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2020-06-03
Tasse green e centralismo: ma che Europa è?
Ursula von der Leyen (Ansa)
I Ricovery Fund europei, visti da vicino, sono una polpetta avvelenata che molti politici (per motivi elettorali), imprenditori (per esigenze pressanti di liquidità), e alcuni politici-imprenditori (per entrambe le ragioni) non vedono l'ora di addentare.
Ma anche a prescindere dalla loro legittimità (non prevista dal Trattato sul funzionamento della Ue) e dalla eventuale entrata in vigore (se supereranno il vaglio del Consiglio Europeo, sarà fra il 2022 e il 2024), l'incerta entità degli aiuti di cui l'Italia potrebbe beneficiare è sottoposta a condizioni semplicemente umilianti. Quale governo democratico e indipendente accetterebbe di sottomettere le proprie scelte a «piani di riforme coerenti con le priorità Ue»? E chiederebbe di ricevere sovvenzioni «collegate alla corretta attuazione delle politiche indicate in un progetto di piano di risanamento» superiore, da presentarsi entro una scadenza improrogabile e obbedienti a disposizioni tassative sui settori di intervento? I quali dovrebbero essere - pena il blocco dei finanziamenti - concentrati su «equità», «sostenibilità», «politiche digitali» e «green», con relativo «monitoraggio periodico dei conti»?
Soltanto una classe politica in preda a passività masochistica, eppure desiderosa di mantenere il controllo su un'Italia stremata dalla pandemia, spiata ormai anche nella vita privata, ingessata da una burocrazia onnipotente e dalla egemonia delle caste (prima fa tutte, quella della magistratura).
Ma c'è molto di peggio, se allarghiamo lo sguardo al di fuori dei confini della Repubblica. Approfittando della grave crisi economica e della mancanza - dopo l'addio della Gran Bretagna - di un contrappeso liberale al centralismo burocratico di Bruxelles, la Commissione ha calato l'asso: vuole raddoppiare il suo bilancio, già elefantiaco e sproporzionato, fonte di sprechi, privilegi e sottratto di fatto al controllo dei cittadini europei (l'Italia, tanto per gradire, dovrebbe versarvi senza tergiversare 56 miliardi). Grazie a questo fiume di denaro, la Commissione, come in una partita di giro, intende fungere da garante per gli eurobond che la Banca centrale europea immetterebbe sul mercato. Solo che, guarda caso, il loro credit risk sarebbe superiore a quello dei Bund tedeschi, che di conseguenza ne verrebbero rafforzati. Da un lato l'area del «Superbund» e dall'altra quella degli Eurobond (comunque vengano chiamati).
Non vi sembra abbastanza? E allora la Commissione dell'ineffabile Ursula von der Leyen ha pensato di raccogliere ulteriori risorse tassando i giganti americani del Web (aprendo una ulteriore frattura con gli Stati Uniti, con in prospettiva nuove ritorsioni sui dazi) e sul carbone (qui entrando in rotta di collisione con la Cina). Quanto agli Stati europei, dovrebbero cedere in silenzio ulteriore sovranità fiscale alla superstruttura tecnocratica centrale di Bruxelles.
Il tutto nella logica di un piano trentennale di sviluppo da far invidia a quelli staliniani. Con l'obiettivo della «neutralità climatica», a base di greenbond e fondi di investimento «verdi», dazi «climatici» sul cemento e sull'acciaio (cioè affossando definitivamente settori già boccheggianti), riducendo i crediti e azzerando gli aiuti per il trasporto aereo (già sull'orlo del fallimento) e istituendo tasse sul traffico autostradale (e qui gli italiani potrebbero ridere, dal momento che non avrebbero più lacrime da spendere).
Eppure non manca l'elogio del masochismo nostrano: qualcuno esulta, perché così l'Italietta, incapace di fare i compiti e provvedere a se stessa, avrebbe trovato finalmente il suo professore severo, capace di metterla in riga.
In un panorama simile, tramonta rapidamente anche la contrapposizione fra europeismo ideologico e sovranismo populista. Viene il tempo di opporre al dirigismo e all'opportunismo il progetto di una Unione europea pesante nei principi (difesa e sostegno alle democrazie, forte appoggio alla Nato e alla politica atlantica, libero mercato di merci e persone) e leggera in tutto il resto, con un bilancio non superiore a quello medio dei suoi membri e garanzia per gli Stati di piena indipendenza e responsabilità nelle scelte. Liberi anche di sbagliare, se questo è il prezzo della libertà.
