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2024-10-01
A capo delle curve di Inter e Milan c’era la ’ndrangheta
Le curve di Milan e Inter allo stadio Meazza (Ansa)
Leggenda narra che il patto di non belligeranza tra le curve di Milan e Inter sia nato nel 1981, dopo un Mundialito dove perse la vita il tifoso nerazzurro Vittorio Palmeri. Da allora le tifoserie di Milano si distinguono da altre piazze calde, come Roma o Genova. Dopo la raffica di arresti di ieri (ben 18) tra i capi della Nord e della Sud, in Procura si sono fatti un’idea diversa. «Il patto di non belligeranza fra le due tifoserie, a prima vista connesso a una tranquilla gestione della vita di stadio», si legge nell’ordinanza firmata dal gip Domenico Santoro, è «a ben vedere, caratterizzato da legami fra gli apicali delle curve al fine di conseguire profitto, in un contesto in cui la passione sportiva appare mero pretesto per governare sinergicamente ogni possibile introito che la passione sportiva vera, quella dei tifosi di calcio, genera». Bisogna partire da questa considerazione per capire il contesto in cui negli ultimi 20 anni sono state gestite le tifoserie del capoluogo lombardo. Due zone quasi franche, dove a comandare era soprattutto la ‘ndrangheta e dove si lucrava sui biglietti (estorti alla società e rivenduti a prezzo maggiorato ) fino ai parcheggi intorno a San Siro, ma anche al merchandising e alla vendita di bibite o birre allo stadio: un business da 300.000 euro all’anno, come si legge nelle carte. Alcuni steward ai cancelli erano persino assoggettati agli ultras, costretti a far entrare persone senza biglietto per ricevere in cambio la tranquillità da parte del pubblico.
Associazione a delinquere aggravata dalle finalità di agevolare la cosca mafiosa Bellocco: è questa l’accusa ai tifosi nerazzurri. Mentre per i milanisti si parla di reato associativo semplice. In arresto è finito, di nuovo, Luca Lucci con il fratello Francesco Lucci insieme con Ismail Hagag, loro fedelissimo (chiamato Alex Cologno) e Christian Rosiello, questi ultimi anche bodyguard del cantante Fedez. Ai rossoneri vengono contestate - oltre a numerosi episodi di violenza organizzata - anche estorsioni e spedizioni punitive. Le indagini hanno evidenziato i buoni rapporti tra le due curve. Come quando Lucci, al bar Italian Drink di Cologno Monzese, veniva immortalato mentre si abbracciava con il capo della Curva Nord, Andrea Beretta, con Matteo Norrito e con Daniele Cataldo, anche loro in arresto.
Le ‘NDRine
L’episodio chiave per capire tutta l’inchiesta è legato alla morte dell’ex capo ultra dell’Inter Vittorio Boiocchi detto «Zio», crivellato con cinque colpi di pistola il 29 ottobre del 2022. Il colpevole non è stato ancora trovato, ma tra le carte si leggono le difficoltà di far quadrare i conti, i soldi mancanti, i buchi e la mancanza di fiducia tra i vari arrestati. Tensioni che forse sono state alla base anche degli omicidi di questi anni. Un tempo erano Boiocchi, Marco Ferdico (scelto perché amato e di bella presenza), Andrea Beretta (ora in carcere per omicidio) a spartirsi gli introiti della curva. Stando alle indagini della Mobile, il 12 novembre 2022, qualche settimana dopo la morte di Boiocchi, si era avuta «la percezione dei cambiamenti in corso» nell’ambiente, quando le intercettazioni fecero scoprire «la comparsa sulla scena di un soggetto di origini calabresi, definito “spacchioso calabrotto”». Questi era Antonio Bellocco, ucciso a coltellate il 4 settembre scorso proprio da Beretta. «La presenza di costui - e dunque, di soggetti calabresi - veniva percepita da alcune componenti del mondo ultras (ad esempio gli Irriducibili), come espressione dell’intento di Beretta e Ferdico di avvalersi di una sorta di protezione esterna affidata ad ambiti collegati alla criminalità organizzata calabrese» si legge nelle carte.
