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2020-06-03
Tasse green e centralismo: ma che Europa è?
Ursula von der Leyen (Ansa)
I Ricovery Fund europei, visti da vicino, sono una polpetta avvelenata che molti politici (per motivi elettorali), imprenditori (per esigenze pressanti di liquidità), e alcuni politici-imprenditori (per entrambe le ragioni) non vedono l'ora di addentare.
Ma anche a prescindere dalla loro legittimità (non prevista dal Trattato sul funzionamento della Ue) e dalla eventuale entrata in vigore (se supereranno il vaglio del Consiglio Europeo, sarà fra il 2022 e il 2024), l'incerta entità degli aiuti di cui l'Italia potrebbe beneficiare è sottoposta a condizioni semplicemente umilianti. Quale governo democratico e indipendente accetterebbe di sottomettere le proprie scelte a «piani di riforme coerenti con le priorità Ue»? E chiederebbe di ricevere sovvenzioni «collegate alla corretta attuazione delle politiche indicate in un progetto di piano di risanamento» superiore, da presentarsi entro una scadenza improrogabile e obbedienti a disposizioni tassative sui settori di intervento? I quali dovrebbero essere - pena il blocco dei finanziamenti - concentrati su «equità», «sostenibilità», «politiche digitali» e «green», con relativo «monitoraggio periodico dei conti»?
Soltanto una classe politica in preda a passività masochistica, eppure desiderosa di mantenere il controllo su un'Italia stremata dalla pandemia, spiata ormai anche nella vita privata, ingessata da una burocrazia onnipotente e dalla egemonia delle caste (prima fa tutte, quella della magistratura).
Ma c'è molto di peggio, se allarghiamo lo sguardo al di fuori dei confini della Repubblica. Approfittando della grave crisi economica e della mancanza - dopo l'addio della Gran Bretagna - di un contrappeso liberale al centralismo burocratico di Bruxelles, la Commissione ha calato l'asso: vuole raddoppiare il suo bilancio, già elefantiaco e sproporzionato, fonte di sprechi, privilegi e sottratto di fatto al controllo dei cittadini europei (l'Italia, tanto per gradire, dovrebbe versarvi senza tergiversare 56 miliardi). Grazie a questo fiume di denaro, la Commissione, come in una partita di giro, intende fungere da garante per gli eurobond che la Banca centrale europea immetterebbe sul mercato. Solo che, guarda caso, il loro credit risk sarebbe superiore a quello dei Bund tedeschi, che di conseguenza ne verrebbero rafforzati. Da un lato l'area del «Superbund» e dall'altra quella degli Eurobond (comunque vengano chiamati).
Non vi sembra abbastanza? E allora la Commissione dell'ineffabile Ursula von der Leyen ha pensato di raccogliere ulteriori risorse tassando i giganti americani del Web (aprendo una ulteriore frattura con gli Stati Uniti, con in prospettiva nuove ritorsioni sui dazi) e sul carbone (qui entrando in rotta di collisione con la Cina). Quanto agli Stati europei, dovrebbero cedere in silenzio ulteriore sovranità fiscale alla superstruttura tecnocratica centrale di Bruxelles.
Il tutto nella logica di un piano trentennale di sviluppo da far invidia a quelli staliniani. Con l'obiettivo della «neutralità climatica», a base di greenbond e fondi di investimento «verdi», dazi «climatici» sul cemento e sull'acciaio (cioè affossando definitivamente settori già boccheggianti), riducendo i crediti e azzerando gli aiuti per il trasporto aereo (già sull'orlo del fallimento) e istituendo tasse sul traffico autostradale (e qui gli italiani potrebbero ridere, dal momento che non avrebbero più lacrime da spendere).
Eppure non manca l'elogio del masochismo nostrano: qualcuno esulta, perché così l'Italietta, incapace di fare i compiti e provvedere a se stessa, avrebbe trovato finalmente il suo professore severo, capace di metterla in riga.