Il Btp piace agli investitori stranieri. Smentito lo storytelling sul debito
Sorpresa: nel 2019 gli investitori stranieri sono tornati ad acquistare con forza i titoli di Stato italiani segnando il livello più alto dell'ultimo decennio. I numeri sullo shopping estero di titoli di stato nostrani dimostrano che, nonostante lo storytelling della politica, il nostro debito era appetibile già prima del Covid. L'aver collocare i Btp agli italiani insieme agli acquisti fatti dalla Bce potrebbe rendere ancor più appetibile il debito agli stranieri anche nel 2020.
Secondo i dati forniti da Bankitalia, l'anno scorso gli investitori non residenti hanno ripreso ad acquistare titoli di portafoglio italiani, per un valore storicamente elevato, pari a 118,1 miliardi. Gli investimenti in titoli pubblici hanno raggiunto gli 83,9 miliardi, più che compensando le vendite registrate nel 2018 e segnando appunto il top, in percentuale del Pil, dell'ultimo decennio. Le ragioni di questo ritorno, spiega via Nazionale, si rintracciano nelle «condizioni monetarie accomodanti nell'area dell'euro e nel raggiungimento di un accordo tra l'Italia e le autorità europee in tema di politica di bilancio». Allo stesso tempo, nel 2019, sono tornati a crescere anche gli investimenti di portafoglio degli italiani all'estero. I residenti hanno sviluppato acquisti pari a 67,4 miliardi, in deciso rialzo rispetto al 2018, soprattutto in ragione della diversificazione di portafoglio connessa con la riduzione dei rendimenti sui titoli italiani dalla metà dello scorso anno. In particolare hanno acquistato quote di fondi comuni esteri (per 39,3 miliardi, ascrivibili in larga parte alle famiglie) e strumenti di debito (per 30,7 miliardi), principalmente titoli pubblici.
Intanto, il Tesoro ha affidato ad un pool di banche composto da Bnp Paribas, Citigroup, Hsbc France, Mps Capital Services, NatWest e UniCredit il mandato per il collocamento sindacato di un nuovo Btp benchmark a 10 anni con scadenza 01/12/2030. La transazione, si legge in una nota, sarà effettuata nel prossimo futuro, in relazione alle condizioni di mercato. L'operazione, prosegue il comunicato, è «coerente con quanto contemplato nel recente aggiornamento delle linee guida per la gestione del debito pubblico 2020, le quali prevedono la possibilità di ricorrere al sindacato di collocamento per l'emissione di titoli con scadenza inferiore o uguale ai 10 anni. L'emissione del nuovo Btp a 7 anni prevista per il secondo trimestre - conclude il Tesoro - viene posticipata al terzo trimestre 2020 per tener conto dell'operazione annunciata».
Quanto alla Bce, in attesa del consiglio direttivo della Bce fissato per domani, Francoforte ieri ha pubblicato il bilancio dei primi due mesi del cosiddetto Pepp (Pandemic emergency purchase programme): la banca centrale guidata da Christine Lagarde ha acquistato titoli di stato italiani per 37,36 miliardi a cui si aggiungono gli acquisti per 2,85 miliardi effettuato tramite gli acquisti del Qe «ordinario». Nello stesso periodo di tempo sono stati acquistati tramite il Pepp 46,74 miliardi di Bund tedeschi. Alle spalle dell'Italia si è collocata la Francia con 23,57 miliardi e la Spagna con acquisti per 22,39 miliardi. Annunciato il 12 di marzo con una dotazione di 750 miliardi, il Pepp ha già portato ad acquisti per 234 miliardi e al ritmo attuale dovrebbe esaurire la sua potenza di fuoco entro l'autunno. Per questo motivo un rafforzamento della sua dotazione appare inevitabile e secondo le dichiarazioni delle ultime settimane di alcuni governatori questo potrebbe avvenire già nella riunione di domani. Le attese degli analisti vanno da un aumento minimo di 250 miliardi a un totale di 1000 miliardi fino a un massimo di 500 miliardi a un totale di 1250 miliardi.
