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2023-11-01
Si apre il terzo fronte. Yemen in battaglia contro Gerusalemme con missili e droni
Ansa
Il fronte si allarga ogni giorno di più. «Questi droni appartengono allo stato dello Yemen», ha detto Abdelaziz bin Habtoor, primo ministro del governo Huthi, quando gli è stato chiesto dei droni lanciati verso Eliat, nel Sud di Israele. Poi ha chiarito: «Continueremo a effettuare attacchi qualitativi con missili e droni fino a quando l’aggressione israeliana non finirà. Israele sta compiendo un massacro a Gaza con l’appoggio degli Stati Uniti e di vari regimi nel mondo. Ecco perché abbiamo deciso di lanciare missili cruise e balistici contro Israele».
Una rappresaglia quindi, un forte segnale di vicinanza ad Hamas. Gli Huthi, sono un gruppo armato prevalentemente sciita appoggiato dall’Iran ed è per questo che a molti non sfugge l’ipotesi che siano gli stessi iraniani a mandarli avanti, in vista di una probabile escalation del conflitto. Secondo l’esperto del movimento Ahmed Al Bahri, gli Huthi oscillerebbero intorno ai 120.000 uomini. «Non vogliamo che il conflitto si allarghi», ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza americano, John Kirby, a proposito dell’attacco contro Israele dei ribelli Huthi dello Yemen sostenuti dall’Iran.
L’Egitto invece, ha posizionato decine di carri armati e veicoli blindati vicino al valico di Rafah verso Gaza. Il timore sarebbe quello di ricevere migliaia di profughi che fin dal primo minuto ha dichiarato di non voler accogliere.
La cronaca dal campo, intanto, si aggiorna di ora in ora. Le sirene continuano a suonare a Tel Aviv e nel centro di Israele a causa dei missili lanciati da Gaza: alcuni razzi hanno bucato l’Iron Dome atterrando nella città. L’Idf ha colpito oltre 300 obiettivi strategici di Hamas nelle ultime 24 ore: in Cisgiordania sono state arrestate 38 persone ricercate. Distrutta la casa di Saleh Al Arouri, vice capo dell’Ufficio politico dell’organizzazione terroristica in Cisgiordania. Colpita anche una «cellula terroristica» nel Sud del Libano. L’Idf ha aggiunto di aver colpito un altro sito della milizia sciita Hezbollah nell’area, in risposta ad attacchi ripetuti con razzi e missili. L’esercito sta ottenendo «significativi risultati nelle operazioni di terra» nella Striscia ma sta «pagando un duro prezzo», ha detto il ministro della Difesa, Yoav Gallant. «Stiamo dispiegando forze su larga scala nel profondo della Striscia». Due soldati sono stati uccisi proprio ieri a Gaza.
L’operazione più controversa dell’ultimo giorno di guerra è quella condotta sul campo profughi di Jabalia. Secondo gli operatori sanitari che lavorano al suo interno, sarebbe stato «completamente distrutto» dai bombardamenti israeliani. Per Hamas ci sarebbero almeno 50 morti e 150 feriti; inizialmente l’agenzia di stampa Wafa aveva parlato di 400 vittime. Hamas, dopo aver attribuito i bombardamenti all’Idf, esorta i Paesi arabi e musulmani «a prendere una posizione storica e decisiva per fermare i massacri» commessi da Israele e quello che descrive come un «genocidio» contro il popolo palestinese. Il partito Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato una «giornata della rabbia mercoledì». Per Israele, a Jabalia «è stata condotto un attacco su vasta scala contro una infrastruttura terroristica e che ha provocato il crollo di edifici civili».
A Nord Ovest di Gaza scontri violentissimi tra Idf e terroristi. Attaccata, tra l’altro, una postazione di Hamas nel nord della Striscia dove è stato trovato un grande deposito di armi. La Cnn segnala invece un «significativo numero di tank israeliani in movimento verso il nord est di Gaza». Il Pentagono, intanto, continua a fornire armi a Israele quasi quotidianamente.
