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2019-11-25
Il nuovo social da 75 miliardi conquista Salvini
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Una musica epica, da film, la scritta «Onore alle forze dell'ordine» e Matteo Salvini che stringe le mani a un gruppo di uomini in divisa schierati davanti a lui. È iniziata con questo brevissimo video, poco più di una decina secondi, l'avventura del leader della Lega su TikTok.
Il social network più famoso tra gli utenti della generazione Z (quella che comprende i nati tra il 1995 e il 2010) tra i suoi 500 milioni di utenti attivi ogni mese è un fenomeno di massa che non coinvolge più solo i giovanissimi ma che continua a guardare alle generazioni future con particolare interesse. L'ha capito Salvini, che, con il suo profilo da quasi 50.000 seguaci, è oggi il primo politico italiano a postare attivamente sulla piattaforma. Prima di lui, solo il leader del nuovo partito democratico canadese Jagmeet Singh aveva utilizzato la piattaforma per veicolare, in modo divertente e leggero, il suo programma anche ai più giovani.
Ma che cos'è TikTok? Questa applicazione, disponibile oggi in 155 Paesi al mondo e in 75 lingue differenti, non è altro che un'evoluzione di musical.ly e Vine, due app divenute famose tra il 2013 e il 2014 in cui i teenagers postavano brevissimi sketch comici o video in cui si sfidavano con gare di lipsync. Il formato, semplice, scorrevole, ricco di effetti, era riuscito in brevissimo tempo a sconvolgere il mondo dei video sui social mettendo a dura prova piattaforme come Facebook, Instagram e Youtube. Dopo un paio di anni di fiorente attività, tuttavia, qualcosa sembrava essersi spento. Se sia per noia o per la ripetitività dei contenuti, non è dato saperlo. Quel che è certo è che, forse, il format non era ancora maturo e non era sviluppato al pieno delle sue potenzialità. I brevi video, ben presto, si erano trasformati in puntate che si susseguivano creando piccoli show sulla piattaforma che portavano migliaia di dollari nelle tasche dei giovanissimi creatori. Fiutato l'affare, l'addio alle due piattaforme fu una conseguenza quasi necessaria: serviva più tempo, più spazio, e soprattutto la possibilità di appoggiarsi a un servizio - come Youtube - noto a livello globale. Nacquero così i vlog, letteralmente dei diari-video giornalieri, in cui le star di questi social veloci si raccontavano al pubblico di giovanissimi che avevano fidelizzato via Vine o musical.ly. A far risorgere dalle ceneri questo tipo di applicazione, ci ha pensato lo stesso Youtube. Dopo il clamoroso disastro di Logan Paul, vlogger americano divenuto milionario inizialmente proprio grazie a Vine, che pubblicò sulla piattaforma un diario di viaggio in Giappone e il suo incontro ravvicinato, nella foresta dei suicidi di Aokigahara, con il cadavere di un ragazzo. Il declino della star, ma anche del diario video quotidiano, iniziò in questo modo. L'ossessione del mostrarsi sempre in contesti estremi, iniziava a non piacere più. E per questo bisognava trovare un'alternativa. Di nuovo.
Oggi TikTok è il social network più apprezzato dai teenager, ma sta pian piano conquistando anche un pubblico più adulto. I ragazzi, come spiegano i creatori della piattaforma, «trovano uno spazio in cui potersi esprimere liberamente, anche su questioni da adulti, ma lontano dagli occhi indiscreti dei genitori».
Così, tra una battaglia a colpi di coreografie semplicissime, tormentoni e sketch comici, ecco che compaiono video di politica, in cui chi si prepara a un futuro da elettore esprime il proprio punto di vista su questioni più o meno importanti. Gli hashtag politici hanno iniziato a spopolare sul social. Che siano tradotti in video ironici o no, il risultato non cambia. La politica è sbarcata anche tra i più giovani che l'hanno fatta loro e hanno dimostrato di non essere una generazione tutta «selfie e discoteche». A dimostrare come TikTok stia cambiando volto sono i numeri: video con l'hashtag #Usa2020 sono stati visualizzati oltre 18.500 volte, Donald Trump (che ancora non ha aperto un profilo ufficiale) vanta invece oltre 211 milioni di visualizzazioni. Le declinazioni di The Donald, su TikTok, sono molteplici e si dividono, come sempre, tra supporter e odiatori seriali. Con una peculiarità: tra i video vincono di gran lunga quelli con l'hashtag donaldtrumpsupporter (visualizzati oltre 290.000 volte) rispetto a quelli categorizzati con IhateDonaldTrump (fermi a 127.000).
