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2021-01-07
Le telefonate di Benetton jr sugli intrecci tra Pd e azienda
Alessandro Benetton (Ansa)
L'obiettivo è chiaro: assicurarsi la concessione. La chiacchierata telefonica intercettata nell'inchiesta partorita da quella sul crollo del Ponte Morandi è tra due pezzi da novanta: Alessandro Benetton, figlio di Luciano, e Gianni Mion, manager da sempre al servizio della famiglia, posizionato al timone di Edizione (società che controlla Atlantia) proprio dopo la tragedia di Genova. È il 24 gennaio 2020. Ed è Benetton a spiegare: «Bisogna tenere la barra, i livelli e le posizioni». «Esatto!», risponde Mion, che sembra avere le idee chiare sul futuro dell'impero: «Dobbiamo riportare le aziende in galleggiamento come stavano prima, dopodiché se c'è qualcuno che dice: “I Benetton devono andare a casa", vediamo quali sono i termini». Benetton sembra voler fare pulizia, per evitare ulteriori scossoni a causa dei coinvolgimenti giudiziari di Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Atlantia e di Autostrade per l'Italia.
Mion sembra d'accordo: «Stamattina ho fatto a pezzi Bertazzo (Carlo Bertazzo, in quel momento appena nominato amministratore delegato di Atlantia, ndr) e, come si chiama, Cerchiai (Gianni Cerchiai, presidente di Atlantia, ndr)». In una successiva telefonata, del 26 gennaio, Mion ribadisce il concetto con Erede: «Per me Cerchiai avrebbe dovuto dare le dimissioni 18 mesi fa e sta ancora lì a girare con i suoi amici massoni del cazzo». E se il direttore generale di Atlantia, Giancarlo Guenzi, che ad aprile 2020 è andato in pensione, viene definito «un minus habens», non è l'unico nelle telefonate a prendersi gli improperi. Mion: «C'hanno ancora quello stronzo di Delzio e tutta la sua corte». Mion sostiene pure che Delzio «sta sempre lì a difendere Castellucci e i suoi». «E mandatelo via però», intima Benetton. Francesco Delzio, editorialista di Avvenire, il quotidiano dei vescovi, dal 2012 a marzo 2020 è stato direttore delle relazioni esterne di Atlantia e di Aspi. Nel 2014 fu tra i fondatori di VeDrò, think tank con sconfinamenti nel lobbismo dell'ex premier Enrico Letta. Ovvero ai tempi in cui per i Benetton Berta filava senza intoppi. «Addirittura», incalza Mion, «c'è una certa dottoressa Giordani, che è stata sottosegretaria al ministero della Cultura... che racconta in giro che i Benetton sapevano sempre tutto e che Castellucci ha fatto sempre tutto quello che gli dicevano i Benetton». E mentre Benetton commenta con un «pazzesco», Mion arriva al punto: «E quindi dico... siccome tra l'altro non è assolutamente più spendibile alle relazioni istituzionali, cazzo... mandate a casa 'sta gente». Simonetta Giordani nel frattempo ha scelto Matteo Renzi e da lì, in quota Italia viva, è entrata nel cda di Alitalia. Ma per meglio ordinare le coincidenze è necessario un passaggio: è passata pure lei dal gruppo di Letta, l'uomo che nel 2013 ha firmato a Palazzo Chigi la modifica della concessione per Aspi. Poi il Bullo l'ha infilata nel Cda delle Ferrovie. E qualche anno dopo è tornata in Atlantia, per lasciare l'azienda a metà 2020. Cioè dopo la telefonata tra Benetton e Mion. Ma gli intrecci di coincidenze non sono finiti. Perché Letta, dopo Palazzo Chigi, è andato a fare il consigliere d'amministrazione di Abertis, poi acquisita da Atlantia. Lui, per evitare grane, si dimise dopo l'ingresso dei Benetton (anche se le trattative tra i due gruppi erano note da tempo). Ed è ancora una volta una coincidenza se a un certo punto della chiacchierata spunta fuori baffetto? Il riferimento viene fatto da Mion a telefono