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2023-11-01
Si apre il terzo fronte. Yemen in battaglia contro Gerusalemme con missili e droni
Ansa
Il fronte si allarga ogni giorno di più. «Questi droni appartengono allo stato dello Yemen», ha detto Abdelaziz bin Habtoor, primo ministro del governo Huthi, quando gli è stato chiesto dei droni lanciati verso Eliat, nel Sud di Israele. Poi ha chiarito: «Continueremo a effettuare attacchi qualitativi con missili e droni fino a quando l’aggressione israeliana non finirà. Israele sta compiendo un massacro a Gaza con l’appoggio degli Stati Uniti e di vari regimi nel mondo. Ecco perché abbiamo deciso di lanciare missili cruise e balistici contro Israele».
Una rappresaglia quindi, un forte segnale di vicinanza ad Hamas. Gli Huthi, sono un gruppo armato prevalentemente sciita appoggiato dall’Iran ed è per questo che a molti non sfugge l’ipotesi che siano gli stessi iraniani a mandarli avanti, in vista di una probabile escalation del conflitto. Secondo l’esperto del movimento Ahmed Al Bahri, gli Huthi oscillerebbero intorno ai 120.000 uomini. «Non vogliamo che il conflitto si allarghi», ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza americano, John Kirby, a proposito dell’attacco contro Israele dei ribelli Huthi dello Yemen sostenuti dall’Iran.
L’Egitto invece, ha posizionato decine di carri armati e veicoli blindati vicino al valico di Rafah verso Gaza. Il timore sarebbe quello di ricevere migliaia di profughi che fin dal primo minuto ha dichiarato di non voler accogliere.
La cronaca dal campo, intanto, si aggiorna di ora in ora. Le sirene continuano a suonare a Tel Aviv e nel centro di Israele a causa dei missili lanciati da Gaza: alcuni razzi hanno bucato l’Iron Dome atterrando nella città. L’Idf ha colpito oltre 300 obiettivi strategici di Hamas nelle ultime 24 ore: in Cisgiordania sono state arrestate 38 persone ricercate. Distrutta la casa di Saleh Al Arouri, vice capo dell’Ufficio politico dell’organizzazione terroristica in Cisgiordania. Colpita anche una «cellula terroristica» nel Sud del Libano. L’Idf ha aggiunto di aver colpito un altro sito della milizia sciita Hezbollah nell’area, in risposta ad attacchi ripetuti con razzi e missili. L’esercito sta ottenendo «significativi risultati nelle operazioni di terra» nella Striscia ma sta «pagando un duro prezzo», ha detto il ministro della Difesa, Yoav Gallant. «Stiamo dispiegando forze su larga scala nel profondo della Striscia». Due soldati sono stati uccisi proprio ieri a Gaza.
L’operazione più controversa dell’ultimo giorno di guerra è quella condotta sul campo profughi di Jabalia. Secondo gli operatori sanitari che lavorano al suo interno, sarebbe stato «completamente distrutto» dai bombardamenti israeliani. Per Hamas ci sarebbero almeno 50 morti e 150 feriti; inizialmente l’agenzia di stampa Wafa aveva parlato di 400 vittime. Hamas, dopo aver attribuito i bombardamenti all’Idf, esorta i Paesi arabi e musulmani «a prendere una posizione storica e decisiva per fermare i massacri» commessi da Israele e quello che descrive come un «genocidio» contro il popolo palestinese. Il partito Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato una «giornata della rabbia mercoledì». Per Israele, a Jabalia «è stata condotto un attacco su vasta scala contro una infrastruttura terroristica e che ha provocato il crollo di edifici civili».
A Nord Ovest di Gaza scontri violentissimi tra Idf e terroristi. Attaccata, tra l’altro, una postazione di Hamas nel nord della Striscia dove è stato trovato un grande deposito di armi. La Cnn segnala invece un «significativo numero di tank israeliani in movimento verso il nord est di Gaza». Il Pentagono, intanto, continua a fornire armi a Israele quasi quotidianamente.