In un panorama simile, tramonta rapidamente anche la contrapposizione fra europeismo ideologico e sovranismo populista. Viene il tempo di opporre al dirigismo e all'opportunismo il progetto di una Unione europea pesante nei principi (difesa e sostegno alle democrazie, forte appoggio alla Nato e alla politica atlantica, libero mercato di merci e persone) e leggera in tutto il resto, con un bilancio non superiore a quello medio dei suoi membri e garanzia per gli Stati di piena indipendenza e responsabilità nelle scelte. Liberi anche di sbagliare, se questo è il prezzo della libertà.
Il Btp piace agli investitori stranieri. Smentito lo storytelling sul debito
Sorpresa: nel 2019 gli investitori stranieri sono tornati ad acquistare con forza i titoli di Stato italiani segnando il livello più alto dell'ultimo decennio. I numeri sullo shopping estero di titoli di stato nostrani dimostrano che, nonostante lo storytelling della politica, il nostro debito era appetibile già prima del Covid. L'aver collocare i Btp agli italiani insieme agli acquisti fatti dalla Bce potrebbe rendere ancor più appetibile il debito agli stranieri anche nel 2020.
Secondo i dati forniti da Bankitalia, l'anno scorso gli investitori non residenti hanno ripreso ad acquistare titoli di portafoglio italiani, per un valore storicamente elevato, pari a 118,1 miliardi. Gli investimenti in titoli pubblici hanno raggiunto gli 83,9 miliardi, più che compensando le vendite registrate nel 2018 e segnando appunto il top, in percentuale del Pil, dell'ultimo decennio. Le ragioni di questo ritorno, spiega via Nazionale, si rintracciano nelle «condizioni monetarie accomodanti nell'area dell'euro e nel raggiungimento di un accordo tra l'Italia e le autorità europee in tema di politica di bilancio». Allo stesso tempo, nel 2019, sono tornati a crescere anche gli investimenti di portafoglio degli italiani all'estero. I residenti hanno sviluppato acquisti pari a 67,4 miliardi, in deciso rialzo rispetto al 2018, soprattutto in ragione della diversificazione di portafoglio connessa con la riduzione dei rendimenti sui titoli italiani dalla metà dello scorso anno. In particolare hanno acquistato quote di fondi comuni esteri (per 39,3 miliardi, ascrivibili in larga parte alle famiglie) e strumenti di debito (per 30,7 miliardi), principalmente titoli pubblici.
Intanto, il Tesoro ha affidato ad un pool di banche composto da Bnp Paribas, Citigroup, Hsbc France, Mps Capital Services, NatWest e UniCredit il mandato per il collocamento sindacato di un nuovo Btp benchmark a 10 anni con scadenza 01/12/2030. La transazione, si legge in una nota, sarà effettuata nel prossimo futuro, in relazione alle condizioni di mercato. L'operazione, prosegue il comunicato, è «coerente con quanto contemplato nel recente aggiornamento delle linee guida per la gestione del debito pubblico 2020, le quali prevedono la possibilità di ricorrere al sindacato di collocamento per l'emissione di titoli con scadenza inferiore o uguale ai 10 anni. L'emissione del nuovo Btp a 7 anni prevista per il secondo trimestre - conclude il Tesoro - viene posticipata al terzo trimestre 2020 per tener conto dell'operazione annunciata».
