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2020-06-03
Tasse green e centralismo: ma che Europa è?
Ursula von der Leyen (Ansa)
I Ricovery Fund europei, visti da vicino, sono una polpetta avvelenata che molti politici (per motivi elettorali), imprenditori (per esigenze pressanti di liquidità), e alcuni politici-imprenditori (per entrambe le ragioni) non vedono l'ora di addentare.
Ma anche a prescindere dalla loro legittimità (non prevista dal Trattato sul funzionamento della Ue) e dalla eventuale entrata in vigore (se supereranno il vaglio del Consiglio Europeo, sarà fra il 2022 e il 2024), l'incerta entità degli aiuti di cui l'Italia potrebbe beneficiare è sottoposta a condizioni semplicemente umilianti. Quale governo democratico e indipendente accetterebbe di sottomettere le proprie scelte a «piani di riforme coerenti con le priorità Ue»? E chiederebbe di ricevere sovvenzioni «collegate alla corretta attuazione delle politiche indicate in un progetto di piano di risanamento» superiore, da presentarsi entro una scadenza improrogabile e obbedienti a disposizioni tassative sui settori di intervento? I quali dovrebbero essere - pena il blocco dei finanziamenti - concentrati su «equità», «sostenibilità», «politiche digitali» e «green», con relativo «monitoraggio periodico dei conti»?
Soltanto una classe politica in preda a passività masochistica, eppure desiderosa di mantenere il controllo su un'Italia stremata dalla pandemia, spiata ormai anche nella vita privata, ingessata da una burocrazia onnipotente e dalla egemonia delle caste (prima fa tutte, quella della magistratura).
Ma c'è molto di peggio, se allarghiamo lo sguardo al di fuori dei confini della Repubblica. Approfittando della grave crisi economica e della mancanza - dopo l'addio della Gran Bretagna - di un contrappeso liberale al centralismo burocratico di Bruxelles, la Commissione ha calato l'asso: vuole raddoppiare il suo bilancio, già elefantiaco e sproporzionato, fonte di sprechi, privilegi e sottratto di fatto al controllo dei cittadini europei (l'Italia, tanto per gradire, dovrebbe versarvi senza tergiversare 56 miliardi). Grazie a questo fiume di denaro, la Commissione, come in una partita di giro, intende fungere da garante per gli eurobond che la Banca centrale europea immetterebbe sul mercato. Solo che, guarda caso, il loro credit risk sarebbe superiore a quello dei Bund tedeschi, che di conseguenza ne verrebbero rafforzati. Da un lato l'area del «Superbund» e dall'altra quella degli Eurobond (comunque vengano chiamati).
Non vi sembra abbastanza? E allora la Commissione dell'ineffabile Ursula von der Leyen ha pensato di raccogliere ulteriori risorse tassando i giganti americani del Web (aprendo una ulteriore frattura con gli Stati Uniti, con in prospettiva nuove ritorsioni sui dazi) e sul carbone (qui entrando in rotta di collisione con la Cina). Quanto agli Stati europei, dovrebbero cedere in silenzio ulteriore sovranità fiscale alla superstruttura tecnocratica centrale di Bruxelles.
Il tutto nella logica di un piano trentennale di sviluppo da far invidia a quelli staliniani. Con l'obiettivo della «neutralità climatica», a base di greenbond e fondi di investimento «verdi», dazi «climatici» sul cemento e sull'acciaio (cioè affossando definitivamente settori già boccheggianti), riducendo i crediti e azzerando gli aiuti per il trasporto aereo (già sull'orlo del fallimento) e istituendo tasse sul traffico autostradale (e qui gli italiani potrebbero ridere, dal momento che non avrebbero più lacrime da spendere).
Eppure non manca l'elogio del masochismo nostrano: qualcuno esulta, perché così l'Italietta, incapace di fare i compiti e provvedere a se stessa, avrebbe trovato finalmente il suo professore severo, capace di metterla in riga.
In un panorama simile, tramonta rapidamente anche la contrapposizione fra europeismo ideologico e sovranismo populista. Viene il tempo di opporre al dirigismo e all'opportunismo il progetto di una Unione europea pesante nei principi (difesa e sostegno alle democrazie, forte appoggio alla Nato e alla politica atlantica, libero mercato di merci e persone) e leggera in tutto il resto, con un bilancio non superiore a quello medio dei suoi membri e garanzia per gli Stati di piena indipendenza e responsabilità nelle scelte. Liberi anche di sbagliare, se questo è il prezzo della libertà.
