorni la capitale albanese è letteralmente invasa da tifosi provenienti dall'Italia e dall'Olanda - si stima una presenza di 50.000 - la maggior parte dei quali è giunta qui senza avere il biglietto per assistere alla partita. Teatro del match sarà l'Arena Kombëtare, impianto inaugurato nel 2019 e costruito sul vecchio Qemal Stafa con il sostegno del programma di assistenza HatTrick della Uefa, ma piuttosto ridotto con una capienza di 22.500 posti.
A dicembre del 2020 la Uefa decise di assegnare la sede della prima finale della neonata competizione all'Albania, un Paese che una decina di anni fa aveva cominciato un percorso di sviluppo calcistico, impreziosito dalla prima storica qualificazione alla fase finale degli Europei del 2016 sotto la guida del ct italiano Gianni De Biasi, poi rallentato negli ultimi anni, con la nazionale che staziona al 63° posto del ranking Fifa. Una scelta che dimostra come l'organo guidato da Aleksander Ceferin decise di creare la Conference con l'obiettivo di dare visibilità europea a squadre di campionati minori. E che apre una riflessione su come, probabilmente, con il senno di poi, avrebbe fatto un'altra scelta sulla sede della finale. Di mezzo ci si è messo anche il caso, con il tabellone che ha messo di fronte due club con tifoserie molto calde e con il precedente pericoloso del 2015, quando gli ultras olandesi devastarono il centro di Roma e danneggiarono la Barcaccia del Bernini. Il clima di avvicinamento è stato tutt'altro che tenue. Nei giorni scorsi il gruppo di ultras del Feyenoord con un post sui social invitava chiunque ad andare a Tirana, con qualunque mezzo, anche senza biglietto per la partita al motto di «conquisteremo Tirana». Nella sera di martedì si sono registrati violenti scontri che hanno coinvolto le due tifoserie e le forze dell'ordine con un bilancio di 60 arresti, 48 dei quali romanisti, 50 rimpatri e numerosi agenti feriti in ospedale. Secondo le ricostruzioni alcuni ultras sono stati fermati nel tentativo di superare il cordone di protezione della polizia; mentre quelli arrestati o rimpatriati avevano con sé coltelli, cric e mazze. Il governo albanese tiene molto alla buona riuscita di questa manifestazione, tutta l'Albania si gioca molto a livello di reputazione, e ha fatto sapere che non tollererà violenze e che «la polizia se servirà andrà per le spicce». Anche per questo, ad aiutare le forze dell'ordine albanesi sono presenti a Tirana da diversi giorni 14 uomini della polizia italiana e altrettanti di quella olandese. Molti locali nei pressi dello stadio, per motivi di ordine pubblico e paura di subire danni che poi farebbero fatica a riparare dal punto di vista economico, hanno deciso di rinunciare al tradizionale arredamento esterno smontando ombrelloni e altre strutture scenografiche che di solito colorano e animano le strade di Tirana. Tanti gestori hanno deciso di tutelarsi ingaggiando servizi di security per evitare probabili incidenti. Il sindaco di Tirana, Erion Veliaj, ha varato un protocollo speciale, prendendo spunto da quelli messi in atto nel 2007 durante la visita dell'allora presidente americano George W. Bush o quella di papa Francesco nel 2014. Inoltre, le aziende e le imprese locali che non appartengono al settore dei servizi, dovranno seguire il modello delle istituzioni pubbliche, concedendo un giorno di riposo ai propri dipendenti.
A poche ore dal fischio d'inizio, previsto alle 21, la situazione è piuttosto tranquilla, anche se l'allerta tra le strade è palpabile in attesa dell'arrivo delle frange più estreme del tifo organizzato, il cui arrivo in città è atteso a ridosso della partita. Le autorità hanno predisposto due fan zone ai due lati opposti di Tirana in modo tale da evitare contatti ravvicinati tra le due tifoserie. Da una parte, a Sud, i romanisti all'Anfiteatro di Tirana e dall'altra, a Nord, gli olandesi nella zona Murat Toptani. Sono stati montati maxi schermi per permettere ai tifosi senza biglietto di vedere la partita.
Del resto c'era da aspettarselo. Dalla sera del 5 maggio, giorno in cui la Roma battendo il Leicester all'Olimpico ha strappato il pass per la finale della terza competizione europea creata lo scorso anno dalla Uefa, hotel, ostelli e b&b della capitale albanese sono stati presi letteralmente d'assalto da migliaia di tifosi desiderosi di vivere da vicino l'emozione della finalissima. Che sia allo stadio, in pochi sono riusciti ad accaparrarsi il tagliando per entrare all'Arena Kombëtare, o per le vie della città. Tutto ciò con il «giallo» di numerose prenotazioni di camere cancellate dagli albergatori con motivazioni opache, «siamo spiacenti, purtroppo la sua prenotazione è stata presa dal sistema ma in realtà c'è stato un sovraccarico di prenotazioni e non possiamo più onorare la sua prenotazione poiché non abbiamo più stanze libere», la risposta che va per la maggiore. Stanze che poi ricomparivano prenotabili a prezzi, ovviamente, spropositati, dai 200 euro a notte in su, in luogo dei 50 della prenotazione originale. Situazione, questa, che abbiamo potuto verificare in prima persona, avendo dovuto prenotare quattro hotel prima di quello buono. Con la terza disdetta comunicata addirittura il giorno prima della partita. Ci sono stati poi i voli diretti da qualunque aeroporto italiano che opera su Tirana esauriti in pochissime ore e passati da cifre low cost a prezzi a tre cifre in pochissimo tempo. C'è chi ha optato per la soluzione marittima, traghettando dall'Adriatico fino a Durazzo, il cui porto dista circa 40 chilometri da Tirana. Insomma, di tutto e di più, pur di esserci. A questo si è aggiunto il caos riguardo i biglietti per la partita. La Uefa è finita nel mirino della critica e dei tifosi che speravano di poter aver un maggiore accesso ai biglietti: 10.000 tagliandi complessivi messi a disposizione dei club dell'Uefa sono stati ritenuti insufficienti per l'eccessiva richiesta. Si poteva scegliere in base a quattro categorie di prezzo differenti, dalla 1 al costo di 125 euro a tagliando, la più cara, alla 4 al prezzo di 25 euro. In mezzo la 2 e la 3 rispettivamente di 85 e 35 euro. Soltanto che una volta aperta la vendita il sistema elettronico è andato in tilt e alla maggior parte dei tifosi è comparsa una schermata di errore che recitava: «Sfortunatamente, non siamo in grado di portare a termine la tua richiesta. Ci scusiamo per l'inconveniente. Per favore riprova più tardi o riaggiorna la pagina».