Quanto alla Bce, in attesa del consiglio direttivo della Bce fissato per domani, Francoforte ieri ha pubblicato il bilancio dei primi due mesi del cosiddetto Pepp (Pandemic emergency purchase programme): la banca centrale guidata da Christine Lagarde ha acquistato titoli di stato italiani per 37,36 miliardi a cui si aggiungono gli acquisti per 2,85 miliardi effettuato tramite gli acquisti del Qe «ordinario». Nello stesso periodo di tempo sono stati acquistati tramite il Pepp 46,74 miliardi di Bund tedeschi. Alle spalle dell'Italia si è collocata la Francia con 23,57 miliardi e la Spagna con acquisti per 22,39 miliardi. Annunciato il 12 di marzo con una dotazione di 750 miliardi, il Pepp ha già portato ad acquisti per 234 miliardi e al ritmo attuale dovrebbe esaurire la sua potenza di fuoco entro l'autunno. Per questo motivo un rafforzamento della sua dotazione appare inevitabile e secondo le dichiarazioni delle ultime settimane di alcuni governatori questo potrebbe avvenire già nella riunione di domani. Le attese degli analisti vanno da un aumento minimo di 250 miliardi a un totale di 1000 miliardi fino a un massimo di 500 miliardi a un totale di 1250 miliardi.
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Approfittando della mancanza di un contrappeso liberale come la Gran Bretagna, la Commissione intende raddoppiare il suo bilancio: l'Italia dovrebbe versarvi 56 miliardi. E nel frattempo prepara altre stangate ispirate all'ideologia di Greta Thunberg.Il Btp piace agli investitori stranieri. Smentito lo storytelling sul debito. Nel 2019 è stato registrato il record decennale negli acquisti dei titoli di Stato italiani.Lo speciale comprende due articoli. I Ricovery Fund europei, visti da vicino, sono una polpetta avvelenata che molti politici (per motivi elettorali), imprenditori (per esigenze pressanti di liquidità), e alcuni politici-imprenditori (per entrambe le ragioni) non vedono l'ora di addentare.Ma anche a prescindere dalla loro legittimità (non prevista dal Trattato sul funzionamento della Ue) e dalla eventuale entrata in vigore (se supereranno il vaglio del Consiglio Europeo, sarà fra il 2022 e il 2024), l'incerta entità degli aiuti di cui l'Italia potrebbe beneficiare è sottoposta a condizioni semplicemente umilianti. Quale governo democratico e indipendente accetterebbe di sottomettere le proprie scelte a «piani di riforme coerenti con le priorità Ue»? E chiederebbe di ricevere sovvenzioni «collegate alla corretta attuazione delle politiche indicate in un progetto di piano di risanamento» superiore, da presentarsi entro una scadenza improrogabile e obbedienti a disposizioni tassative sui settori di intervento? I quali dovrebbero essere - pena il blocco dei finanziamenti - concentrati su «equità», «sostenibilità», «politiche digitali» e «green», con relativo «monitoraggio periodico dei conti»?Soltanto una classe politica in preda a passività masochistica, eppure desiderosa di mantenere il controllo su un'Italia stremata dalla pandemia, spiata ormai anche nella vita privata, ingessata da una burocrazia onnipotente e dalla egemonia delle caste (prima fa tutte, quella della magistratura).Ma c'è molto di peggio, se allarghiamo lo sguardo al di fuori dei confini della Repubblica. Approfittando della grave crisi economica e della mancanza - dopo l'addio della Gran Bretagna - di un contrappeso liberale al centralismo burocratico di Bruxelles, la Commissione ha calato l'asso: vuole raddoppiare il suo bilancio, già elefantiaco e sproporzionato, fonte di sprechi, privilegi e sottratto di fatto al controllo dei cittadini europei (l'Italia, tanto per gradire, dovrebbe versarvi senza tergiversare 56 miliardi). Grazie a questo fiume di denaro, la Commissione, come in una partita di giro, intende fungere da garante per gli eurobond che la Banca centrale europea immetterebbe sul mercato. Solo che, guarda caso, il loro credit risk sarebbe superiore a quello dei