L’obiettivo della missione oltre a quello di disinnescare Hamas resta quello di liberare gli ostaggi. Il consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi, ha ricordato: il rilascio degli ostaggi «è una nostra sacra responsabilità come nazione, nei confronti dei nostri soldati e dei nostri civili»; il sostegno degli Stati Uniti permette di «condurre una campagna senza precedenti». «Siamo disponibili a rilasciare gli ostaggi a fronte del cessate il fuoco», ha detto il leader di Hamas, Basem Naim ricordando che la scorsa settimana il portavoce della Brigata Qassam ha affermato che 50 di loro sono sotto le macerie a causa dei raid di Israele. «Non siamo sicuri delle loro condizioni» ha concluso. Il presidente israeliano, Isaac Herzog, ha detto di «aspettarsi una dichiarazione forte del Papa» su questo.
Le persone detenute dai terroristi sono 240, secondo l’ultimo bilancio, ma il portavoce di Hamas, Abu Obeida, attraverso i canali Telegram, ieri ha annunciato: «Nei prossimi giorni rilasceremo un certo numero di stranieri in linea con il nostro desiderio di non trattenerli a Gaza». Lì, a Gaza, la situazione umanitaria è sempre più grave. I vertici di Hamas parlano di 8.525 vittime di cui 3.542 bambini. Difficile verificare i numeri, difficile che siano molti meno a causa della posizione delle basi di comando di Hamas, vicine ad asili, ospedali, zone residenziali. L’Egitto continua a negare l’accesso ai profughi, ma almeno i convogli umanitari riescono ad entrare. Ieri ne sono entrati circa 80. Lo ha fatto sapere il ministero della Difesa israeliano segnalando che in questo modo aumenteranno in modo considerevole gli aiuti. Da lunedì scorso Israele ha consentito l’ingresso a un totale di 144 camion con cibo, acqua e medicine. Partito ieri anche il secondo invio di aiuti italiani a bordo di un C-130. Forte la preoccupazione della comunità internazionale. Hamas «è un’organizzazione terrorista, che non rappresenta per niente le aspirazioni legittime del popolo palestinese. Anzi, le ostacola. Il popolo palestinese non dovrebbe pagare il prezzo dei suoi atti ignobili», ha detto il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.
«Condanniamo gli attacchi terroristici di Hamas», ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «Allo stesso tempo, è importante che la risposta di Israele avvenga nel rispetto del diritto internazionale, che le vite civili siano protette e che gli aiuti umanitari raggiungano Gaza», ha concluso.
«Conflitto s’allarga? Israele sparirà»
Il ministro degli Esteri dell’Iran, Hossein Amirabdollahian, ieri a Doha in Qatar, ha incontrato il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, con il quale, riferisce l’agenzia iraniana Irna, ha discusso della situazione nella Striscia di Gaza. Amirabdollahian ha incontrato anche l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani: «Oggi», ha detto Amirabdollahian, «la portata dei conflitti nella regione si sta espandendo ed è naturale che i gruppi di resistenza non restino in silenzio di fronte ai crimini del regime sionista come anche al pieno sostegno degli Usa». Hossein Amirabdollahian ha ammonito sulle «conseguenze imprevedibili dei crimini di guerra di Israele a Gaza che sono commessi con il sostegno degli Usa e di molti Paesi europei». «Se il conflitto a Gaza si espanderà», ha avvertito il vice ministro degli Esteri iraniano, Ali Bagheri Kani, «non resterà nulla del regime di Israele. L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre ha causato un colpo irrecuperabile nel cuore del sistema di sicurezza del regime sionista», ha aggiunto. Hossein Amirabdollahian sarà oggi in Turchia, dove incontrerà l’omologo Hakan Fidan. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, intanto, continua a prendersela con Gerusalemme: «Commette da 25 giorni crimini davanti agli occhi di tutto il mondo». L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha discusso della crisi con Arabia Saudita, Giordania, Egitto e con il segretario generale dell’Organizzazione della cooperazione islamica, Hissein Brahim Sem Taha. «È urgente ripristinare un orizzonte politico e rilanciare il processo di pace», ha scritto Borrell su X. Intanto c’è maretta dalle parti di Capitol Hill, dove militanti pacifisti del gruppo Code Pink hanno più volte interrotto al grido di «Cessate il fuoco subito!» l’audizione del segretario di