
Come accade sempre nei convegni accademici, i momenti più interessanti non sono le prolusioni ma i capannelli finali o le cene, quando le discussioni diventano più autentiche e ricche. Le recenti Conferenze sull’Anticristo di Peter Thiel a Roma non hanno fatto eccezione e, tra i vari temi trattati dopo il momento centrale, è emerso quello del mondo universitario come realtà ormai destinata al declino. Secondo Thiel, che sostiene questa tesi sin dai tempi di Stanford, l’università non rappresenta più il luogo privilegiato della ricerca intesa in senso ampio, bensì un’istituzione concettualmente obsoleta, momento terminale del percorso dell’Universitas medievale e del modello ottocentesco humboldtiano.
Il primo problema individuato da Thiel consiste nella progressiva erosione del dialogo interdisciplinare tra le varie facoltà, una volta simbolo stesso dell’idea di contaminazione dei saperi e di stimolo reciproco. Fisica e filosofia, economia e antropologia, biologia e storia operano oggi come entità isolate, prive di un linguaggio comune e di un orizzonte condiviso, e ciò a causa della specializzazione estrema imposta dal modello filosofico positivista-marxista del Secondo novecento, sfociato nella conseguenza pratica della produzione di pubblicazioni sempre più settoriali e specifiche finalizzate a carriere interne e presidio dei temi. Qualcuno mise in guardia sul fatto che «la scienza non pensa», e l’aver negato l’idea di pensiero unificante giunge oggi al suo approdo finale: il sapere inteso come insieme di discipline tecniche ha volutamente rigettato la domanda sul senso complessivo per concentrarsi sull’accumulazione di dati, producendo così l’inevitabile e prevista frammentazione. Ad oggi l’università non è più in grado di formare élite capaci di pensiero sintetico ma iperspecialisti funzionali al mercato e incapaci di affrontare sia le questioni più ampie sia le necessarie sintesi alla base della creatività teoretica.
Su un quadro già minato nelle sue radici filosofiche, nell’ultimo decennio si è poi abbattuta la tempesta carnascialesca del woke, che ha sfigurato programmi universitari, cattedre e facoltà inducendo lo studio obbligatorio di conoscenze di tipo sostanzialmente religioso basate sul fine ideologico di creare nuove generazioni subordinate a dogmi politici globalisti. Oggi in ambito accademico gli argomenti decisivi dal punto di vista politico, filosofico, sociologico o psicologico non possono accedere ufficialmente alla cosiddetta «ricerca empirica» ma devono aderire a un quadro normativo predefinito: dati biologici sul sesso, studi sulla genetica del quoziente intellettivo o valutazioni comparative tra fonti energetiche vengono respinti non per insufficienza metodologica ma per incompatibilità ideologica. La cancel culture non rappresenta un fenomeno marginale ma un meccanismo sistemico di controllo epistemico e, se è vero che la verità è un «esercito di metafore», l’assetto woke dell’università contemporanea decide quali metafore sono ammesse e quali devono essere espulse.
Thiel ha sintetizzato questa evoluzione definendo il woke come «il nuovo comunismo» e osservando che, al pari della lotta di classe marxista, i «nuovi diritti» sostituiscono l’indagine aperta basata sul reale attraverso un criterio di ortodossia. A questo proposito Thiel si rifà alla sua idea negativa di katechon e usa l’università come metafora del sapere trattenuto dall’ideologia che ha come esito il proseguimento del nichilismo e il freno al salto quantico che guida da sempre le scoperte umane: ciò che Thiel chiama salto «da zero a uno».
Qui si tocca un tema politico fondamentale - reso evidente peraltro anche qui in Italia dall’esito del referendum - che consiste nell’idea di «conservatorismo degli assetti di potere» la cui radice si trova proprio nell’idea di sapere non più inteso come «scoperta» ma come dispositivo di controllo. E non è certo un caso se non soltanto nelle discipline umanistiche si registra una stagnazione ormai consolidata - i filosofi parlano ancora di «postmodernità» e di «pensiero analitico» come trent’anni fa - ma anche nella punta teoretica avanzata della meccanica quantistica ci si ritrova su argomenti stagnanti e problemi insoluti ormai da anni. Di fronte a un simile blocco sistemico, Thiel esclude la possibilità di una riforma graduale: l’unica via percorribile è un salto culturale trainato da nuove realtà che nascano al di fuori del vecchio mondo accademico. Esperimenti concreti come le fellowship, che implichino totale libertà scientifica, o la nascita di nuovi istituti indipendenti rappresentano i segni di una possibile rinascita, ma sul piano sistemico occorrono misure più radicali: la rottura del monopolio del titolo di studio, il superamento del finanziamento pubblico centralizzato e la creazione di «antiuniversità» come sta accadendo in alcuni casi anche in Europa. Ma sopra tutto ciò aleggia la grande ipoteca dell’Intelligenza artificiale: nell’intervista del 2024 con Tyler Cowen, Thiel osservava che l’Ia renderà obsoleti i «filtri matematici» tradizionali delle ammissioni alle facoltà scientifiche ma, per quanto riguarda invece l’essenza stessa del pensiero umano, e cioè la facoltà intuitiva che seleziona e modella le idee, non è possibile pensare che un Large Language Model possa giungere all’originalità della scoperta, ed è proprio su questo punto che l’università può essere ripensata dalle fondamenta.





