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2024-10-01
A capo delle curve di Inter e Milan c’era la ’ndrangheta
Le curve di Milan e Inter allo stadio Meazza (Ansa)
Leggenda narra che il patto di non belligeranza tra le curve di Milan e Inter sia nato nel 1981, dopo un Mundialito dove perse la vita il tifoso nerazzurro Vittorio Palmeri. Da allora le tifoserie di Milano si distinguono da altre piazze calde, come Roma o Genova. Dopo la raffica di arresti di ieri (ben 18) tra i capi della Nord e della Sud, in Procura si sono fatti un’idea diversa. «Il patto di non belligeranza fra le due tifoserie, a prima vista connesso a una tranquilla gestione della vita di stadio», si legge nell’ordinanza firmata dal gip Domenico Santoro, è «a ben vedere, caratterizzato da legami fra gli apicali delle curve al fine di conseguire profitto, in un contesto in cui la passione sportiva appare mero pretesto per governare sinergicamente ogni possibile introito che la passione sportiva vera, quella dei tifosi di calcio, genera». Bisogna partire da questa considerazione per capire il contesto in cui negli ultimi 20 anni sono state gestite le tifoserie del capoluogo lombardo. Due zone quasi franche, dove a comandare era soprattutto la ‘ndrangheta e dove si lucrava sui biglietti (estorti alla società e rivenduti a prezzo maggiorato ) fino ai parcheggi intorno a San Siro, ma anche al merchandising e alla vendita di bibite o birre allo stadio: un business da 300.000 euro all’anno, come si legge nelle carte. Alcuni steward ai cancelli erano persino assoggettati agli ultras, costretti a far entrare persone senza biglietto per ricevere in cambio la tranquillità da parte del pubblico.
Associazione a delinquere aggravata dalle finalità di agevolare la cosca mafiosa Bellocco: è questa l’accusa ai tifosi nerazzurri. Mentre per i milanisti si parla di reato associativo semplice. In arresto è finito, di nuovo, Luca Lucci con il fratello Francesco Lucci insieme con Ismail Hagag, loro fedelissimo (chiamato Alex Cologno) e Christian Rosiello, questi ultimi anche bodyguard del cantante Fedez. Ai rossoneri vengono contestate - oltre a numerosi episodi di violenza organizzata - anche estorsioni e spedizioni punitive. Le indagini hanno evidenziato i buoni rapporti tra le due curve. Come quando Lucci, al bar Italian Drink di Cologno Monzese, veniva immortalato mentre si abbracciava con il capo della Curva Nord, Andrea Beretta, con Matteo Norrito e con Daniele Cataldo, anche loro in arresto.
Le ‘NDRine
L’episodio chiave per capire tutta l’inchiesta è legato alla morte dell’ex capo ultra dell’Inter Vittorio Boiocchi detto «Zio», crivellato con cinque colpi di pistola il 29 ottobre del 2022. Il colpevole non è stato ancora trovato, ma tra le carte si leggono le difficoltà di far quadrare i conti, i soldi mancanti, i buchi e la mancanza di fiducia tra i vari arrestati. Tensioni che forse sono state alla base anche degli omicidi di questi anni. Un tempo erano Boiocchi, Marco Ferdico (scelto perché amato e di bella presenza), Andrea Beretta (ora in carcere per omicidio) a spartirsi gli introiti della curva. Stando alle indagini della Mobile, il 12 novembre 2022, qualche settimana dopo la morte di Boiocchi, si era avuta «la percezione dei cambiamenti in corso» nell’ambiente, quando le intercettazioni fecero scoprire «la comparsa sulla scena di un soggetto di origini calabresi, definito “spacchioso calabrotto”». Questi era Antonio Bellocco, ucciso a coltellate il 4 settembre scorso proprio da Beretta. «La presenza di costui - e dunque, di soggetti calabresi - veniva percepita da alcune componenti del mondo ultras (ad esempio gli Irriducibili), come espressione dell’intento di Beretta e Ferdico di avvalersi di una sorta di protezione esterna affidata ad ambiti collegati alla criminalità organizzata calabrese» si legge nelle carte.