Stato, Antony Blinken, davanti alla commissione per gli stanziamenti del Senato Usa. Blinken stava informando la commissione in merito alla richiesta dell’amministrazione Biden di 106 miliardi di dollari da destinare in aiuti per la guerra di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza, per l’Ucraina nella sua lotta contro l’invasione russa e per la sicurezza delle frontiere. La polizia ha allontanato i contestatori. Blinken ha poi sottolineato che non ci sono segnalazioni né dalle Nazioni Unite né da Israele su eventuali dirottamenti degli aiuti, mettendo in conto che potrebbe esserci «qualche fuoriuscita. Senza aiuti umanitari rapidi e duraturi», ha sottolineato Blinken, «è molto più probabile che il conflitto si diffonda. La sofferenza aumenterà e Hamas e i suoi sponsor trarranno beneficio presentandosi come salvatori della disperazione che hanno creato». Blinken ha sottolineato che «le pause umanitarie vanno considerate».Intanto, l’Egitto continua a rifiutare l’ipotesi di accogliere nel Sinai i due milioni e passa di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza. L’Associated press ha riferito, secondo quanto riporta l’Agi, che le autorità di Gerusalemme hanno ammesso l’esistenza di un piano, datato 13 ottobre, che prevede la deportazione di massa di tutti i palestinesi in Egitto, un progetto che l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha minimizzato sostenendo che «è solo un’ipotesi di studio». Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha più volte detto di non essere d’accordo. Netanyahu avrebbe cercato di convincere i leader europei a fare pressione sull’Egitto, ma Francia, Germania e Regno Unito hanno respinto la proposta bollandola come irrealistica, anche se realizzata in maniera temporanea. Secondo alcune fonti, Israele avrebbe offerto al governo egiziano un sostanzioso aiuto economico in cambio della disponibilità a accogliere nel Sinai tutti i palestinesi della Striscia di Gaza, ma Al Sisi non si sarebbe lasciato convincere. «L’Egitto», ha ripetuto ieri il primo ministro del Cairo, Mostafa Madbouly, «non permetterà che si arrivi a una soluzione del conflitto a sue spese e non permetterà a nessuno di manomettere le sue terre».
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Gli Huthi aprono le ostilità. «Da Netanyahu bombe su un campo profughi». La replica: covo di terroristi. Tank egiziani a Rafah.La minaccia del viceministro degli Esteri dell’Iran: «Hamas ha piani a lungo termine»Blinken (contestato) in Senato: «Pause umanitarie». Il Cairo: niente sfollati nel Sinai.Lo speciale contiene due articoli. Il fronte si allarga ogni giorno di più. «Questi droni appartengono allo stato dello Yemen», ha detto Abdelaziz bin Habtoor, primo ministro del governo Huthi, quando gli è stato chiesto dei droni lanciati verso Eliat, nel Sud di Israele. Poi ha chiarito: «Continueremo a effettuare attacchi qualitativi con missili e droni fino a quando l’aggressione israeliana non finirà. Israele sta compiendo un massacro a Gaza con l’appoggio degli Stati Uniti e di vari regimi nel mondo. Ecco perché abbiamo deciso di lanciare missili cruise e balistici contro Israele». Una rappresaglia quindi, un forte segnale di vicinanza ad Hamas. Gli Huthi, sono un gruppo armato prevalentemente sciita appoggiato dall’Iran ed è per questo che a molti non sfugge l’ipotesi che siano gli stessi iraniani a mandarli avanti, in vista di una probabile escalation del conflitto. Secondo l’esperto del movimento Ahmed Al Bahri, gli Huthi oscillerebbero intorno ai 120.000 uomini. «Non vogliamo che il conflitto si allarghi», ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza americano, John Kirby, a proposito dell’attacco contro Israele dei ribelli Huthi dello Yemen sostenuti dall’Iran. L’Egitto invece, ha posizionato decine di carri armati e veicoli blindati vicino al valico di Rafah verso Gaza. Il timore sarebbe quello di ricevere migliaia di profughi che fin dal primo minuto ha dichiarato di non voler accogliere. La cronaca dal campo, intanto, si aggiorna di ora in ora. Le sirene continuano a suonare a Tel Aviv e nel centro di Israele a causa dei missili lanciati da Gaza: alcuni razzi hanno bucato l’Iron Dome atterrando nella città. L’Idf ha colpito oltre 300 obiettivi strategici di Hamas nelle ultime 24 ore: in Cisgiordania sono state arrestate 38 persone ricercate. Distrutta la