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2023-11-01
Si apre il terzo fronte. Yemen in battaglia contro Gerusalemme con missili e droni
Ansa
Il fronte si allarga ogni giorno di più. «Questi droni appartengono allo stato dello Yemen», ha detto Abdelaziz bin Habtoor, primo ministro del governo Huthi, quando gli è stato chiesto dei droni lanciati verso Eliat, nel Sud di Israele. Poi ha chiarito: «Continueremo a effettuare attacchi qualitativi con missili e droni fino a quando l’aggressione israeliana non finirà. Israele sta compiendo un massacro a Gaza con l’appoggio degli Stati Uniti e di vari regimi nel mondo. Ecco perché abbiamo deciso di lanciare missili cruise e balistici contro Israele».
Una rappresaglia quindi, un forte segnale di vicinanza ad Hamas. Gli Huthi, sono un gruppo armato prevalentemente sciita appoggiato dall’Iran ed è per questo che a molti non sfugge l’ipotesi che siano gli stessi iraniani a mandarli avanti, in vista di una probabile escalation del conflitto. Secondo l’esperto del movimento Ahmed Al Bahri, gli Huthi oscillerebbero intorno ai 120.000 uomini. «Non vogliamo che il conflitto si allarghi», ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza americano, John Kirby, a proposito dell’attacco contro Israele dei ribelli Huthi dello Yemen sostenuti dall’Iran.
L’Egitto invece, ha posizionato decine di carri armati e veicoli blindati vicino al valico di Rafah verso Gaza. Il timore sarebbe quello di ricevere migliaia di profughi che fin dal primo minuto ha dichiarato di non voler accogliere.
La cronaca dal campo, intanto, si aggiorna di ora in ora. Le sirene continuano a suonare a Tel Aviv e nel centro di Israele a causa dei missili lanciati da Gaza: alcuni razzi hanno bucato l’Iron Dome atterrando nella città. L’Idf ha colpito oltre 300 obiettivi strategici di Hamas nelle ultime 24 ore: in Cisgiordania sono state arrestate 38 persone ricercate. Distrutta la casa di Saleh Al Arouri, vice capo dell’Ufficio politico dell’organizzazione terroristica in Cisgiordania. Colpita anche una «cellula terroristica» nel Sud del Libano. L’Idf ha aggiunto di aver colpito un altro sito della milizia sciita Hezbollah nell’area, in risposta ad attacchi ripetuti con razzi e missili. L’esercito sta ottenendo «significativi risultati nelle operazioni di terra» nella Striscia ma sta «pagando un duro prezzo», ha detto il ministro della Difesa, Yoav Gallant. «Stiamo dispiegando forze su larga scala nel profondo della Striscia». Due soldati sono stati uccisi proprio ieri a Gaza.
L’operazione più controversa dell’ultimo giorno di guerra è quella condotta sul campo profughi di Jabalia. Secondo gli operatori sanitari che lavorano al suo interno, sarebbe stato «completamente distrutto» dai bombardamenti israeliani. Per Hamas ci sarebbero almeno 50 morti e 150 feriti; inizialmente l’agenzia di stampa Wafa aveva parlato di 400 vittime. Hamas, dopo aver attribuito i bombardamenti all’Idf, esorta i Paesi arabi e musulmani «a prendere una posizione storica e decisiva per fermare i massacri» commessi da Israele e quello che descrive come un «genocidio» contro il popolo palestinese. Il partito Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato una «giornata della rabbia mercoledì». Per Israele, a Jabalia «è stata condotto un attacco su vasta scala contro una infrastruttura terroristica e che ha provocato il crollo di edifici civili».
A Nord Ovest di Gaza scontri violentissimi tra Idf e terroristi. Attaccata, tra l’altro, una postazione di Hamas nel nord della Striscia dove è stato trovato un grande deposito di armi. La Cnn segnala invece un «significativo numero di tank israeliani in movimento verso il nord est di Gaza». Il Pentagono, intanto, continua a fornire armi a Israele quasi quotidianamente.