Il Btp piace agli investitori stranieri. Smentito lo storytelling sul debito
Sorpresa: nel 2019 gli investitori stranieri sono tornati ad acquistare con forza i titoli di Stato italiani segnando il livello più alto dell'ultimo decennio. I numeri sullo shopping estero di titoli di stato nostrani dimostrano che, nonostante lo storytelling della politica, il nostro debito era appetibile già prima del Covid. L'aver collocare i Btp agli italiani insieme agli acquisti fatti dalla Bce potrebbe rendere ancor più appetibile il debito agli stranieri anche nel 2020.
Secondo i dati forniti da Bankitalia, l'anno scorso gli investitori non residenti hanno ripreso ad acquistare titoli di portafoglio italiani, per un valore storicamente elevato, pari a 118,1 miliardi. Gli investimenti in titoli pubblici hanno raggiunto gli 83,9 miliardi, più che compensando le vendite registrate nel 2018 e segnando appunto il top, in percentuale del Pil, dell'ultimo decennio. Le ragioni di questo ritorno, spiega via Nazionale, si rintracciano nelle «condizioni monetarie accomodanti nell'area dell'euro e nel raggiungimento di un accordo tra l'Italia e le autorità europee in tema di politica di bilancio». Allo stesso tempo, nel 2019, sono tornati a crescere anche gli investimenti di portafoglio degli italiani all'estero. I residenti hanno sviluppato acquisti pari a 67,4 miliardi, in deciso rialzo rispetto al 2018, soprattutto in ragione della diversificazione di portafoglio connessa con la riduzione dei rendimenti sui titoli italiani dalla metà dello scorso anno. In particolare hanno acquistato quote di fondi comuni esteri (per 39,3 miliardi, ascrivibili in larga parte alle famiglie) e strumenti di debito (per 30,7 miliardi), principalmente titoli pubblici.
Intanto, il Tesoro ha affidato ad un pool di banche composto da Bnp Paribas, Citigroup, Hsbc France, Mps Capital Services, NatWest e UniCredit il mandato per il collocamento sindacato di un nuovo Btp benchmark a 10 anni con scadenza 01/12/2030. La transazione, si legge in una nota, sarà effettuata nel prossimo futuro, in relazione alle condizioni di mercato. L'operazione, prosegue il comunicato, è «coerente con quanto contemplato nel recente aggiornamento delle linee guida per la gestione del debito pubblico 2020, le quali prevedono la possibilità di ricorrere al sindacato di collocamento per l'emissione di titoli con scadenza inferiore o uguale ai 10 anni. L'emissione del nuovo Btp a 7 anni prevista per il secondo trimestre - conclude il Tesoro - viene posticipata al terzo trimestre 2020 per tener conto dell'operazione annunciata».
Quanto alla Bce, in attesa del consiglio direttivo della Bce fissato per domani, Francoforte ieri ha pubblicato il bilancio dei primi due mesi del cosiddetto Pepp (Pandemic emergency purchase programme): la banca centrale guidata da Christine Lagarde ha acquistato titoli di stato italiani per 37,36 miliardi a cui si aggiungono gli acquisti per 2,85 miliardi effettuato tramite gli acquisti del Qe «ordinario». Nello stesso periodo di tempo sono stati acquistati tramite il Pepp 46,74 miliardi di Bund tedeschi. Alle spalle dell'Italia si è collocata la Francia con 23,57 miliardi e la Spagna con acquisti per 22,39 miliardi. Annunciato il 12 di marzo con una dotazione di 750 miliardi, il Pepp ha già portato ad acquisti per 234 miliardi e al ritmo attuale dovrebbe esaurire la sua potenza di fuoco entro l'autunno. Per questo motivo un rafforzamento della sua dotazione appare inevitabile e secondo le dichiarazioni delle ultime settimane di alcuni governatori questo potrebbe avvenire già nella riunione di domani. Le attese degli analisti vanno da un aumento minimo di 250 miliardi a un totale di 1000 miliardi fino a un massimo di 500 miliardi a un totale di 1250 miliardi.