Bund tedeschi, che di conseguenza ne verrebbero rafforzati. Da un lato l'area del «Superbund» e dall'altra quella degli Eurobond (comunque vengano chiamati). Non vi sembra abbastanza? E allora la Commissione dell'ineffabile Ursula von der Leyen ha pensato di raccogliere ulteriori risorse tassando i giganti americani del Web (aprendo una ulteriore frattura con gli Stati Uniti, con in prospettiva nuove ritorsioni sui dazi) e sul carbone (qui entrando in rotta di collisione con la Cina). Quanto agli Stati europei, dovrebbero cedere in silenzio ulteriore sovranità fiscale alla superstruttura tecnocratica centrale di Bruxelles. Il tutto nella logica di un piano trentennale di sviluppo da far invidia a quelli staliniani. Con l'obiettivo della «neutralità climatica», a base di greenbond e fondi di investimento «verdi», dazi «climatici» sul cemento e sull'acciaio (cioè affossando definitivamente settori già boccheggianti), riducendo i crediti e azzerando gli aiuti per il trasporto aereo (già sull'orlo del fallimento) e istituendo tasse sul traffico autostradale (e qui gli italiani potrebbero ridere, dal momento che non avrebbero più lacrime da spendere).Eppure non manca l'elogio del masochismo nostrano: qualcuno esulta, perché così l'Italietta, incapace di fare i compiti e provvedere a se stessa, avrebbe trovato finalmente il suo professore severo, capace di metterla in riga. In un panorama simile, tramonta rapidamente anche la contrapposizione fra europeismo ideologico e sovranismo populista. Viene il tempo di opporre al dirigismo e all'opportunismo il progetto di una Unione europea pesante nei principi (difesa e sostegno alle democrazie, forte appoggio alla Nato e alla politica atlantica, libero mercato di merci e persone) e leggera in tutto il resto, con un bilancio non superiore a quello medio dei suoi membri e garanzia per gli Stati di piena indipendenza e responsabilità nelle scelte. Liberi anche di sbagliare, se questo è il prezzo della libertà.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tasse-green-e-centralismo-ma-che-europa-e-2646147680.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-btp-piace-agli-investitori-stranieri-smentito-lo-storytelling-sul-debito" data-post-id="2646147680" data-published-at="1591123173" data-use-pagination="False"> Il Btp piace agli investitori stranieri. Smentito lo storytelling sul debito Sorpresa: nel 2019 gli investitori stranieri sono tornati ad acquistare con forza i titoli di Stato italiani segnando il livello più alto dell'ultimo decennio. I numeri sullo shopping estero di titoli di stato nostrani dimostrano che, nonostante lo storytelling della politica, il nostro debito era appetibile già prima del Covid. L'aver collocare i Btp agli italiani insieme agli acquisti fatti dalla Bce potrebbe rendere ancor più appetibile il debito agli stranieri anche nel 2020. Secondo i dati forniti da Bankitalia, l'anno scorso gli investitori non residenti hanno ripreso ad acquistare titoli di portafoglio italiani, per un valore storicamente elevato, pari a 118,1 miliardi. Gli investimenti in titoli pubblici hanno raggiunto gli 83,9 miliardi, più che compensando le vendite registrate nel 2018 e segnando appunto il top, in percentuale del Pil, dell'ultimo decennio. Le ragioni di questo ritorno, spiega via Nazionale, si rintracciano nelle «condizioni monetarie accomodanti nell'area dell'euro e nel raggiungimento di un accordo tra l'Italia e le autorità europee in tema di politica di bilancio». Allo stesso tempo, nel 2019, sono tornati a crescere anche gli investimenti di portafoglio degli italiani all'estero. I residenti hanno sviluppato acquisti pari a 67,4 miliardi, in deciso rialzo rispetto al 2018, soprattutto in ragione della diversificazione di portafoglio connessa con la riduzione dei rendimenti sui titoli italiani dalla metà dello scorso anno. In particolare hanno acquistato quote di fondi comuni esteri (per 39,3 miliardi, ascrivibili