Da Roma a Tirana, passando per Bari e Durazzo: di tutto per esserci

Il viaggio verso Tirana, per i tanti tifosi che non sono riusciti a prenotare un volo per la capitale albanese e si sono dovuti «accontentare» della traversata in traghetto dal porto di Bari a Durazzo, è lungo, di quelli che scorrono lentamente tra l’attesa in città, le birre, i cori e la voglia di vivere un’esperienza unica. La partenza del traghetto Francesca della Adria Ferries è prevista alle 22 di martedì. «Le procedure di imbarco sono più lunghe del solito» - ci dicono gli operatori portuali. E in effetti i controlli alla dogana sono scrupolosi e serrati: quattro step con visione del documento d’identità ogni volta, un occhio al biglietto e registrazione individuale in video da parte della polizia con dichiarazione di nome, cognome e residenza. Alle 21:30 finalmente si riesce a salire a bordo, ma le operazioni d’imbarco si prolungano più del dovuto e l’altoparlante annuncia 30 minuti di ritardo che alla fine saliranno a 79. Tra le centinaia di tifosi giallorossi ce n’è anche uno che è stato respinto alla dogana per dei documenti non in ordine. Dal ponte del traghetto lo si vede sconsolato tornare a piedi verso le vie di Bari, si volta verso i suoi amici urlando «daje ragà, portamola a casa».
Alle 23:19 gli addetti mollano gli ormeggi, il ponte si chiude e si salpa alla volta di Durazzo. Chi ha prenotato la cabina va a riposare, gli altri si accampano nelle sale della nave. C’è chi sonnecchia, chi gioca a carte, chi si gode la brezza marina. Si parla di tutto e di più. Di calcio in generale, dello scudetto appena vinto dal Milan, dell’imminente finale di Champions tra Real Madrid e Liverpool, un giro largo per poi tornare sempre lì, a quello che da 20 giorni è l’unico pensiero nella testa di chi tifa Roma: la partita di stasera. «Per noi la Champions league è questa». E a proposito di Liverpool, qualcuno non riesce a fare a meno di tirar fuori il nome di Bruce Grobbelaar, il portiere zimbabwese che nel 1984 stregò Ciccio Graziani e Bruno Conti dal dischetto distraendoli con una strana danza da ubriaco sulla linea di porta (andare a recuperare le immagini su YouTube per chi non se lo ricorda). Un balletto che costò al club giallorosso la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni all’Olimpico. Ecco perché la Conference non sarà certo la Champions in valore assoluto, ma è evidente che per una società e un popolo che soltanto due volte nella sua storia, prima di questa, ha raggiunto l’atto conclusivo di una competizione europea, perdendole entrambe per altro, questa finale vale tantissimo. La garanzia in questo senso ha un nome e un cognome: José Mourinho. L’allenatore portoghese ha un feeling eccezionale con le finali e i trofei vinti ed è l’ultimo ad aver guidato un club italiano sul tetto d’Europa. Nella sua carriera è giunto a quota 20 titoli, tra i quali spiccano le due Champions vinte con il Porto nel 2004 e con l’Inter nel 2010, e le due Coppa Uefa/Europa League conquistate ancora con il Porto nel 2003 e la più recente con il Manchester United nel 2017. Alla viglia di questo appuntamento ha detto in maniera un po’ azzardata che si tratta «della finale più importante della sua carriera perché le altre le ha già giocate, questa va ancora giocata e vuole vincerla». Risulta difficile credergli sulla parola, ma per motivare i propri giocatori tutto è concesso a livello comunicativo e psicologico, e lo Special One in questo è maestro.
Alle 8:35 si sbarca a Durazzo, ci sono indicazioni e segnaletica dedicate a chi ha come destinazione Tirana. All’uscita dal porto, altro controllo di frontiera, e poi fuori, dove ci offrono una corsa in taxi a 30 euro. Optiamo decisamente per l’autobus a 150 lekë, equivalenti a 1,25 euro, che parte alle 9. Man mano che ci avviciniamo a Tirana vediamo lungo la strada le forze dell’ordine che presidiano l’ingresso in città. Il bigliettaio del bus che dalla stazione porta al centro città parla bene italiano e, prima, ci raccomanda sorridendo di «scrivere bene dell’Albania perché è un bel posto da visitare» e poi ci racconta di scontri avvenuti la sera prima tra ultras delle due tifoserie nei quali sono rimasti feriti alcuni agenti albanesi e sono state arrestate 60 persone di cui 48 italiani e altri 50 sono stati rimpatriati. Sui fatti di martedì sera è intervenuto il principe ereditario dell’Albania, Leka II, che in un'intervista al De Telegraaf ha detto preoccupato: «La maggior parte di questi tifosi si sta probabilmente divertendo, ma gli agenti di polizia albanesi sono stati portati in ospedale. È una novità per l’Albania. Abbiamo folle esuberanti solo in occasione di manifestazioni politiche. Il calcio qui è normalmente un affare di famiglia». E lo si nota tra la gente camminando tra le rrugë del centro. Per tutti è una cosa nuova vedere così tanta gente nella loro città, molti sono preoccupati di non fare bella figura.