con Erede: «Supponendo che ci siano tre persone serie serie lì dentro tra cui D'Alema (fu il governo guidato da Massimo D'Alema a privatizzare le autostrade ndr)». Dalle intercettazioni, insomma, viene fuori l'intreccio storico tra Pd e uomini di Benetton. Resta da capire chi sono gli altri due. E Mion tira fuori un'altra dem: «Ieri la ministra (Paola De Micheli, ndr) è andata a vedere i lavori da duecento e fischia di milioni di euro che sta facendo Adr (Aeroporti di Roma), è un messaggio, no? Il Pd si barcamena fra questi scemi dei 5 Stelle. Il fatto che sia andata lì con te è significativo, non ti ha messo lo stigma del lazzarone». E se prima c'erano gli amici al governo, ora ci sono i nemici? Afferma ancora Mion: «È stata Cassa depositi e prestiti che ha insufflato tutti sti Cinque stelle per un anno e mezzo... per cacciarci a calci nel culo...». Poi, però, nonostante nelle chiacchierate si spari a zero su Castellucci, sempre troppo addentro alle società, nonostante abbia lasciato nel settembre 2019 (in una delle telefonate gli investigatori hanno sentito dire: «Lo trovo da tutte le parti»), nel dicembre 2019 (un mese prima delle telefonate di Mion) il ministro dello Sviluppo economico pentastellato Stefano Patuanelli, mentre attaccava Atlantia spa, come ha svelato La Verità, si incontrava proprio con Castellucci, accreditandolo come interlocutore. L'ennesima coincidenza.
Procede il progetto di Laghi: a Cdp la quota di Atlantia
Ieri Il Messaggero rilanciava l'idea di un cambio di passo nei rapporti tra Cdp e il gruppo Benetton. Attribuendo ai 5 stelle l'idea, l'articolo di Rosario Di Mito spiegava che la possibile uscite dall'impasse potrebbe essere puntare direttamente all'acquisto di Atlantia. O meglio della quota della società in pancia ai Benetton e quindi a Edizione srl. L'operazione sarebbe vittoriosa su due punti di vista. Ai Benetton andrebbe un bonifico cash di poco meno di 4 miliardi e Cdp, sul breve risparmierebbe. Si omette un dettaglio. Manleva e costi giudiziari riguardano Autostrade per l'Italia. Non Atlantia. Tanto meno Edizione. In pratica chi si piglia il controllo di Atlantia si prende nel lungo termine tutti i rischi. Attribuire il progetto ai 5 stelle è però un po' fuorviante. Al momento della nomina del nuovo presidente e ad di Edizione, La Verità ha spiegato il mandato di fondo di Enrico Laghi, fino a pochi giorni fa servitore dello Stato. Il suo compito sarebbe di ragionare fuori dagli schemi e invertire l'intera trattativa. «Invece di vendere solo Austostrade proverà a vendere allo Stato l'intero blocco. Cioè tutte le quote di Edizione in Atlantia. Si tratta di un 30% che vale sul mercato di Borsa circa 3,6 miliardi e con cui la famiglia di Ponzano Veneto gestisce non solo Aspi, ma anche Aeroporti di Roma (per il 96%), Pavimental, Telepass, Spea engineering e, al di fuori dei confini italiani, persino il 50% più uno di Abertis, la multinazionale spagnola che opera in 60 Paesi nel comparto delle infrastrutture delle telecomunicazioni», scriveva La Verità. Sarebbe un bel colpo per Laghi. Potrebbe comunicare che ai Benetton alla fine vanno meno soldi: 3,6 miliardi contro gli 8-9 potenziali per Aspi. Ma senza alcun rischio. Se i 5 stelle si sono convinti che questa sia la strada giusta dovranno poi dimostrarlo anche in Parlamento. La scelta ha in ogni caso senso. E varrebbe la pena capirla più nel dettaglio. Si aprirebbe solo una grande partita internazionale. Lo Stato italiano per tramite di Cdp entrerebbe in uno dei colossi transazionali a bandiera spagnola. Un incrocio non da poco che avrà bisogno dell'ok di Madrid. Che chiederanno in cambio?