in larga parte alle famiglie) e strumenti di debito (per 30,7 miliardi), principalmente titoli pubblici. Intanto, il Tesoro ha affidato ad un pool di banche composto da Bnp Paribas, Citigroup, Hsbc France, Mps Capital Services, NatWest e UniCredit il mandato per il collocamento sindacato di un nuovo Btp benchmark a 10 anni con scadenza 01/12/2030. La transazione, si legge in una nota, sarà effettuata nel prossimo futuro, in relazione alle condizioni di mercato. L'operazione, prosegue il comunicato, è «coerente con quanto contemplato nel recente aggiornamento delle linee guida per la gestione del debito pubblico 2020, le quali prevedono la possibilità di ricorrere al sindacato di collocamento per l'emissione di titoli con scadenza inferiore o uguale ai 10 anni. L'emissione del nuovo Btp a 7 anni prevista per il secondo trimestre - conclude il Tesoro - viene posticipata al terzo trimestre 2020 per tener conto dell'operazione annunciata». Quanto alla Bce, in attesa del consiglio direttivo della Bce fissato per domani, Francoforte ieri ha pubblicato il bilancio dei primi due mesi del cosiddetto Pepp (Pandemic emergency purchase programme): la banca centrale guidata da Christine Lagarde ha acquistato titoli di stato italiani per 37,36 miliardi a cui si aggiungono gli acquisti per 2,85 miliardi effettuato tramite gli acquisti del Qe «ordinario». Nello stesso periodo di tempo sono stati acquistati tramite il Pepp 46,74 miliardi di Bund tedeschi. Alle spalle dell'Italia si è collocata la Francia con 23,57 miliardi e la Spagna con acquisti per 22,39 miliardi. Annunciato il 12 di marzo con una dotazione di 750 miliardi, il Pepp ha già portato ad acquisti per 234 miliardi e al ritmo attuale dovrebbe esaurire la sua potenza di fuoco entro l'autunno. Per questo motivo un rafforzamento della sua dotazione appare inevitabile e secondo le dichiarazioni delle ultime settimane di alcuni governatori questo potrebbe avvenire già nella riunione di domani. Le attese degli analisti vanno da un aumento minimo di 250 miliardi a un totale di 1000 miliardi fino a un massimo di 500 miliardi a un totale di 1250 miliardi.
Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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Cesare Parodi, presidente dell’Anm (Ansa)
Beata incoerenza. Come sappiamo, la vera, rilevantissima, posta in gioco nella contesa referendaria sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistratura giudicante e sulla modifica delle norme per la composizione del Csm, è il sorteggio dei membri togati di quest’ultimo, perché la riforma Nordio, se approvata, farebbe venir meno il, fino a oggi incontrastato, dominio delle correnti che consentono il controllo della magistratura e quindi della giustizia tutta da parte di precisi settori della politica.
Ma quello che probabilmente in molti non ricordano è che, mentre oggi l’Associazione nazionale magistrati è scatenata contro quel sorteggio, opponendovisi con le unghie e con i denti, ci fu un tempo nel quale buona parte era a favore. Lo rileva, su X, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione delle Camere penali italiane dal 2018 a 2023, noto per essere stato tra i difensori di Enzo Tortora e oggi sostenitore del Sì alla riforma. «Il 27 e 28 gennaio 2022», ci ricorda Caiazza, «l’Anm convocò un referendum tra gli iscritti sul metodo del sorteggio per i membri del Csm. Risultato: più o meno il 40% dei magistrati partecipanti al voto disse Sì al sorteggio; il quale oggi sarebbe, sempre secondo Anm, lo strumento del diavolo attraverso il quale, misteriosamente, accadrà che il giudice dipende dalla politica. Ripeto, 40% di Sì. Mi limito a parafrasare Marzullo: fatevi qualche domanda e datevi qualche risposta». In effetti, su 7.872 elettori espressero la loro preferenza 4.275 magistrati, con un’affluenza pari al 54,31%. Per il No al sorteggio ci furono 2.475 voti, mentre per il Sì le preferenze furono 1.787.
