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2021-10-28
Terza dose senza hub: il fiasco è annunciato
Ansa
«Il sistema delle farmacie e dei medici di famiglia è pronto a farsi carico della somministrazione della terza dose solo se i numeri sono ben diluiti nel tempo e contenuti. Ma se dobbiamo continuare a fare grandi numeri in poco tempo come avvenuto finora, gli hub restano la soluzione migliore: vedo molto difficile che farmacie e medici possano reggere 500.000 somministrazioni al giorno». Lo ha detto ieri mattina a Radio24 il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, che è anche a capo della Conferenza delle Regioni. Mentre il governo ancora non si decide a confermare ufficialmente ciò che viene già definito «verosimile» da sottosegretari e virologi nei salotti tv o con interviste alla stampa - ovvero che si procederà a un terzo shot per la popolazione generale -, le Regioni realizzano che si presenterà un problema logistico non di poco conto. Eppure bastava leggere La Verità, che da mesi ha posto il tema sul tavolo: quelle per i fragili e per gli immunodepressi sono dosi meno complesse da somministrare, parliamo di soggetti che sono seguiti in maniera specifica da ospedali e medici di famiglia e che nel primo round della campagna vaccinale hanno ricevuto il vaccino in strutture diverse dagli hub. Ora, almeno in Lombardia, risulta che questi vadano negli hub rimasti aperti, come anche gli operatori sanitari, mentre per le Rsa si farà a domicilio. Il problema vero però arriverà se, e quando, andranno gestiti gli altri richiami «annuali» perché si stanno già smantellando molti grandi hub per farli tornare alla loro funzione originaria.
Non solo. La somministrazione della terza dose dovrà essere messa a sistema con quella del vaccino antinfluenzale e si sommerà anche alla gestione delle vaccinazioni in età pediatrica, caricando le strutture di un compito extra. I medici di base, i pediatri e soprattutto le farmacie (alle prese con il caos dei tamponi) saranno in grado di sostenere il «secondo giro» per tutti? Domanda che abbiamo posto ripetutamente. Per la precisione da quando dovevano ancora arrivare indicazioni precise su fragili, anziani e operatori sanitari. «Di tempo per organizzarsi sul territorio a un nuovo round di somministrazioni a tappeto non ce n'è molto. Anche perché tra poco si dovrà fare a meno di molti hub vaccinali», scrivevamo lo scorso primo giugno. Facili profeti.
Intanto, il commissario Francesco Paolo Figliuolo ha inviato nei giorni scorsi una circolare con la quale richiama tutte le Regioni affinché «procedano con immediatezza a effettuare i richiami vaccinali in parallelo a tutte le categorie indicate, fermo restando il solo vincolo del rispetto dell'intervallo temporale di almeno sei mesi dal completamento del ciclo vaccinale primario». Insomma, il generale striglia i governatori dopo che questi sono stati spinti a far chiudere gli hub. E insistendo sull'«opportunità di un ricorso sempre più sistematico e strutturato alla medicina del territorio, con il coinvolgimento più ampio possibile dei pediatri di libera scelta, dei medici di medicina generale e dei farmacisti».
Intanto si prospetta l'ennesimo caos sul fronte della comunicazione. A chi verrà estesa la terza dose, dopo aver completato il richiamo alle categorie comprese nell'ultima circolare del ministero della Salute? E con quale tabella di marcia relativa alle fasce di età? «Gli under 60 mediamente si sono vaccinati intorno a maggio, quindi a fine anno saremo a sei mesi dalla seconda dose, per questo entro fine anno o di riffa o di raffa qualcuno dovrà dire qualcosa, altrimenti ci troveremo in un guaio», ha dichiarato ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia. Mentre per il collega pugliese, Michele Emiliano, «è giunto il momento di consentire liberamente la terza dose a tutti i cittadini, man mano che la scadenza avverrà, senza distinzioni di categoria».
Il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, ieri si è limitato a ribadire che ampliare la platea di popolazione «è una scelta che la politica fa in base a quelle che saranno le indicazioni scientifiche. Mi auguro che tutta la politica sia compatta sulle indicazioni della scienza. Stiamo già iniziando per i fragili e gli over 60, è ipotizzabile che entro l'anno ci sia un allargamento della platea, ma attendiamo le indicazioni». Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, ha invece richiesto che «dopo gli ottantenni, cioè quelli più fragili, siano ancora una volta gli insegnanti ad avere la priorità assoluta per la terza dose. Il generale Figliuolo me lo ha garantito». Oggi, intanto, si riunirà la Commissione tecnico consultiva dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) a cui il ministero della Salute ha chiesto un parere in seguito alla decisione della Fda americana, che ha dato il via libera al booster per il Johnson&Johnson, raccomandandolo a tutte le persone dai 18 anni in su che abbiano ricevuto la prima dose almeno due mesi fa autorizzando contestualmente l'uso per il richiamo di un vaccino diverso.