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Dal think tank «VeDrò», caro all'ex premier Enrico Letta, all'attuale ministro Paola De Micheli. Una ex manager del gruppo piazzata da Matteo Renzi nel cda di Alitalia in quota Italia viva.Ieri Il Messaggero rilanciava l'idea di un cambio di passo nei rapporti tra Cdp e il gruppo Benetton: procede il progetto di Enrico Laghi.Lo speciale contiene due articoli.L'obiettivo è chiaro: assicurarsi la concessione. La chiacchierata telefonica intercettata nell'inchiesta partorita da quella sul crollo del Ponte Morandi è tra due pezzi da novanta: Alessandro Benetton, figlio di Luciano, e Gianni Mion, manager da sempre al servizio della famiglia, posizionato al timone di Edizione (società che controlla Atlantia) proprio dopo la tragedia di Genova. È il 24 gennaio 2020. Ed è Benetton a spiegare: «Bisogna tenere la barra, i livelli e le posizioni». «Esatto!», risponde Mion, che sembra avere le idee chiare sul futuro dell'impero: «Dobbiamo riportare le aziende in galleggiamento come stavano prima, dopodiché se c'è qualcuno che dice: “I Benetton devono andare a casa", vediamo quali sono i termini». Benetton sembra voler fare pulizia, per evitare ulteriori scossoni a causa dei coinvolgimenti giudiziari di Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Atlantia e di Autostrade per l'Italia.Mion sembra d'accordo: «Stamattina ho fatto a pezzi Bertazzo (Carlo Bertazzo, in quel momento appena nominato amministratore delegato di Atlantia, ndr) e, come si chiama, Cerchiai (Gianni Cerchiai, presidente di Atlantia, ndr)». In una successiva telefonata, del 26 gennaio, Mion ribadisce il concetto con Erede: «Per me Cerchiai avrebbe dovuto dare le dimissioni 18 mesi fa e sta ancora lì a girare con i suoi amici massoni del cazzo». E se il direttore generale di Atlantia, Giancarlo Guenzi, che ad aprile 2020 è andato in pensione, viene definito «un minus habens», non è l'unico nelle telefonate a prendersi gli improperi. Mion: «C'hanno ancora quello stronzo di Delzio e tutta la sua corte». Mion sostiene pure che Delzio «sta sempre lì a difendere Castellucci e i suoi». «E mandatelo via però», intima Benetton. Francesco Delzio, editorialista di Avvenire, il quotidiano dei vescovi, dal 2012 a marzo 2020 è stato direttore delle relazioni esterne di Atlantia e di Aspi. Nel 2014 fu tra i fondatori di VeDrò, think tank con sconfinamenti nel lobbismo dell'ex premier Enrico Letta. Ovvero ai tempi in cui per i Benetton Berta filava senza intoppi. «Addirittura», incalza Mion, «c'è una certa dottoressa Giordani, che è stata sottosegretaria al ministero della Cultura... che racconta in giro che i Benetton sapevano sempre tutto e che Castellucci ha fatto sempre tutto quello che gli dicevano i Benetton». E mentre Benetton commenta con un «pazzesco», Mion arriva al punto: «E quindi dico... siccome tra l'altro non è assolutamente più spendibile alle relazioni istituzionali, cazzo... mandate a casa 'sta gente». Simonetta Giordani nel frattempo ha scelto Matteo Renzi e da lì, in quota Italia viva, è entrata nel cda di Alitalia. Ma per meglio ordinare le coincidenze è necessario un passaggio: è passata pure lei dal gruppo di Letta, l'uomo che nel 2013 ha firmato a Palazzo Chigi la modifica della concessione per Aspi. Poi il Bullo l'ha infilata nel Cda delle Ferrovie. E qualche anno dopo è tornata in Atlantia, per lasciare l'azienda a metà 2020. Cioè dopo la telefonata tra Benetton e Mion. Ma gli intrecci di coincidenze non sono finiti. Perché Letta, dopo Palazzo Chigi, è andato a fare il consigliere d'amministrazione di Abertis, poi acquisita da Atlantia. Lui, per evitare grane, si dimise dopo l'ingresso dei Benetton (anche se le trattative tra i due gruppi erano note da tempo). Ed è ancora una volta una coincidenza se a un certo punto della chiacchierata spunta fuori baffetto? Il riferimento viene fatto da Mion a telefono con Erede: «Supponendo che ci siano tre persone serie