«Evidentemente nessuno meglio degli stessi magistrati comprende le ragioni per le quali la soluzione del sorteggio è apparsa necessaria», continua Caiazza, «sono i magistrati che meglio di chiunque altro conoscono le dinamiche distorte del potere correntizio sulle carriere e quindi sulla qualità della giurisdizione. Oggi parlare di sorteggio sembra una bestemmia, è un tema intoccabile; invece, come dimostrato dal referendum di Anm, appena quattro anni fa, la si pensava diversamente. Qui non è tanto il fatto di cambiare idea o meno, questo è un dato statistico, non il comportamento di una persona».
Un bel numero 1.787, soprattutto se si considera anche il periodo storico: eravamo in piena bufera Palamara. Come molti ricorderanno, Luca Palamara, oltre a essere stato membro del Csm, è stato il più giovane presidente dell’Anm (39 anni), dal maggio 2008 al marzo 2012 e dal 19 settembre 2020 è stato il primo presidente nella storia dell’Anm a esserne stato espulso. Nel 2021 scrisse insieme ad Alessandro Sallusti il libro Il Sistema sulle magagne del modello giudiziario italiano, che scatenò un clamore incredibile. «È curioso che proprio sulla scia del Sistema», ragiona Caiazzo, «l’Anm indisse quel referendum tra gli iscritti. Perché pose quel quesito? Forse perché se lo era posto come dubbio, come soluzione possibile e voleva sapere dai propri iscritti cosa ne pensassero».
Ma oggi hanno repentinamente cambiato idea. Il fronte del No, tra cui l’Anm appunto, si oppone alla nomina dei membri togati del Csm per estrazione a sorte, obiettando che in questo modo non si avrebbero garanzie sufficienti sulla loro idoneità al ruolo. Per il fronte del No la partecipazione al Csm non può essere scelta per sorteggio. Per far parte del Csm occorre necessariamente la benedizione delle correnti.
Eppure, le correnti sono da sempre una deriva che nel tempo ha tradito l’idea originaria di terzietà e, come dimostra quel referendum, anche nell’Anm lo sanno. Per questo il sorteggio dei componenti del Csm potrebbe rafforzare in modo significativo la terzietà nelle nomine più delicate, che oggi risultano spesso dall’equilibrio tra correnti e assumono inevitabilmente una connotazione politica. Solo così la dea della giustizia Temi (Themis), rappresentata con la bilancia (equità) e la spada (potere punitivo), potrà continuare a tenere sul volto la sua benda (imparzialità).
Riformisti, democratici e moderati. A sinistra c’è chi ha sempre detto Sì
C’è una sinistra che voterà sì al referendum sulla riforma della giustizia di fine marzo. Una minoranza, certo, ma che appare sempre meno silenziosa: soprattutto sempre più trasversale. Mentre il Partito democratico ufficiale resta schierato per il no, nelle ultime settimane - tra fine dicembre e inizio gennaio - si sta consolidando un fronte riformista che rivendica il diritto di giudicare la riforma nel merito, sottraendola alla logica del puro schieramento.
La segretaria Elly Schlein, che rischia di restare isolata, continua a evocare il rischio di una magistratura sottoposta al controllo dell’esecutivo. Ma è proprio su questo punto che si apre la faglia interna. Perché per una parte della sinistra la separazione delle carriere non rappresenta una minaccia all’indipendenza della magistratura, bensì uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice e la fiducia dei cittadini nel processo penale.
A rimettere ordine nel dibattito è stato, nelle ultime settimane, Stefano Ceccanti. Il costituzionalista ed ex deputato dem ha spiegato che «al referendum arriveranno dei sì anche da chi oggi sta con Schlein», rompendo l’idea di una disciplina di partito automatica su una materia che riguarda l’assetto costituzionale dello Stato. Per Ceccanti la separazione delle carriere è coerente con l’articolo 111 della Costituzione, quello che sancisce il giusto processo e la parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. E soprattutto - insiste - non implica alcuna subordinazione del pubblico ministero al potere politico: confondere i due piani significa alimentare un equivoco giuridico prima ancora che politico.