SUDDITANZA DELLA SOCIETà
Al momento gli indagati sono una quarantina, come ha spiegato ieri il pm Paolo Storari che insieme all’aggiunta Alessandra Dolci e alla pm Sara Ombra sta coordinando l’indagine. «Tra loro non c’è nessun dirigente delle società». Secondo il procuratore capo Marcello Viola, tifoso interista, i club sono da considerarsi «soggetti danneggiati». Ci sarebbero «profili di criticità» nei modelli organizzativi, ma Viola si dice «certo della collaborazione». Nei prossimi giorni potrebbe essere ascoltato il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta, che viene citato spesso nelle 500 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare. E forse verrà sentito anche l’allenatore Simone Inzaghi, intercettato al telefono con uno degli arrestati, Marco Ferdico, uno dei capi della Nord. «Le indagini condotte hanno evidenziato che la società interista si trova in una situazione di sudditanza nei confronti degli esponenti della Curva Nord, finendo, di fatto, per agevolarli seppur obtorto collo» si legge nelle carte.
LA FINALE DI CHAMPIONS
Stando alle intercettazioni, sarebbe stato proprio Ferdico (che minacciava lo sciopero del tifo si era già speso con l’ex difensore Marco Materazzi) a chiedere a Inzaghi di intervenire con la società, per ottenere biglietti per la finale di Champions League a Istanbul. «Te la faccio breve mister. Ci hanno dato 1.000 biglietti. Noi ci siam fatti due conti. Ne abbiam bisogno 200 in più per esser tranquilli. Ma non per fare bagarinaggio mister, arriviamo a 1.200 biglietti? Questa è la mia richiesta». Ferdico ottiene la promessa di Inzaghi. «Parlo con Ferri, con Zanetti, con Marotta, parlo con quelli, verrò su, poi ti faccio sapere qualcosa». Su quei biglietti ci fu un guadagno. Ferdico parla spesso con il dirigente Massimiliano Silva, che cura i rapporti con la tifoseria organizzata interista. È lui a smistare abbonamenti e biglietti. Con non poche difficoltà. Tanto che nell’agosto dello scorso anno è Ferdico a informare Bellocco: «alla fine Marotta si è incazzato con Cameruccio (Gianluca, addetto alla sicurezza, ndr) perché non c’ha dato le tessere, sembra che in settimana si sblocca…».
parcheggi e figc
C’è poi la gestione dei parcheggi, con l’imprenditore Gherardo Zaccagni, vicino ad ambienti della Nord e per questo preoccupato dopo la morte del Boiocchi, ma comunque determinato a raggiungere gli appalti intorno a San Siro. Tra gli indagati c’è Manfredi Palmeri, consigliere regionale lombardo, accusato di corruzione, a cui proprio Zaccagni avrebbe comprato un quadro da 10.000 euro per agevolare l’affare. L’imprenditore e i sodali volevano arrivare al presidente della Figc Gabriele Gravina per sbloccare la situazione. «Se no la faccio prendere a Gherardo, io gliela faccio come Kiss & Fly forte, tramite Gravina e tutto quanto, e ci facciamo dare un 20.000» dice Giuseppe Caminiti intercettato, anche lui in arresto, interista e in stretti rapporti con il noto pregiudicato Giuseppe Calabrò detto «U dutturicchiu».