serie lì dentro tra cui D'Alema (fu il governo guidato da Massimo D'Alema a privatizzare le autostrade ndr)». Dalle intercettazioni, insomma, viene fuori l'intreccio storico tra Pd e uomini di Benetton. Resta da capire chi sono gli altri due. E Mion tira fuori un'altra dem: «Ieri la ministra (Paola De Micheli, ndr) è andata a vedere i lavori da duecento e fischia di milioni di euro che sta facendo Adr (Aeroporti di Roma), è un messaggio, no? Il Pd si barcamena fra questi scemi dei 5 Stelle. Il fatto che sia andata lì con te è significativo, non ti ha messo lo stigma del lazzarone». E se prima c'erano gli amici al governo, ora ci sono i nemici? Afferma ancora Mion: «È stata Cassa depositi e prestiti che ha insufflato tutti sti Cinque stelle per un anno e mezzo... per cacciarci a calci nel culo...». Poi, però, nonostante nelle chiacchierate si spari a zero su Castellucci, sempre troppo addentro alle società, nonostante abbia lasciato nel settembre 2019 (in una delle telefonate gli investigatori hanno sentito dire: «Lo trovo da tutte le parti»), nel dicembre 2019 (un mese prima delle telefonate di Mion) il ministro dello Sviluppo economico pentastellato Stefano Patuanelli, mentre attaccava Atlantia spa, come ha svelato La Verità, si incontrava proprio con Castellucci, accreditandolo come interlocutore. 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Manleva e costi giudiziari riguardano Autostrade per l'Italia. Non Atlantia. Tanto meno Edizione. In pratica chi si piglia il controllo di Atlantia si prende nel lungo termine tutti i rischi. Attribuire il progetto ai 5 stelle è però un po' fuorviante. Al momento della nomina del nuovo presidente e ad di Edizione, La Verità ha spiegato il mandato di fondo di Enrico Laghi, fino a pochi giorni fa servitore dello Stato. Il suo compito sarebbe di ragionare fuori dagli schemi e invertire l'intera trattativa. «Invece di vendere solo Austostrade proverà a vendere allo Stato l'intero blocco. Cioè tutte le quote di Edizione in Atlantia. Si tratta di un 30% che vale sul mercato di Borsa circa 3,6 miliardi e con cui la famiglia di Ponzano Veneto gestisce non solo Aspi, ma anche Aeroporti di Roma (per il 96%), Pavimental, Telepass, Spea engineering e, al di fuori dei confini italiani, persino il 50% più uno di Abertis, la multinazionale spagnola che opera in 60 Paesi nel comparto delle infrastrutture delle telecomunicazioni», scriveva La Verità. Sarebbe un bel colpo per Laghi. Potrebbe comunicare che ai Benetton alla fine vanno meno soldi: 3,6 miliardi contro gli 8-9 potenziali per Aspi. Ma senza alcun rischio. Se i 5 stelle si sono convinti che questa sia la strada giusta dovranno poi dimostrarlo anche in Parlamento. La scelta ha in ogni caso senso. E varrebbe la pena capirla più nel dettaglio. Si aprirebbe solo una grande partita internazionale. Lo Stato italiano per tramite di Cdp entrerebbe in uno dei colossi transazionali a bandiera spagnola. Un incrocio non da poco che avrà bisogno dell'ok di Madrid. Che chiederanno in cambio?
Il condominio di Via Paruta 74 a Milano, dove è stato ritrovato il corpo della giovane Aurora Livoli (Getty Images)
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.
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Aurora Livoli, la giovane trovata morta in via Paruta a Milano il 30 dicembre 2025 (Ansa). Nel riquadro Emilio Gabriel Valdez Velazco, indagato per l’omicidio della diciannovenne
Questa la sua storia. Atterrato nel 2017 a Linate, nel 2019 diventa irregolare. Il prefetto di Milano emette nei suoi confronti il primo provvedimento di espulsione il 4 agosto e dopo due giorni il questore ordina l’accompagnamento coattivo alla frontiera. La storia poteva concludersi qui ma evidentemente il cinquantasettenne peruviano rientra in Italia perché nell’ottobre dello stesso anno commette la prima di una serie di violenze sessuali. Per quel crimine fu arrestato e condannato a nove anni, mai del tutto scontati.