Alle 10.30 la situazione nei pressi dello stadio è tranquilla. C'è chi ne approfitta per farsi un selfie con dietro l'architettura colorata dell'Arena Kombëtare, chi coglie l'occasione per visitare il centro di Tirana. A Piazza Skënderbej, luogo principale della capitale albanese è stata messa in mostra la coppa della Conference tra due manichini con le maglie della Roma e del Feyenoord. Chi ha la pazienza e la buona volontà di fare la coda sotto il sole cuocente può farsi scattare una foto ricordo con il trofeo. A pochi passi da qui c'è la fan zone dedicata ai tifosi olandesi. Facciamo un giro all'interno: la maggior parte è seduta ai tavoli di bar e ristoranti, gli altri allestiscono il palco con bandiere e vessilli biancorossi. La fan zone della Roma, invece, si trova all'interno di un parco praticamente sigillato a Sud dello stadio. In queste ore Fabrizio Bucci, ambasciatore italiano in Albania, ha raccomandato più volte ai tifosi, soprattutto quelli sprovvisti di biglietto, di recarsi e rimanere nella fan zone a loro riservata. Il diplomatico italiano ha poi commentato così gli incidenti di ieri sera: «Sono pseudo-tifosi. Alcuni di loro ci risulta che siano stati fermati perché hanno tentato di superare il cordone di protezione frapposto dalla polizia in centro. Altri sono stati trovati con coltelli, cric e mazze e allora, parlando da tifoso, dico che questo è sport, e non una battaglia. Chi va alla partita come se andasse in guerra è un delinquente e credo non ci sia altro da aggiungere».
La Roma a caccia del primo trofeo internazionale
Detto che nel suo albo d'oro la Roma conta una Coppa delle Fiere datata 1961 e una Coppa angloitaliana datata 1972, non ce ne vorrà nessun tifoso romanista se scriviamo che per i giallorossi si tratterebbe del primo trofeo internazionale, dopo le delusioni del 1984 nella finale di Coppa dei Campioni, proprio all'Olimpico, persa ai calci di rigore contro il Liverpool con gli errori di Bruno Conti e Ciccio Graziani ipnotizzati dai balletti del portiere zimbabwese Bruce Grobbelaar, e del 1991 con la Coppa Uefa vista sfumare nel doppio confronto tutto italiano contro l'Inter.
Erano gli anni Novanta, era un'altra epoca per il calcio italiano. Un'epoca in cui il nostro campionato era il più importante al mondo e pullulava dei più grandi campioni. Un'epoca in cui i nostri club dominavano in Europa con trionfi a ripetizione nelle tre coppe europee, la Coppa dei Campioni (poi diventata Champions League), la Coppa Uefa (dal 2009 Europa League) e la Coppa delle Coppe, conclusasi nel 1999 con la vittoria della Lazio. Si trattava della terza competizione continentale per importanza, oggi di fatto è sostituita dalla Conference, seppur con tutt'altro peso specifico per il valore delle squadre che vi partecipano, visto che la Coppa delle Coppe era popolata dai club vincitori delle principali coppe nazionali; mentre la Conference è stata voluta dall'Uefa per dare maggiore visibilità a squadre provenienti da campionati minori. I top campionati europei - dalla Premier League alla Liga alla Serie A, qualificano a questa competizione la settima classificata.
Dalla Lazio alla Roma, può essere un cerchio che si chiude attorno alle due squadre della Capitale, così come può essere un cerchio che si chiude quello che va dal 2010, ultima volta in cui una squadra italiana sollevò al cielo una coppa europea, era l'Inter del Triplete di José Mourinho che al Santiago Bernabeu mandò ko il Bayern Monaco conquistando la terza Champions League della sua storia, al 2022, anno in cui un'altra squadra italiana può tornare su un tetto d'Europa, seppur un tettuccio, ancora sotto la guida dello Special One. Di fronte c'è il Feyenoord. La squadra di Rotterdam, che ha chiuso l'Eredivisie al terzo posto dietro le solite Ajax e Psv, e per arrivare fin qui ha dovuto superare ostacoli come Partizan, Slavia Praga e Olympique Marsiglia, dal punto di vista dei trofei internazionali in bacheca è messa meglio della Roma, con due coppe Uefa vinte nel 1974 e nel 2002, e addirittura, una Coppa dei Campioni conquistata nel 1970 contro il Celtic a San Siro.