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Approfittando della mancanza di un contrappeso liberale come la Gran Bretagna, la Commissione intende raddoppiare il suo bilancio: l'Italia dovrebbe versarvi 56 miliardi. E nel frattempo prepara altre stangate ispirate all'ideologia di Greta Thunberg.Il Btp piace agli investitori stranieri. Smentito lo storytelling sul debito. Nel 2019 è stato registrato il record decennale negli acquisti dei titoli di Stato italiani.Lo speciale comprende due articoli. I Ricovery Fund europei, visti da vicino, sono una polpetta avvelenata che molti politici (per motivi elettorali), imprenditori (per esigenze pressanti di liquidità), e alcuni politici-imprenditori (per entrambe le ragioni) non vedono l'ora di addentare.Ma anche a prescindere dalla loro legittimità (non prevista dal Trattato sul funzionamento della Ue) e dalla eventuale entrata in vigore (se supereranno il vaglio del Consiglio Europeo, sarà fra il 2022 e il 2024), l'incerta entità degli aiuti di cui l'Italia potrebbe beneficiare è sottoposta a condizioni semplicemente umilianti. Quale governo democratico e indipendente accetterebbe di sottomettere le proprie scelte a «piani di riforme coerenti con le priorità Ue»? E chiederebbe di ricevere sovvenzioni «collegate alla corretta attuazione delle politiche indicate in un progetto di piano di risanamento» superiore, da presentarsi entro una scadenza improrogabile e obbedienti a disposizioni tassative sui settori di intervento? I quali dovrebbero essere - pena il blocco dei finanziamenti - concentrati su «equità», «sostenibilità», «politiche digitali» e «green», con relativo «monitoraggio periodico dei conti»?Soltanto una classe politica in preda a passività masochistica, eppure desiderosa di mantenere il controllo su un'Italia stremata dalla pandemia, spiata ormai anche nella vita privata, ingessata da una burocrazia onnipotente e dalla egemonia delle caste (prima fa tutte, quella della magistratura).Ma c'è molto di peggio, se allarghiamo lo sguardo al di fuori dei confini della Repubblica. Approfittando della grave crisi economica e della mancanza - dopo l'addio della Gran Bretagna - di un contrappeso liberale al centralismo burocratico di Bruxelles, la Commissione ha calato l'asso: vuole raddoppiare il suo bilancio, già elefantiaco e sproporzionato, fonte di sprechi, privilegi e sottratto di fatto al controllo dei cittadini europei (l'Italia, tanto per gradire, dovrebbe versarvi senza tergiversare 56 miliardi). Grazie a questo fiume di denaro, la Commissione, come in una partita di giro, intende fungere da garante per gli eurobond che la Banca centrale europea immetterebbe sul mercato. Solo che, guarda caso, il loro credit risk sarebbe superiore a quello dei Bund tedeschi, che di conseguenza ne verrebbero rafforzati. Da un lato l'area del «Superbund» e dall'altra quella degli Eurobond (comunque vengano chiamati). Non vi sembra abbastanza? E allora la Commissione dell'ineffabile Ursula von der Leyen ha pensato di raccogliere ulteriori risorse tassando i giganti americani del Web (aprendo una ulteriore frattura con gli Stati Uniti, con in prospettiva nuove ritorsioni sui dazi) e sul carbone (qui entrando in rotta di collisione con la Cina). Quanto agli Stati europei, dovrebbero cedere in silenzio ulteriore sovranità fiscale alla superstruttura tecnocratica centrale di Bruxelles. Il tutto nella logica di un piano trentennale di sviluppo da far invidia a quelli staliniani. Con l'obiettivo della «neutralità climatica», a base di greenbond e fondi di investimento «verdi», dazi «climatici» sul cemento e sull'acciaio (cioè affossando definitivamente settori già boccheggianti), riducendo i crediti e azzerando gli aiuti per il trasporto aereo (già sull'orlo del fallimento) e istituendo tasse sul traffico autostradale (e qui gli italiani potrebbero ridere, dal momento che non avrebbero più lacrime da spendere).Eppure non manca l'elogio del masochismo nostrano: qualcuno esulta, perché così l'Italietta, incapace di fare i compiti e provvedere a se stessa, avrebbe trovato finalmente il suo professore severo, capace di metterla in riga. In un panorama simile, tramonta rapidamente anche la contrapposizione fra europeismo ideologico e sovranismo populista. Viene il tempo di opporre al dirigismo e all'opportunismo il progetto di una Unione europea pesante nei principi (difesa e sostegno alle democrazie, forte appoggio alla Nato e alla politica atlantica, libero mercato di merci e persone) e leggera in tutto il resto, con un bilancio non superiore a quello medio dei suoi membri e garanzia per gli Stati di piena indipendenza e responsabilità nelle scelte. Liberi anche di sbagliare, se questo è il prezzo della libertà.