Valdez Velazco che in questi nove anni intorno alla capitale lombarda ha cambiato diversi indirizzi e anche diversi nomi, (per un periodo si è fatto riconoscere come Emilio Gavriel Baldez, di un anno più giovane) ha anche altri precedenti: rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. Una risorsa imperdibile per il nostro tessuto sociale insomma. La rapina più recente risale al 30 dicembre 2025, le altre due violenze sessuali a luglio del 2024 e del 2025, il reato di immigrazione clandestina lo commette il 25 marzo 2024. Ma perché l’uomo continuava a girare impunito su suolo italiano?
Il peruviano come se nulla fosse, il 16 giugno del 2023 richiede via posta il rilascio del permesso di soggiorno in quanto fratello di una cittadina italiana. Il permesso gli viene negato dal questore di Milano per motivi di pericolosità sociale, con molta calma, sei mesi dopo: l’11 gennaio 2024. Dopo altri due mesi e mezzo (nel frattempo aveva commesso un altro stupro), viene arrestato perché era rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione della precedente espulsione. Pertanto, nei suoi confronti viene adottato un nuovo provvedimento di espulsione per motivi di pericolosità sociale. Cacciato di nuovo dal questore, però, questa volta non lascia il Paese per via dell’ennesimo cavillo burocratico.
Non si riesce a farlo imbarcare immediatamente perché il suo passaporto risulta banalmente scaduto. Le autorità, per evitare di lasciarlo a piede libero, ritengono di chiedere l’assegnazione di un posto al Cpr affinché fosse possibile ottenere il lasciapassare da parte dell’autorità consolare. Qui avviene un altro cortocircuito del nostro folle sistema giudiziario. Il posto, assegnato dalla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere presso il locale Centro di Milano-Corelli, è stato rifiutato per inidoneità alla vita in comunità. Ma non per la sua pericolosità, come ci si potrebbe aspettare, ma per un comune certificato medico. Velazco in quella circostanza dichiarò di avere una patologia urinaria. Ne segue un ordine a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, ma eccoci qui: l’uomo oggi risiede ancora in Italia. Vive a sbafo, in un appartamento a Cologno Monzese, mantenuto da una sua connazionale che fa la colf. Libero di girare per Milano e commettere crimini. Velazco agli inquirenti ha confermato di essere l’uomo nelle immagini della tentata rapina in metro a una studentessa, avvenuta appena un’ora prima delle immagini che lo ritraggono con Aurora la sera della sua morte. «Ero sotto l’effetto di stupefacenti», ha dichiarato di fronte al suo avvocato. Sul caso della diciannovenne ha chiesto invece di poter essere sentito giovedì. Per ora ci sono le immagini delle videocamere che lo ritraggono dietro di lei la notte che è stata strangolata a mani nude (come ricostruito dagli esperti). Ha scontato solo in parte una pena detentiva presso l’istituto penitenziario di Pavia per una violenza sessuale commessa nel 2019. Di certo c’è che Aurora Livoli è morta.
Viveva con i genitori adottivi a Monte San Biagio, in Provincia di Latina. Aveva solo 19 anni, una vita intera davanti, esaurita miseramente in un cortile di Milano.
Quello di Velazco non è il primo caso di irregolari criminali in Italia con decreto di espulsione. Lo denunciava già mesi fa Sara Kelany, deputato e responsabile nazionale del dipartimento Immigrazione di Fratelli d’Italia. «Da quando il governo ha deciso di aprire il Cpr di Gjader anche ai migranti già destinatari in Italia di un provvedimento di espulsione sono giunte alcune sentenze, dal sapore ancora una volta ideologico, che fino ad oggi hanno avuto l’effetto di rimettere a piede libero ben 14 soggetti pericolosi trattenuti nel centro in Albania in attesa di rimpatrio», denunciava già nel maggio 2025. «È bastato che questi signori presentassero una domanda d’asilo perché si trasformassero in rifugiati da tutelare, ignorando sia il fatto che la loro richiesta fosse stata dichiarata manifestamente infondata sia il loro curriculum criminale».
Kelany parla di «soggetti con condanne penali per reati gravissimi: furti, rapine, tentati omicidi, violenze sessuali, pedopornografia». Fatti gravissimi che costringono a domandarsi fino a che punto sono disposte rischiare le toghe politicizzate che da mesi su questi temi fanno la guerra al governo. Sperando che la risposta non sia altre rapine, altre violenze, altri femminicidi.
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Abbiamo lasciato la nostra eroina, Jean Batten, ormai famosissima. Vediamo il resto della sua fantastica vita.