L’obiettivo della missione oltre a quello di disinnescare Hamas resta quello di liberare gli ostaggi. Il consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi, ha ricordato: il rilascio degli ostaggi «è una nostra sacra responsabilità come nazione, nei confronti dei nostri soldati e dei nostri civili»; il sostegno degli Stati Uniti permette di «condurre una campagna senza precedenti». «Siamo disponibili a rilasciare gli ostaggi a fronte del cessate il fuoco», ha detto il leader di Hamas, Basem Naim ricordando che la scorsa settimana il portavoce della Brigata Qassam ha affermato che 50 di loro sono sotto le macerie a causa dei raid di Israele. «Non siamo sicuri delle loro condizioni» ha concluso. Il presidente israeliano, Isaac Herzog, ha detto di «aspettarsi una dichiarazione forte del Papa» su questo.
Le persone detenute dai terroristi sono 240, secondo l’ultimo bilancio, ma il portavoce di Hamas, Abu Obeida, attraverso i canali Telegram, ieri ha annunciato: «Nei prossimi giorni rilasceremo un certo numero di stranieri in linea con il nostro desiderio di non trattenerli a Gaza». Lì, a Gaza, la situazione umanitaria è sempre più grave. I vertici di Hamas parlano di 8.525 vittime di cui 3.542 bambini. Difficile verificare i numeri, difficile che siano molti meno a causa della posizione delle basi di comando di Hamas, vicine ad asili, ospedali, zone residenziali. L’Egitto continua a negare l’accesso ai profughi, ma almeno i convogli umanitari riescono ad entrare. Ieri ne sono entrati circa 80. Lo ha fatto sapere il ministero della Difesa israeliano segnalando che in questo modo aumenteranno in modo considerevole gli aiuti. Da lunedì scorso Israele ha consentito l’ingresso a un totale di 144 camion con cibo, acqua e medicine. Partito ieri anche il secondo invio di aiuti italiani a bordo di un C-130. Forte la preoccupazione della comunità internazionale. Hamas «è un’organizzazione terrorista, che non rappresenta per niente le aspirazioni legittime del popolo palestinese. Anzi, le ostacola. Il popolo palestinese non dovrebbe pagare il prezzo dei suoi atti ignobili», ha detto il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.
«Condanniamo gli attacchi terroristici di Hamas», ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «Allo stesso tempo, è importante che la risposta di Israele avvenga nel rispetto del diritto internazionale, che le vite civili siano protette e che gli aiuti umanitari raggiungano Gaza», ha concluso.
«Conflitto s’allarga? Israele sparirà»
Il ministro degli Esteri dell’Iran, Hossein Amirabdollahian, ieri a Doha in Qatar, ha incontrato il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, con il quale, riferisce l’agenzia iraniana Irna, ha discusso della situazione nella Striscia di Gaza. Amirabdollahian ha incontrato anche l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani: «Oggi», ha detto Amirabdollahian, «la portata dei conflitti nella regione si sta espandendo ed è naturale che i gruppi di resistenza non restino in silenzio di fronte ai crimini del regime sionista come anche al pieno sostegno degli Usa». Hossein Amirabdollahian ha ammonito sulle «conseguenze imprevedibili dei crimini di guerra di Israele a Gaza che sono commessi con il sostegno degli Usa e di molti Paesi europei». «Se il conflitto a Gaza si espanderà», ha avvertito il vice ministro degli Esteri iraniano, Ali Bagheri Kani, «non resterà nulla del regime di Israele. L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre ha causato un colpo irrecuperabile nel cuore del sistema di sicurezza del regime sionista», ha aggiunto. Hossein Amirabdollahian sarà oggi in Turchia, dove incontrerà l’omologo Hakan Fidan. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, intanto, continua a prendersela con Gerusalemme: «Commette da 25 giorni crimini davanti agli occhi di tutto il mondo». L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha discusso della crisi con Arabia Saudita, Giordania, Egitto e con il segretario generale dell’Organizzazione della cooperazione islamica, Hissein Brahim Sem Taha. «È urgente ripristinare un orizzonte politico e rilanciare il processo di pace», ha scritto Borrell su X. Intanto c’è maretta dalle parti di Capitol Hill, dove militanti pacifisti del gruppo Code Pink hanno più volte interrotto al grido di «Cessate il fuoco subito!» l’audizione del segretario di Stato, Antony