Il vero nodo, secondo Ceccanti, non è l’autonomia del pm, che resta garantita, ma il sistema di autogoverno e il peso delle correnti nel Csm, che hanno finito per politicizzare la magistratura dall’interno. Il referendum, in questa chiave, non è un voto pro o contro l’esecutivo di Giorgia Meloni, ma una scelta di merito su un’anomalia italiana che dura da decenni.
Una linea che trova sponda nell’area riformista del Pd. Claudio Petruccioli parla di una riforma «coerente con la cultura della sinistra», mentre Enrico Morando la definisce «un passaggio utile per superare un tabù politico». È la stessa area che guarda alla separazione delle carriere come al completamento di un processo penale realmente accusatorio.
Su questo terreno si muovono anche figure storiche del riformismo democratico, da Enzo Bianco a Cesare Salvi, fino a Giovanni Pellegrino, accomunate dall’idea che la terzietà del giudice sia un principio non negoziabile. Studiosi come Tommaso Nannicini condividono l’idea che la riforma non alteri gli equilibri costituzionali, ma intervenga su una commistione che indebolisce la percezione di imparzialità della giurisdizione. L’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera ha richiamato la necessità di rafforzare la terzietà del giudice come cardine dello Stato di diritto. Goffredo Bettini invita a valutare la riforma «senza riflessi identitari», richiamando la tradizione garantista della sinistra.
Sul versante opposto, l’ex ministro Clemente Mastella, pur schierandosi per il no, ha osservato che «mezzo Pd voterà sì». Una frase che restituisce meglio di molte analisi il clima che attraversa il centrosinistra: una linea ufficiale compatta, ma una base culturale divisa. Sul piano politico, il sì trova una sponda anche fuori dal Pd. Carlo Calenda ha confermato che Azione voterà a favore della separazione delle carriere, richiamando la necessità di ridurre il peso della politica nella magistratura e il ruolo delle correnti nel Csm.
Se poi si considera che Italia viva ha scelto di lasciare libertà di voto e che l’area radicale difficilmente potrebbe schierarsi contro una riforma che fu una storica battaglia di Marco Pannella, il quadro si completa.
In filigrana poi riemerge una storia più lunga. Quando Carlo Nordio era ancora magistrato a Venezia, scrisse nel 2008 con Giuliano Pisapia un libro, In attesa giustizia. Dialogo sulle riforme possibili. Lì si sosteneva che un giudice chiamato talvolta a giudicare e talvolta ad accusare rischia di apparire non imparziale, come un arbitro che cambia maglia. Pisapia oggi tace, ma «scripta manent».
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Al vicebrigadiere negate anche le attenuanti generiche. In sede penale, oltre ai 36 mesi di carcere per aver ucciso l’aggressore, gli è stato inflitto pure l’obbligo di risarcire 125.000 euro. Ma il processo civile potrebbe aumentare ancora la cifra fino a 1 milione.
La Verità apre una sottoscrizione in favore del militare ingiustamente condannato e offre a tutti i lettori la possibilità di far sentire la propria vicinanza concreta a Emanuele Marroccella.
Conto corrente intestato a Sei SpA
Iban: IT 60 R 02008 01628 000107393460
Causale: AIUTIAMO IL CARABINIERE
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Ieri, infatti, dalle Procure di competenza territoriale, è stato disposto e fissato per il 20 gennaio prossimo l’esame autoptico per il corpo di Emanuele Galeppini, è stata ordinata la riesumazione di Giovanni Tamburi e sono state bloccate le tumulazioni di Chiara Costanzo e di Achille Barosi che sarebbero dovute avvenire nei prossimi giorni.
