Lo ha veramente «detto la scienza»? Ma fateci il piacere. Le certezze propinate a tutte le ore dagli autoproclamatisi esperti di pandemia, se le sottoponiamo a un esame critico, si rivelano prive di autentico fondamento scientifico. Possiamo chiamarne a testimoni due filosofi autorevoli come Emanuele Severino e Giulio Giorello. E, in aggiunta, anche i numi tutelari del pensiero liberale Popper e Hayek. Visioni del mondo assai diverse, le loro, ma su un punto concordi: la scienza non è ciò che gli ideologi delle inoculazioni vogliono farci credere.
Se fossero in vita, anzitutto i quattro smentirebbero l’ideologia totalitaria e disinformante dietro la quale i conformisti di ogni colore si trincerano con sentenze del tipo: «lo ha detto la scienza», «bisogna ascoltare la scienza», «chi sceglie di non immunizzarsi va contro la scienza», e simili.
Il punto è che la scienza è una cosa diversa da quello che credono. Non è una fede, e tanto meno una clava da usare contro chi dissente. Al massimo, visto l’uso che se ne fa nei discorsi politici, potrebbe essere considerata un tranquillante destinato a chi ignora le fondamenta stesse della libera ricerca.
La quale, come sa bene chi pratica il principio liberale del «fallibilismo» propugnato da Hayek e Popper, poggia sul sistema del «trial and error», cioè procede per tentativi, attraverso modifiche e smentite. Di più: non vi è nulla di scientifico in una teoria, e tanto più in un sistema di cura, se esso non può essere «falsificato», cioè non è sottoponibile alla prova dei fatti. E i fatti, per natura, sfuggono alle definizioni assolute, e regolarmente inducono a prendere atto di ciò che contraddice le premesse (nel nostro caso le reazioni avverse ai vaccini, il grado e la durata della protezione, il metodo di classificazione dei casi e di elaborare le statistiche, le ipotesi sulla durata dell’infezione, le cause e lo sviluppo delle varianti, la validità delle cure alternative, gli effetti a lungo termine delle inoculazioni, eccetera). Senza contare il principio fisico di indeterminazione teorizzato da Heisenberg, secondo il quale il solo prendere in esame un oggetto finisce per modificarlo, e quindi la ricerca non può basarsi che su un calcolo teorico di probabilità.
Nel caso di Giulio Giorello, filosofo laico della scienza ed erede della cattedra di Ludovico Geymonat, ecco una definizione del metodo scientifico: «L’uomo formula delle idealizzazioni, quando compie il tentativo di interpretare e capire la natura». Sicché lo scienziato può procedere soltanto «eliminando gli accidenti, cioè gli impedimenti della materia»: in altre parole, costruisce una sua ipotesi che non è la realtà, ma qualcosa che lo aiuta a comprenderla, e soltanto fino a prova contraria.
Dunque, la ricerca scientifica sui vaccini - come è sotto gli occhi di tutti - è soggetta a continue correzioni e può proporre soltanto ipotesi, non certezze. Eliminare la discussione con lo slogan «lo dice la scienza» è la negazione della scienza stessa.
Quanto a Emanuele Severino, probabilmente il più famoso filosofo italiano del Novecento, la sua diagnosi è più vasta e radicale: «La tecnica della comunicazione scientifica», afferma, «finisce per trasmettere, innanzitutto, non questo o quel messaggio, ma la propria potenza di trasmetterli». Il che spiega a sufficienza come sia possibile che esperti di vario genere, rilanciati continuamente e acriticamente dai media, non ammettano repliche e ripetano all’infinito, a tutte le ore e in tutte le occasioni possibili, le loro sentenze, presentandole come distillati di verità.
I giudizi di questi filosofi dovrebbero essere sufficienti a mettere sull’avviso chi ignora la materia in discussione, e indurre gli ideologi della vaccinazione obbligatoria a riflettere prima di sparare «verità assolute e incontrovertibili». Il castello ideologico dei vaccinisti si fonda sulla sabbia, e la politica ne fa un uso del tutto strumentale. Uomo informato, allora, è già mezzo salvato.
Ovviamente nessuno, all'interno dell'Unione europea, ha intenzione di morire per Minsk. Ma la timida reazione del Consiglio all'ultimo dirottamento aereo messo in atto dal presidente dittatore Lukashenko - l'atterraggio forzato di un volo Ryanair e l'arresto di un giornalista d'opposizione con la sua compagna - ha messo in evidenza la debolezza intrinseca della politica estera di Bruxelles. E, soprattutto, una cronica impreparazione ad affrontare realtà che esulino dal suo controllo diretto.
A prima vista, i capi di governo europei riuniti in Consiglio il 24 maggio scorso a Bruxelles hanno dato prova di buona volontà, esprimendo una serie di «ferme condanne» sul caso di pirateria aerea messo in atto dal governo bielorusso, sulla repressione interna di qualsiasi forma d'opposizione e sulle intimidazioni ai giornalisti, proponendo di allargare progressivamente le sanzioni economiche ai danni di enti e politici del regime. Con l'aggiunta di un «invito» alle compagnie aeree europee perché evitino di attraversare lo spazio aereo di Minsk (oltre al bando negli aeroporti della compagnia di bandiera Belavia).