Blinken, davanti alla commissione per gli stanziamenti del Senato Usa. Blinken stava informando la commissione in merito alla richiesta dell’amministrazione Biden di 106 miliardi di dollari da destinare in aiuti per la guerra di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza, per l’Ucraina nella sua lotta contro l’invasione russa e per la sicurezza delle frontiere. La polizia ha allontanato i contestatori. Blinken ha poi sottolineato che non ci sono segnalazioni né dalle Nazioni Unite né da Israele su eventuali dirottamenti degli aiuti, mettendo in conto che potrebbe esserci «qualche fuoriuscita. Senza aiuti umanitari rapidi e duraturi», ha sottolineato Blinken, «è molto più probabile che il conflitto si diffonda. La sofferenza aumenterà e Hamas e i suoi sponsor trarranno beneficio presentandosi come salvatori della disperazione che hanno creato». Blinken ha sottolineato che «le pause umanitarie vanno considerate».Intanto, l’Egitto continua a rifiutare l’ipotesi di accogliere nel Sinai i due milioni e passa di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza. L’Associated press ha riferito, secondo quanto riporta l’Agi, che le autorità di Gerusalemme hanno ammesso l’esistenza di un piano, datato 13 ottobre, che prevede la deportazione di massa di tutti i palestinesi in Egitto, un progetto che l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha minimizzato sostenendo che «è solo un’ipotesi di studio». Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha più volte detto di non essere d’accordo. Netanyahu avrebbe cercato di convincere i leader europei a fare pressione sull’Egitto, ma Francia, Germania e Regno Unito hanno respinto la proposta bollandola come irrealistica, anche se realizzata in maniera temporanea. Secondo alcune fonti, Israele avrebbe offerto al governo egiziano un sostanzioso aiuto economico in cambio della disponibilità a accogliere nel Sinai tutti i palestinesi della Striscia di Gaza, ma Al Sisi non si sarebbe lasciato convincere. «L’Egitto», ha ripetuto ieri il primo ministro del Cairo, Mostafa Madbouly, «non permetterà che si arrivi a una soluzione del conflitto a sue spese e non permetterà a nessuno di manomettere le sue terre».
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Gli Huthi aprono le ostilità. «Da Netanyahu bombe su un campo profughi». La replica: covo di terroristi. Tank egiziani a Rafah.La minaccia del viceministro degli Esteri dell’Iran: «Hamas ha piani a lungo termine»Blinken (contestato) in Senato: «Pause umanitarie». Il Cairo: niente sfollati nel Sinai.Lo speciale contiene due articoli. Il fronte si allarga ogni giorno di più. «Questi droni appartengono allo stato dello Yemen», ha detto Abdelaziz bin Habtoor, primo ministro del governo Huthi, quando gli è stato chiesto dei droni lanciati verso Eliat, nel Sud di Israele. Poi ha chiarito: «Continueremo a effettuare attacchi qualitativi con missili e droni fino a quando l’aggressione israeliana non finirà. Israele sta compiendo un massacro a Gaza con l’appoggio degli Stati Uniti e di vari regimi nel mondo. Ecco perché abbiamo deciso di lanciare missili cruise e balistici contro Israele». Una rappresaglia quindi, un forte segnale di vicinanza ad Hamas. Gli Huthi, sono un gruppo armato prevalentemente sciita appoggiato dall’Iran ed è per questo che a molti non sfugge l’ipotesi che siano gli stessi iraniani a mandarli avanti, in vista di una probabile escalation del conflitto. Secondo l’esperto del movimento Ahmed Al Bahri, gli Huthi oscillerebbero intorno ai 120.000 uomini. «Non vogliamo che il conflitto si allarghi», ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza americano, John Kirby, a proposito dell’attacco contro Israele dei ribelli Huthi dello Yemen sostenuti dall’Iran. L’Egitto invece, ha posizionato decine di carri armati e veicoli blindati vicino al valico di Rafah verso Gaza. Il timore sarebbe quello di ricevere migliaia di profughi che fin dal primo minuto ha dichiarato di non voler accogliere. La cronaca dal campo, intanto, si aggiorna di ora in ora. Le sirene continuano a suonare a Tel Aviv e nel centro di Israele a causa dei missili lanciati da Gaza: alcuni razzi hanno bucato l’Iron Dome atterrando nella città. L’Idf ha colpito oltre 300 obiettivi strategici di Hamas nelle ultime 24 ore: in Cisgiordania sono state arrestate 38 persone ricercate. Distrutta la casa di Saleh Al Arouri, vice