Il caso Hannoun e i risvolti dell’inchiesta che mostra come dall’Italia sono stati raccolti oltre sette milioni di euro diretti ad Hamas.
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Oggi il summit della pace a Sharm. I miliziani assicurano: liberiamo i rapiti. Ma si tratta sulla scarcerazione da parte di Tel Aviv degli ergastolani Barghouti e Saadat. L’Anp a Blair: «Pronti a collaborare per il futuro».
Ostaggi liberi entro le prime ore dell’alba di oggi. Questa la promessa, tutta da mantenere. Già nel pomeriggio di ieri Hamas dichiarava di aver «completato i preparativi» di tutti i 20 ostaggi ancora in vita, mentre il canale qatariota Al-Araby spiegava che la riconsegna non sarebbe avvenuta in un unico posto, ma in diverse zone della Striscia di Gaza. Diverse zone, ma stesso orario, queste le informazioni rilasciate invece da Gerusalemme, che si aspetta che gli ostaggi vengano riconsegnati nelle mani della Croce Rossa per poi essere trasferiti oltre il confine in Israele e portati alla base militare di Re’im nel sud di Israele, dove si riuniranno alle loro famiglie. In seguito, è previsto il trasferimento in diversi ospedali: dieci ostaggi saranno inviati allo Sheba Medical Center, cinque ostaggi al Beilinson e cinque ostaggi riceveranno cure all’Ichilov, i tre ospedali nel centro di Israele attrezzati per accogliere i prigionieri rilasciati.
Intanto già questa sera, al contrario di quanto preventivato, sono previste le prime consegne dei corpi degli ostaggi uccisi. Il Forum delle famiglie degli ostaggi ieri ha fatto sapere che già a partire dalla mezzanotte la piazza degli ostaggi sarà aperta e in grado di trasmettere in diretta il rilascio dei rapiti.
Prevista per domani anche la riapertura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, per consentire il transito dei civili che avverrà, secondo alcune fonti palestinesi, con la gestione dell’Anp in collaborazione a una missione dell’Unione europea, mentre fonti della sicurezza israeliana hanno precisato che i nomi di chi entra e chi esce dovranno essere approvati da Israele.
È su un punto preciso che non molla Hamas: insiste affinché la lista definitiva dei prigionieri che Israele deve rilasciare nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco includa sette leader palestinesi di alto livello, tra cui: «Marwan Barghouti, Ahmad Saadat, Ibrahim Hamed e Abbas Al-Sayyed» ha fatto sapere più di una fonte all’Afp. Israele di contro ha ribadito che inizierà a rilasciare i prigionieri palestinesi (1.950) una volta che avrà la certezza che tutti gli ostaggi detenuti a Gaza siano arrivati nel Paese. Durante i precedenti cessate il fuoco, i resti di alcuni ostaggi sono stati identificati da esperti forensi dopo il loro ritorno in Israele. Indagine che potrebbe durare un po’, ma Israele ha assicurato che, in attesa dei riconoscimenti, i prigionieri palestinesi saranno a bordo di autobus pronti a partire.
Il tema non è di poco conto, basta considerare che Yaya Sinwar, l’architetto del 7 ottobre, trucidato dall’Idf nell’ottobre del 2024, fu rilasciato nell’ottobre del 2011 insieme ad altri 1.026 detenuti palestinesi, dopo diverse condanne e vent’anni di carcere in Israele, proprio in un accordo di questo tipo. Si trattava di uno scambio concordato per la liberazione di Gilad Shalit, un soldato israeliano rapito nel 2006.
Arrestato più volte da Israele, nel 1988 è stato condannato per aver avuto un ruolo nell’uccisione di due soldati israeliani e di alcuni palestinesi sospettati di collaborazione con Israele. Si era conquistato il soprannome di macellaio di Khan Yunis. Condannato a quattro ergastoli, trascorse più di venti anni nelle carceri israeliane e qui, ha ricordato di recente la Cnn, disse di aver studiato il nemico, imparando l’ebraico e leggendo tutti i libri a disposizione sui padri di Israele, da Vladimir Jabotinsky a Menachem Begin, a Yitzhak Rabin.
Atteso per oggi anche il vertice in Egitto. A Sharm el Sheik oggi si sigla infatti l’intesa della prima fase della tregua tra Israele e Hamas. Al vertice parteciperà su invito anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Insieme a lei più di 20 leader, tra cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, artefice di un accordo inatteso e definito «storico», il presidente francese Emmanuel Macron, quello tedesco Friedrich Merz e il britannico Keir Starmer.
