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2023-11-01
Si apre il terzo fronte. Yemen in battaglia contro Gerusalemme con missili e droni
Ansa
Il fronte si allarga ogni giorno di più. «Questi droni appartengono allo stato dello Yemen», ha detto Abdelaziz bin Habtoor, primo ministro del governo Huthi, quando gli è stato chiesto dei droni lanciati verso Eliat, nel Sud di Israele. Poi ha chiarito: «Continueremo a effettuare attacchi qualitativi con missili e droni fino a quando l’aggressione israeliana non finirà. Israele sta compiendo un massacro a Gaza con l’appoggio degli Stati Uniti e di vari regimi nel mondo. Ecco perché abbiamo deciso di lanciare missili cruise e balistici contro Israele».
Una rappresaglia quindi, un forte segnale di vicinanza ad Hamas. Gli Huthi, sono un gruppo armato prevalentemente sciita appoggiato dall’Iran ed è per questo che a molti non sfugge l’ipotesi che siano gli stessi iraniani a mandarli avanti, in vista di una probabile escalation del conflitto. Secondo l’esperto del movimento Ahmed Al Bahri, gli Huthi oscillerebbero intorno ai 120.000 uomini. «Non vogliamo che il conflitto si allarghi», ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza americano, John Kirby, a proposito dell’attacco contro Israele dei ribelli Huthi dello Yemen sostenuti dall’Iran.
L’Egitto invece, ha posizionato decine di carri armati e veicoli blindati vicino al valico di Rafah verso Gaza. Il timore sarebbe quello di ricevere migliaia di profughi che fin dal primo minuto ha dichiarato di non voler accogliere.
La cronaca dal campo, intanto, si aggiorna di ora in ora. Le sirene continuano a suonare a Tel Aviv e nel centro di Israele a causa dei missili lanciati da Gaza: alcuni razzi hanno bucato l’Iron Dome atterrando nella città. L’Idf ha colpito oltre 300 obiettivi strategici di Hamas nelle ultime 24 ore: in Cisgiordania sono state arrestate 38 persone ricercate. Distrutta la casa di Saleh Al Arouri, vice capo dell’Ufficio politico dell’organizzazione terroristica in Cisgiordania. Colpita anche una «cellula terroristica» nel Sud del Libano. L’Idf ha aggiunto di aver colpito un altro sito della milizia sciita Hezbollah nell’area, in risposta ad attacchi ripetuti con razzi e missili. L’esercito sta ottenendo «significativi risultati nelle operazioni di terra» nella Striscia ma sta «pagando un duro prezzo», ha detto il ministro della Difesa, Yoav Gallant. «Stiamo dispiegando forze su larga scala nel profondo della Striscia». Due soldati sono stati uccisi proprio ieri a Gaza.
L’operazione più controversa dell’ultimo giorno di guerra è quella condotta sul campo profughi di Jabalia. Secondo gli operatori sanitari che lavorano al suo interno, sarebbe stato «completamente distrutto» dai bombardamenti israeliani. Per Hamas ci sarebbero almeno 50 morti e 150 feriti; inizialmente l’agenzia di stampa Wafa aveva parlato di 400 vittime. Hamas, dopo aver attribuito i bombardamenti all’Idf, esorta i Paesi arabi e musulmani «a prendere una posizione storica e decisiva per fermare i massacri» commessi da Israele e quello che descrive come un «genocidio» contro il popolo palestinese. Il partito Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato una «giornata della rabbia mercoledì». Per Israele, a Jabalia «è stata condotto un attacco su vasta scala contro una infrastruttura terroristica e che ha provocato il crollo di edifici civili».
A Nord Ovest di Gaza scontri violentissimi tra Idf e terroristi. Attaccata, tra l’altro, una postazione di Hamas nel nord della Striscia dove è stato trovato un grande deposito di armi. La Cnn segnala invece un «significativo numero di tank israeliani in movimento verso il nord est di Gaza». Il Pentagono, intanto, continua a fornire armi a Israele quasi quotidianamente.