Mala allo stadio da Roma a Torino
C’è un punto preciso, nascosto dietro gli striscioni della curva di uno stadio e nelle vie buie del sottobosco criminale, in cui avviene l’osmosi tra la mala e gli ultrà. Una cinghia di distribuzione che connette questi due mondi apparentemente lontani e che li rende parte l’uno dell’altro. Il nodo di connessione? Gli affari. Alcuni dei quali pur apparendo come secondari sono capaci di scatenare forti appetiti, soprattutto nelle curve delle squadre blasonate: il bagarinaggio, i parcheggi dello stadio, la vendita di bevande e gadget. Un giro che, ogni domenica, genera decine di migliaia di euro. Ne sa qualcosa la Juventus, che si è costituita parte civile nel processo che gli inquirenti hanno denominato «Last Banner». Imputati? Gli ultrà bianconeri. In appello i capi ultrà si sono beccati condanne con un certo peso, tra 4 anni e mezzo e gli 8 anni inflitti a Dino Mocciola, capo dei Drughi, per le «pressioni» che secondo l’accusa furono esercitate dalla curva nei confronti della società durante la stagione 2018-19. Comportamenti violenti, astensione dal tifo e cori razzisti orchestrati per evitare di perdere i vantaggi e i privilegi di cui i capi ultrà godevano. Le accuse: associazione a delinquere, estorsione e violenza privata. Ma la Vecchia Signora si porta dietro pure un evento mai del tutto chiarito: la morte di Raffaello Bucci, che da capo ultrà finì giù a un viadotto. L’inchiesta, che ruotava attorno al suo ruolo di intermediario tra Juve e tifo organizzato, nonostante le molte ombre è stata chiusa come suicidio. Affiorarono sospetti legati al bagarinaggio, fenomeno intramontabile anche sotto gli occhi della giustizia, con biglietti venduti a prezzi esorbitanti. È considerato da record l’affare per i tagliandi della sfida Tottenham-Juve: da un prezzo base di 35 sterline erano schizzati a 250. E già allora si parlò dei tentacoli delle ‘ndrine. E non si tratta solo del ruolo di Rocco Dominello - l’uomo legato al clan Pesce-Bellocco e dissociatosi per proteggere la sua famiglia, che faceva da tramite tra la curva e la mala - ma di un’infiltrazione più profonda, che come dice l’ex boss Placido Barresi «non è solo Dominello, è tutta la Calabria unita che c’entra». A Roma la situazione è altrettanto cupa. Un intricato intreccio tra ultrà e narcotraffico ha preso in pieno la curva laziale. Fabrizio Piscitelli - alias Diabolik - capo storico degli Irriducibili, si è beccato un colpo di pistola alla nuca su una panchina del Parco degli Acquedotti. Dallo stadio intrecciava rapporti con personaggi di spicco del crimine organizzato romano. La droga è entrata anche al Bentegodi di Verona - sponda Hellas - che si è scoperto era diventato un bazar della cocaina. Ben 12 ultrà gialloblu furono accusati di aver spacciato nei bagni dell’impianto sportivo e all’interno di un bar nell’antistante piazzale Olimpia. A Napoli, invece, la Curva B ha visto l’infiltrazione dei camorristi. Ma il simbolo dell’inquietante commistione tra calcio e ambienti illegali rimane Gennaro De Tommaso, detto «Genny ‘a carogna», celebre per la sceneggiata (finita su tutti i notiziari) durante la finale di Coppa Italia del 2014, quando il match fu ritardato a causa dell’omicidio di Ciro Esposito, un tifoso napoletano assassinato durante gli scontri tra gli ultrà del Napoli e quelli della Roma. Qui la Procura antimafia ricostruì le gerarchie dell’ex San Paolo, con una divisione netta tra la curva A gestita dai clan storici del centro e la curva B in mano ai gruppi di Secondigliano e di Scampia. A Palermo un’inchiesta antimafia ha svelato che era scesa in campo addirittura Cosa nostra per sedare gli scontri tra le tifoserie della stessa squadra, considerati dannosi per lo svolgimento delle gare e fonte di difficoltà per uno storico capo ultrà rosanero, considerato elemento di contatto tra la cosca e il tifo organizzato. A Genova saltò fuori che nella curva rossoblù si erano annidati pericolosi pregiudicati che avrebbero tentato addirittura di ricattare (l’inchiesta è poi stata archiviata) l’allenatore, all’epoca Gian Piero Gasperini. Nel 2017 la relazione finale della Commissione parlamentare antimafia anticipò: «La forza di intimidazione delle tifoserie è spesso esercitata con modalità che riproducono il metodo mafioso». D’altra parte, si scoprì, la base sociale era formata «da significativi contingenti di pregiudicati, in alcuni casi, secondo le stime delle forze di polizia, vicini al 30% del totale». A dimostrazione che, mentre i calciatori giocano in campo, sugli spalti c’è chi gioca un’altra partita, senza regole, che si alimenta di odio, potere e denaro.