Trump prima di atterrare a Sharm si fermerà a Tel Aviv per un discorso alla Knesset. Secondo quanto dichiarato dal vicepresidente americano JD Vance in un’intervista a Fox, il presidente Usa incontrerà gli ostaggi di persona, sottolineando poi a Nbc che gli Stati Uniti non intendono schierare forze militari a Gaza o in Israele. Per il vicepresidente degli Stati Uniti raggiungere la stabilità in Medio Oriente richiederà «un’influenza costante e una pressione costante dal presidente degli Stati Uniti in giù».
Il vertice in Egitto, così come accordato, non vedrà la presenza di alcun esponente israeliano. Così come l’Iran che invece «nonostante sia stato invitato all’evento», non parteciperà.
Tra gli artefici dell’intesa c’è anche l’ex premier britannico Tony Blair che ieri ha incontrato il vice capo dell’organizzazione per la liberazione della Palestina (Anp), Hussein al-Sheikh, in Giordania. In questo incontro l’Anp si è dichiarata pronta a collaborare con il piano di Trump che prevede appunto la possibilità che l’Autorità nazionale palestinese assuma il controllo di Gaza solo dopo aver completato le riforme. Inizialmente Gaza dovrebbe essere amministrata da un comitato tecnico palestinese supervisionato da un organismo internazionale, presieduto da Trump e Blair.
Intanto può cessare l’apprensione per i componenti della Freedom Flotilla perché nessuno di loro si trova più sotto la custodia di Israele e la maggior parte di loro è stata espulsa.
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I terroristi avrebbero detto sì alla capitolazione ma non vogliono un ruolo diretto dell’ex premier laburista. Gli Huthi lanciano droni esplosivi contro Israele. Seconda «regata» di attivisti verso la zona di guerra.
A che punto è la il processo diplomatico relativo alla crisi di Gaza? Si è concluso, nel pomeriggio italiano di ieri, il secondo giorno dei colloqui indiretti, mediati da Egitto e Qatar, tra Israele e Hamas: colloqui che, ricordiamolo, sono dedicati al piano di pace per Gaza, elaborato dalla Casa Bianca. In particolare, secondo fonti della stessa Hamas, le discussioni di ieri si sarebbero concentrare sul calendario del rilascio degli ostaggi e sulle mappe del ritiro delle forze israeliane. Il gruppo terroristico avrebbe precisato che la liberazione dell’ultimo dei prigionieri nelle sue mani dovrebbe avvenire contemporaneamente all’abbandono della Striscia da parte delle truppe dello Stato ebraico.
Non solo. Secondo l’agenzia di stampa Efe, Hamas avrebbe «accettato di consegnare le sue armi a un comitato egiziano-palestinese, rifiutando categoricamente di affidare la gestione della Striscia di Gaza a un comitato di transizione internazionale». Avrebbe, inoltre, chiesto «di negoziare la gestione di Gaza con l’Autorità nazionale palestinese», bocciando al contempo «la presenza di Tony Blair come governatore di Gaza». Tra l’altro, stando alla testata Al-Kahera Al Akhbariya, il gruppo islamista avrebbe altresì chiesto che Israele rilasci vari prigionieri palestinesi condannati all’ergastolo. Sempre ieri, il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed Al Ansari, ha dichiarato che «se Hamas consegnasse gli ostaggi, ciò significherebbe la fine della guerra». Ha, inoltre, affermato che lo Stato ebraico avrebbe dovuto interrompere le azioni belliche sin da subito, per poi sottolineare che è comunque ancora troppo presto per parlare di ottimismo e pessimismo in riferimento alle trattative. Israele, dal canto suo, ha fatto sapere che c’è «ottimismo, ma molta cautela».
Nel frattempo, il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty, ha reso noto che, oggi, si unirà ai colloqui anche l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff. «C’è una possibilità di pace in Medio Oriente, anche oltre la situazione a Gaza», ha dichiarato ieri Donald Trump, per poi aggiungere: «Ogni Paese nel mondo sostiene il piano, c’è una reale possibilità di fare qualcosa». Poco prima, secondo Axios, Trump aveva avuto un incontro con lo stesso Witkoff e con il genero, Jared Kushner, che erano pronti per recarsi in Egitto. Al meeting erano presenti anche il vicepresidente americano, JD Vance, il segretario di Stato, Marco Rubio, e il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles. Del resto, già lunedì il presidente americano si era detto «abbastanza sicuro» del fatto che potesse essere raggiunto un accordo. «Penso che troveremo un accordo. Hanno cercato di raggiungere un accordo con Gaza letteralmente per secoli», aveva affermato.