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Approfittando della mancanza di un contrappeso liberale come la Gran Bretagna, la Commissione intende raddoppiare il suo bilancio: l'Italia dovrebbe versarvi 56 miliardi. E nel frattempo prepara altre stangate ispirate all'ideologia di Greta Thunberg.Il Btp piace agli investitori stranieri. Smentito lo storytelling sul debito. Nel 2019 è stato registrato il record decennale negli acquisti dei titoli di Stato italiani.Lo speciale comprende due articoli. I Ricovery Fund europei, visti da vicino, sono una polpetta avvelenata che molti politici (per motivi elettorali), imprenditori (per esigenze pressanti di liquidità), e alcuni politici-imprenditori (per entrambe le ragioni) non vedono l'ora di addentare.Ma anche a prescindere dalla loro legittimità (non prevista dal Trattato sul funzionamento della Ue) e dalla eventuale entrata in vigore (se supereranno il vaglio del Consiglio Europeo, sarà fra il 2022 e il 2024), l'incerta entità degli aiuti di cui l'Italia potrebbe beneficiare è sottoposta a condizioni semplicemente umilianti. Quale governo democratico e indipendente accetterebbe di sottomettere le proprie scelte a «piani di riforme coerenti con le priorità Ue»? E chiederebbe di ricevere sovvenzioni «collegate alla corretta attuazione delle politiche indicate in un progetto di piano di risanamento» superiore, da presentarsi entro una scadenza improrogabile e obbedienti a disposizioni tassative sui settori di intervento? I quali dovrebbero essere - pena il blocco dei finanziamenti - concentrati su «equità», «sostenibilità», «politiche digitali» e «green», con relativo «monitoraggio periodico dei conti»?Soltanto una classe politica in preda a passività masochistica, eppure desiderosa di mantenere il controllo su un'Italia stremata dalla pandemia, spiata ormai anche nella vita privata, ingessata da una burocrazia onnipotente e dalla egemonia delle caste (prima fa tutte, quella della magistratura).Ma c'è molto di peggio, se allarghiamo lo sguardo al di fuori dei confini della Repubblica. Approfittando della grave crisi economica e della mancanza - dopo l'addio della Gran Bretagna - di un contrappeso liberale al centralismo burocratico di Bruxelles, la Commissione ha calato l'asso: vuole raddoppiare il suo bilancio, già elefantiaco e sproporzionato, fonte di sprechi, privilegi e sottratto di fatto al controllo dei cittadini europei (l'Italia, tanto per gradire, dovrebbe versarvi senza tergiversare 56 miliardi). Grazie a questo fiume di denaro, la Commissione, come in una partita di giro, intende fungere da garante per gli eurobond che la Banca centrale europea immetterebbe sul mercato. Solo che, guarda caso, il loro credit risk sarebbe superiore a quello dei Bund tedeschi, che di conseguenza ne verrebbero rafforzati. Da un lato l'area del «Superbund» e dall'altra quella degli Eurobond (comunque vengano chiamati). Non vi sembra abbastanza? E allora la Commissione dell'ineffabile Ursula von der Leyen ha pensato di raccogliere ulteriori risorse tassando i giganti americani del Web (aprendo una ulteriore frattura con gli Stati Uniti, con in prospettiva nuove ritorsioni sui dazi) e sul carbone (qui entrando in rotta di collisione con la Cina). Quanto agli Stati europei, dovrebbero cedere in silenzio ulteriore sovranità fiscale alla superstruttura tecnocratica centrale di Bruxelles. Il tutto nella logica di un piano trentennale di sviluppo da far invidia a quelli staliniani. Con l'obiettivo della «neutralità climatica», a base di greenbond e fondi di investimento «verdi», dazi «climatici» sul cemento e sull'acciaio (cioè affossando definitivamente settori già boccheggianti), riducendo i crediti e azzerando gli aiuti per il trasporto aereo (già sull'orlo del fallimento) e istituendo tasse sul traffico autostradale (e qui gli italiani potrebbero ridere, dal momento che non avrebbero più lacrime da spendere).Eppure non manca l'elogio del masochismo nostrano: qualcuno esulta, perché così l'Italietta, incapace di fare i compiti e provvedere a se stessa, avrebbe trovato finalmente il suo professore severo, capace di metterla in riga. In un panorama simile, tramonta rapidamente anche la contrapposizione fra europeismo ideologico e sovranismo populista. Viene il tempo di opporre al dirigismo e all'opportunismo il progetto di una Unione europea pesante nei principi (difesa e sostegno alle democrazie, forte appoggio alla Nato e alla politica atlantica, libero mercato di merci e persone) e leggera in tutto il resto, con un bilancio non superiore a quello medio dei suoi membri e garanzia per gli Stati di piena indipendenza e responsabilità nelle scelte. Liberi anche di sbagliare, se questo è il prezzo della libertà.