Ma il guaio è che queste misure potrebbero essere state previste, e addirittura auspicate, dal noto protettore di Lukashenko, Vladimir Putin.
Infatti il progressivo isolamento, e relativo indebolimento, della Bielorussia, la rende un allettante, e facile boccone per l'appetito espansionistico di Mosca. Dopo l'occupazione della Transnistria ai danni della Moldova, della Abkhazia e della Ossezia meridionale sottratte alla Georgia, per non parlare della Crimea e della creazione di Stati fantoccio a Luhansk e nel Donbas ucraino, l'annessione della Bielorussia rappresenterebbe un altro importante tassello del mosaico espansionistico di Putin. Il quale può tranquillamente far capire a tutti, e in particolare alla Polonia e agli Stati baltici, d'essere in grado di ignorare, ridicolizzandole, le chiacchiere della Ue, come del resto le sue sanzioni, volgendole addirittura a proprio vantaggio.
Lo prova il fatto che persino l'Ucraina, nemica giurata e in guerra con Mosca, non può permettersi di sanzionare il vicino bielorusso, dal quale dipende in maniera significativa per l'approvvigionamento energetico.
Intanto, mentre Bruxelles, anche per non dispiacere a Biden, mostra formalmente la sua indignazione, all'interno della Bielorussia Lukashenko continua a incarcerare senza freni gli oppositori, e a gelare gli ardori dell'opinione pubblica democratica semplicemente ricordandole l'esistenza nel Paese della pena di morte. La Chiesa ortodossa ufficiale non crea problemi: dipende da Mosca e il nuovo primate Valentin è stato scelto proprio perché completamente allineato al regime. In queste condizioni, la persecuzione contro i cattolici (circa il 20 per cento della popolazione) e i meno numerosi greco-cattolici, ha potuto dispiegarsi senza freni. Così facendo, è vero, il regime crea eroi in odore di martirio (a cominciare dal prete cattolico Viceslau Barok, incarcerato più volte, e dal greco-cattolico Vitalij Bystrov, che ha seguito la stessa sorte). Ma, allo stesso tempo, ha incrementato la politica di snazionalizzazione, proibendo l'uso della lingua bielorussa, e arrivando a bandire il canto liturgico Al Dio Onnipotente, perché il testo è nell'idioma vietato.
Una simile politica repressiva scivola, di quando in quando, addirittura nel grottesco, come nel caso già citato di Barok. (Il sacerdote è stato condannato per aver pubblicato sui social un'immagine polemica del famoso artista Vladimir Tsezlar, che aveva aggiunto una svastica all'emblema della vecchia Bielorussia sovietica per denunciare le squadre punitive di Lukashenko. Rovesciando in maniera beffarda il significato di quell'immagine, i giudici hanno condannato e imprigionato Barok per «apologia del nazismo»).
Ma che importanza può avere la resistenza del clero, quando i servizi segreti bielorussi hanno piena libertà d'azione e disinformazione, secondo i vecchi dettami sovietici? Sull'aereo dirottato da cui sono stati prelevati con la forza il giornalista Roman Protasevich e Sofia Sapega viaggiavano agenti di Minsk, come si è accertato dall'elenco dei passeggeri dopo il rilascio dell'aereo. E la stessa opposizione che ha trovato il suo simbolo in Svjatlana Cichanouskaja riparata in Lituania, secondo molti è infiltrata da agenti del Kgb.
In un clima così avvelenato, la politica estera della Ue avrebbe bisogno di una strategia ampia e coordinata per essere credibile. Dirigendo anzitutto le sue sanzioni contro il vero burattinaio di Lukashenko, che siede al Cremlino.
Ma il vero dilemma, per la Ue, riguarda la strategia da adottare per evitare di servire su un vassoio la Bielorussia a Mosca. Rinunciare alle sanzioni contro Minsk, di per sé, sarebbe un errore: queste andrebbero semmai allargate al sistema di amministrazione fiscale di Lukashenko, la sua arma preferita di pressione economica sulla società. Semplificare le procedure per accogliere i rifugiati politici e dare risonanza alle loro denunce - cominciando dal capo dell'opposizione in esilio Zianon Pazniak - sarebbe un'altra mossa efficace. Coinvolgere la Nato nel controllo militare dell'area sarebbe utile a prevenire altri episodi di pirateria e sconfinamento. E si potrebbe concludere con la denuncia alla Corte internazionale di giustizia dell'Aia, dove un processo a Lukashenko ripercorrerebbe verosimilmente le tappe dell'altro, quello a Slobodan Miloševic, il presidente dittatore della Jugoslavia ideologicamente a lui più affine.