Per la Casa Bianca, l’intesa sul piano di pace costituisce una priorità. Trump vuole evitare che possano deragliare i rapporti tra il mondo arabo e lo Stato ebraico. Il suo obiettivo è quello di rilanciare e possibilmente di espandere gli Accordi di Abramo: una cornice, questa, all’interno di cui il presidente americano vuole inserire la ricostruzione di Gaza e ridisegnare gli equilibri politico-diplomatici del Medio Oriente. Non a caso, l’altro ieri, il presidente americano aveva minimizzato i dissidi con Benjamin Netanyahu, che erano stati riportati dalla stampa, e ha avuto parole amichevoli sia per Recep Tayyip Erdogan sia per il mondo arabo.
«Ho parlato con il presidente turco Erdogan. È fantastico. Ha insistito molto per un accordo su Gaza e Hamas nutre grande rispetto per lui. Hanno grande rispetto per il Qatar, gli Emirati arabi uniti e l’Arabia Saudita», aveva affermato l’inquilino della Casa Bianca. Non a caso, oggi ai colloqui prenderanno parte anche il primo ministro del Qatar e una delegazione turca.
Ed è qui che emerge l’incognita di Teheran. L’altro ieri, pur criticando Israele, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, era sembrato aprire al piano di pace proposto da Trump, sostenendo che il regime khomeinista sostiene ogni iniziativa che «metta fine alle uccisioni a Gaza». D’altronde, la stessa Hamas, che è storicamente spalleggiata da Teheran, sta attualmente tenendo dei colloqui indiretti con lo Stato ebraico per cercare di concludere un accordo. Eppure, nella giornata di ieri, gli Huthi hanno lanciato quattro droni carichi di esplosivo contro il territorio israeliano. Ricordiamo che il gruppo terroristico yemenita è strettamente legato al regime khomeinista. Ci sarebbe, dunque, da chiedersi per quale motivo abbia scelto di lanciare droni contro lo Stato ebraico proprio mentre si tenevano le trattative tra Israele e Hamas. Non è da escludere che Teheran voglia cercare di mettere sotto pressione Gerusalemme e di creare tensione durante i colloqui di Sharm El Sheikh. D’altronde, un’intesa tra Washington e Teheran sul nucleare sembra ancora lontana: basti pensare che, domenica scorsa, Trump aveva intimato esplicitamente al regime degli ayatollah di non riavviare il loro programma atomico.
È intanto in viaggio una seconda Flotilla che, composta da una decina di imbarcazioni (sei gli italiani presenti nel convoglio, ndr), potrebbe arrivare entro oggi nella zona rossa ed essere quindi intercettata da Israele. «Tra due giorni le persone di Gaza Freedom Flotilla e Thousand Madleens to Gaza sfideranno di nuovo il blocco navale israeliano», ha dichiarato l’attivista della Global Sumud Flotilla, Tony La Piccirella.
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Per la prima volta dopo mesi di guerra, il movimento islamista mostra disponibilità al dialogo e accetta in linea di principio il piano statunitense. Israele valuta una tregua parziale ma lega ogni passo alla sicurezza e al controllo militare su Gaza.
Per la prima volta dopo quasi un anno di guerra, dal cuore devastato della Striscia di Gaza arriva un segnale inatteso: Hamas apre alla possibilità di negoziare. Un annuncio che, se confermato e sostenuto da fatti concreti, potrebbe segnare l’inizio di una svolta nel conflitto più sanguinoso della regione negli ultimi decenni. A rompere il silenzio è Moussa Abu Marzouk, uno dei dirigenti storici del movimento islamista, che in un’intervista ad Al Jazeera ha parlato di disponibilità a discutere tutte le questioni, compreso il tema delle armi e del futuro politico del movimento. Parole calibrate, ma che rappresentano una rottura con mesi di rigidità assoluta.
Abu Marzouk ha spiegato che Hamas ha esaminato la proposta di pace statunitense e ha interagito con grande positività con i suoi punti principali, pur precisando che l’attuazione pratica richiederà negoziati approfonditi con i mediatori. Ha poi definito teorica e non realistica la clausola che prevede la consegna di tutti gli ostaggi e delle salme entro settantadue ore, come richiesto dal piano presentato da Washington. Secondo quanto emerso, Hamas si dichiara disposta a liberare tutti gli ostaggi, vivi e deceduti, nell’ambito di uno scambio complessivo con i prigionieri palestinesi detenuti da Israele.