Quanto al primo giro di somministrazioni, ieri il commissario Figliuolo, nel messaggio inviato in occasione del Salone della giustizia, ha sottolineato che l'obiettivo è «sfondare la quota dell'86% e andare al 90%». Senza però specificare cosa succederà dopo l'aver raggiunto questa soglia. «Ancora oggi ci sono delle limitazioni e dobbiamo continuare con le precauzioni e i comportamenti virtuosi. Comportamenti che ci danno la garanzia di poter continuare ad andare verso una piena normalità in tutte le sue forme». Quando arriverà questa normalità non è dato sapere.
Non tutti gli esperti amano il booster. Rasi, Vaia e Galli chiedono prudenza
La questione della terza dose di vaccino anti Covid divide il mondo scientifico e tecnico politico, ma chi frena ricorda che la scienza è fatta di dati e non di proclami.
A pochi giorni dal via libera dell'Agenzia europea del farmaco (Ema) alla terza somministrazione del vaccino di Moderna per tutti gli over 18, gli entusiasti del richiamo (booster) si sono fatti avanti. Tra i primi a ritenere «verosimile per tutti» una terza inoculazione c'è Silvio Brusaferro, portavoce del Comitato tecnico scientifico (Cts). Meno cauto di qualche settimana fa, il direttore generale della prevenzione del ministero della Salute, Giovanni Rezza, secondo cui «si sta valutando se e quando dare una dose aggiuntiva alle persone più giovani». Favorevole anche per gli under 18 il coordinatore del Cts, Franco Locatelli per il quale «c'è la possibilità, che nel tempo considereremo, anche per i più giovani» il richiamo. A ruota si schierano a favore anche Pierpaolo Sileri e Andrea Costa, sottosegretari al ministero e Walter Ricciardi, consulente del ministro Speranza. Sostiene il richiamo «a tutti», come «un vero e proprio programma di sanità pubblica», Andrea Crisanti, professore di microbiologia dell'università di Padova.
Frenano invece sulla somministrazione all'intera popolazione delle terze dosi molti esperti, tra cui Guido Rasi, già direttore dell'Ema e ora consigliere del commissario per l'emergenza Francesco Figliuolo. «Non lasciamoci catturare da psicosi immotivate», afferma, intervistato dal Corriere della Sera. «I dati che stiamo accumulando sul campo ci diranno se il decadimento della risposta immunitaria coinvolge i cinquantenni e le classi d'età inferiori. Nessuno ci corre dietro. C'è tempo per verificare». Come spiega Rasi, la riduzione degli anticorpi, «non significa perdere le difese. Anche infettandoci, non rischiamo comunque di ammalarci delle forme severe di Covid-19 e di finire in ospedale. Il sistema immunitario è dotato di memoria, sa reagire di fronte all'attacco del Sars-CoV-2 e chiama a raccolta gli anticorpi».
Sulla stessa linea prudenziale è anche il direttore dell'Inmi Spallanzani di Roma, Francesco Vaia. «La terza dose», dice, «va bene per gli anziani, gli immunocompromessi, ma sarei cauto nell'ampliare, vediamo come va la curva». Invita ad andare «per priorità: prima over 60 e soggetti fragili», Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova. Su La 7 ieri ha affermato di non essere «così sicuro che un trentenne o quarantenne abbia bisogno di terza dose dopo sei mesi dalla seconda. Abbiamo dati che ci dicono che l'immunità sembra mantenersi per più tempo». Ancora più cauto il virologo Massimo Galli, direttore di malattie infettive dell'ospedale Sacco di Milano, che ritiene necessario, prima di ampliare la dose booster, «distinguere» anche a livello delle persone fragili perché «c'è una variabilità individuale molto marcata nella risposta». Osserva che mentre «si ipotizza che con il tempo verrà fatto» il booster «non c'è accordo tra gli scienziati sulla necessità di un richiamo per tutti», Antonella Viola, professoressa di Patologia generale dell'università di Padova. È quello che si registra anche in America. Come riporta il New York Times, diversi consiglieri del Centro per il controllo delle malattie (Cdc) e dell'Agenzia del farmaco (Fda) hanno spiegato che i dati dimostrano che, eccetto gli adulti con più di 65 anni, la grande maggioranza degli americani sono già ben protetti contro le forme gravi della malattia e non hanno bisogno della terza dose.