L’obiettivo della missione oltre a quello di disinnescare Hamas resta quello di liberare gli ostaggi. Il consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi, ha ricordato: il rilascio degli ostaggi «è una nostra sacra responsabilità come nazione, nei confronti dei nostri soldati e dei nostri civili»; il sostegno degli Stati Uniti permette di «condurre una campagna senza precedenti». «Siamo disponibili a rilasciare gli ostaggi a fronte del cessate il fuoco», ha detto il leader di Hamas, Basem Naim ricordando che la scorsa settimana il portavoce della Brigata Qassam ha affermato che 50 di loro sono sotto le macerie a causa dei raid di Israele. «Non siamo sicuri delle loro condizioni» ha concluso. Il presidente israeliano, Isaac Herzog, ha detto di «aspettarsi una dichiarazione forte del Papa» su questo.
Le persone detenute dai terroristi sono 240, secondo l’ultimo bilancio, ma il portavoce di Hamas, Abu Obeida, attraverso i canali Telegram, ieri ha annunciato: «Nei prossimi giorni rilasceremo un certo numero di stranieri in linea con il nostro desiderio di non trattenerli a Gaza». Lì, a Gaza, la situazione umanitaria è sempre più grave. I vertici di Hamas parlano di 8.525 vittime di cui 3.542 bambini. Difficile verificare i numeri, difficile che siano molti meno a causa della posizione delle basi di comando di Hamas, vicine ad asili, ospedali, zone residenziali. L’Egitto continua a negare l’accesso ai profughi, ma almeno i convogli umanitari riescono ad entrare. Ieri ne sono entrati circa 80. Lo ha fatto sapere il ministero della Difesa israeliano segnalando che in questo modo aumenteranno in modo considerevole gli aiuti. Da lunedì scorso Israele ha consentito l’ingresso a un totale di 144 camion con cibo, acqua e medicine. Partito ieri anche il secondo invio di aiuti italiani a bordo di un C-130. Forte la preoccupazione della comunità internazionale. Hamas «è un’organizzazione terrorista, che non rappresenta per niente le aspirazioni legittime del popolo palestinese. Anzi, le ostacola. Il popolo palestinese non dovrebbe pagare il prezzo dei suoi atti ignobili», ha detto il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.
«Condanniamo gli attacchi terroristici di Hamas», ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «Allo stesso tempo, è importante che la risposta di Israele avvenga nel rispetto del diritto internazionale, che le vite civili siano protette e che gli aiuti umanitari raggiungano Gaza», ha concluso.
«Conflitto s’allarga? Israele sparirà»
Il ministro degli Esteri dell’Iran, Hossein Amirabdollahian, ieri a Doha in Qatar, ha incontrato il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, con il quale, riferisce l’agenzia iraniana Irna, ha discusso della situazione nella Striscia di Gaza. Amirabdollahian ha incontrato anche l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani: «Oggi», ha detto Amirabdollahian, «la portata dei conflitti nella regione si sta espandendo ed è naturale che i gruppi di resistenza non restino in silenzio di fronte ai crimini del regime sionista come anche al pieno sostegno degli Usa». Hossein Amirabdollahian ha ammonito sulle «conseguenze imprevedibili dei crimini di guerra di Israele a Gaza che sono commessi con il sostegno degli Usa e di molti Paesi europei». «Se il conflitto a Gaza si espanderà», ha avvertito il vice ministro degli Esteri iraniano, Ali Bagheri Kani, «non resterà nulla del regime di Israele. L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre ha causato un colpo irrecuperabile nel cuore del sistema di sicurezza del regime sionista», ha aggiunto. Hossein Amirabdollahian sarà oggi in Turchia, dove incontrerà l’omologo Hakan Fidan. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, intanto, continua a prendersela con Gerusalemme: «Commette da 25 giorni crimini davanti agli occhi di tutto il mondo». L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha discusso della crisi con Arabia Saudita, Giordania, Egitto e con il segretario generale dell’Organizzazione della cooperazione islamica, Hissein Brahim Sem Taha. «È urgente ripristinare un orizzonte politico e rilanciare il processo di pace», ha scritto Borrell su X. Intanto c’è maretta dalle parti di Capitol Hill, dove militanti pacifisti del gruppo Code Pink hanno più volte interrotto al grido di «Cessate il fuoco subito!» l’audizione del segretario di Stato, Antony Blinken, davanti alla commissione per gli stanziamenti del Senato Usa. Blinken stava informando la commissione in merito alla richiesta dell’amministrazione Biden di 106 miliardi di dollari da destinare in aiuti per la guerra di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza, per l’Ucraina nella sua lotta contro l’invasione russa e per la sicurezza delle frontiere. La polizia ha allontanato i contestatori. Blinken ha poi sottolineato che non ci sono segnalazioni né dalle Nazioni Unite né da Israele su eventuali dirottamenti degli aiuti, mettendo in conto che potrebbe esserci «qualche fuoriuscita. Senza aiuti umanitari rapidi e duraturi», ha sottolineato Blinken, «è molto più probabile che il conflitto si diffonda. La sofferenza aumenterà e Hamas e i suoi sponsor trarranno beneficio presentandosi come salvatori della disperazione che hanno creato». Blinken ha sottolineato che «le pause umanitarie vanno considerate».Intanto, l’Egitto continua a rifiutare l’ipotesi di accogliere nel Sinai i due milioni e passa di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza. L’Associated press ha riferito, secondo quanto riporta l’Agi, che le autorità di Gerusalemme hanno ammesso l’esistenza di un piano, datato 13 ottobre, che prevede la deportazione di massa di tutti i palestinesi in Egitto, un progetto che l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha minimizzato sostenendo che «è solo un’ipotesi di studio». Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha più volte detto di non essere d’accordo. Netanyahu avrebbe cercato di convincere i leader europei a fare pressione sull’Egitto, ma Francia, Germania e Regno Unito hanno respinto la proposta bollandola come irrealistica, anche se realizzata in maniera temporanea. Secondo alcune fonti, Israele avrebbe offerto al governo egiziano un sostanzioso aiuto economico in cambio della disponibilità a accogliere nel Sinai tutti i palestinesi della Striscia di Gaza, ma Al Sisi non si sarebbe lasciato convincere. «L’Egitto», ha ripetuto ieri il primo ministro del Cairo, Mostafa Madbouly, «non permetterà che si arrivi a una soluzione del conflitto a sue spese e non permetterà a nessuno di manomettere le sue terre».
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Gli Huthi aprono le ostilità. «Da Netanyahu bombe su un campo profughi». La replica: covo di terroristi. Tank egiziani a Rafah.La minaccia del viceministro degli Esteri dell’Iran: «Hamas ha piani a lungo termine»Blinken (contestato) in Senato: «Pause umanitarie». Il Cairo: niente sfollati nel Sinai.Lo speciale contiene due articoli. Il fronte si allarga ogni giorno di più. «Questi droni appartengono allo stato dello Yemen», ha detto Abdelaziz bin Habtoor, primo ministro del governo Huthi, quando gli è stato chiesto dei droni lanciati verso Eliat, nel Sud di Israele. Poi ha chiarito: «Continueremo a effettuare attacchi qualitativi con missili e droni fino a quando l’aggressione israeliana non finirà. Israele sta compiendo un massacro a Gaza con l’appoggio degli Stati Uniti e di vari regimi nel mondo. Ecco perché abbiamo deciso di lanciare missili cruise e balistici contro Israele». Una rappresaglia quindi, un forte segnale di vicinanza ad Hamas. Gli Huthi, sono un gruppo armato prevalentemente sciita appoggiato dall’Iran ed è per questo che a molti non sfugge l’ipotesi che siano gli stessi iraniani a mandarli avanti, in vista di una probabile escalation del conflitto. Secondo l’esperto del movimento Ahmed Al Bahri, gli Huthi oscillerebbero intorno ai 120.000 uomini. «Non vogliamo che il conflitto si allarghi», ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza americano, John Kirby, a proposito dell’attacco contro Israele dei ribelli Huthi dello Yemen sostenuti dall’Iran. L’Egitto invece, ha posizionato decine di carri armati e veicoli blindati vicino al valico di Rafah verso Gaza. Il timore sarebbe quello di ricevere migliaia di profughi che fin dal primo minuto