Il movimento accetterebbe anche che la gestione civile di Gaza venga affidata a una struttura di tecnici e indipendenti, in coordinamento con l’Autorità Nazionale Palestinese e con una cornice di garanzia araba e islamica. Abu Marzouk ha inoltre sottolineato che il futuro del popolo palestinese è una questione nazionale che non può essere decisa da Hamas da sola, lasciando intendere l’apertura a un processo politico più ampio. Il Qatar ha accolto con favore questa posizione, definendola un passo positivo verso la fine della guerra e annunciando contatti con Egitto e Stati Uniti per consolidare la mediazione. Anche il Segretario generale delle Nazioni Unite si è detto soddisfatto della risposta di Hamas, invitando tutte le parti a cogliere l’occasione storica per fermare la guerra e avviare un percorso politico stabile.
Dall’altra parte dell’Atlantico, Donald Trump, promotore del piano di pace, ha definito la risposta di Hamas un segnale di disponibilità alla pace. «Sulla base della loro risposta credo che Hamas sia pronta a una pace duratura. Ora tocca a Israele fare la sua parte. I bombardamenti devono cessare immediatamente per permettere la liberazione degli ostaggi in sicurezza e in tempi rapidi», ha dichiarato. Il piano di Trump, descritto come un accordo globale per Gaza e per la pace in Medio Oriente, prevede una tregua immediata, uno scambio simultaneo di ostaggi e prigionieri, la creazione di un’amministrazione transitoria per la Striscia, la ricostruzione sotto supervisione internazionale e un ritiro graduale delle forze israeliane subordinato alla stabilizzazione della sicurezza.
Il presidente americano ha fissato una scadenza precisa: entro domenica sera dovrà essere chiaro se le parti intendono procedere davvero verso la pace. Da Gerusalemme, Benjamin Netanyahu ha risposto con toni cauti ma non ostili. L’ufficio del primo ministro ha fatto sapere che Israele è pronto a dare il via alla prima fase del piano, concentrandosi sullo scambio degli ostaggi e sul coordinamento con i mediatori, ma senza impegnarsi per ora a un cessate il fuoco totale. Netanyahu ha ribadito che qualsiasi passo verso la tregua dovrà essere condizionato alla sicurezza di Israele e che la presenza militare a Gaza sarà ridotta solo in modo graduale e controllato. Secondo fonti israeliane, il governo avrebbe già ordinato ai vertici dell’esercito di ridurre l’intensità delle operazioni offensive nella città di Gaza, limitandosi a interventi difensivi in attesa degli sviluppi diplomatici.
Nonostante il linguaggio disteso, gli ostacoli restano enormi. Hamas rifiuta la scadenza delle settantadue ore per lo scambio, Israele la considera imprescindibile. Il movimento islamista si dice disposto a discutere del proprio ruolo militare, ma non ha accettato la smilitarizzazione totale. Trump chiede la sospensione immediata dei bombardamenti, Netanyahu preferisce parlare di una riduzione controllata delle operazioni. Sul piano diplomatico l’apertura di Hamas ha riattivato i canali della mediazione e rilanciato l’interesse di diverse capitali, da Doha al Cairo fino a Bruxelles e Parigi, ma la fiducia reciproca resta minima. Israele e Hamas non credono ancora alle promesse dell’altro e il successo del processo dipenderà da meccanismi di verifica e da una presenza internazionale credibile capace di garantire il rispetto degli impegni.
Nel frattempo, la situazione sul terreno resta drammatica: i raid e i bombardamenti proseguono in diversi settori della Striscia, migliaia di civili cercano rifugio negli ospedali e nelle scuole dellUNnrwa, spesso già sovraffollate e prive di elettricità. Domenica sera scadrà l’ultimatum fissato da Trump e il mondo saprà se l’apertura di Hamas sarà il primo passo verso una tregua reale o soltanto un nuovo capitolo di promesse mancate. «Abbiamo una possibilità storica di fermare la guerra e avviare una nuova era di stabilità in Medio Oriente», ha detto il presidente americano, definendo le prossime ore decisive. Se le parole si tradurranno in fatti, Gaza potrebbe intravedere una via d’uscita dal suo incubo. Se invece tutto si fermerà alla diplomazia dei comunicati, la guerra tornerà a inghiottire ciò che resta di una terra già distrutta.
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Il gruppo estremista si spacca sulla proposta di Donald Trump, coi falchi contrari alla resa. Per i miliziani, inoltre, radunare e consegnare gli ostaggi in pochi giorni è impossibile.