SUDDITANZA DELLA SOCIETà
Al momento gli indagati sono una quarantina, come ha spiegato ieri il pm Paolo Storari che insieme all’aggiunta Alessandra Dolci e alla pm Sara Ombra sta coordinando l’indagine. «Tra loro non c’è nessun dirigente delle società». Secondo il procuratore capo Marcello Viola, tifoso interista, i club sono da considerarsi «soggetti danneggiati». Ci sarebbero «profili di criticità» nei modelli organizzativi, ma Viola si dice «certo della collaborazione». Nei prossimi giorni potrebbe essere ascoltato il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta, che viene citato spesso nelle 500 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare. E forse verrà sentito anche l’allenatore Simone Inzaghi, intercettato al telefono con uno degli arrestati, Marco Ferdico, uno dei capi della Nord. «Le indagini condotte hanno evidenziato che la società interista si trova in una situazione di sudditanza nei confronti degli esponenti della Curva Nord, finendo, di fatto, per agevolarli seppur obtorto collo» si legge nelle carte.
LA FINALE DI CHAMPIONS
Stando alle intercettazioni, sarebbe stato proprio Ferdico (che minacciava lo sciopero del tifo si era già speso con l’ex difensore Marco Materazzi) a chiedere a Inzaghi di intervenire con la società, per ottenere biglietti per la finale di Champions League a Istanbul. «Te la faccio breve mister. Ci hanno dato 1.000 biglietti. Noi ci siam fatti due conti. Ne abbiam bisogno 200 in più per esser tranquilli. Ma non per fare bagarinaggio mister, arriviamo a 1.200 biglietti? Questa è la mia richiesta». Ferdico ottiene la promessa di Inzaghi. «Parlo con Ferri, con Zanetti, con Marotta, parlo con quelli, verrò su, poi ti faccio sapere qualcosa». Su quei biglietti ci fu un guadagno. Ferdico parla spesso con il dirigente Massimiliano Silva, che cura i rapporti con la tifoseria organizzata interista. È lui a smistare abbonamenti e biglietti. Con non poche difficoltà. Tanto che nell’agosto dello scorso anno è Ferdico a informare Bellocco: «alla fine Marotta si è incazzato con Cameruccio (Gianluca, addetto alla sicurezza, ndr) perché non c’ha dato le tessere, sembra che in settimana si sblocca…».
parcheggi e figc
C’è poi la gestione dei parcheggi, con l’imprenditore Gherardo Zaccagni, vicino ad ambienti della Nord e per questo preoccupato dopo la morte del Boiocchi, ma comunque determinato a raggiungere gli appalti intorno a San Siro. Tra gli indagati c’è Manfredi Palmeri, consigliere regionale lombardo, accusato di corruzione, a cui proprio Zaccagni avrebbe comprato un quadro da 10.000 euro per agevolare l’affare. L’imprenditore e i sodali volevano arrivare al presidente della Figc Gabriele Gravina per sbloccare la situazione. «Se no la faccio prendere a Gherardo, io gliela faccio come Kiss & Fly forte, tramite Gravina e tutto quanto, e ci facciamo dare un 20.000» dice Giuseppe Caminiti intercettato, anche lui in arresto, interista e in stretti rapporti con il noto pregiudicato Giuseppe Calabrò detto «U dutturicchiu».