Tornando in Italia, Matteo Salvini rimane il re indiscusso della piattaforma. Il suo hashtag ha ben 236.000 views. Con grande distacco Silvio Berlusconi, con l'hashtag #berlusconi (36.500 visualizzazioni) e il Movimento 5 Stelle, fermo a 12.500. Pressoché ininfluente, per ora, è invece Matteo Renzi che si ferma a 3.900 views.
Un discorso a parte è invece quello Giorgia Meloni che, con il suo, «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una mamma» è diventato un tormentone con oltre 136.000 video presenti sul social.
La storia di TikTok
TikTok è diventata senza dubbio una delle applicazioni più chiacchierate del web. Il suo successo è globale e così rilevante da aver fatto drizzare le orecchie persino al re dei social Mark Zuckerberg che, dopo aver tentato - fallendo - di acquistare la piattaforma dai suoi creatori in Cina, ha deciso di fare quello che fa meglio, ovvero «prendere ispirazione» e implementare le sue migliori funzionalità su una piattaforma di cui è proprietario, in questo caso Instagram.
Ma facciamo un passo indietro. Cosa differenzia TikTok da tutti gli altri social sul nostro smartphone? Mentre Instagram offre un sistema basato su immagini, Twitter su brevi pensieri che non devono superare un certo numero di caratteri e Snapchat permette di pubblicare foto e video «usa e getta», TikTok offre ai suoi utenti la possibilità di creare dei brevi video - della lunghezza massima di 15 secondi - partendo da un ampio database di effetti, canzoni e frasi ad effetto. Insomma, TikTok ha come obiettivo quello di farci divertire e sembra proprio che ci stia riuscendo. Soltanto durante lo scorso anno, l'applicazione è stata scaricata da oltre un miliardo di persone, superando il numero complessivo di utenti attivi di Twitter (336 milioni) e Snapchat (186 milioni). L'azienda cinese che l'ha creata - ByteDance - è oggi valutata più di 75 miliardi di dollari ed è stata definita la startup di maggiore successo al mondo, superando Uber.
Il successo globale di TikTok è arrivato negli ultimi anni, ma l'applicazione è nata nel 2014 con un nome differente. Musical.ly è frutto di un'idea degli imprenditori cinesi Alex Zhu e Luyu Yang, il cui obiettivo era introdurre nel mercato americano un'applicazione che potesse emulare il successo di Vine, ennesimo social dove poter pubblicare brevi sketch comici. Non è un caso che il marketing per Musical.ly fosse completamente basato sulla presenza dei maggiori nomi di Vine - da King Bach a Logan Paul - sulla nuova piattaforma. La presenza di questi ultimi non è però bastata per fare di Musical.ly un successo, portando alla sua acquisizione da parte di ByteDance nel novembre 2017.
Ci vuole comunque un anno prima che TikTok si faccia davvero notare. È solo nell'agosto scorso, infatti, che alcune star americane hanno deciso di sbarcare sul nuovo social, portando con se migliaia di nuovi fan. Parliamo del conduttore Jimmy Fallon - che ogni settimana lancia nuovi «challenge» per i suoi followers - o della comica Amy Schumer. La ByteDance ha inoltre intrapreso una massiccia campagna pubblicitaria, culminata in una «rap battle» con la cantante del momento, Cardi B. Ma, nonostante la presenza di centinaia di personaggi famosi, la vera forza di TikTok è l'essere un'app per la gente comune. Sono specialmente i giovani della Generazione Z a trovare in questo social un luogo dove si possono divertire e conoscere. Ogni post può ottenere milioni e milioni di visualizzazioni - anche se questo dato rimane visibile solo a chi carica il video - e l'homepage permette di scoprire gente sempre nuova. TikTok ha poi dalla sua un elemento fondamentale, forse il più importante: è completamente privo di pubblicità.