L’obiettivo della missione oltre a quello di disinnescare Hamas resta quello di liberare gli ostaggi. Il consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi, ha ricordato: il rilascio degli ostaggi «è una nostra sacra responsabilità come nazione, nei confronti dei nostri soldati e dei nostri civili»; il sostegno degli Stati Uniti permette di «condurre una campagna senza precedenti». «Siamo disponibili a rilasciare gli ostaggi a fronte del cessate il fuoco», ha detto il leader di Hamas, Basem Naim ricordando che la scorsa settimana il portavoce della Brigata Qassam ha affermato che 50 di loro sono sotto le macerie a causa dei raid di Israele. «Non siamo sicuri delle loro condizioni» ha concluso. Il presidente israeliano, Isaac Herzog, ha detto di «aspettarsi una dichiarazione forte del Papa» su questo.
Le persone detenute dai terroristi sono 240, secondo l’ultimo bilancio, ma il portavoce di Hamas, Abu Obeida, attraverso i canali Telegram, ieri ha annunciato: «Nei prossimi giorni rilasceremo un certo numero di stranieri in linea con il nostro desiderio di non trattenerli a Gaza». Lì, a Gaza, la situazione umanitaria è sempre più grave. I vertici di Hamas parlano di 8.525 vittime di cui 3.542 bambini. Difficile verificare i numeri, difficile che siano molti meno a causa della posizione delle basi di comando di Hamas, vicine ad asili, ospedali, zone residenziali. L’Egitto continua a negare l’accesso ai profughi, ma almeno i convogli umanitari riescono ad entrare. Ieri ne sono entrati circa 80. Lo ha fatto sapere il ministero della Difesa israeliano segnalando che in questo modo aumenteranno in modo considerevole gli aiuti. Da lunedì scorso Israele ha consentito l’ingresso a un totale di 144 camion con cibo, acqua e medicine. Partito ieri anche il secondo invio di aiuti italiani a bordo di un C-130. Forte la preoccupazione della comunità internazionale. Hamas «è un’organizzazione terrorista, che non rappresenta per niente le aspirazioni legittime del popolo palestinese. Anzi, le ostacola. Il popolo palestinese non dovrebbe pagare il prezzo dei suoi atti ignobili», ha detto il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.
«Condanniamo gli attacchi terroristici di Hamas», ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «Allo stesso tempo, è importante che la risposta di Israele avvenga nel rispetto del diritto internazionale, che le vite civili siano protette e che gli aiuti umanitari raggiungano Gaza», ha concluso.
«Conflitto s’allarga? Israele sparirà»
Il ministro degli Esteri dell’Iran, Hossein Amirabdollahian, ieri a Doha in Qatar, ha incontrato il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, con il quale, riferisce l’agenzia iraniana Irna, ha discusso della situazione nella Striscia di Gaza. Amirabdollahian ha incontrato anche l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani: «Oggi», ha detto Amirabdollahian, «la portata dei conflitti nella regione si sta espandendo ed è naturale che i gruppi di resistenza non restino in silenzio di fronte ai crimini del regime sionista come anche al pieno sostegno degli Usa». Hossein Amirabdollahian ha ammonito sulle «conseguenze imprevedibili dei crimini di guerra di Israele a Gaza che sono commessi con il sostegno degli Usa e di molti Paesi europei». «Se il conflitto a Gaza si espanderà», ha avvertito il vice ministro degli Esteri iraniano, Ali Bagheri Kani, «non resterà nulla del regime di Israele. L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre ha causato un colpo irrecuperabile nel cuore del sistema di sicurezza del regime sionista», ha aggiunto. Hossein Amirabdollahian sarà oggi in Turchia, dove incontrerà l’omologo Hakan Fidan. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, intanto, continua a prendersela con Gerusalemme: «Commette da 25 giorni crimini davanti agli occhi di tutto il mondo». L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha discusso della crisi con Arabia Saudita, Giordania, Egitto e con il segretario generale dell’Organizzazione della cooperazione islamica, Hissein Brahim Sem Taha. «È urgente ripristinare un orizzonte politico e rilanciare il processo di pace», ha scritto Borrell su X. Intanto c’è maretta dalle parti di Capitol Hill, dove militanti pacifisti del gruppo Code Pink hanno più volte interrotto al grido di «Cessate il fuoco subito!» l’audizione del segretario di Stato, Antony Blinken, davanti alla commissione per gli stanziamenti del Senato Usa. Blinken stava informando la commissione in merito alla richiesta dell’amministrazione Biden di 106 miliardi di dollari da destinare in aiuti per la guerra di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza, per l’Ucraina nella sua lotta contro l’invasione russa e per la sicurezza delle frontiere. La polizia ha allontanato i contestatori. Blinken ha poi sottolineato che non ci sono segnalazioni né dalle Nazioni Unite né da Israele su eventuali dirottamenti degli aiuti, mettendo in conto che potrebbe esserci «qualche fuoriuscita. Senza aiuti umanitari rapidi e duraturi», ha sottolineato Blinken, «è molto più probabile che il conflitto si diffonda. La sofferenza aumenterà e Hamas e i suoi sponsor trarranno beneficio presentandosi come salvatori della disperazione che hanno creato». Blinken ha sottolineato che «le pause umanitarie vanno considerate».Intanto, l’Egitto continua a rifiutare l’ipotesi di accogliere nel Sinai i due milioni e passa di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza. L’Associated press ha riferito, secondo quanto riporta l’Agi, che le autorità di Gerusalemme hanno ammesso l’esistenza di un piano, datato 13 ottobre, che prevede la deportazione di massa di tutti i palestinesi in Egitto, un progetto che l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha minimizzato sostenendo che «è solo un’ipotesi di studio». Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha più volte detto di non essere d’accordo. Netanyahu avrebbe cercato di convincere i leader europei a fare pressione sull’Egitto, ma Francia, Germania e Regno Unito hanno respinto la proposta bollandola come irrealistica, anche se realizzata in maniera temporanea. Secondo alcune fonti, Israele avrebbe offerto al governo egiziano un sostanzioso aiuto economico in cambio della disponibilità a accogliere nel Sinai tutti i palestinesi della Striscia di Gaza, ma Al Sisi non si sarebbe lasciato convincere. «L’Egitto», ha ripetuto ieri il primo ministro del Cairo, Mostafa Madbouly, «non permetterà che si arrivi a una soluzione del conflitto a sue spese e non permetterà a nessuno di manomettere le sue terre».
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Gli Huthi aprono le ostilità. «Da Netanyahu bombe su un campo profughi». La replica: covo di terroristi. Tank egiziani a Rafah.La minaccia del viceministro degli Esteri dell’Iran: «Hamas ha piani a lungo termine»Blinken (contestato) in Senato: «Pause umanitarie». Il Cairo: niente sfollati nel Sinai.Lo speciale contiene due articoli. Il fronte si allarga ogni giorno di più. «Questi droni appartengono allo stato dello Yemen», ha detto Abdelaziz bin Habtoor, primo ministro del governo Huthi, quando gli è stato chiesto dei droni lanciati verso Eliat, nel Sud di Israele. Poi ha chiarito: «Continueremo a effettuare attacchi qualitativi con missili e droni fino a quando l’aggressione israeliana non finirà. Israele sta compiendo un massacro a Gaza con l’appoggio degli Stati Uniti e di vari regimi nel mondo. Ecco perché abbiamo deciso di lanciare missili cruise e balistici contro Israele». Una rappresaglia quindi, un forte segnale di vicinanza ad Hamas. Gli Huthi, sono un gruppo armato prevalentemente sciita appoggiato dall’Iran ed è per questo che a molti non sfugge l’ipotesi che siano gli stessi iraniani a mandarli avanti, in vista di una probabile escalation del conflitto. Secondo l’esperto del movimento Ahmed Al Bahri, gli Huthi oscillerebbero intorno ai 120.000 uomini. «Non vogliamo che il conflitto si allarghi», ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza americano, John Kirby, a proposito dell’attacco contro Israele dei ribelli Huthi dello Yemen sostenuti dall’Iran. L’Egitto invece, ha posizionato decine di carri armati e veicoli blindati vicino al valico di Rafah verso Gaza. Il timore sarebbe quello di ricevere migliaia di profughi che fin dal primo minuto