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tasse-green-e-centralismo-ma-che-europa-e-2646147680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-btp-piace-agli-investitori-stranieri-smentito-lo-storytelling-sul-debito" data-post-id="2646147680" data-published-at="1591123173" data-use-pagination="False"> Il Btp piace agli investitori stranieri. Smentito lo storytelling sul debito Sorpresa: nel 2019 gli investitori stranieri sono tornati ad acquistare con forza i titoli di Stato italiani segnando il livello più alto dell'ultimo decennio. I numeri sullo shopping estero di titoli di stato nostrani dimostrano che, nonostante lo storytelling della politica, il nostro debito era appetibile già prima del Covid. L'aver collocare i Btp agli italiani insieme agli acquisti fatti dalla Bce potrebbe rendere ancor più appetibile il debito agli stranieri anche nel 2020. Secondo i dati forniti da Bankitalia, l'anno scorso gli investitori non residenti hanno ripreso ad acquistare titoli di portafoglio italiani, per un valore storicamente elevato, pari a 118,1 miliardi. Gli investimenti in titoli pubblici hanno raggiunto gli 83,9 miliardi, più che compensando le vendite registrate nel 2018 e segnando appunto il top, in percentuale del Pil, dell'ultimo decennio. Le ragioni di questo ritorno, spiega via Nazionale, si rintracciano nelle «condizioni monetarie accomodanti nell'area dell'euro e nel raggiungimento di un accordo tra l'Italia e le autorità europee in tema di politica di bilancio». Allo stesso tempo, nel 2019, sono tornati a crescere anche gli investimenti di portafoglio degli italiani all'estero. I residenti hanno sviluppato acquisti pari a 67,4 miliardi, in deciso rialzo rispetto al 2018, soprattutto in ragione della diversificazione di portafoglio connessa con la riduzione dei rendimenti sui titoli italiani dalla metà dello scorso anno. In particolare hanno acquistato quote di fondi comuni esteri (per 39,3 miliardi, ascrivibili in larga parte alle famiglie) e strumenti di debito (per 30,7 miliardi), principalmente titoli pubblici. Intanto, il Tesoro ha affidato ad un pool di banche composto da Bnp Paribas, Citigroup, Hsbc France, Mps Capital Services, NatWest e UniCredit il mandato per il collocamento sindacato di un nuovo Btp benchmark a 10 anni con scadenza 01/12/2030. La transazione, si legge in una nota, sarà effettuata nel prossimo futuro, in relazione alle condizioni di mercato. L'operazione, prosegue il comunicato, è «coerente con quanto contemplato nel recente aggiornamento delle linee guida per la gestione del debito pubblico 2020, le quali prevedono la possibilità di ricorrere al sindacato di collocamento per l'emissione di titoli con scadenza inferiore o uguale ai 10 anni. L'emissione del nuovo Btp a 7 anni prevista per il secondo trimestre - conclude il Tesoro - viene posticipata al terzo trimestre 2020 per tener conto dell'operazione annunciata». Quanto alla Bce, in attesa del consiglio direttivo della Bce fissato per domani, Francoforte ieri ha pubblicato il bilancio dei primi due mesi del cosiddetto Pepp (Pandemic emergency purchase programme): la banca centrale guidata da Christine Lagarde ha acquistato titoli di stato italiani per 37,36 miliardi a cui si aggiungono gli acquisti per 2,85 miliardi effettuato tramite gli acquisti del Qe «ordinario». Nello stesso periodo di tempo sono stati acquistati tramite il Pepp 46,74 miliardi di Bund tedeschi. Alle spalle dell'Italia si è collocata la Francia con 23,57 miliardi e la Spagna con acquisti per 22,39 miliardi. Annunciato il 12 di marzo con una dotazione di 750 miliardi, il Pepp ha già portato ad acquisti per 234 miliardi e al ritmo attuale dovrebbe esaurire la sua potenza di fuoco entro l'autunno. Per questo motivo un rafforzamento della sua dotazione appare inevitabile e secondo le dichiarazioni delle ultime settimane di alcuni governatori questo potrebbe avvenire già nella riunione di domani. Le attese degli analisti vanno da un aumento minimo di 250 miliardi a un totale di 1000 miliardi fino a un massimo di 500 miliardi a un totale di 1250 miliardi.