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A poche ore dal fischio d'inizio di Roma-Feyenoord, ecco come la capitale albanese si è preparata a un appuntamento che non vuole fallire. Ieri sera scontri tra forze dell'ordine e ultras con 60 arresti (48 romanisti), 50 rimpatri e 2 italiani in ospedale.In viaggio verso Tirana: voli introvabili e camere di hotel cancellate e rimesse in vendita a prezzi quadruplicati. In tanti optano per il traghetto Bari-Durazzo e per gli ostelli. Controlli serratissimi in dogana. Bagarini fuori dallo stadio: biglietti a 800 euro.La Roma vuole portare a casa il suo primo trofeo Uefa e per farlo si affida allo Special One José Mourinho.Lo speciale contiene tre articoli.Una città in delirio. Tirana si appresta a ospitare per la prima volta nella storia dell'Albania l'atto conclusivo di una competizione Uefa, la Conference League contesa dalla Roma di José Mourinho e dagli olandesi del Feyenoord. Da giorni la capitale albanese è letteralmente invasa da tifosi provenienti dall'Italia e dall'Olanda - si stima una presenza di 50.000 - la maggior parte dei quali è giunta qui senza avere il biglietto per assistere alla partita. Teatro del match sarà l'Arena Kombëtare, impianto inaugurato nel 2019 e costruito sul vecchio Qemal Stafa con il sostegno del programma di assistenza HatTrick della Uefa, ma piuttosto ridotto con una capienza di 22.500 posti.A dicembre del 2020 la Uefa decise di assegnare la sede della prima finale della neonata competizione all'Albania, un Paese che una decina di anni fa aveva cominciato un percorso di sviluppo calcistico, impreziosito dalla prima storica qualificazione alla fase finale degli Europei del 2016 sotto la guida del ct italiano Gianni De Biasi, poi rallentato negli ultimi anni, con la nazionale che staziona al 63° posto del ranking Fifa. Una scelta che dimostra come l'organo guidato da Aleksander Ceferin decise di creare la Conference con l'obiettivo di dare visibilità europea a squadre di campionati minori. E che apre una riflessione su come, probabilmente, con il senno di poi, avrebbe fatto un'altra scelta sulla sede della finale. Di mezzo ci si è messo anche il caso, con il tabellone che ha messo di fronte due club con tifoserie molto calde e con il precedente pericoloso del 2015, quando gli ultras olandesi devastarono il centro di Roma e danneggiarono la Barcaccia del Bernini. Il clima di avvicinamento è stato tutt'altro che tenue. Nei giorni scorsi il gruppo di ultras del Feyenoord con un post sui social invitava chiunque ad andare a Tirana, con qualunque mezzo, anche senza biglietto per la partita al motto di «conquisteremo Tirana». Nella sera di martedì si sono registrati violenti scontri che hanno coinvolto le due tifoserie e le forze dell'ordine con un bilancio di 60 arresti, 48 dei quali romanisti, 50 rimpatri e numerosi agenti feriti in ospedale. Secondo le ricostruzioni alcuni ultras sono stati fermati nel tentativo di superare il cordone di protezione della polizia; mentre quelli arrestati o rimpatriati avevano con sé coltelli, cric e mazze. Il governo albanese tiene molto alla buona riuscita di questa manifestazione, tutta l'Albania si gioca molto a livello di reputazione, e ha fatto sapere che non tollererà violenze e che «la polizia se servirà andrà per le spicce». Anche per questo, ad aiutare le forze dell'ordine albanesi sono presenti a Tirana da diversi giorni 14 uomini della polizia italiana e altrettanti di quella olandese. Molti locali nei pressi dello stadio, per motivi di ordine pubblico e paura di subire danni che poi farebbero fatica a riparare dal punto di vista economico, hanno deciso di rinunciare al tradizionale arredamento esterno smontando ombrelloni e altre strutture scenografiche che di solito colorano e animano le strade di Tirana. Tanti gestori hanno deciso di tutelarsi ingaggiando servizi di security per evitare probabili incidenti. Il sindaco di Tirana, Erion Veliaj, ha varato un protocollo speciale, prendendo spunto da quelli messi in atto nel 2007 durante la visita dell'allora presidente americano George W. Bush o quella di papa Francesco nel 2014. Inoltre, le aziende e le imprese locali che non appartengono al settore dei servizi, dovranno seguire il modello delle istituzioni pubbliche, concedendo un giorno di riposo ai propri dipendenti.A poche ore dal fischio d'inizio, previsto alle 21, la situazione è piuttosto tranquilla, anche se l'allerta tra le strade è palpabile in attesa dell'arrivo delle frange più estreme del tifo organizzato, il cui arrivo in città è atteso a ridosso della partita. Le autorità hanno predisposto due fan zone ai due lati opposti di Tirana in modo tale da evitare contatti ravvicinati tra le due tifoserie. Da una parte, a Sud, i romanisti all'Anfiteatro di Tirana e dall'altra, a Nord, gli olandesi nella zona Murat Toptani. Sono stati montati maxi schermi per permettere ai tifosi senza biglietto di vedere la partita.Del resto c'era da aspettarselo. Dalla sera del 5 maggio, giorno in cui la Roma battendo il Leicester all'Olimpico ha strappato il pass per la finale della terza competizione europea creata lo scorso anno dalla Uefa, hotel, ostelli e b&b della capitale albanese sono stati presi letteralmente d'assalto da migliaia di tifosi desiderosi di vivere da vicino l'emozione della finalissima. Che sia allo stadio, in pochi sono riusciti ad accaparrarsi il tagliando per entrare all'Arena Kombëtare, o per le vie della città. Tutto ciò con il «giallo» di numerose prenotazioni di camere cancellate dagli albergatori con motivazioni opache, «siamo spiacenti, purtroppo la sua prenotazione è stata presa dal sistema ma in realtà c'è stato un