Per poter attribuire le responsabilità che spettano ad ogni singolo attore di questa vicenda, costruita, pezzo per pezzo, tra omissioni, abusi e mancati controlli, è necessario chiarire esattamente come sono andate le cose e non accontentarsi di ricostruzioni ipotetiche che potrebbero alleggerire i giudizi. I dubbi più importanti sono emersi dal caso di Emanuele Galeppini, 16 anni, genovese, promessa del golf. Ai genitori chiamati in Svizzera dopo il rogo era stato comunicato che il ragazzo era stato riconosciuto, come tanti, grazie al test del Dna. Mamma e papà si aspettavano di dover piangere il loro bambino su resti irriconoscibili, mentre quando si sono visti riconsegnare il corpo sono rimasti senza parole: nessun segno di ustioni, nemmeno una bruciatura, la figura del giovane perfettamente integra, così come intatti erano il cellulare e il portafoglio.
Invano hanno posto domande su come fosse possibile, sempre invano hanno chiesto che venisse ordinata l’autopsia per conoscere la verità. Dalle autorità svizzere nessuna risposta. Ora la procura di Genova ha disposto l’esame, anzi gli esami: sul corpo di Emanuele verrà prima eseguita una Tac per verificare possibili lesioni da schiacciamento e poi l’autopsia vera e propria per capire cosa ha provocato il decesso.
Stessa linea anche per la procura di Bologna che ha deciso di far riesumare le spoglie di Giovanni Tamburi, 16 anni, bolognese, anche in questo caso la riesumazione è necessaria per eseguire le verifiche che in Svizzera non sono state fatte. Uno dei punti più importanti da stabilire per accertare le responsabilità è quale sia stata la dinamica esatta, non solo dell’incendio ma anche del tentativo di fuga dei ragazzi. E cosa lo abbia reso inutile. Delle 40 vittime, infatti, tre sono state trovate fuori dal locale mentre le altre 37 erano all’interno, la maggior parte sulle scale.
Proprio ieri, a tal proposito, anche dall’inchiesta svizzera è emerso un particolare importante: la porta di servizio della terrazza del locale era chiusa dall’interno e decine di corpi sono stati trovati dietro di essa, privi di sensi o ustionati. La certezza è arrivata durante il secondo interrogatorio di Jacques Moretti e Jessica Maric, i due gestori del locale indagati per incendio, lesioni e omicidio colposi e in carcere (lui) e ai domiciliari (lei) per evitare il pericolo di fuga. È stato lo stesso Jacques ad ammettere l’ennesima mancanza in termini di sicurezza all’interno del bar che, è bene sempre ricordarlo, si trovava in un seminterrato di un vecchio palazzo, era frequentato da giovanissimi, non aveva le licenze da discoteca, non era stato controllato per le norme antincendio negli ultimi cinque anni e aveva il soffitto completamente rivestito di materiale plastico altamente infiammabile.
Rispondendo alle domande degli inquirenti l’uomo ha raccontato di essere corso a Le Constellation la notte del rogo, di aver «raggiunto la porta di servizio dall’esterno» e di averla «trovata chiusa», senza sapere il perché. Nello stesso interrogatorio l’uomo ha ammesso anche di aver montato personalmente i pannelli di schiuma insonorizzante sul soffitto del seminterrato del locale, quella che ha preso fuoco a causa delle candele pirotecniche posizionate sulle bottiglie di champagne, dopo averla acquistata - attenzione all’ennesimo macabro dettaglio - a poco prezzo, nel noto negozio di bricolage per famiglie Hornbach. Altro che «tragedia inimmaginabile» come l’ha definita Jessica Maric, due giorni fa, piangendo davanti alle telecamere, appena uscita dalla procura di Lens, con il braccialetto elettronico ad attenderla a casa. Anche alla luce di queste ammissioni diventa impossibile pensare che i due gestori non si rendessero conto del pericolo che facevano correre ai loro clienti, da anni, ogni sera.
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