Mala allo stadio da Roma a Torino
C’è un punto preciso, nascosto dietro gli striscioni della curva di uno stadio e nelle vie buie del sottobosco criminale, in cui avviene l’osmosi tra la mala e gli ultrà. Una cinghia di distribuzione che connette questi due mondi apparentemente lontani e che li rende parte l’uno dell’altro. Il nodo di connessione? Gli affari. Alcuni dei quali pur apparendo come secondari sono capaci di scatenare forti appetiti, soprattutto nelle curve delle squadre blasonate: il bagarinaggio, i parcheggi dello stadio, la vendita di bevande e gadget. Un giro che, ogni domenica, genera decine di migliaia di euro. Ne sa qualcosa la Juventus, che si è costituita parte civile nel processo che gli inquirenti hanno denominato «Last Banner». Imputati? Gli ultrà bianconeri. In appello i capi ultrà si sono beccati condanne con un certo peso, tra 4 anni e mezzo e gli 8 anni inflitti a Dino Mocciola, capo dei Drughi, per le «pressioni» che secondo l’accusa furono esercitate dalla curva nei confronti della società durante la stagione 2018-19. Comportamenti violenti, astensione dal tifo e cori razzisti orchestrati per evitare di perdere i vantaggi e i privilegi di cui i capi ultrà godevano. Le accuse: associazione a delinquere, estorsione e violenza privata. Ma la Vecchia Signora si porta dietro pure un evento mai del tutto chiarito: la morte di Raffaello Bucci, che da capo ultrà finì giù a un viadotto. L’inchiesta, che ruotava attorno al suo ruolo di intermediario tra Juve e tifo organizzato, nonostante le molte ombre è stata chiusa come suicidio. Affiorarono sospetti legati al bagarinaggio, fenomeno intramontabile anche sotto gli occhi della giustizia, con biglietti venduti a prezzi esorbitanti. È considerato da record l’affare per i tagliandi della sfida Tottenham-Juve: da un prezzo base di 35 sterline erano schizzati a 250. E già allora si parlò dei tentacoli delle ‘ndrine. E non si tratta solo del ruolo di Rocco Dominello - l’uomo legato al clan Pesce-Bellocco e dissociatosi per proteggere la sua famiglia, che faceva da tramite tra la curva e la mala - ma di un’infiltrazione più profonda, che come dice l’ex boss Placido Barresi «non è solo Dominello, è tutta la Calabria unita che c’entra». A Roma la situazione è altrettanto cupa. Un intricato intreccio tra ultrà e narcotraffico ha preso in pieno la curva laziale. Fabrizio Piscitelli - alias Diabolik - capo storico degli Irriducibili, si è beccato un colpo di pistola alla nuca su una panchina del Parco degli Acquedotti. Dallo stadio intrecciava rapporti con personaggi di spicco del crimine organizzato romano. La droga è entrata anche al Bentegodi di Verona - sponda Hellas - che si è scoperto era diventato un bazar della cocaina. Ben 12 ultrà gialloblu furono accusati di aver spacciato nei bagni dell’impianto sportivo e all’interno di un bar nell’antistante piazzale Olimpia. A Napoli, invece, la Curva B ha visto l’infiltrazione dei camorristi. Ma il simbolo dell’inquietante commistione tra calcio e ambienti illegali rimane Gennaro De Tommaso, detto «Genny ‘a carogna», celebre per la sceneggiata (finita su tutti i notiziari) durante la finale di Coppa Italia del 2014, quando il match fu ritardato a causa dell’omicidio di Ciro Esposito, un tifoso napoletano assassinato durante gli scontri tra gli ultrà del Napoli e quelli della Roma. Qui la Procura antimafia ricostruì le gerarchie dell’ex San Paolo, con una divisione netta tra la curva A gestita dai clan storici del centro e la curva B in mano ai gruppi di Secondigliano e di Scampia. A Palermo un’inchiesta antimafia ha svelato che era scesa in campo addirittura Cosa nostra per sedare gli scontri tra le tifoserie della stessa squadra, considerati dannosi per lo svolgimento delle gare e fonte di difficoltà per uno storico capo ultrà rosanero, considerato elemento di contatto tra la cosca e il tifo organizzato. A Genova saltò fuori che nella curva rossoblù si erano annidati pericolosi pregiudicati che avrebbero tentato addirittura di ricattare (l’inchiesta è poi stata archiviata) l’allenatore, all’epoca Gian Piero Gasperini. Nel 2017 la relazione finale della Commissione parlamentare antimafia anticipò: «La forza di intimidazione delle tifoserie è spesso esercitata con modalità che riproducono il metodo mafioso». D’altra parte, si scoprì, la base sociale era formata «da significativi contingenti di pregiudicati, in alcuni casi, secondo le stime delle forze di polizia, vicini al 30% del totale». A dimostrazione che, mentre i calciatori giocano in campo, sugli spalti c’è chi gioca un’altra partita, senza regole, che si alimenta di odio, potere e denaro.