sovraccarico di prenotazioni e non possiamo più onorare la sua prenotazione poiché non abbiamo più stanze libere», la risposta che va per la maggiore. Stanze che poi ricomparivano prenotabili a prezzi, ovviamente, spropositati, dai 200 euro a notte in su, in luogo dei 50 della prenotazione originale. Situazione, questa, che abbiamo potuto verificare in prima persona, avendo dovuto prenotare quattro hotel prima di quello buono. Con la terza disdetta comunicata addirittura il giorno prima della partita. Ci sono stati poi i voli diretti da qualunque aeroporto italiano che opera su Tirana esauriti in pochissime ore e passati da cifre low cost a prezzi a tre cifre in pochissimo tempo. C'è chi ha optato per la soluzione marittima, traghettando dall'Adriatico fino a Durazzo, il cui porto dista circa 40 chilometri da Tirana. Insomma, di tutto e di più, pur di esserci. A questo si è aggiunto il caos riguardo i biglietti per la partita. La Uefa è finita nel mirino della critica e dei tifosi che speravano di poter aver un maggiore accesso ai biglietti: 10.000 tagliandi complessivi messi a disposizione dei club dell'Uefa sono stati ritenuti insufficienti per l'eccessiva richiesta. Si poteva scegliere in base a quattro categorie di prezzo differenti, dalla 1 al costo di 125 euro a tagliando, la più cara, alla 4 al prezzo di 25 euro. In mezzo la 2 e la 3 rispettivamente di 85 e 35 euro. Soltanto che una volta aperta la vendita il sistema elettronico è andato in tilt e alla maggior parte dei tifosi è comparsa una schermata di errore che recitava: «Sfortunatamente, non siamo in grado di portare a termine la tua richiesta. Ci scusiamo per l'inconveniente. Per favore riprova più tardi o riaggiorna la pagina».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/tirana-50000-tifosi-finale-conference-2657380138.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="da-roma-a-tirana-passando-per-bari-e-durazzo-di-tutto-per-esserci" data-post-id="2657380138" data-published-at="1653491696" data-use-pagination="False"> Da Roma a Tirana, passando per Bari e Durazzo: di tutto per esserci Il viaggio verso Tirana, per i tanti tifosi che non sono riusciti a prenotare un volo per la capitale albanese e si sono dovuti «accontentare» della traversata in traghetto dal porto di Bari a Durazzo, è lungo, di quelli che scorrono lentamente tra l’attesa in città, le birre, i cori e la voglia di vivere un’esperienza unica. La partenza del traghetto Francesca della Adria Ferries è prevista alle 22 di martedì. «Le procedure di imbarco sono più lunghe del solito» - ci dicono gli operatori portuali. E in effetti i controlli alla dogana sono scrupolosi e serrati: quattro step con visione del documento d’identità ogni volta, un occhio al biglietto e registrazione individuale in video da parte della polizia con dichiarazione di nome, cognome e residenza. Alle 21:30 finalmente si riesce a salire a bordo, ma le operazioni d’imbarco si prolungano più del dovuto e l’altoparlante annuncia 30 minuti di ritardo che alla fine saliranno a 79. Tra le centinaia di tifosi giallorossi ce n’è anche uno che è stato respinto alla dogana per dei documenti non in ordine. Dal ponte del traghetto lo si vede sconsolato tornare a piedi verso le vie di Bari, si volta verso i suoi amici urlando «daje ragà, portamola a casa».Alle 23:19 gli addetti mollano gli ormeggi, il ponte si chiude e si salpa alla volta di Durazzo. Chi ha prenotato la cabina va a riposare, gli altri si accampano nelle sale della nave. C’è chi sonnecchia, chi gioca a carte, chi si gode la brezza marina. Si parla di tutto e di più. Di calcio in generale, dello scudetto appena vinto dal Milan, dell’imminente finale di Champions tra Real Madrid e Liverpool, un giro largo per poi tornare sempre lì, a quello che da 20 giorni è l’unico pensiero nella testa di chi tifa Roma: la partita di stasera. «Per noi la Champions league è questa». E a proposito di Liverpool, qualcuno non riesce a fare a meno di tirar fuori il nome di Bruce Grobbelaar, il portiere zimbabwese che nel 1984 stregò Ciccio Graziani e Bruno Conti dal dischetto distraendoli con una strana danza da ubriaco sulla linea di porta (andare a recuperare le immagini su YouTube per chi non se lo ricorda). Un balletto che costò al club giallorosso la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni all’Olimpico. Ecco perché la Conference non sarà certo la Champions in valore assoluto, ma è evidente che per una società e un popolo che soltanto due volte nella sua storia, prima di questa, ha raggiunto l’atto conclusivo di una competizione europea, perdendole entrambe per altro, questa finale vale tantissimo. La garanzia in questo senso ha un nome e un cognome: José Mourinho. L’allenatore portoghese ha un feeling eccezionale con le finali e i trofei vinti ed è l’ultimo ad aver guidato un club italiano sul tetto d’Europa. Nella sua carriera è giunto a quota 20 titoli, tra i quali spiccano le due Champions vinte con il Porto nel 2004 e con l’Inter nel 2010, e le due Coppa Uefa/Europa League conquistate ancora con il Porto nel 2003 e la più recente con il Manchester United nel 2017. Alla viglia di questo appuntamento ha detto in maniera un po’ azzardata che si tratta «della finale più importante della sua carriera perché le altre le ha già giocate, questa va ancora giocata e vuole vincerla». Risulta difficile credergli sulla parola, ma per motivare i propri giocatori tutto è concesso a livello comunicativo e psicologico, e lo Special One in questo è maestro.Alle 8:35 si sbarca a Durazzo, ci sono indicazioni e segnaletica dedicate a chi ha come destinazione Tirana. All’uscita dal porto, altro controllo di frontiera, e poi