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Il richiamo viene dato per sicuro su tutta la popolazione da molti virologi nel silenzio del governo. Ma le Regioni, attraverso Massimiliano Fedriga, lanciano l'allarme: «Farmacie e medici non possono reggere 500.000 iniezioni al giorno». Mistero su tabella di marcia e obiettivi.Il consigliere di Francesco Figliuolo: «Nessuno ci corre dietro». Perplessità pure negli Usa.Lo speciale contiene due articoli.«Il sistema delle farmacie e dei medici di famiglia è pronto a farsi carico della somministrazione della terza dose solo se i numeri sono ben diluiti nel tempo e contenuti. Ma se dobbiamo continuare a fare grandi numeri in poco tempo come avvenuto finora, gli hub restano la soluzione migliore: vedo molto difficile che farmacie e medici possano reggere 500.000 somministrazioni al giorno». Lo ha detto ieri mattina a Radio24 il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, che è anche a capo della Conferenza delle Regioni. Mentre il governo ancora non si decide a confermare ufficialmente ciò che viene già definito «verosimile» da sottosegretari e virologi nei salotti tv o con interviste alla stampa - ovvero che si procederà a un terzo shot per la popolazione generale -, le Regioni realizzano che si presenterà un problema logistico non di poco conto. Eppure bastava leggere La Verità, che da mesi ha posto il tema sul tavolo: quelle per i fragili e per gli immunodepressi sono dosi meno complesse da somministrare, parliamo di soggetti che sono seguiti in maniera specifica da ospedali e medici di famiglia e che nel primo round della campagna vaccinale hanno ricevuto il vaccino in strutture diverse dagli hub. Ora, almeno in Lombardia, risulta che questi vadano negli hub rimasti aperti, come anche gli operatori sanitari, mentre per le Rsa si farà a domicilio. Il problema vero però arriverà se, e quando, andranno gestiti gli altri richiami «annuali» perché si stanno già smantellando molti grandi hub per farli tornare alla loro funzione originaria. Non solo. La somministrazione della terza dose dovrà essere messa a sistema con quella del vaccino antinfluenzale e si sommerà anche alla gestione delle vaccinazioni in età pediatrica, caricando le strutture di un compito extra. I medici di base, i pediatri e soprattutto le farmacie (alle prese con il caos dei tamponi) saranno in grado di sostenere il «secondo giro» per tutti? Domanda che abbiamo posto ripetutamente. Per la precisione da quando dovevano ancora arrivare indicazioni precise su fragili, anziani e operatori sanitari. «Di tempo per organizzarsi sul territorio a un nuovo round di somministrazioni a tappeto non ce n'è molto. Anche perché tra poco si dovrà fare a meno di molti hub vaccinali», scrivevamo lo scorso primo giugno. Facili profeti. Intanto, il commissario Francesco Paolo Figliuolo ha inviato nei giorni scorsi una circolare con la quale richiama tutte le Regioni affinché «procedano con immediatezza a effettuare i richiami vaccinali in parallelo a tutte le categorie indicate, fermo restando il solo vincolo del rispetto dell'intervallo temporale di almeno sei mesi dal completamento del ciclo vaccinale primario». Insomma, il generale striglia i governatori dopo che questi sono stati spinti a far chiudere gli hub. E insistendo sull'«opportunità di un ricorso sempre più sistematico e strutturato alla medicina del territorio, con il coinvolgimento più ampio possibile dei pediatri di libera scelta, dei medici di medicina generale e dei farmacisti». Intanto si prospetta l'ennesimo caos sul fronte della comunicazione. A chi verrà estesa la terza dose, dopo aver completato il richiamo alle categorie comprese nell'ultima circolare del ministero della Salute? E con quale tabella di marcia relativa alle fasce di età? «Gli under 60 mediamente si sono vaccinati intorno a maggio, quindi a fine anno saremo a sei mesi dalla seconda dose, per questo entro fine anno o di riffa o di raffa qualcuno dovrà dire qualcosa, altrimenti ci troveremo in un guaio», ha dichiarato ieri il presidente del Veneto, Luca Zaia. Mentre per il collega pugliese, Michele Emiliano, «è giunto il momento di consentire liberamente la terza dose a tutti i cittadini, man mano che la scadenza avverrà, senza distinzioni di categoria». Il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, ieri si è limitato a ribadire che ampliare la platea di popolazione «è una scelta che la politica fa in base a quelle che saranno le indicazioni scientifiche. Mi auguro che tutta la politica sia compatta sulle indicazioni della scienza. Stiamo già iniziando per i fragili e gli over 60, è ipotizzabile che entro l'anno ci sia un allargamento della platea, ma attendiamo le indicazioni». Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, ha invece richiesto che «dopo gli ottantenni, cioè quelli più fragili, siano ancora una volta gli insegnanti ad avere la priorità assoluta per la terza dose. Il generale Figliuolo me lo ha garantito». Oggi, intanto, si riunirà la Commissione tecnico consultiva dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) a cui il ministero della Salute ha chiesto un parere in seguito alla decisione della Fda americana, che ha dato il via libera al booster per il Johnson&Johnson, raccomandandolo a tutte le persone dai 18 anni in su che abbiano ricevuto la prima dose almeno due mesi fa autorizzando contestualmente l'uso per il richiamo di un vaccino diverso.Quanto al primo giro di somministrazioni, ieri il commissario Figliuolo, nel messaggio inviato in occasione del Salone della giustizia, ha sottolineato che l'obiettivo è «sfondare la quota dell'86% e andare al 90%». Senza però specificare cosa succederà dopo l'aver raggiunto questa soglia. «Ancora oggi ci sono delle limitazioni e dobbiamo continuare con le precauzioni e i comportamenti virtuosi. Comportamenti che ci danno la garanzia di poter continuare ad andare verso una piena normalità in tutte le sue forme». Quando arriverà questa normalità non è dato sapere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/terza-dose-senza-hub-fiasco-2655413459.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-tutti-gli-esperti-amano-il-booster-rasi-vaia-e-galli-chiedono-prudenza" data-post-id="2655413459" data-published-at="1635371318" data-use-pagination="False"> Non tutti gli esperti amano il booster. Rasi, Vaia e Galli chiedono prudenza La questione della terza dose di vaccino anti Covid divide il mondo scientifico e tecnico politico, ma chi frena ricorda che la scienza è fatta di dati e non di proclami. A pochi giorni dal via libera dell'Agenzia europea del farmaco (Ema) alla terza somministrazione del vaccino di Moderna per tutti gli over 18, gli entusiasti del richiamo (booster) si sono fatti avanti. Tra i primi a ritenere «verosimile per tutti» una terza inoculazione c'è Silvio Brusaferro, portavoce del Comitato tecnico scientifico (Cts). Meno cauto di qualche settimana fa, il direttore generale della prevenzione del ministero della Salute, Giovanni Rezza, secondo cui «si sta valutando se e quando dare una dose aggiuntiva alle persone più giovani». Favorevole anche per gli under 18 il coordinatore del Cts, Franco Locatelli per il quale «c'è la possibilità, che nel tempo considereremo, anche per i più giovani» il richiamo. A ruota si schierano a favore anche Pierpaolo Sileri e Andrea Costa, sottosegretari al ministero e Walter Ricciardi, consulente del ministro Speranza. Sostiene il richiamo «a tutti», come «un vero e proprio programma di sanità pubblica», Andrea Crisanti, professore di microbiologia dell'università di Padova. Frenano invece sulla somministrazione all'intera popolazione delle terze dosi molti esperti, tra cui Guido Rasi, già direttore dell'Ema e ora consigliere del commissario per l'emergenza Francesco Figliuolo. «Non lasciamoci catturare da psicosi immotivate», afferma, intervistato dal Corriere della Sera. «I dati che stiamo accumulando sul campo ci diranno se il decadimento della risposta immunitaria coinvolge i cinquantenni e le classi d'età inferiori. Nessuno ci corre dietro. C'è tempo per verificare». Come spiega Rasi, la riduzione degli anticorpi, «non significa perdere le difese. Anche infettandoci, non rischiamo comunque di ammalarci delle forme severe di Covid-19 e di finire in ospedale. Il sistema immunitario è dotato di memoria, sa reagire di fronte all'attacco del Sars-CoV-2 e chiama a raccolta gli anticorpi». Sulla stessa linea prudenziale è anche il direttore dell'Inmi Spallanzani di Roma, Francesco Vaia. «La terza dose», dice, «va bene per gli anziani, gli immunocompromessi, ma sarei cauto nell'ampliare, vediamo come va la curva». Invita ad andare «per priorità: prima over 60 e soggetti fragili», Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova. Su La 7 ieri ha affermato di non essere «così sicuro che un trentenne o quarantenne abbia bisogno di terza dose dopo sei mesi dalla seconda. Abbiamo dati che ci dicono che l'immunità sembra mantenersi per più tempo». Ancora più cauto il virologo Massimo Galli, direttore di malattie infettive dell'ospedale Sacco di Milano, che ritiene necessario, prima di ampliare la dose booster, «distinguere» anche a livello delle persone fragili perché «c'è una variabilità individuale molto marcata nella risposta». Osserva che mentre «si ipotizza che con il tempo verrà fatto» il booster «non c'è accordo tra gli scienziati sulla necessità di un richiamo per tutti», Antonella Viola, professoressa di Patologia generale dell'università di Padova. È quello che si registra anche in America. Come riporta il New York Times, diversi consiglieri del Centro per il controllo delle malattie (Cdc) e dell'Agenzia del farmaco (Fda) hanno spiegato che i dati dimostrano che, eccetto gli adulti con più di 65 anni, la grande maggioranza degli americani sono già ben protetti contro le forme gravi della malattia e non hanno bisogno della terza dose.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 giugno 2026. Il presidente della Commissione Attività Produttive, Alberto Gusmeroli, illustra le proposte della Lega per i contribuenti in difficoltà col fisco.