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Patto per lucrare sul tifo, 18 arresti. Biglietti estorti alle squadre, pressioni a Inzaghi e mire sui posteggi: «Arriviamo a Gravina».Le infiltrazioni sono su scala nazionale: i calabresi gestivano il bagarinaggio alla Juve e il leader degli Irriducibili Lazio fu freddato con un colpo in testa. Coca per l’Hellas.Lo speciale contiene due articoli. Leggenda narra che il patto di non belligeranza tra le curve di Milan e Inter sia nato nel 1981, dopo un Mundialito dove perse la vita il tifoso nerazzurro Vittorio Palmeri. Da allora le tifoserie di Milano si distinguono da altre piazze calde, come Roma o Genova. Dopo la raffica di arresti di ieri (ben 18) tra i capi della Nord e della Sud, in Procura si sono fatti un’idea diversa. «Il patto di non belligeranza fra le due tifoserie, a prima vista connesso a una tranquilla gestione della vita di stadio», si legge nell’ordinanza firmata dal gip Domenico Santoro, è «a ben vedere, caratterizzato da legami fra gli apicali delle curve al fine di conseguire profitto, in un contesto in cui la passione sportiva appare mero pretesto per governare sinergicamente ogni possibile introito che la passione sportiva vera, quella dei tifosi di calcio, genera». Bisogna partire da questa considerazione per capire il contesto in cui negli ultimi 20 anni sono state gestite le tifoserie del capoluogo lombardo. Due zone quasi franche, dove a comandare era soprattutto la ‘ndrangheta e dove si lucrava sui biglietti (estorti alla società e rivenduti a prezzo maggiorato ) fino ai parcheggi intorno a San Siro, ma anche al merchandising e alla vendita di bibite o birre allo stadio: un business da 300.000 euro all’anno, come si legge nelle carte. Alcuni steward ai cancelli erano persino assoggettati agli ultras, costretti a far entrare persone senza biglietto per ricevere in cambio la tranquillità da parte del pubblico. Associazione a delinquere aggravata dalle finalità di agevolare la cosca mafiosa Bellocco: è questa l’accusa ai tifosi nerazzurri. Mentre per i milanisti si parla di reato associativo semplice. In arresto è finito, di nuovo, Luca Lucci con il fratello Francesco Lucci insieme con Ismail Hagag, loro fedelissimo (chiamato Alex Cologno) e Christian Rosiello, questi ultimi anche bodyguard del cantante Fedez. Ai rossoneri vengono contestate - oltre a numerosi episodi di violenza organizzata - anche estorsioni e spedizioni punitive. Le indagini hanno evidenziato i buoni rapporti tra le due curve. Come quando Lucci, al bar Italian Drink di Cologno Monzese, veniva immortalato mentre si abbracciava con il capo della Curva Nord, Andrea Beretta, con Matteo Norrito e con Daniele Cataldo, anche loro in arresto. Le ‘NDRine L’episodio chiave per capire tutta l’inchiesta è legato alla morte dell’ex capo ultra dell’Inter Vittorio Boiocchi detto «Zio», crivellato con cinque colpi di pistola il 29 ottobre del 2022. Il colpevole non è stato ancora trovato, ma tra le carte si leggono le difficoltà di far quadrare i conti, i soldi mancanti, i buchi e la mancanza di fiducia tra i vari arrestati. Tensioni che forse sono state alla base anche degli omicidi di questi anni. Un tempo erano Boiocchi, Marco Ferdico (scelto perché amato e di bella presenza), Andrea Beretta (ora in carcere per omicidio) a spartirsi gli introiti della curva. Stando alle indagini della Mobile, il 12 novembre 2022, qualche settimana dopo la morte di Boiocchi, si era avuta «la percezione dei cambiamenti in corso» nell’ambiente, quando le intercettazioni fecero scoprire «la comparsa sulla scena di un soggetto di origini calabresi, definito “spacchioso calabrotto”». Questi era Antonio Bellocco, ucciso a coltellate il 4 settembre scorso proprio da Beretta. «La presenza di costui - e dunque, di soggetti calabresi - veniva percepita da alcune componenti del mondo ultras (ad esempio gli Irriducibili), come espressione dell’intento di Beretta e Ferdico di avvalersi di una sorta di protezione esterna affidata ad ambiti collegati alla criminalità