Ma per agire occorrerebbe, appunto, un'anima. Della quale la Ue, tutta presa dai suoi piani trentennali, dai suoi green pass e e dai suoi budget, resta drammaticamente priva.
Ho riletto, con divertimento un po' masochistico, il pamphlet che lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger ha dedicato tempo fa all'Unione europea. Ne Il mostro buono di Bruxelles (Einaudi) sono elencate le assurdità «mostruosamente buone» della Ue. La quale - rileva l'autore - vuole proteggerci da tutte le cattive abitudini che siamo abituati a considerare diritti naturali e libertà personali: fumiamo, mangiamo grassi e zucchero in eccesso, appendiamo crocifissi nelle aule, facciamo incetta di lampadine illegali, asciughiamo la biancheria all'aperto, e via disobbedendo. (Oggi - lui allora non poteva immaginarselo - dovremmo aggiungere la resistenza all'uso della mascherina, oscuramente assimilata da molti al velo della sottomissione islamica).
Tuttavia, non bisogna lasciarsi ingannare dagli aspetti folcloristici e persino umoristici, sul tipo delle misure prescritte da Bruxelles per i cetrioli e i water domestici. Ciò che oggi appare ingigantito è il meccanismo autoreferenziale in sé della Ue, il suo inarrestabile dilatarsi fuori controllo. Non è solo Palazzo Berlaymont - quartier generale della Commissione a Bruxelles - a sfidare ormai con i suoi 241.515 metri quadrati il record mondiale sinora ineguagliato della reggia di Ceaucescu a Bucarest. C'è anche il numero dei dipendenti dichiarati - 32.000, cioè circa il doppio di quelli stimati a suo tempo da Enzensberger. Ci sono i milioni spesi ogni anno per Europarltv, una rete televisiva su internet pagata dai cittadini europei senza che nessuno la guardi. Sono i sondaggi commissionati due volte l'anno dall'Eurobarometro, utili per sapere se i cittadini preferiscono il benessere alla povertà, un contratto di lavoro stabile alla cassa integrazione, energia pulita ai residui inquinanti, se li preoccupi la possibilità di un cambiamento climatico catastrofico, eccetera. (Naturalmente gli euroburocrati sanno che i grandi media si affretteranno a divulgare i risultati prefabbricati senza la possibilità, il tempo né il desiderio di verificarli).
Ci sono i progetti di politica agricola e regionale sbagliati o ridicoli, sul tipo degli incentivi alla semina di girasoli per produrre olio, fuori da qualsiasi convenienza economica. O, ancora, c'è l'incredibile «clausola di flessibilità» che consente alla Ue di ampliare le sue competenze al di fuori dei trattati. Per non parlare delle innumerevoli Agenzie, ciascuna dotata di capacità giuridica, comitati interni e servizi ausiliari. E ancora, i criteri di merito del personale, calcolati in proporzione alle appartenenze nazionali, secondo un manuale Cencelli su scala continentale.
Senza trascurare la Corte di giustizia europea, sempre più decisa a invadere il campo degli Stati nazionali. E naturalmente, madre di tutte le eurostrategie avvolgenti, c'è l'idea di aumentare sempre più il bilancio autonomo della Ue, in modo da garantire maggiore potere e assunzioni alla macchina centrale (il che viene attuato in maniera silenziosa, per esempio occultando il fatto che dietro i finanziamenti misericordiosi del Recovery fund si cela l'agognato raddoppio del budget, per il quale l'Italia dovrà sborsare 56 miliardi).
Se poi a qualcuno venisse in mente di sindacare la pletora di funzionari, dirigenti, assistenti e segretari attivi e a riposo fra Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo, avrebbe a che fare con l'Ffpe, cioè la Federazione della funzione pubblica europea, che ha il compito di difendere il buon nome e le rendite dei suoi innumerevoli rappresentati, sino all'ultimo centesimo, dalle volgari intrusioni «anti europee».
Dalle duecento inestricabili pagine del Trattato di Lisbona fino agli accordi riservati sui trasferimenti valutari interni all'Eurozona, il meccanismo della Ue obbedisce a due principi fondamentali: opacità delle procedure e allargamento delle competenze, che si traduce in più potere, più denaro e più organici. Tutto questo Enzensberger lo chiama «ingresso nell'era postdemocratica», intendendo con ciò la messa sotto tutela politica dei cittadini, l'abolizione della divisione democratica dei poteri, il via libera ai lobbisti di Bruxelles e naturalmente l'ideologia «europeista» che tutto copre e giustifica, come ai tempi dei Giacobini francesi, con la tutela dell'interesse generale superiore.
Per fortuna Enzensberger appartiene alla sinistra libertaria, altrimenti sarebbe già stato sepolto sotto le contumelie che si riservano alla destra populista e negazionista. Eppure l'unica ricetta che propone per la Ue - una radicale cura dimagrante che ne riduca l'obesità - dovrebbe essere accettata da chiunque non voglia essere «omologato». Perché l'unità è una cosa buona, ma la molteplicità e le libertà sono ancora migliori.