ha dichiarato di non voler accogliere. La cronaca dal campo, intanto, si aggiorna di ora in ora. Le sirene continuano a suonare a Tel Aviv e nel centro di Israele a causa dei missili lanciati da Gaza: alcuni razzi hanno bucato l’Iron Dome atterrando nella città. L’Idf ha colpito oltre 300 obiettivi strategici di Hamas nelle ultime 24 ore: in Cisgiordania sono state arrestate 38 persone ricercate. Distrutta la casa di Saleh Al Arouri, vice capo dell’Ufficio politico dell’organizzazione terroristica in Cisgiordania. Colpita anche una «cellula terroristica» nel Sud del Libano. L’Idf ha aggiunto di aver colpito un altro sito della milizia sciita Hezbollah nell’area, in risposta ad attacchi ripetuti con razzi e missili. L’esercito sta ottenendo «significativi risultati nelle operazioni di terra» nella Striscia ma sta «pagando un duro prezzo», ha detto il ministro della Difesa, Yoav Gallant. «Stiamo dispiegando forze su larga scala nel profondo della Striscia». Due soldati sono stati uccisi proprio ieri a Gaza.L’operazione più controversa dell’ultimo giorno di guerra è quella condotta sul campo profughi di Jabalia. Secondo gli operatori sanitari che lavorano al suo interno, sarebbe stato «completamente distrutto» dai bombardamenti israeliani. Per Hamas ci sarebbero almeno 50 morti e 150 feriti; inizialmente l’agenzia di stampa Wafa aveva parlato di 400 vittime. Hamas, dopo aver attribuito i bombardamenti all’Idf, esorta i Paesi arabi e musulmani «a prendere una posizione storica e decisiva per fermare i massacri» commessi da Israele e quello che descrive come un «genocidio» contro il popolo palestinese. Il partito Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato una «giornata della rabbia mercoledì». Per Israele, a Jabalia «è stata condotto un attacco su vasta scala contro una infrastruttura terroristica e che ha provocato il crollo di edifici civili».A Nord Ovest di Gaza scontri violentissimi tra Idf e terroristi. Attaccata, tra l’altro, una postazione di Hamas nel nord della Striscia dove è stato trovato un grande deposito di armi. La Cnn segnala invece un «significativo numero di tank israeliani in movimento verso il nord est di Gaza». Il Pentagono, intanto, continua a fornire armi a Israele quasi quotidianamente.L’obiettivo della missione oltre a quello di disinnescare Hamas resta quello di liberare gli ostaggi. Il consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi, ha ricordato: il rilascio degli ostaggi «è una nostra sacra responsabilità come nazione, nei confronti dei nostri soldati e dei nostri civili»; il sostegno degli Stati Uniti permette di «condurre una campagna senza precedenti». «Siamo disponibili a rilasciare gli ostaggi a fronte del cessate il fuoco», ha detto il leader di Hamas, Basem Naim ricordando che la scorsa settimana il portavoce della Brigata Qassam ha affermato che 50 di loro sono sotto le macerie a causa dei raid di Israele. «Non siamo sicuri delle loro condizioni» ha concluso. Il presidente israeliano, Isaac Herzog, ha detto di «aspettarsi una dichiarazione forte del Papa» su questo.Le persone detenute dai terroristi sono 240, secondo l’ultimo bilancio, ma il portavoce di Hamas, Abu Obeida, attraverso i canali Telegram, ieri ha annunciato: «Nei prossimi giorni rilasceremo un certo numero di stranieri in linea con il nostro desiderio di non trattenerli a Gaza». Lì, a Gaza, la situazione umanitaria è sempre più grave. I vertici di Hamas parlano di 8.525 vittime di cui 3.542 bambini. Difficile verificare i numeri, difficile che siano molti meno a causa della posizione delle basi di comando di Hamas, vicine ad asili, ospedali, zone residenziali. L’Egitto continua a negare l’accesso ai profughi, ma almeno i convogli umanitari riescono ad entrare. Ieri ne sono entrati circa 80. Lo ha fatto sapere il ministero della Difesa israeliano segnalando che in questo modo aumenteranno in modo considerevole gli aiuti. Da lunedì scorso Israele ha consentito l’ingresso a un totale di 144 camion con cibo, acqua e medicine. Partito ieri anche il secondo invio di aiuti italiani a bordo di un C-130. Forte la preoccupazione della comunità internazionale. Hamas «è un’organizzazione terrorista, che non rappresenta per niente le aspirazioni legittime del popolo palestinese. Anzi, le ostacola. Il popolo palestinese non dovrebbe pagare il prezzo dei suoi atti ignobili», ha detto il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.