Mariella Baroli
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Matteo Salvini è il primo politico italiano a sbarcare sul social network cinese. Il video in cui «balla» ha addirittura superato il milione di visualizzazioni. Una seconda vita per la piattaforma più amata dai teenager che si apre alla politica, senza censura. A utilizzarlo, oltre al leader leghista, solo il democratico canadese Jagmeet Singh.La storia di TikTok. Da Musical.ly a Vine fino al fenomeno Snapchat. Come i mini video sono diventati virali più delle foto.Lo speciale comprende due articoli.Una musica epica, da film, la scritta «Onore alle forze dell'ordine» e Matteo Salvini che stringe le mani a un gruppo di uomini in divisa schierati davanti a lui. È iniziata con questo brevissimo video, poco più di una decina secondi, l'avventura del leader della Lega su TikTok. Il social network più famoso tra gli utenti della generazione Z (quella che comprende i nati tra il 1995 e il 2010) tra i suoi 500 milioni di utenti attivi ogni mese è un fenomeno di massa che non coinvolge più solo i giovanissimi ma che continua a guardare alle generazioni future con particolare interesse. L'ha capito Salvini, che, con il suo profilo da quasi 50.000 seguaci, è oggi il primo politico italiano a postare attivamente sulla piattaforma. Prima di lui, solo il leader del nuovo partito democratico canadese Jagmeet Singh aveva utilizzato la piattaforma per veicolare, in modo divertente e leggero, il suo programma anche ai più giovani. Ma che cos'è TikTok? Questa applicazione, disponibile oggi in 155 Paesi al mondo e in 75 lingue differenti, non è altro che un'evoluzione di musical.ly e Vine, due app divenute famose tra il 2013 e il 2014 in cui i teenagers postavano brevissimi sketch comici o video in cui si sfidavano con gare di lipsync. Il formato, semplice, scorrevole, ricco di effetti, era riuscito in brevissimo tempo a sconvolgere il mondo dei video sui social mettendo a dura prova piattaforme come Facebook, Instagram e Youtube. Dopo un paio di anni di fiorente attività, tuttavia, qualcosa sembrava essersi spento. Se sia per noia o per la ripetitività dei contenuti, non è dato saperlo. Quel che è certo è che, forse, il format non era ancora maturo e non era sviluppato al pieno delle sue potenzialità. I brevi video, ben presto, si erano trasformati in puntate che si susseguivano creando piccoli show sulla piattaforma che portavano migliaia di dollari nelle tasche dei giovanissimi creatori. Fiutato l'affare, l'addio alle due piattaforme fu una conseguenza quasi necessaria: serviva più tempo, più spazio, e soprattutto la possibilità di appoggiarsi a un servizio - come Youtube - noto a livello globale. Nacquero così i vlog, letteralmente dei diari-video giornalieri, in cui le star di questi social veloci si raccontavano al pubblico di giovanissimi che avevano fidelizzato via Vine o musical.ly. A far risorgere dalle ceneri questo tipo di applicazione, ci ha pensato lo stesso Youtube. Dopo il clamoroso disastro di Logan Paul, vlogger americano divenuto milionario inizialmente proprio grazie a Vine, che pubblicò sulla piattaforma un diario di viaggio in Giappone e il suo incontro ravvicinato, nella foresta dei suicidi di Aokigahara, con il cadavere di un ragazzo. Il declino della star, ma anche del diario video quotidiano, iniziò in questo modo. L'ossessione del mostrarsi sempre in contesti estremi, iniziava a non piacere più. E per questo bisognava trovare un'alternativa. Di nuovo.Oggi TikTok è il social network più apprezzato dai teenager, ma sta pian piano conquistando anche un pubblico più adulto. I ragazzi, come spiegano i creatori della piattaforma, «trovano uno spazio in cui potersi esprimere liberamente, anche su questioni da adulti, ma lontano dagli occhi indiscreti dei genitori». Così, tra una battaglia a colpi di coreografie semplicissime, tormentoni e sketch comici, ecco che compaiono video di politica, in cui chi si prepara a un futuro da elettore esprime il proprio punto di vista su questioni più o meno importanti. Gli hashtag politici hanno iniziato a spopolare sul social. Che siano tradotti in video ironici o no, il risultato non cambia. La politica è sbarcata anche tra i più giovani che l'hanno fatta loro e hanno dimostrato di non essere una generazione tutta «selfie e discoteche». A dimostrare come TikTok stia cambiando volto sono i numeri: video con l'hashtag #Usa2020 sono stati visualizzati oltre 18.500 volte, Donald Trump (che ancora non ha aperto un profilo ufficiale) vanta invece oltre 211 milioni di visualizzazioni. Le declinazioni di The Donald, su TikTok, sono molteplici e si dividono, come sempre, tra