organizzata calabrese» si legge nelle carte. SUDDITANZA DELLA SOCIETàAl momento gli indagati sono una quarantina, come ha spiegato ieri il pm Paolo Storari che insieme all’aggiunta Alessandra Dolci e alla pm Sara Ombra sta coordinando l’indagine. «Tra loro non c’è nessun dirigente delle società». Secondo il procuratore capo Marcello Viola, tifoso interista, i club sono da considerarsi «soggetti danneggiati». Ci sarebbero «profili di criticità» nei modelli organizzativi, ma Viola si dice «certo della collaborazione». Nei prossimi giorni potrebbe essere ascoltato il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta, che viene citato spesso nelle 500 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare. E forse verrà sentito anche l’allenatore Simone Inzaghi, intercettato al telefono con uno degli arrestati, Marco Ferdico, uno dei capi della Nord. «Le indagini condotte hanno evidenziato che la società interista si trova in una situazione di sudditanza nei confronti degli esponenti della Curva Nord, finendo, di fatto, per agevolarli seppur obtorto collo» si legge nelle carte.LA FINALE DI CHAMPIONSStando alle intercettazioni, sarebbe stato proprio Ferdico (che minacciava lo sciopero del tifo si era già speso con l’ex difensore Marco Materazzi) a chiedere a Inzaghi di intervenire con la società, per ottenere biglietti per la finale di Champions League a Istanbul. «Te la faccio breve mister. Ci hanno dato 1.000 biglietti. Noi ci siam fatti due conti. Ne abbiam bisogno 200 in più per esser tranquilli. Ma non per fare bagarinaggio mister, arriviamo a 1.200 biglietti? Questa è la mia richiesta». Ferdico ottiene la promessa di Inzaghi. «Parlo con Ferri, con Zanetti, con Marotta, parlo con quelli, verrò su, poi ti faccio sapere qualcosa». Su quei biglietti ci fu un guadagno. Ferdico parla spesso con il dirigente Massimiliano Silva, che cura i rapporti con la tifoseria organizzata interista. È lui a smistare abbonamenti e biglietti. Con non poche difficoltà. Tanto che nell’agosto dello scorso anno è Ferdico a informare Bellocco: «alla fine Marotta si è incazzato con Cameruccio (Gianluca, addetto alla sicurezza, ndr) perché non c’ha dato le tessere, sembra che in settimana si sblocca…».parcheggi e figc C’è poi la gestione dei parcheggi, con l’imprenditore Gherardo Zaccagni, vicino ad ambienti della Nord e per questo preoccupato dopo la morte del Boiocchi, ma comunque determinato a raggiungere gli appalti intorno a San Siro. Tra gli indagati c’è Manfredi Palmeri, consigliere regionale lombardo, accusato di corruzione, a cui proprio Zaccagni avrebbe comprato un quadro da 10.000 euro per agevolare l’affare. L’imprenditore e i sodali volevano arrivare al presidente della Figc Gabriele Gravina per sbloccare la situazione. «Se no la faccio prendere a Gherardo, io gliela faccio come Kiss & Fly forte, tramite Gravina e tutto quanto, e ci facciamo dare un 20.000» dice Giuseppe Caminiti intercettato, anche lui in arresto, interista e in stretti rapporti con il noto pregiudicato Giuseppe Calabrò detto «U dutturicchiu».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tifosi-ndrangheta-arresti-2669301943.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mala-allo-stadio-da-roma-a-torino" data-post-id="2669301943" data-published-at="1727777935" data-use-pagination="False"> Mala allo stadio da Roma a Torino C’è un punto preciso, nascosto dietro gli striscioni della curva di uno stadio e nelle vie buie del sottobosco criminale, in cui avviene l’osmosi tra la mala e gli ultrà. Una cinghia di distribuzione che connette questi due mondi apparentemente lontani e che li rende parte l’uno dell’altro. Il nodo di connessione? Gli affari. Alcuni dei quali pur apparendo come secondari sono capaci di scatenare forti appetiti, soprattutto nelle curve delle squadre blasonate: il bagarinaggio, i parcheggi dello stadio, la vendita di bevande e gadget. Un giro che, ogni domenica, genera decine di migliaia di euro. Ne sa qualcosa la Juventus, che si è costituita parte civile nel processo