Fiato sospeso in Medio Oriente. Almeno fino a ieri sera, Hamas continuava infatti a tergiversare sull’eventuale ok al piano di pace per Gaza, proposto da Donald Trump. È d’altronde probabile che l’organizzazione terroristica sia internamente spaccata. Secondo la Bbc, l’ala militare del gruppo non sarebbe d’accordo con il progetto elaborato dalla Casa Bianca. Stando invece all’agenzia di stampa palestinese Ma’an News, Hamas, che ha frattanto rivendicato un recente lancio di razzi contro Ashdod, avrebbe fatto sapere ai mediatori di essere in difficoltà a restituire gli ostaggi entro 72 ore, sostenendo di non essere in grado di comunicare con i carcerieri «a causa dell’intensità delle operazioni israeliane a Gaza».
Nel frattempo, il Times of Israel riferiva che il gruppo terroristico potrebbe alla fine dare semaforo verde al piano di Trump, pur chiedendo di apportare alcune modifiche. L’ok, stando alla medesima testata, sarebbe potuto arrivare già nella serata di ieri, sebbene, nel momento in cui La Verità andava in stampa, non ci fossero ancora aggiornamenti al riguardo. Dall’altra parte, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha fatto sapere che il presidente americano traccerà una «linea rossa» in riferimento al tempo da concedere all’organizzazione terroristica palestinese per accettare il piano.
«Il presidente ha detto chiaramente che vuole avere loro notizie al più presto», ha anche affermato. Tutto questo, mentre, sempre ieri, il New York Times riferiva che molti abitanti della Striscia auspicherebbero che Hamas acconsenta all’approvazione del progetto statunitense: progetto che, ricordiamolo, prevede l’estromissione del gruppo islamista dal potere a Gaza, concedendo al contempo un’amnistia a quei suoi membri che decidano di sottoporsi a un disarmo volontario.
L’obiettivo della Casa Bianca è, insomma, quello di mettere sotto pressione l’organizzazione terroristica per spingerla ad accettare rapidamente il piano di pace. Per Trump, si tratta di una priorità: il presidente americano punta infatti a impedire un deragliamento dei rapporti tra Gerusalemme e il mondo arabo, per salvaguardare la logica di quegli Accordi di Abramo che spera di rilanciare. Washington vuole volgere innanzitutto la sua attenzione alla ricostruzione di Gaza e, in secondo luogo, a una ristrutturazione degli equilibri di potere nello scacchiere mediorientale. È anche in questo senso che, lunedì scorso, Trump ha aperto alla possibilità che l’Iran possa prima o poi essere inserito nel sistema dei patti di Abramo. In tutto questo, proprio ieri, l’Egitto ha fatto sapere che il suo governo stava lavorando per convincere Hamas ad accettare il piano della Casa Bianca. «Ci incontreremo con loro», ha dichiarato il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty, per poi aggiungere: «Ci stiamo coordinando con i nostri fratelli in Qatar e anche con i nostri colleghi in Turchia, per convincere Hamas a rispondere positivamente a questo piano».
Frattanto, Doha e Ankara hanno criticato Israele per aver intercettato la Global Sumud Flotilla, fermandone gli equipaggi. «Lo Stato del Qatar condanna fermamente l’intercettazione da parte delle forze di occupazione israeliane della Global Sumud Flotilla», ha dichiarato il ministero degli Esteri di Doha, per poi sottolineare «la necessità di garantire la sicurezza di tutti i partecipanti a bordo della Flottiglia, chiedendone l’immediato rilascio». «L’attacco delle forze israeliane in acque internazionali contro la flottiglia Global Sumud, che era in viaggio per consegnare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, è un atto di terrorismo che costituisce la più grave violazione del diritto internazionale e mette in pericolo la vita di civili innocenti», aveva affermato, l’altro ieri, il ministero degli Esteri di Ankara. È interessante notare come Qatar e Turchia siano storicamente piuttosto vicini alla Fratellanza musulmana. «La provocazione della Hamas-Sumud è finita. Nessuno degli yacht della provocazione Hamas-Sumud è riuscito nel suo tentativo di entrare in una zona di combattimento attiva o di violare il legittimo blocco navale», ha affermato, dal canto suo, il dicastero degli Esteri israeliano. «Tutti i passeggeri sono sani e salvi. Stanno viaggiando sani e salvi verso Israele, da dove saranno espulsi in Europa», ha aggiunto.
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