ha dichiarato di non voler accogliere. La cronaca dal campo, intanto, si aggiorna di ora in ora. Le sirene continuano a suonare a Tel Aviv e nel centro di Israele a causa dei missili lanciati da Gaza: alcuni razzi hanno bucato l’Iron Dome atterrando nella città. L’Idf ha colpito oltre 300 obiettivi strategici di Hamas nelle ultime 24 ore: in Cisgiordania sono state arrestate 38 persone ricercate. Distrutta la casa di Saleh Al Arouri, vice capo dell’Ufficio politico dell’organizzazione terroristica in Cisgiordania. Colpita anche una «cellula terroristica» nel Sud del Libano. L’Idf ha aggiunto di aver colpito un altro sito della milizia sciita Hezbollah nell’area, in risposta ad attacchi ripetuti con razzi e missili. L’esercito sta ottenendo «significativi risultati nelle operazioni di terra» nella Striscia ma sta «pagando un duro prezzo», ha detto il ministro della Difesa, Yoav Gallant. «Stiamo dispiegando forze su larga scala nel profondo della Striscia». Due soldati sono stati uccisi proprio ieri a Gaza.L’operazione più controversa dell’ultimo giorno di guerra è quella condotta sul campo profughi di Jabalia. Secondo gli operatori sanitari che lavorano al suo interno, sarebbe stato «completamente distrutto» dai bombardamenti israeliani. Per Hamas ci sarebbero almeno 50 morti e 150 feriti; inizialmente l’agenzia di stampa Wafa aveva parlato di 400 vittime. Hamas, dopo aver attribuito i bombardamenti all’Idf, esorta i Paesi arabi e musulmani «a prendere una posizione storica e decisiva per fermare i massacri» commessi da Israele e quello che descrive come un «genocidio» contro il popolo palestinese. Il partito Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato una «giornata della rabbia mercoledì». Per Israele, a Jabalia «è stata condotto un attacco su vasta scala contro una infrastruttura terroristica e che ha provocato il crollo di edifici civili».A Nord Ovest di Gaza scontri violentissimi tra Idf e terroristi. Attaccata, tra l’altro, una postazione di Hamas nel nord della Striscia dove è stato trovato un grande deposito di armi. La Cnn segnala invece un «significativo numero di tank israeliani in movimento verso il nord est di Gaza». Il Pentagono, intanto, continua a fornire armi a Israele quasi quotidianamente.L’obiettivo della missione oltre a quello di disinnescare Hamas resta quello di liberare gli ostaggi. Il consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi, ha ricordato: il rilascio degli ostaggi «è una nostra sacra responsabilità come nazione, nei confronti dei nostri soldati e dei nostri civili»; il sostegno degli Stati Uniti permette di «condurre una campagna senza precedenti». «Siamo disponibili a rilasciare gli ostaggi a fronte del cessate il fuoco», ha detto il leader di Hamas, Basem Naim ricordando che la scorsa settimana il portavoce della Brigata Qassam ha affermato che 50 di loro sono sotto le macerie a causa dei raid di Israele. «Non siamo sicuri delle loro condizioni» ha concluso. Il presidente israeliano, Isaac Herzog, ha detto di «aspettarsi una dichiarazione forte del Papa» su questo.Le persone detenute dai terroristi sono 240, secondo l’ultimo bilancio, ma il portavoce di Hamas, Abu Obeida, attraverso i canali Telegram, ieri ha annunciato: «Nei prossimi giorni rilasceremo un certo numero di stranieri in linea con il nostro desiderio di non trattenerli a Gaza». Lì, a Gaza, la situazione umanitaria è sempre più grave. I vertici di Hamas parlano di 8.525 vittime di cui 3.542 bambini. Difficile verificare i numeri, difficile che siano molti meno a causa della posizione delle basi di comando di Hamas, vicine ad asili, ospedali, zone residenziali. L’Egitto continua a negare l’accesso ai profughi, ma almeno i convogli umanitari riescono ad entrare. Ieri ne sono entrati circa 80. Lo ha fatto sapere il ministero della Difesa israeliano segnalando che in questo modo aumenteranno in modo considerevole gli aiuti. Da lunedì scorso Israele ha consentito l’ingresso a un totale di 144 camion con cibo, acqua e medicine. Partito ieri anche il secondo invio di aiuti italiani a bordo di un C-130. Forte la preoccupazione della comunità internazionale. Hamas «è un’organizzazione terrorista, che non rappresenta per niente le aspirazioni legittime del popolo palestinese. Anzi, le ostacola. Il popolo palestinese non dovrebbe pagare il prezzo dei suoi atti ignobili», ha detto il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.