supporter e odiatori seriali. Con una peculiarità: tra i video vincono di gran lunga quelli con l'hashtag donaldtrumpsupporter (visualizzati oltre 290.000 volte) rispetto a quelli categorizzati con IhateDonaldTrump (fermi a 127.000). Tornando in Italia, Matteo Salvini rimane il re indiscusso della piattaforma. Il suo hashtag ha ben 236.000 views. Con grande distacco Silvio Berlusconi, con l'hashtag #berlusconi (36.500 visualizzazioni) e il Movimento 5 Stelle, fermo a 12.500. Pressoché ininfluente, per ora, è invece Matteo Renzi che si ferma a 3.900 views.Un discorso a parte è invece quello Giorgia Meloni che, con il suo, «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una mamma» è diventato un tormentone con oltre 136.000 video presenti sul social. !function(e,i,n,s){var t="InfogramEmbeds",d=e.getElementsByTagName("script")[0];if(window[t]&&window[t].initialized)window[t].process&&window[t].process();else if(!e.getElementById(n)){var o=e.createElement("script");o.async=1,o.id=n,o.src="https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js",d.parentNode.insertBefore(o,d)}}(document,0,"infogram-async");<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tiktok-salvini-2641409446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-storia-di-tiktok" data-post-id="2641409446" data-published-at="1780710181" data-use-pagination="False"> La storia di TikTok TikTok è diventata senza dubbio una delle applicazioni più chiacchierate del web. Il suo successo è globale e così rilevante da aver fatto drizzare le orecchie persino al re dei social Mark Zuckerberg che, dopo aver tentato - fallendo - di acquistare la piattaforma dai suoi creatori in Cina, ha deciso di fare quello che fa meglio, ovvero «prendere ispirazione» e implementare le sue migliori funzionalità su una piattaforma di cui è proprietario, in questo caso Instagram. Ma facciamo un passo indietro. Cosa differenzia TikTok da tutti gli altri social sul nostro smartphone? Mentre Instagram offre un sistema basato su immagini, Twitter su brevi pensieri che non devono superare un certo numero di caratteri e Snapchat permette di pubblicare foto e video «usa e getta», TikTok offre ai suoi utenti la possibilità di creare dei brevi video - della lunghezza massima di 15 secondi - partendo da un ampio database di effetti, canzoni e frasi ad effetto. Insomma, TikTok ha come obiettivo quello di farci divertire e sembra proprio che ci stia riuscendo. Soltanto durante lo scorso anno, l'applicazione è stata scaricata da oltre un miliardo di persone, superando il numero complessivo di utenti attivi di Twitter (336 milioni) e Snapchat (186 milioni). L'azienda cinese che l'ha creata - ByteDance - è oggi valutata più di 75 miliardi di dollari ed è stata definita la startup di maggiore successo al mondo, superando Uber. Il successo globale di TikTok è arrivato negli ultimi anni, ma l'applicazione è nata nel 2014 con un nome differente. Musical.ly è frutto di un'idea degli imprenditori cinesi Alex Zhu e Luyu Yang, il cui obiettivo era introdurre nel mercato americano un'applicazione che potesse emulare il successo di Vine, ennesimo social dove poter pubblicare brevi sketch comici. Non è un caso che il marketing per Musical.ly fosse completamente basato sulla presenza dei maggiori nomi di Vine - da King Bach a Logan Paul - sulla nuova piattaforma. La presenza di questi ultimi non è però bastata per fare di Musical.ly un successo, portando alla sua acquisizione da parte di ByteDance nel novembre 2017. Ci vuole comunque un anno prima che TikTok si faccia davvero notare. È solo nell'agosto scorso, infatti, che alcune star americane hanno deciso di sbarcare sul nuovo social, portando con se migliaia di nuovi fan. Parliamo del conduttore Jimmy Fallon - che ogni settimana lancia nuovi «challenge» per i suoi followers - o della comica Amy Schumer. La ByteDance ha inoltre intrapreso una massiccia campagna pubblicitaria, culminata in una «rap battle» con la cantante del momento, Cardi B. Ma, nonostante la presenza di centinaia di personaggi famosi, la vera forza di TikTok è l'essere un'app per la gente comune. Sono specialmente i giovani della Generazione Z a trovare in questo social un luogo dove si possono divertire e conoscere. Ogni post può ottenere milioni e milioni di visualizzazioni - anche se questo dato rimane visibile solo a chi carica il video - e l'homepage permette di scoprire gente sempre nuova. TikTok ha poi dalla sua un elemento fondamentale, forse il più importante: è completamente privo di pubblicità.Mariella Baroli
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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