«Condanniamo gli attacchi terroristici di Hamas», ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «Allo stesso tempo, è importante che la risposta di Israele avvenga nel rispetto del diritto internazionale, che le vite civili siano protette e che gli aiuti umanitari raggiungano Gaza», ha concluso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/terzo-fronte-yemen-in-battaglia-2666113147.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conflitto-sallarga-israele-sparira" data-post-id="2666113147" data-published-at="1698833730" data-use-pagination="False"> «Conflitto s’allarga? 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L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre ha causato un colpo irrecuperabile nel cuore del sistema di sicurezza del regime sionista», ha aggiunto. Hossein Amirabdollahian sarà oggi in Turchia, dove incontrerà l’omologo Hakan Fidan. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, intanto, continua a prendersela con Gerusalemme: «Commette da 25 giorni crimini davanti agli occhi di tutto il mondo». L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha discusso della crisi con Arabia Saudita, Giordania, Egitto e con il segretario generale dell’Organizzazione della cooperazione islamica, Hissein Brahim Sem Taha. «È urgente ripristinare un orizzonte politico e rilanciare il processo di pace», ha scritto Borrell su X. Intanto c’è maretta dalle parti di Capitol Hill, dove militanti pacifisti del gruppo Code Pink hanno più volte interrotto al grido di «Cessate il fuoco subito!» l’audizione del segretario di Stato, Antony Blinken, davanti alla commissione per gli stanziamenti del Senato Usa. Blinken stava informando la commissione in merito alla richiesta dell’amministrazione Biden di 106 miliardi di dollari da destinare in aiuti per la guerra di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza, per l’Ucraina nella sua lotta contro l’invasione russa e per la sicurezza delle frontiere. La polizia ha allontanato i contestatori. Blinken ha poi sottolineato che non ci sono segnalazioni né dalle Nazioni Unite né da Israele su eventuali dirottamenti degli aiuti, mettendo in conto che potrebbe esserci «qualche fuoriuscita. Senza aiuti umanitari rapidi e duraturi», ha sottolineato Blinken, «è molto più probabile che il conflitto si diffonda. La sofferenza aumenterà e Hamas e i suoi sponsor trarranno beneficio presentandosi come salvatori della disperazione che hanno creato». Blinken ha sottolineato che «le pause umanitarie vanno considerate».Intanto, l’Egitto continua a rifiutare l’ipotesi di accogliere nel Sinai i due milioni e passa di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza. L’Associated press ha riferito, secondo quanto riporta l’Agi, che le autorità di Gerusalemme hanno ammesso l’esistenza di un piano, datato 13 ottobre, che prevede la deportazione di massa di tutti i palestinesi in Egitto, un progetto che l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha minimizzato sostenendo che «è solo un’ipotesi di studio». Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha più volte detto di non essere d’accordo. Netanyahu avrebbe cercato di convincere i leader europei a fare pressione sull’Egitto, ma Francia, Germania e Regno Unito hanno respinto la proposta bollandola come irrealistica, anche se realizzata in maniera temporanea. Secondo alcune fonti, Israele avrebbe offerto al governo egiziano un sostanzioso aiuto economico in cambio della disponibilità a accogliere nel Sinai tutti i palestinesi della Striscia di Gaza, ma Al Sisi non si sarebbe lasciato convincere. «L’Egitto», ha ripetuto ieri il primo ministro del Cairo, Mostafa Madbouly, «non permetterà che si arrivi a una soluzione del conflitto a sue spese e non permetterà a nessuno di manomettere le sue terre».
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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