Un braccio di mare lungo 50 chilometri e largo massimo 26, da cui transita quasi il 12% del commercio mondiale marittimo di petrolio. È un passaggio che, sulla direttrice che porta al canale di Suez e quindi al Mediterraneo, insiste sul Mar Rosso già presidiato dalle navi Usa e dalla missione europea Aspides. Le quali si sono rivelate insufficienti a neutralizzare le doti offensive del nemico: tra il 2024 e il 2025, gli Huthi hanno affondato quattro imbarcazioni; intanto, la coalizione occidentale ha speso oltre un miliardo di dollari in testate antimissile e antiaeree. Il giudizio di Reuters, che ne ha scritto pochi giorni fa, è stato definitivo: si parla di proteggere Hormuz, ma il «tentativo simile» nel Mar Rosso «alla fine è fallito».
La nuova escalation del conflitto in Medio Oriente ci espone, in quanto italiani ed europei, anche sul piano militare. Inutile nascondersi: quando l’Ue e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno risposto all’appello di Donald Trump per il Golfo proponendo di rafforzare Aspides, lo hanno fatto anche per trarsi d’impaccio dalla polveriera di Hormuz. Ma ora la stessa tensione potrebbe riproporsi a Bab el-Mandeb. E noi ci siamo dentro fino al collo.
«Gli Huthi non hanno la capacità per bloccare lo Stretto come hanno fatto gli iraniani», spiega alla Verità il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani. Tuttavia, segnala il generale Marco Bartolini, «un’operazione che si svolge in mare chiuso, lungo costa, dove ci si trova costantemente sotto tiro, presenta difficoltà molto maggiori rispetto a una in mare aperto». I ribelli hanno a disposizione sciami di droni e missili da crociera in abbondanza. La nostra incognita riguarda proprio gli approvvigionamenti. Per rispondere agli attacchi dovremmo utilizzare, continua Gaiani, «cannoni con munizionamento antidrone e missili da difesa aerea». Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, sottolinea che, contro i velivoli senza pilota, abbiamo già usato, «con grande soddisfazione, il cannone da 76 millimetri, reso ancor più efficace dal munizionamento guidato. Tant’è che Leonardo ne ha prodotto anche una versione terrestre», oltre a quella per le navi. Tuttavia, avverte Gaiani, «noi abbiamo un problema di quantità. Già l’anno scorso, gli americani hanno provato a colpire depositi e infrastrutture degli Huthi, a differenza degli europei, che si limitavano ad abbattere le minacce sul mare. Ma persino gli statunitensi hanno finito i missili antiaerei sulle navi e, nonostante i raid, non hanno distrutto i depositi sotterranei degli Huthi. Per riuscire nell’intento, bisognerebbe avere molte navi, con molti missili e con molti proiettili; cosa che nessuno, oggi, ha».
Prima che si aprissero le ostilità con Teheran, gli Usa erano riusciti a raggiungere un accordo con i ribelli: voi non provate a colpire i natanti, noi smettiamo di colpire voi. Il punto è che, alla luce delle permanenti insidie, alle quali le compagnie assicurative hanno peraltro risposto prontamente, sospendendo in vari casi le polizze, molti mercantili hanno già smesso di avventurarsi nel Mar Rosso, preferendo circumnavigare l’Africa. Aggirare il pericolo, però, comporta un aggravio di costi indipendente dall’effettivo blocco manu militari di Bab el-Mandem. La minaccia di chiudere lo Stretto è essa stessa la chiusura dello Stretto.
Il nostro Paese, protagonista di alcuni interventi a protezione delle imbarcazioni civili, ha contribuito ad Aspides con i pezzi d’élite della Marina, tra cui i cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio e Andrea Doria e le fregate Virginio Fasan e Federico Martinengo. Roma svolge un ruolo da protagonista: la guida della missione, il 2 luglio 2025, era stata trasferita dal contrammiraglio greco Michail Pantouvakis al contrammiraglio italiano Andrea Quondamatteo; il comando tattico, invece, è in capo a un gruppo composto da otto Paesi membri e, lo scorso 14 marzo, a bordo della frega italiana Luigi Rizzo, che fungerà da quartier generale, è stato affidato al contrammiraglio friulano Milos Argenton. Il 23 febbraio, cinque giorni prima che Trump iniziasse a bersagliare l’Iran, l’Ue aveva prorogato Aspides fino al 28 febbraio 2027, stanziando altri 15 milioni. Poi, è arrivata la promessa di potenziarla con più navi e migliori capacità d’intercettazione dei vettori nemici. Sarebbe più difficile adattarne il mandato giuridico: Bruxelles si vanta di aver varato un’operazione puramente difensiva, che in quanto tale, però, non può rendere gli Huthi inoffensivi. Adesso, oltre ad aver subìto una guerra che non voleva, l’Europa potrebbe essere anche costretta a combatterla.
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