che gli inquirenti hanno denominato «Last Banner». Imputati? Gli ultrà bianconeri. In appello i capi ultrà si sono beccati condanne con un certo peso, tra 4 anni e mezzo e gli 8 anni inflitti a Dino Mocciola, capo dei Drughi, per le «pressioni» che secondo l’accusa furono esercitate dalla curva nei confronti della società durante la stagione 2018-19. Comportamenti violenti, astensione dal tifo e cori razzisti orchestrati per evitare di perdere i vantaggi e i privilegi di cui i capi ultrà godevano. Le accuse: associazione a delinquere, estorsione e violenza privata. Ma la Vecchia Signora si porta dietro pure un evento mai del tutto chiarito: la morte di Raffaello Bucci, che da capo ultrà finì giù a un viadotto. L’inchiesta, che ruotava attorno al suo ruolo di intermediario tra Juve e tifo organizzato, nonostante le molte ombre è stata chiusa come suicidio. Affiorarono sospetti legati al bagarinaggio, fenomeno intramontabile anche sotto gli occhi della giustizia, con biglietti venduti a prezzi esorbitanti. È considerato da record l’affare per i tagliandi della sfida Tottenham-Juve: da un prezzo base di 35 sterline erano schizzati a 250. E già allora si parlò dei tentacoli delle ‘ndrine. E non si tratta solo del ruolo di Rocco Dominello - l’uomo legato al clan Pesce-Bellocco e dissociatosi per proteggere la sua famiglia, che faceva da tramite tra la curva e la mala - ma di un’infiltrazione più profonda, che come dice l’ex boss Placido Barresi «non è solo Dominello, è tutta la Calabria unita che c’entra». A Roma la situazione è altrettanto cupa. Un intricato intreccio tra ultrà e narcotraffico ha preso in pieno la curva laziale. Fabrizio Piscitelli - alias Diabolik - capo storico degli Irriducibili, si è beccato un colpo di pistola alla nuca su una panchina del Parco degli Acquedotti. Dallo stadio intrecciava rapporti con personaggi di spicco del crimine organizzato romano. La droga è entrata anche al Bentegodi di Verona - sponda Hellas - che si è scoperto era diventato un bazar della cocaina. Ben 12 ultrà gialloblu furono accusati di aver spacciato nei bagni dell’impianto sportivo e all’interno di un bar nell’antistante piazzale Olimpia. A Napoli, invece, la Curva B ha visto l’infiltrazione dei camorristi. Ma il simbolo dell’inquietante commistione tra calcio e ambienti illegali rimane Gennaro De Tommaso, detto «Genny ‘a carogna», celebre per la sceneggiata (finita su tutti i notiziari) durante la finale di Coppa Italia del 2014, quando il match fu ritardato a causa dell’omicidio di Ciro Esposito, un tifoso napoletano assassinato durante gli scontri tra gli ultrà del Napoli e quelli della Roma. Qui la Procura antimafia ricostruì le gerarchie dell’ex San Paolo, con una divisione netta tra la curva A gestita dai clan storici del centro e la curva B in mano ai gruppi di Secondigliano e di Scampia. A Palermo un’inchiesta antimafia ha svelato che era scesa in campo addirittura Cosa nostra per sedare gli scontri tra le tifoserie della stessa squadra, considerati dannosi per lo svolgimento delle gare e fonte di difficoltà per uno storico capo ultrà rosanero, considerato elemento di contatto tra la cosca e il tifo organizzato. A Genova saltò fuori che nella curva rossoblù si erano annidati pericolosi pregiudicati che avrebbero tentato addirittura di ricattare (l’inchiesta è poi stata archiviata) l’allenatore, all’epoca Gian Piero Gasperini. Nel 2017 la relazione finale della Commissione parlamentare antimafia anticipò: «La forza di intimidazione delle tifoserie è spesso esercitata con modalità che riproducono il metodo mafioso». D’altra parte, si scoprì, la base sociale era formata «da significativi contingenti di pregiudicati, in alcuni casi, secondo le stime delle forze di polizia, vicini al 30% del totale». A dimostrazione che, mentre i calciatori giocano in campo, sugli spalti c’è chi gioca un’altra partita, senza regole, che si alimenta di odio, potere e denaro.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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