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Patto per lucrare sul tifo, 18 arresti. Biglietti estorti alle squadre, pressioni a Inzaghi e mire sui posteggi: «Arriviamo a Gravina».Le infiltrazioni sono su scala nazionale: i calabresi gestivano il bagarinaggio alla Juve e il leader degli Irriducibili Lazio fu freddato con un colpo in testa. Coca per l’Hellas.Lo speciale contiene due articoli. Leggenda narra che il patto di non belligeranza tra le curve di Milan e Inter sia nato nel 1981, dopo un Mundialito dove perse la vita il tifoso nerazzurro Vittorio Palmeri. Da allora le tifoserie di Milano si distinguono da altre piazze calde, come Roma o Genova. Dopo la raffica di arresti di ieri (ben 18) tra i capi della Nord e della Sud, in Procura si sono fatti un’idea diversa. «Il patto di non belligeranza fra le due tifoserie, a prima vista connesso a una tranquilla gestione della vita di stadio», si legge nell’ordinanza firmata dal gip Domenico Santoro, è «a ben vedere, caratterizzato da legami fra gli apicali delle curve al fine di conseguire profitto, in un contesto in cui la passione sportiva appare mero pretesto per governare sinergicamente ogni possibile introito che la passione sportiva vera, quella dei tifosi di calcio, genera». Bisogna partire da questa considerazione per capire il contesto in cui negli ultimi 20 anni sono state gestite le tifoserie del capoluogo lombardo. Due zone quasi franche, dove a comandare era soprattutto la ‘ndrangheta e dove si lucrava sui biglietti (estorti alla società e rivenduti a prezzo maggiorato ) fino ai parcheggi intorno a San Siro, ma anche al merchandising e alla vendita di bibite o birre allo stadio: un business da 300.000 euro all’anno, come si legge nelle carte. Alcuni steward ai cancelli erano persino assoggettati agli ultras, costretti a far entrare persone senza biglietto per ricevere in cambio la tranquillità da parte del pubblico. Associazione a delinquere aggravata dalle finalità di agevolare la cosca mafiosa Bellocco: è questa l’accusa ai tifosi nerazzurri. Mentre per i milanisti si parla di reato associativo semplice. In arresto è finito, di nuovo, Luca Lucci con il fratello Francesco Lucci insieme con Ismail Hagag, loro fedelissimo (chiamato Alex Cologno) e Christian Rosiello, questi ultimi anche bodyguard del cantante Fedez. Ai rossoneri vengono contestate - oltre a numerosi episodi di violenza organizzata - anche estorsioni e spedizioni punitive. Le indagini hanno evidenziato i buoni rapporti tra le due curve. Come quando Lucci, al bar Italian Drink di Cologno Monzese, veniva immortalato mentre si abbracciava con il capo della Curva Nord, Andrea Beretta, con Matteo Norrito e con Daniele Cataldo, anche loro in arresto. Le ‘NDRine L’episodio chiave per capire tutta l’inchiesta è legato alla morte dell’ex capo ultra dell’Inter Vittorio Boiocchi detto «Zio», crivellato con cinque colpi di pistola il 29 ottobre del 2022. Il colpevole non è stato ancora trovato, ma tra le carte si leggono le difficoltà di far quadrare i conti, i soldi mancanti, i buchi e la mancanza di fiducia tra i vari arrestati. Tensioni che forse sono state alla base anche degli omicidi di questi anni. Un tempo erano Boiocchi, Marco Ferdico (scelto perché amato e di bella presenza), Andrea Beretta (ora in carcere per omicidio) a spartirsi gli introiti della curva. Stando alle indagini della Mobile, il 12 novembre 2022, qualche settimana dopo la morte di Boiocchi, si era avuta «la percezione dei cambiamenti in corso» nell’ambiente, quando le intercettazioni fecero scoprire «la comparsa sulla scena di un soggetto di origini calabresi, definito “spacchioso calabrotto”». Questi era Antonio Bellocco, ucciso a coltellate il 4 settembre scorso proprio da Beretta. «La presenza di costui - e dunque, di soggetti calabresi - veniva percepita da alcune componenti del mondo ultras (ad esempio gli Irriducibili), come espressione dell’intento di Beretta e Ferdico di avvalersi di una sorta di protezione esterna affidata ad ambiti collegati alla criminalità