capo dell’Ufficio politico dell’organizzazione terroristica in Cisgiordania. Colpita anche una «cellula terroristica» nel Sud del Libano. L’Idf ha aggiunto di aver colpito un altro sito della milizia sciita Hezbollah nell’area, in risposta ad attacchi ripetuti con razzi e missili. L’esercito sta ottenendo «significativi risultati nelle operazioni di terra» nella Striscia ma sta «pagando un duro prezzo», ha detto il ministro della Difesa, Yoav Gallant. «Stiamo dispiegando forze su larga scala nel profondo della Striscia». Due soldati sono stati uccisi proprio ieri a Gaza.L’operazione più controversa dell’ultimo giorno di guerra è quella condotta sul campo profughi di Jabalia. Secondo gli operatori sanitari che lavorano al suo interno, sarebbe stato «completamente distrutto» dai bombardamenti israeliani. Per Hamas ci sarebbero almeno 50 morti e 150 feriti; inizialmente l’agenzia di stampa Wafa aveva parlato di 400 vittime. Hamas, dopo aver attribuito i bombardamenti all’Idf, esorta i Paesi arabi e musulmani «a prendere una posizione storica e decisiva per fermare i massacri» commessi da Israele e quello che descrive come un «genocidio» contro il popolo palestinese. Il partito Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato una «giornata della rabbia mercoledì». Per Israele, a Jabalia «è stata condotto un attacco su vasta scala contro una infrastruttura terroristica e che ha provocato il crollo di edifici civili».A Nord Ovest di Gaza scontri violentissimi tra Idf e terroristi. Attaccata, tra l’altro, una postazione di Hamas nel nord della Striscia dove è stato trovato un grande deposito di armi. La Cnn segnala invece un «significativo numero di tank israeliani in movimento verso il nord est di Gaza». Il Pentagono, intanto, continua a fornire armi a Israele quasi quotidianamente.L’obiettivo della missione oltre a quello di disinnescare Hamas resta quello di liberare gli ostaggi. Il consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi, ha ricordato: il rilascio degli ostaggi «è una nostra sacra responsabilità come nazione, nei confronti dei nostri soldati e dei nostri civili»; il sostegno degli Stati Uniti permette di «condurre una campagna senza precedenti». «Siamo disponibili a rilasciare gli ostaggi a fronte del cessate il fuoco», ha detto il leader di Hamas, Basem Naim ricordando che la scorsa settimana il portavoce della Brigata Qassam ha affermato che 50 di loro sono sotto le macerie a causa dei raid di Israele. «Non siamo sicuri delle loro condizioni» ha concluso. Il presidente israeliano, Isaac Herzog, ha detto di «aspettarsi una dichiarazione forte del Papa» su questo.Le persone detenute dai terroristi sono 240, secondo l’ultimo bilancio, ma il portavoce di Hamas, Abu Obeida, attraverso i canali Telegram, ieri ha annunciato: «Nei prossimi giorni rilasceremo un certo numero di stranieri in linea con il nostro desiderio di non trattenerli a Gaza». Lì, a Gaza, la situazione umanitaria è sempre più grave. I vertici di Hamas parlano di 8.525 vittime di cui 3.542 bambini. Difficile verificare i numeri, difficile che siano molti meno a causa della posizione delle basi di comando di Hamas, vicine ad asili, ospedali, zone residenziali. L’Egitto continua a negare l’accesso ai profughi, ma almeno i convogli umanitari riescono ad entrare. Ieri ne sono entrati circa 80. Lo ha fatto sapere il ministero della Difesa israeliano segnalando che in questo modo aumenteranno in modo considerevole gli aiuti. Da lunedì scorso Israele ha consentito l’ingresso a un totale di 144 camion con cibo, acqua e medicine. Partito ieri anche il secondo invio di aiuti italiani a bordo di un C-130. Forte la preoccupazione della comunità internazionale. Hamas «è un’organizzazione terrorista, che non rappresenta per niente le aspirazioni legittime del popolo palestinese. Anzi, le ostacola. Il popolo palestinese non dovrebbe pagare il prezzo dei suoi atti ignobili», ha detto il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.«Condanniamo gli attacchi terroristici di Hamas», ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «Allo stesso tempo, è importante che la risposta di Israele avvenga nel rispetto del diritto internazionale, che le vite civili siano protette e che gli aiuti umanitari raggiungano Gaza», ha concluso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/terzo-fronte-yemen-in-battaglia-2666113147.