fuori, dove ci offrono una corsa in taxi a 30 euro. Optiamo decisamente per l’autobus a 150 lekë, equivalenti a 1,25 euro, che parte alle 9. Man mano che ci avviciniamo a Tirana vediamo lungo la strada le forze dell’ordine che presidiano l’ingresso in città. Il bigliettaio del bus che dalla stazione porta al centro città parla bene italiano e, prima, ci raccomanda sorridendo di «scrivere bene dell’Albania perché è un bel posto da visitare» e poi ci racconta di scontri avvenuti la sera prima tra ultras delle due tifoserie nei quali sono rimasti feriti alcuni agenti albanesi e sono state arrestate 60 persone di cui 48 italiani e altri 50 sono stati rimpatriati. Sui fatti di martedì sera è intervenuto il principe ereditario dell’Albania, Leka II, che in un'intervista al De Telegraaf ha detto preoccupato: «La maggior parte di questi tifosi si sta probabilmente divertendo, ma gli agenti di polizia albanesi sono stati portati in ospedale. È una novità per l’Albania. Abbiamo folle esuberanti solo in occasione di manifestazioni politiche. Il calcio qui è normalmente un affare di famiglia». E lo si nota tra la gente camminando tra le rrugë del centro. Per tutti è una cosa nuova vedere così tanta gente nella loro città, molti sono preoccupati di non fare bella figura.Alle 10.30 la situazione nei pressi dello stadio è tranquilla. C'è chi ne approfitta per farsi un selfie con dietro l'architettura colorata dell'Arena Kombëtare, chi coglie l'occasione per visitare il centro di Tirana. A Piazza Skënderbej, luogo principale della capitale albanese è stata messa in mostra la coppa della Conference tra due manichini con le maglie della Roma e del Feyenoord. Chi ha la pazienza e la buona volontà di fare la coda sotto il sole cuocente può farsi scattare una foto ricordo con il trofeo. A pochi passi da qui c'è la fan zone dedicata ai tifosi olandesi. Facciamo un giro all'interno: la maggior parte è seduta ai tavoli di bar e ristoranti, gli altri allestiscono il palco con bandiere e vessilli biancorossi. La fan zone della Roma, invece, si trova all'interno di un parco praticamente sigillato a Sud dello stadio. In queste ore Fabrizio Bucci, ambasciatore italiano in Albania, ha raccomandato più volte ai tifosi, soprattutto quelli sprovvisti di biglietto, di recarsi e rimanere nella fan zone a loro riservata. Il diplomatico italiano ha poi commentato così gli incidenti di ieri sera: «Sono pseudo-tifosi. Alcuni di loro ci risulta che siano stati fermati perché hanno tentato di superare il cordone di protezione frapposto dalla polizia in centro. Altri sono stati trovati con coltelli, cric e mazze e allora, parlando da tifoso, dico che questo è sport, e non una battaglia. Chi va alla partita come se andasse in guerra è un delinquente e credo non ci sia altro da aggiungere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tirana-50000-tifosi-finale-conference-2657380138.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-roma-a-caccia-del-primo-trofeo-internazionale" data-post-id="2657380138" data-published-at="1653491696" data-use-pagination="False"> La Roma a caccia del primo trofeo internazionale Detto che nel suo albo d'oro la Roma conta una Coppa delle Fiere datata 1961 e una Coppa angloitaliana datata 1972, non ce ne vorrà nessun tifoso romanista se scriviamo che per i giallorossi si tratterebbe del primo trofeo internazionale, dopo le delusioni del 1984 nella finale di Coppa dei Campioni, proprio all'Olimpico, persa ai calci di rigore contro il Liverpool con gli errori di Bruno Conti e Ciccio Graziani ipnotizzati dai balletti del portiere zimbabwese Bruce Grobbelaar, e del 1991 con la Coppa Uefa vista sfumare nel doppio confronto tutto italiano contro l'Inter.Erano gli anni Novanta, era un'altra epoca per il calcio italiano. Un'epoca in cui il nostro campionato era il più importante al mondo e pullulava dei più grandi campioni. Un'epoca in cui i nostri club dominavano in Europa con trionfi a ripetizione nelle tre coppe europee, la Coppa dei Campioni (poi diventata Champions League), la Coppa Uefa (dal 2009 Europa League) e la Coppa delle Coppe, conclusasi nel 1999 con la vittoria della Lazio. Si trattava della terza competizione continentale per importanza, oggi di fatto è sostituita dalla Conference, seppur con tutt'altro peso specifico per il valore delle squadre che vi partecipano, visto che la Coppa delle Coppe era popolata dai club vincitori delle principali coppe nazionali; mentre la Conference è stata voluta dall'Uefa per dare maggiore visibilità a squadre provenienti da campionati minori. I top campionati europei - dalla Premier League alla Liga alla Serie A, qualificano a questa competizione la settima classificata.Dalla Lazio alla Roma, può essere un cerchio che si chiude attorno alle due squadre della Capitale, così come può essere un cerchio che si chiude quello che va dal 2010, ultima volta in cui una squadra italiana sollevò al cielo una coppa europea, era l'Inter del Triplete di José Mourinho che al Santiago Bernabeu mandò ko il Bayern Monaco conquistando la terza Champions League della sua storia, al 2022, anno in cui un'altra squadra italiana può tornare su un tetto d'Europa, seppur un tettuccio, ancora sotto la guida dello Special One. Di fronte c'è il Feyenoord. La squadra di Rotterdam, che ha chiuso l'Eredivisie al terzo posto dietro le solite Ajax e Psv, e per arrivare fin qui ha dovuto superare ostacoli come Partizan, Slavia Praga e Olympique Marsiglia, dal punto di vista dei trofei internazionali in bacheca è messa meglio della Roma, con due coppe Uefa vinte nel 1974 e nel 2002, e addirittura, una Coppa dei Campioni conquistata nel 1970 contro il Celtic a San Siro.
Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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Il Myanmar, noto al mondo come Birmania fino all’inizio degli anni Novanta, quando i militari dopo uno dei tanti colpi di stato le cambiarono il nome, vive da sempre in una specie di limbo intriso di riservatezza. La nazione asiatica ha avuto una storia travagliata liberandosi dal dominio britannico dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dal 1948 quella che ancora si chiamava Birmania è stata scossa da lotte interne delle tante etnie che la compongono e che hanno sempre convissuto malvolentieri. Nel 1962 il primo colpo di stato inaugurava il periodo della Repubblica Socialista Birmana, un regime che sarebbe durato per 26 anni e caratterizzato dal monopartitismo e dal totale dominio dell’esercito.
Dal 1974 era iniziato un periodo di governo misto civile e militare, ma nel 1988 l’ala più dura delle Forze Armate aveva ripresa totalmente in mano il potere. I militari reagirono alle proteste popolari chiamate «Rivolta 8888», nata nelle università dopo l’uccisione di uno studente che manifestava. Gli studenti indissero per l'8 agosto 1988 uno sciopero generale e la scelta del giorno 8-8-'88 era un simbolico riferimento all'anno 888 dell'era birmana, corrispondente al 1527, anno in cui la confederazione degli Shan aveva riunito la nazione. Il 18 settembre l’esercito riprese il controllo della Birmania uccidendo migliaia di persone ed istaurando la più dura giunta militare della storia della nazione asiatica. Nel 1990 si tennero dopo 30 anni le prime elezioni libere e la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991 e figlia dell’eroe nazionale Aung San, stravinse ottenendo una maggioranza schiacciante. La giunta militare rifiutò però di cedere il potere sciogliendo il parlamento neo-eletto ed arrestando Aung San Suu Kyi e molti dirigenti del suo partito.
Anche alla capitale Rangoon venne cambiato nome in Yangon e nel 2005 venne retrocessa a capoluogo regionale, mentre il governo si spostava a Naypyidaw, sperduto centro abitato dell’interno. Lo spostamento sembra sia stato consigliato dall’indovino personale del generale Than Shwe, leader della dittatura militare, che aveva scelto anche la data di inaugurazione ed una serie di azioni da compiere per avere fortuna. Intanto le sanzioni internazionali applicate dall’inizio degli anni 90 stavano strangolando la fragile economia birmana e nel 2010 la giunta concesse delle elezioni dopo aver cambiato la costituzione garantendo per legge all’esercito il 25% dei seggi parlamentari. Queste elezioni farsa furono boicottate dal partito di Aung San Suu Kyi e furono vinte dall'USDP (Partito dell'Unione della Solidarietà e dello Sviluppo) che candidava soltanto militari. Dal 2011 l’esercito ha concesso alcune riforme ed ha liberato la leader dell’opposizione che è riuscita a partecipare ed a vincere nelle elezioni del 2015. Per sei anni il Myanmar, fra mille difficoltà e problemi, è stato governato da un governo civile, ma nel 2021 l’ennesimo colpo di stato ha riportato un generale al vertice dello stato creando un governo provvisorio. Nel 2025 lo stesso generale Min Aung Hlaing è diventato presidente del Myanmar, svestendo la divisa dell’esercito.
Oggi il governo illegittimo di Min Aung Hlaing amministra la regione della capitale ed il sud del paese, arrivando a stento al 50& del totale del paese. il resto è in mano alla resistenza, formata da decine di milizie etniche, spesso anche in lotta fra di loro. La guerra civile è già costata diverse decine di migliaia di morti e oltre tre milioni e mezzo di sfollati interni, oltre a quasi un milione nelle nazioni confinanti. Il Myanmar è un paese complesso dove ci sono 135 gruppi etnici diversi, divisi in stati che si amministrano da soli come i Kachin, i Chin, gli Shan, i Kayah, i Kayin, i Mon e i Rakhine. Nelle zone cosiddette liberate, l’esercito continua a bombardare con forze aeree o artiglieria, aumentando il numero delle vittime civili e delle persone che fuggono, ma ormai anche la Cina, autentico mentore della giunta, chiede un cessate il fuoco. L’ex Birmania è un caposaldo del Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino che agisce come primo investitore. Nel 2020, durante la visita di Xi Jinping, sono stati firmati 33 accordi per infrastrutture milionarie in tutto lo stato, comprese aree non più controllate dalla giunta. Tra il 1988 e il 2018, il Myanmar ha ricevuto circa 75 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri per il 90% dalla Cina.
Con il BRI Pechino ha rafforzato il suo interesse sul Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC), trasformando il porto di Kyaukpyu nel suo sbocco sull’Oceano Indiano. Per la Cina la Birmania è fondamentale per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca in Malesia, che ha alzato le tariffe di transito. Kyaukpyu è affacciato sul Golfo del Bengala e qui Pechino ha già investito 10 miliardi di dollari per il porto ed una zona economica speciale in mano cinese per 75 anni. Pechino ha fatto arrivare qui un gasdotto lungo 800 chilometri costato 1,5 miliardi di dollari, con una capacità di 12 miliardi di metri cubi all’anno determinante per lo sviluppo cinese. Il gasdotto collega Kunming, capitale della provincia dello Yunnan, nel sud-ovest della Cina, con le città birmane di Mandalay, Yangon e Kyaukpyu pompando energia nel motore della Repubblica Popolare. Senza dimenticare che Pechino sta valutando questa località come base navale per la sua flotta, una diretta minaccia alla potenza navale indiana distante poche centinaia di miglia.