organizzata calabrese» si legge nelle carte. SUDDITANZA DELLA SOCIETàAl momento gli indagati sono una quarantina, come ha spiegato ieri il pm Paolo Storari che insieme all’aggiunta Alessandra Dolci e alla pm Sara Ombra sta coordinando l’indagine. «Tra loro non c’è nessun dirigente delle società». Secondo il procuratore capo Marcello Viola, tifoso interista, i club sono da considerarsi «soggetti danneggiati». Ci sarebbero «profili di criticità» nei modelli organizzativi, ma Viola si dice «certo della collaborazione». Nei prossimi giorni potrebbe essere ascoltato il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta, che viene citato spesso nelle 500 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare. E forse verrà sentito anche l’allenatore Simone Inzaghi, intercettato al telefono con uno degli arrestati, Marco Ferdico, uno dei capi della Nord. «Le indagini condotte hanno evidenziato che la società interista si trova in una situazione di sudditanza nei confronti degli esponenti della Curva Nord, finendo, di fatto, per agevolarli seppur obtorto collo» si legge nelle carte.LA FINALE DI CHAMPIONSStando alle intercettazioni, sarebbe stato proprio Ferdico (che minacciava lo sciopero del tifo si era già speso con l’ex difensore Marco Materazzi) a chiedere a Inzaghi di intervenire con la società, per ottenere biglietti per la finale di Champions League a Istanbul. «Te la faccio breve mister. Ci hanno dato 1.000 biglietti. Noi ci siam fatti due conti. Ne abbiam bisogno 200 in più per esser tranquilli. Ma non per fare bagarinaggio mister, arriviamo a 1.200 biglietti? Questa è la mia richiesta». Ferdico ottiene la promessa di Inzaghi. «Parlo con Ferri, con Zanetti, con Marotta, parlo con quelli, verrò su, poi ti faccio sapere qualcosa». Su quei biglietti ci fu un guadagno. Ferdico parla spesso con il dirigente Massimiliano Silva, che cura i rapporti con la tifoseria organizzata interista. È lui a smistare abbonamenti e biglietti. Con non poche difficoltà. Tanto che nell’agosto dello scorso anno è Ferdico a informare Bellocco: «alla fine Marotta si è incazzato con Cameruccio (Gianluca, addetto alla sicurezza, ndr) perché non c’ha dato le tessere, sembra che in settimana si sblocca…».parcheggi e figc C’è poi la gestione dei parcheggi, con l’imprenditore Gherardo Zaccagni, vicino ad ambienti della Nord e per questo preoccupato dopo la morte del Boiocchi, ma comunque determinato a raggiungere gli appalti intorno a San Siro. Tra gli indagati c’è Manfredi Palmeri, consigliere regionale lombardo, accusato di corruzione, a cui proprio Zaccagni avrebbe comprato un quadro da 10.000 euro per agevolare l’affare. L’imprenditore e i sodali volevano arrivare al presidente della Figc Gabriele Gravina per sbloccare la situazione. «Se no la faccio prendere a Gherardo, io gliela faccio come Kiss & Fly forte, tramite Gravina e tutto quanto, e ci facciamo dare un 20.000» dice Giuseppe Caminiti intercettato, anche lui in arresto, interista e in stretti rapporti con il noto pregiudicato Giuseppe Calabrò detto «U dutturicchiu».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tifosi-ndrangheta-arresti-2669301943.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mala-allo-stadio-da-roma-a-torino" data-post-id="2669301943" data-published-at="1727777935" data-use-pagination="False"> Mala allo stadio da Roma a Torino C’è un punto preciso, nascosto dietro gli striscioni della curva di uno stadio e nelle vie buie del sottobosco criminale, in cui avviene l’osmosi tra la mala e gli ultrà. Una cinghia di distribuzione che connette questi due mondi apparentemente lontani e che li rende parte l’uno dell’altro. Il nodo di connessione? Gli affari. Alcuni dei quali pur apparendo come secondari sono capaci di scatenare forti appetiti, soprattutto nelle curve delle squadre blasonate: il bagarinaggio, i parcheggi dello stadio, la vendita di bevande e gadget. Un giro che, ogni domenica, genera decine di migliaia di euro. Ne sa qualcosa la Juventus, che si è costituita parte civile nel processo