casa di Saleh Al Arouri, vice capo dell’Ufficio politico dell’organizzazione terroristica in Cisgiordania. Colpita anche una «cellula terroristica» nel Sud del Libano. L’Idf ha aggiunto di aver colpito un altro sito della milizia sciita Hezbollah nell’area, in risposta ad attacchi ripetuti con razzi e missili. L’esercito sta ottenendo «significativi risultati nelle operazioni di terra» nella Striscia ma sta «pagando un duro prezzo», ha detto il ministro della Difesa, Yoav Gallant. «Stiamo dispiegando forze su larga scala nel profondo della Striscia». Due soldati sono stati uccisi proprio ieri a Gaza.L’operazione più controversa dell’ultimo giorno di guerra è quella condotta sul campo profughi di Jabalia. Secondo gli operatori sanitari che lavorano al suo interno, sarebbe stato «completamente distrutto» dai bombardamenti israeliani. Per Hamas ci sarebbero almeno 50 morti e 150 feriti; inizialmente l’agenzia di stampa Wafa aveva parlato di 400 vittime. Hamas, dopo aver attribuito i bombardamenti all’Idf, esorta i Paesi arabi e musulmani «a prendere una posizione storica e decisiva per fermare i massacri» commessi da Israele e quello che descrive come un «genocidio» contro il popolo palestinese. Il partito Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato una «giornata della rabbia mercoledì». Per Israele, a Jabalia «è stata condotto un attacco su vasta scala contro una infrastruttura terroristica e che ha provocato il crollo di edifici civili».A Nord Ovest di Gaza scontri violentissimi tra Idf e terroristi. Attaccata, tra l’altro, una postazione di Hamas nel nord della Striscia dove è stato trovato un grande deposito di armi. La Cnn segnala invece un «significativo numero di tank israeliani in movimento verso il nord est di Gaza». Il Pentagono, intanto, continua a fornire armi a Israele quasi quotidianamente.L’obiettivo della missione oltre a quello di disinnescare Hamas resta quello di liberare gli ostaggi. Il consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi, ha ricordato: il rilascio degli ostaggi «è una nostra sacra responsabilità come nazione, nei confronti dei nostri soldati e dei nostri civili»; il sostegno degli Stati Uniti permette di «condurre una campagna senza precedenti». «Siamo disponibili a rilasciare gli ostaggi a fronte del cessate il fuoco», ha detto il leader di Hamas, Basem Naim ricordando che la scorsa settimana il portavoce della Brigata Qassam ha affermato che 50 di loro sono sotto le macerie a causa dei raid di Israele. «Non siamo sicuri delle loro condizioni» ha concluso. Il presidente israeliano, Isaac Herzog, ha detto di «aspettarsi una dichiarazione forte del Papa» su questo.Le persone detenute dai terroristi sono 240, secondo l’ultimo bilancio, ma il portavoce di Hamas, Abu Obeida, attraverso i canali Telegram, ieri ha annunciato: «Nei prossimi giorni rilasceremo un certo numero di stranieri in linea con il nostro desiderio di non trattenerli a Gaza». Lì, a Gaza, la situazione umanitaria è sempre più grave. I vertici di Hamas parlano di 8.525 vittime di cui 3.542 bambini. Difficile verificare i numeri, difficile che siano molti meno a causa della posizione delle basi di comando di Hamas, vicine ad asili, ospedali, zone residenziali. L’Egitto continua a negare l’accesso ai profughi, ma almeno i convogli umanitari riescono ad entrare. Ieri ne sono entrati circa 80. Lo ha fatto sapere il ministero della Difesa israeliano segnalando che in questo modo aumenteranno in modo considerevole gli aiuti. Da lunedì scorso Israele ha consentito l’ingresso a un totale di 144 camion con cibo, acqua e medicine. Partito ieri anche il secondo invio di aiuti italiani a bordo di un C-130. Forte la preoccupazione della comunità internazionale. Hamas «è un’organizzazione terrorista, che non rappresenta per niente le aspirazioni legittime del popolo palestinese. Anzi, le ostacola. Il popolo palestinese non dovrebbe pagare il prezzo dei suoi atti ignobili», ha detto il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.«Condanniamo gli attacchi terroristici di Hamas», ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «Allo stesso tempo, è importante che la risposta di Israele avvenga nel rispetto del diritto internazionale, che le vite civili siano protette e che gli aiuti umanitari raggiungano Gaza», ha concluso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/terzo-fronte-yemen-in-battaglia-2666113147.