Gli italiani in Birmania (1870-1885)
Per l’Italia unita da pochi anni, l’avventura coloniale non cominciò in Africa, ma in Asia. In particolare i primi passi verso l’espansione territoriale del Regno furono diretti verso la Birmania (oggi Myanmar). Ancora prima del 1860 l’idea nacque nell’entourage di Camillo Cavour, durante la carica di primo ministro del Regno di Sardegna grazie alla consulenza del futuro fondatore della Società Geografica Italiana, accademico e diplomatico durante gli ultimi anni preunitari, Cristoforo Negri. Durante gli anni dell’attività di diplomatico, Negri era venuto in stretto contatto con il missionario italiano Paolo Abbona, in Birmania dal 1839 e profondo conoscitore della cultura e della lingua del Paese asiatico. Durante la permanenza nell’allora capitale Mandalay si era guadagnato la fiducia dei dignitari di corte e dello stesso re Mindon Min, sovrano illuminato e aperto all’interscambio con l’occidente del mondo. Abbona fu testimone della strenua difesa del territorio che Mindon guidò durante l’aggressione militare britannica nella seconda guerra anglo-birmana del 1852, conclusa con l’annessione di ampi territori della Birmania meridionale da parte di Londra. Considerata l’arretratezza dell’esercito birmano nei confronti di quello britannico, il sovrano sfruttò gli ottimi rapporti con Abbona per avviare un flusso migratorio di tecnici specializzati. Questi avrebbero dovuto occuparsi della modernizzazione della Birmania sia in campo civile (opere infrastrutturali e industria) che militari, con l’introduzione di armamenti moderni e addestramento al combattimento.
Nel 1871 i contatti tra Birmania e Italia furono formalizzati durante il lungo viaggio in Oriente dal comandante della corvetta «Principessa Clotilde», Carlo Alberto Racchia. Nel trattato di amicizia Italia-Birmania siglato dall’ufficiale di Marina piemontese e dal ministro degli esteri Kinwun erano contenuti i termini della collaborazione dei tecnici italiani. La scelta di rivolgersi all’Italia, piuttosto che francesi o britannici, nasceva dal fatto che il nuovo Stato europeo non rappresentava ancora una minaccia coloniale diretta. La corte birmana vedeva negli italiani collaboratori neutrali e utili per importare conoscenze tecniche e scientifiche indispensabili alla modernizzazione. A partire dalla metà degli anni ’70 del secolo XIX furono decine gli ingegneri, i tecnici ma anche scienziati e medici che si trasferirono al servizio del governo birmano. Molti furono addetti allo sviluppo e al mantenimento dell’industria siderurgica in particolare delle armi. In Birmania fu attivo Antonio Glisenti, imprenditore bresciano delle armi, che riuscì ad aggirare l’embargo britannico importando numerosi fucili moderni per l’esercito di Mindon. Nelle infrastrutture si distinse l’ingegnere spezzino Francesco Federici che nel 1874 realizzò due ponti sul fiume Irrawaddy, mentre il genovese Giovanni Battista Comotto si occupò di riorganizzare la marina fluviale, oltre a raccogliere molte notizie sull’entomologia della Birmania. Anche la prima luce elettrica fu portata a Mandalay da un italiano, Ainsi Pedrone, che importò anche le prime cucine economiche da campo in uso al regio Esercito. Gli italiani che lavorarono in Birmania furono presenti in svariati campi dell’industria, che comprese anche l’introduzione dell’allevamento e della filatura della seta. In campo sanitario, si distinse il nobile lodigiano Luigi Barbieri di Introini, diventato medico personale di re Mindon.
Dal punto di vista della consulenza militare, in Birmania si trasferirono a partire dalla metà degli anni ’70 dell’Ottocento, diversi ufficiali delle varie specialità dell’esercito. Il Tenente Colonnello dei bersaglieri Tersilio Barberis, in congedo volontario, fu attivo nell’addestramento della fanteria, oltre ad occuparsi di interessi commerciali. Con lui negli stessi anni fu Aristide Perucca, ufficiale che fu nominato «tenascié» dell’esercito birmano durante la sua permanenza. Come lui, anche Valentino Molinari entrò nei ranghi delle forze armate. Nel 1878 re Mindon morì, lasciando il trono all’erede Thibaw Min. Il cambio di reggenza significò un peggioramento dei rapporti tra i dignitari birmani e i tecnici italiani, rallentati nella loro opera anche a causa di una burocrazia paralizzante. A complicare la situazione contribuì in parte anche un personaggio importante della comunità italiana in Birmania, l’ambasciatore a Mandalay Giovanni Andreino. Figura controversa, il diplomatico fu al centro delle polemiche per un supposto doppio gioco in favore dei francesi, che miravano a limitare l’influenza britannica nel Sudest asiatico. La presenza degli italiani e l’ostilità francese spinsero il governo britannico a completare l’opera di assoggettamento del regno di Birmania, dando il via alla terza e ultima guerra anglo-birmana, durata meno di un mese dal 7 al 29 novembre 1885. Nelle ostilità furono coinvolti anche gli ufficiali italiani Barberis, Perucca e Molinari che parteciparono alla difesa della fortificazione di Minhla, sulle rive del fiume Irrawaddy. Impossibilitati a resistere dalle soverchianti forze nemiche, si arrenderanno agli inglesi pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità. La caduta del regno di Birmania e l’inizio della dominazione britannica metteranno la parola fine a quel primordiale tentativo italiano di radicare la presenza nel Sudest asiatico, da allora dominio quasi totale anglo-francese. La maggior parte dei tecnici italiani farà rientro in Patria, mentre alcuni tenteranno nuova fortuna in paesi come Giappone e Cina. Appena cinque anni dopo la fine della presenza italiana in Birmania, il 1°gennaio 1890, l’Italia ebbe la sua prima colonia in Africa: l’Eritrea.
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