«Condanniamo gli attacchi terroristici di Hamas», ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «Allo stesso tempo, è importante che la risposta di Israele avvenga nel rispetto del diritto internazionale, che le vite civili siano protette e che gli aiuti umanitari raggiungano Gaza», ha concluso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/terzo-fronte-yemen-in-battaglia-2666113147.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conflitto-sallarga-israele-sparira" data-post-id="2666113147" data-published-at="1698833730" data-use-pagination="False"> «Conflitto s’allarga? 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L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre ha causato un colpo irrecuperabile nel cuore del sistema di sicurezza del regime sionista», ha aggiunto. Hossein Amirabdollahian sarà oggi in Turchia, dove incontrerà l’omologo Hakan Fidan. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, intanto, continua a prendersela con Gerusalemme: «Commette da 25 giorni crimini davanti agli occhi di tutto il mondo». L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha discusso della crisi con Arabia Saudita, Giordania, Egitto e con il segretario generale dell’Organizzazione della cooperazione islamica, Hissein Brahim Sem Taha. «È urgente ripristinare un orizzonte politico e rilanciare il processo di pace», ha scritto Borrell su X. Intanto c’è maretta dalle parti di Capitol Hill, dove militanti pacifisti del gruppo Code Pink hanno più volte interrotto al grido di «Cessate il fuoco subito!» l’audizione del segretario di Stato, Antony Blinken, davanti alla commissione per gli stanziamenti del Senato Usa. Blinken stava informando la commissione in merito alla richiesta dell’amministrazione Biden di 106 miliardi di dollari da destinare in aiuti per la guerra di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza, per l’Ucraina nella sua lotta contro l’invasione russa e per la sicurezza delle frontiere. La polizia ha allontanato i contestatori. Blinken ha poi sottolineato che non ci sono segnalazioni né dalle Nazioni Unite né da Israele su eventuali dirottamenti degli aiuti, mettendo in conto che potrebbe esserci «qualche fuoriuscita. Senza aiuti umanitari rapidi e duraturi», ha sottolineato Blinken, «è molto più probabile che il conflitto si diffonda. La sofferenza aumenterà e Hamas e i suoi sponsor trarranno beneficio presentandosi come salvatori della disperazione che hanno creato». Blinken ha sottolineato che «le pause umanitarie vanno considerate».Intanto, l’Egitto continua a rifiutare l’ipotesi di accogliere nel Sinai i due milioni e passa di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza. L’Associated press ha riferito, secondo quanto riporta l’Agi, che le autorità di Gerusalemme hanno ammesso l’esistenza di un piano, datato 13 ottobre, che prevede la deportazione di massa di tutti i palestinesi in Egitto, un progetto che l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha minimizzato sostenendo che «è solo un’ipotesi di studio». Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha più volte detto di non essere d’accordo. Netanyahu avrebbe cercato di convincere i leader europei a fare pressione sull’Egitto, ma Francia, Germania e Regno Unito hanno respinto la proposta bollandola come irrealistica, anche se realizzata in maniera temporanea. Secondo alcune fonti, Israele avrebbe offerto al governo egiziano un sostanzioso aiuto economico in cambio della disponibilità a accogliere nel Sinai tutti i palestinesi della Striscia di Gaza, ma Al Sisi non si sarebbe lasciato convincere. «L’Egitto», ha ripetuto ieri il primo ministro del Cairo, Mostafa Madbouly, «non permetterà che si arrivi a una soluzione del conflitto a sue spese e non permetterà a nessuno di manomettere le sue terre».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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