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conflitto-sallarga-israele-sparira" data-post-id="2666113147" data-published-at="1698833730" data-use-pagination="False"> «Conflitto s’allarga? Israele sparirà» Il ministro degli Esteri dell’Iran, Hossein Amirabdollahian, ieri a Doha in Qatar, ha incontrato il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, con il quale, riferisce l’agenzia iraniana Irna, ha discusso della situazione nella Striscia di Gaza. Amirabdollahian ha incontrato anche l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani: «Oggi», ha detto Amirabdollahian, «la portata dei conflitti nella regione si sta espandendo ed è naturale che i gruppi di resistenza non restino in silenzio di fronte ai crimini del regime sionista come anche al pieno sostegno degli Usa». Hossein Amirabdollahian ha ammonito sulle «conseguenze imprevedibili dei crimini di guerra di Israele a Gaza che sono commessi con il sostegno degli Usa e di molti Paesi europei». «Se il conflitto a Gaza si espanderà», ha avvertito il vice ministro degli Esteri iraniano, Ali Bagheri Kani, «non resterà nulla del regime di Israele. L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre ha causato un colpo irrecuperabile nel cuore del sistema di sicurezza del regime sionista», ha aggiunto. Hossein Amirabdollahian sarà oggi in Turchia, dove incontrerà l’omologo Hakan Fidan. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, intanto, continua a prendersela con Gerusalemme: «Commette da 25 giorni crimini davanti agli occhi di tutto il mondo». L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha discusso della crisi con Arabia Saudita, Giordania, Egitto e con il segretario generale dell’Organizzazione della cooperazione islamica, Hissein Brahim Sem Taha. «È urgente ripristinare un orizzonte politico e rilanciare il processo di pace», ha scritto Borrell su X. Intanto c’è maretta dalle parti di Capitol Hill, dove militanti pacifisti del gruppo Code Pink hanno più volte interrotto al grido di «Cessate il fuoco subito!» l’audizione del segretario di Stato, Antony Blinken, davanti alla commissione per gli stanziamenti del Senato Usa. Blinken stava informando la commissione in merito alla richiesta dell’amministrazione Biden di 106 miliardi di dollari da destinare in aiuti per la guerra di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza, per l’Ucraina nella sua lotta contro l’invasione russa e per la sicurezza delle frontiere. La polizia ha allontanato i contestatori. Blinken ha poi sottolineato che non ci sono segnalazioni né dalle Nazioni Unite né da Israele su eventuali dirottamenti degli aiuti, mettendo in conto che potrebbe esserci «qualche fuoriuscita. Senza aiuti umanitari rapidi e duraturi», ha sottolineato Blinken, «è molto più probabile che il conflitto si diffonda. La sofferenza aumenterà e Hamas e i suoi sponsor trarranno beneficio presentandosi come salvatori della disperazione che hanno creato». Blinken ha sottolineato che «le pause umanitarie vanno considerate».Intanto, l’Egitto continua a rifiutare l’ipotesi di accogliere nel Sinai i due milioni e passa di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza. L’Associated press ha riferito, secondo quanto riporta l’Agi, che le autorità di Gerusalemme hanno ammesso l’esistenza di un piano, datato 13 ottobre, che prevede la deportazione di massa di tutti i palestinesi in Egitto, un progetto che l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha minimizzato sostenendo che «è solo un’ipotesi di studio». Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha più volte detto di non essere d’accordo. Netanyahu avrebbe cercato di convincere i leader europei a fare pressione sull’Egitto, ma Francia, Germania e Regno Unito hanno respinto la proposta bollandola come irrealistica, anche se realizzata in maniera temporanea. Secondo alcune fonti, Israele avrebbe offerto al governo egiziano un sostanzioso aiuto economico in cambio della disponibilità a accogliere nel Sinai tutti i palestinesi della Striscia di Gaza, ma Al Sisi non si sarebbe lasciato convincere. «L’Egitto», ha ripetuto ieri il primo ministro del Cairo, Mostafa Madbouly, «non permetterà che si arrivi a una soluzione del conflitto a sue spese e non permetterà a nessuno di manomettere le sue terre».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».