che gli inquirenti hanno denominato «Last Banner». Imputati? Gli ultrà bianconeri. In appello i capi ultrà si sono beccati condanne con un certo peso, tra 4 anni e mezzo e gli 8 anni inflitti a Dino Mocciola, capo dei Drughi, per le «pressioni» che secondo l’accusa furono esercitate dalla curva nei confronti della società durante la stagione 2018-19. Comportamenti violenti, astensione dal tifo e cori razzisti orchestrati per evitare di perdere i vantaggi e i privilegi di cui i capi ultrà godevano. Le accuse: associazione a delinquere, estorsione e violenza privata. Ma la Vecchia Signora si porta dietro pure un evento mai del tutto chiarito: la morte di Raffaello Bucci, che da capo ultrà finì giù a un viadotto. L’inchiesta, che ruotava attorno al suo ruolo di intermediario tra Juve e tifo organizzato, nonostante le molte ombre è stata chiusa come suicidio. Affiorarono sospetti legati al bagarinaggio, fenomeno intramontabile anche sotto gli occhi della giustizia, con biglietti venduti a prezzi esorbitanti. È considerato da record l’affare per i tagliandi della sfida Tottenham-Juve: da un prezzo base di 35 sterline erano schizzati a 250. E già allora si parlò dei tentacoli delle ‘ndrine. E non si tratta solo del ruolo di Rocco Dominello - l’uomo legato al clan Pesce-Bellocco e dissociatosi per proteggere la sua famiglia, che faceva da tramite tra la curva e la mala - ma di un’infiltrazione più profonda, che come dice l’ex boss Placido Barresi «non è solo Dominello, è tutta la Calabria unita che c’entra». A Roma la situazione è altrettanto cupa. Un intricato intreccio tra ultrà e narcotraffico ha preso in pieno la curva laziale. Fabrizio Piscitelli - alias Diabolik - capo storico degli Irriducibili, si è beccato un colpo di pistola alla nuca su una panchina del Parco degli Acquedotti. Dallo stadio intrecciava rapporti con personaggi di spicco del crimine organizzato romano. La droga è entrata anche al Bentegodi di Verona - sponda Hellas - che si è scoperto era diventato un bazar della cocaina. Ben 12 ultrà gialloblu furono accusati di aver spacciato nei bagni dell’impianto sportivo e all’interno di un bar nell’antistante piazzale Olimpia. A Napoli, invece, la Curva B ha visto l’infiltrazione dei camorristi. Ma il simbolo dell’inquietante commistione tra calcio e ambienti illegali rimane Gennaro De Tommaso, detto «Genny ‘a carogna», celebre per la sceneggiata (finita su tutti i notiziari) durante la finale di Coppa Italia del 2014, quando il match fu ritardato a causa dell’omicidio di Ciro Esposito, un tifoso napoletano assassinato durante gli scontri tra gli ultrà del Napoli e quelli della Roma. Qui la Procura antimafia ricostruì le gerarchie dell’ex San Paolo, con una divisione netta tra la curva A gestita dai clan storici del centro e la curva B in mano ai gruppi di Secondigliano e di Scampia. A Palermo un’inchiesta antimafia ha svelato che era scesa in campo addirittura Cosa nostra per sedare gli scontri tra le tifoserie della stessa squadra, considerati dannosi per lo svolgimento delle gare e fonte di difficoltà per uno storico capo ultrà rosanero, considerato elemento di contatto tra la cosca e il tifo organizzato. A Genova saltò fuori che nella curva rossoblù si erano annidati pericolosi pregiudicati che avrebbero tentato addirittura di ricattare (l’inchiesta è poi stata archiviata) l’allenatore, all’epoca Gian Piero Gasperini. Nel 2017 la relazione finale della Commissione parlamentare antimafia anticipò: «La forza di intimidazione delle tifoserie è spesso esercitata con modalità che riproducono il metodo mafioso». D’altra parte, si scoprì, la base sociale era formata «da significativi contingenti di pregiudicati, in alcuni casi, secondo le stime delle forze di polizia, vicini al 30% del totale». A dimostrazione che, mentre i calciatori giocano in campo, sugli spalti c’è chi gioca un’altra partita, senza regole, che si alimenta di odio, potere e denaro.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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