Un momento delle celebrazioni a Reggio Calabria (Arma dei Carabinieri)
Reggio Calabria ha ospitato per la prima volta le celebrazioni per il 212° anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri. Sul Lungomare Falcomatà, affacciato sullo Stretto di Messina, si è svolta la cerimonia alla presenza del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei ministri Guido Crosetto e Matteo Piantedosi, del Comandante Generale dell’Arma, generale Salvatore Luongo, e delle massime autorità civili, militari e religiose.
La ricorrenza cade il 5 giugno, giorno in cui nel 1920 la Bandiera dell’Arma fu insignita della prima Medaglia d’Oro al Valor Militare per il contributo dei Carabinieri nella Prima guerra mondiale. Quest’anno la celebrazione assume un significato particolare anche in vista dell’80° anniversario della Repubblica Italiana.
Tema dell’edizione 2026 è stato lo «sguardo» dei Carabinieri, inteso come attenzione costante verso le esigenze delle comunità e presenza quotidiana sul territorio.
La cerimonia si è aperta con il giuramento degli allievi del 144° corso, intitolato al carabiniere Lorenzo Gennari, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Nel suo intervento, il comandante della Scuola Allievi di Reggio Calabria, colonnello Enrico Pigozzo, ha ricordato ai giovani militari che «qui si entra per imparare, di qui si esce per servire».
Dopo il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è intervenuto il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha sottolineato il ruolo dei Carabinieri come simbolo della presenza dello Stato e punto di riferimento per i cittadini. Rivolgendosi agli allievi che hanno appena prestato giuramento, il ministro ha ricordato il valore del servizio e del sacrificio richiesti dalla professione militare.
Uno dei momenti centrali della cerimonia è stata la consegna della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Bandiera di Guerra dell’Arma per l’attività svolta dal Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, che quest’anno celebra il centenario della sua istituzione. L’onorificenza premia il contributo fornito nel contrasto allo sfruttamento del lavoro e alle organizzazioni criminali attive nel settore dell’immigrazione illegale.
Consegnate anche numerose ricompense individuali. Tra queste la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria al maresciallo Carlo Legrottaglie, ucciso durante un intervento a Francavilla Fontana il 12 giugno 2025, e la Medaglia d’Argento al Valor Militare al brigadiere Costanzo Giuseppe Garibaldi, che nello stesso episodio affrontò gli autori dell’agguato.
Riconoscimenti sono stati conferiti anche ai militari intervenuti nell’esplosione avvenuta a Roma il 4 luglio 2025 presso un distributore di carburante e ai carabinieri impegnati nella protezione dell’ambasciatore italiano a Damasco durante gli scontri armati dell’8 dicembre 2024.
Nel corso della manifestazione sono stati premiati inoltre gli atleti del Centro Sportivo Carabinieri protagonisti delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. La Croce d’Oro al Merito dell’Arma è stata conferita ad Armin Zöggeler e Federica Brignone, mentre diversi altri atleti hanno ricevuto avanzamenti straordinari per meriti eccezionali.
Consegnato infine il tradizionale «Premio Annuale» a sei comandanti di Stazione e di Nucleo Forestale distintisi per l’attività svolta a favore delle rispettive comunità.
La cerimonia si è conclusa con la sfilata dei reparti, dei mezzi dell’Arma e dei cavalli del Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari. Grande emozione anche per la dimostrazione operativa del GIS, che ha simulato un intervento di liberazione ostaggi a bordo di una nave mediante l’impiego di un elicottero AW139, e per l’aviolancio finale dei paracadutisti del 1° Reggimento Tuscania.
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