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tasse-green-e-centralismo-ma-che-europa-e-2646147680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-btp-piace-agli-investitori-stranieri-smentito-lo-storytelling-sul-debito" data-post-id="2646147680" data-published-at="1591123173" data-use-pagination="False"> Il Btp piace agli investitori stranieri. Smentito lo storytelling sul debito Sorpresa: nel 2019 gli investitori stranieri sono tornati ad acquistare con forza i titoli di Stato italiani segnando il livello più alto dell'ultimo decennio. I numeri sullo shopping estero di titoli di stato nostrani dimostrano che, nonostante lo storytelling della politica, il nostro debito era appetibile già prima del Covid. L'aver collocare i Btp agli italiani insieme agli acquisti fatti dalla Bce potrebbe rendere ancor più appetibile il debito agli stranieri anche nel 2020. Secondo i dati forniti da Bankitalia, l'anno scorso gli investitori non residenti hanno ripreso ad acquistare titoli di portafoglio italiani, per un valore storicamente elevato, pari a 118,1 miliardi. Gli investimenti in titoli pubblici hanno raggiunto gli 83,9 miliardi, più che compensando le vendite registrate nel 2018 e segnando appunto il top, in percentuale del Pil, dell'ultimo decennio. Le ragioni di questo ritorno, spiega via Nazionale, si rintracciano nelle «condizioni monetarie accomodanti nell'area dell'euro e nel raggiungimento di un accordo tra l'Italia e le autorità europee in tema di politica di bilancio». Allo stesso tempo, nel 2019, sono tornati a crescere anche gli investimenti di portafoglio degli italiani all'estero. I residenti hanno sviluppato acquisti pari a 67,4 miliardi, in deciso rialzo rispetto al 2018, soprattutto in ragione della diversificazione di portafoglio connessa con la riduzione dei rendimenti sui titoli italiani dalla metà dello scorso anno. In particolare hanno acquistato quote di fondi comuni esteri (per 39,3 miliardi, ascrivibili in larga parte alle famiglie) e strumenti di debito (per 30,7 miliardi), principalmente titoli pubblici. Intanto, il Tesoro ha affidato ad un pool di banche composto da Bnp Paribas, Citigroup, Hsbc France, Mps Capital Services, NatWest e UniCredit il mandato per il collocamento sindacato di un nuovo Btp benchmark a 10 anni con scadenza 01/12/2030. La transazione, si legge in una nota, sarà effettuata nel prossimo futuro, in relazione alle condizioni di mercato. L'operazione, prosegue il comunicato, è «coerente con quanto contemplato nel recente aggiornamento delle linee guida per la gestione del debito pubblico 2020, le quali prevedono la possibilità di ricorrere al sindacato di collocamento per l'emissione di titoli con scadenza inferiore o uguale ai 10 anni. L'emissione del nuovo Btp a 7 anni prevista per il secondo trimestre - conclude il Tesoro - viene posticipata al terzo trimestre 2020 per tener conto dell'operazione annunciata». Quanto alla Bce, in attesa del consiglio direttivo della Bce fissato per domani, Francoforte ieri ha pubblicato il bilancio dei primi due mesi del cosiddetto Pepp (Pandemic emergency purchase programme): la banca centrale guidata da Christine Lagarde ha acquistato titoli di stato italiani per 37,36 miliardi a cui si aggiungono gli acquisti per 2,85 miliardi effettuato tramite gli acquisti del Qe «ordinario». Nello stesso periodo di tempo sono stati acquistati tramite il Pepp 46,74 miliardi di Bund tedeschi. Alle spalle dell'Italia si è collocata la Francia con 23,57 miliardi e la Spagna con acquisti per 22,39 miliardi. Annunciato il 12 di marzo con una dotazione di 750 miliardi, il Pepp ha già portato ad acquisti per 234 miliardi e al ritmo attuale dovrebbe esaurire la sua potenza di fuoco entro l'autunno. Per questo motivo un rafforzamento della sua dotazione appare inevitabile e secondo le dichiarazioni delle ultime settimane di alcuni governatori questo potrebbe avvenire già nella riunione di domani. Le attese degli analisti vanno da un aumento minimo di 250 miliardi a un totale di 1000 miliardi fino a un massimo di 500 miliardi a un totale di 1250 miliardi.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.