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conflitto-sallarga-israele-sparira" data-post-id="2666113147" data-published-at="1698833730" data-use-pagination="False"> «Conflitto s’allarga? Israele sparirà» Il ministro degli Esteri dell’Iran, Hossein Amirabdollahian, ieri a Doha in Qatar, ha incontrato il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, con il quale, riferisce l’agenzia iraniana Irna, ha discusso della situazione nella Striscia di Gaza. Amirabdollahian ha incontrato anche l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani: «Oggi», ha detto Amirabdollahian, «la portata dei conflitti nella regione si sta espandendo ed è naturale che i gruppi di resistenza non restino in silenzio di fronte ai crimini del regime sionista come anche al pieno sostegno degli Usa». Hossein Amirabdollahian ha ammonito sulle «conseguenze imprevedibili dei crimini di guerra di Israele a Gaza che sono commessi con il sostegno degli Usa e di molti Paesi europei». «Se il conflitto a Gaza si espanderà», ha avvertito il vice ministro degli Esteri iraniano, Ali Bagheri Kani, «non resterà nulla del regime di Israele. L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre ha causato un colpo irrecuperabile nel cuore del sistema di sicurezza del regime sionista», ha aggiunto. Hossein Amirabdollahian sarà oggi in Turchia, dove incontrerà l’omologo Hakan Fidan. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, intanto, continua a prendersela con Gerusalemme: «Commette da 25 giorni crimini davanti agli occhi di tutto il mondo». L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha discusso della crisi con Arabia Saudita, Giordania, Egitto e con il segretario generale dell’Organizzazione della cooperazione islamica, Hissein Brahim Sem Taha. «È urgente ripristinare un orizzonte politico e rilanciare il processo di pace», ha scritto Borrell su X. Intanto c’è maretta dalle parti di Capitol Hill, dove militanti pacifisti del gruppo Code Pink hanno più volte interrotto al grido di «Cessate il fuoco subito!» l’audizione del segretario di Stato, Antony Blinken, davanti alla commissione per gli stanziamenti del Senato Usa. Blinken stava informando la commissione in merito alla richiesta dell’amministrazione Biden di 106 miliardi di dollari da destinare in aiuti per la guerra di Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza, per l’Ucraina nella sua lotta contro l’invasione russa e per la sicurezza delle frontiere. La polizia ha allontanato i contestatori. Blinken ha poi sottolineato che non ci sono segnalazioni né dalle Nazioni Unite né da Israele su eventuali dirottamenti degli aiuti, mettendo in conto che potrebbe esserci «qualche fuoriuscita. Senza aiuti umanitari rapidi e duraturi», ha sottolineato Blinken, «è molto più probabile che il conflitto si diffonda. La sofferenza aumenterà e Hamas e i suoi sponsor trarranno beneficio presentandosi come salvatori della disperazione che hanno creato». Blinken ha sottolineato che «le pause umanitarie vanno considerate».Intanto, l’Egitto continua a rifiutare l’ipotesi di accogliere nel Sinai i due milioni e passa di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza. L’Associated press ha riferito, secondo quanto riporta l’Agi, che le autorità di Gerusalemme hanno ammesso l’esistenza di un piano, datato 13 ottobre, che prevede la deportazione di massa di tutti i palestinesi in Egitto, un progetto che l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha minimizzato sostenendo che «è solo un’ipotesi di studio». Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha più volte detto di non essere d’accordo. Netanyahu avrebbe cercato di convincere i leader europei a fare pressione sull’Egitto, ma Francia, Germania e Regno Unito hanno respinto la proposta bollandola come irrealistica, anche se realizzata in maniera temporanea. Secondo alcune fonti, Israele avrebbe offerto al governo egiziano un sostanzioso aiuto economico in cambio della disponibilità a accogliere nel Sinai tutti i palestinesi della Striscia di Gaza, ma Al Sisi non si sarebbe lasciato convincere. «L’Egitto», ha ripetuto ieri il primo ministro del Cairo, Mostafa Madbouly, «non permetterà che si arrivi a una soluzione del conflitto a sue spese e non permetterà a nessuno di manomettere le sue terre».
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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