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2025-07-17
Il bilancio monstre di Ursula spolpa agricoltura e Stati. Pure il Ppe si rivolta contro
Ursula von der Leyen
Ritardi, contestazioni, veti incrociati e caos: ha esordito sotto il segno dello psicodramma la presentazione del bilancio pluriennale Ue 2028-2034 che, anziché un «Big Beautiful Bill» sulla scia di Donald Trump, rischia di essere un «Big Ugly Bill». Il motivo è semplice: la proposta di riforma di budget elaborata da Ursula von der Leyen scontenta tutti e, nonostante necessiti dell’unanimità per essere approvata, non raccoglie neanche la metà dei consensi, né a livello parlamentare, né a livello di Consiglio Ue (ossia di governi nazionali) praticamente su nessuna delle voci in cui è articolata. Niente male per una che, soltanto pochi giorni fa, perorava la sua causa personale - il salvacondotto dalla mozione di censura per lo Pfizergate - evocando «unità e trasparenza».
La presentazione è infatti partita sotto i peggiori auspici dopo i numerosi rinvii sia della conferenza stampa sia dell’incontro del commissario al Bilancio Piotr Serafin con i membri della commissione omologa del Parlamento europeo. Mai una proposta dell’esecutivo Ue era stata avvolta da così tanto mistero. Pour cause: schermaglie diplomatiche a parte, è il bilancio in sé lo scoglio contro cui è praticamente certo che la barca di Ursula von der Leyen andrà a incagliarsi: la baronessa tedesca rischia di coronare il suo secondo mandato con un clamoroso fallimento, anche se per sapere come andrà a finire bisognerà aspettare fino a due anni prima che i negoziati si concludano.
Che la sfida della Von der Leyen sia tanto ambiziosa quanto velleitaria lo testimoniano le cifre: il quadro finanziario pluriennale (Mfp) proposto da Bruxelles dopo il 2027 ammonterà a poco meno di 2.000 miliardi di euro, ben al di sopra dell’attuale budget. Dove saranno recuperati questi fondi, ancora non è chiaro: certamente dall’introduzione di nuove tasse anche a livello nazionale, ma soltanto 13 Paesi membri, tra cui la Francia, sostengono l’aumento delle risorse proprie dell’Unione europea, mentre sono sette, capitanati da Olanda e Germania, i Paesi che si oppongono a un aumento; altrettanti gli incerti, tra i quali l’Italia.
La proposta di Von der Leyen e Serafin che ha fatto saltare sulla sedia gli eurodeputati e parecchi Stati Ue è quella di ricombinare la politica agricola comune (Pac) europea e la politica di coesione in 27 «piani di partenariato nazionali e regionali». Il commissario all’agricoltura Christophe Hansen ha provato a dire che la Pac «rimarrà la stessa» ma è stato sommerso dalle critiche. Innanzitutto perché le stime suggeriscono che i fondi saranno tagliati del 25% se non addirittura del 30, considerato che l’involucro complessivo della Pac passerà da 387 miliardi a 300. Non a caso le contestazioni, anche in Italia, si sono moltiplicate: «Documento irricevibile, è un colpo diretto agli agricoltori europei» hanno dichiarato gli europarlamentari della Lega Raffaele Stancanelli (coordinatore Patriots in commissione Agricoltura) e Paolo Borchia (capo delegazione Lega). «In un momento in cui l’agricoltura europea è già stremata da un aumento spropositato di costi, concorrenza estera e burocrazia paralizzante, Bruxelles sceglie la via peggiore: meno risorse, meno tutele, meno strumenti», si legge nella nota. Sul piede di guerra anche Coldiretti, che ha organizzato un sit in di protesta davanti Palazzo Madama e a Bruxelles con uno striscione dedicato al presidente della Commissione: «Venga a mangiare qualcosa di veramente italiano e capirà». Per Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, «siamo di fronte a una vera e propria dichiarazione di guerra, ne prendiamo atto. Le parole di Von der Leyen sul ruolo strategico del settore primario pronunciate in campagna elettorale stridono con quanto affermato oggi: la presidente sosteneva di essere un punto di riferimento per gli agricoltori, ma non è così. Von der Leyen sta smantellando l’Ue per qualche arma in più, si sta prendendo una responsabilità incredibile», ha concluso il presidente di Confagricoltura. In effetti, la Commissione europea ha proposto di stanziare 131 miliardi di euro a programmi di Difesa e Spazio nell’ambito del Fondo europeo di competitività: la cifra rappresenta un importante aumento rispetto agli attuali 10 miliardi di euro stanziati nel 2018. E anche il budget della mobilità militare è destinato a un massiccio aumento: 17 miliardi di euro rispetto all’attuale dotazione di 1,7 miliardi.
Chi pensava che il Partito popolare europeo avrebbe sostenuto la Von der Leyen, eletta con i voti del Ppe, sbaglia: «Siamo delusi», ha dichiarato il negoziatore del Parlamento Ue sul prossimo bilancio pluriennale Ue, Siegfried Muresan, «le linee rosse fondamentali fissate dal Parlamento europeo sono state ignorate. (“Non lavoro mai con le linee rosse”, ha replicato la baronessa tedesca, ndr). Nella sua forma attuale, non possiamo dare il via libera al bilancio a lungo termine. L’Europa ha bisogno di una visione condivisa, non di 27 liste della spesa separate». Anche l’eurodeputato portoghese João Oliveira della sinistra, membro della commissione per il bilancio del Parlamento europeo, ha criticato gli stanziamenti per la Difesa, sostenendo che andrebbero a discapito di altre aree chiave come l’agricoltura.
Perfino i fondi per la salute, che durante la pandemia sembravano cruciali, sono stati ridotti notevolmente: l’unica cifra confermata finora è l’involucro di 22,6 miliardi di dollari annunciato da Stéphane Séjourné che però coprirà salute, biotecnologie, bioeconomia e agricoltura combinate.
Ciliegina sulla torta annunciata dal presidente dell’esecutivo Ue è la condizione di accesso ai fondi: «I piani di partenariato renderanno lo Stato di diritto e i diritti fondamentali una condizione per gli investimenti e un punto centrale nelle riforme», ha dichiarato il presidente. I governi non graditi a Bruxelles, dunque, perderanno il diritto di accesso ai fondi, come sta accadendo oggi all’Ungheria, cui sono stati negati 18 miliardi di euro.
Fumo, rifiuti, verde: la Commissione impone 58 miliardi di nuovi balzelli
Si scrive risorse proprie, si legge tasse. Il dado è tratto: la Commissione europea ieri per finanziare il Quadro finanziario pluriennale ha proposto nuove fonti di entrate. Il commissario europeo al Bilancio Piotr Serafin, durante una audizione in commissione Bilanci (Budg) al Parlamento Ue, ha spiegato che si prevedono nuove entrate proprie per un totale di 58,2 miliardi di euro. Di questi, 15 miliardi dalla tassa sui rifiuti tecnologici (e-waste), 11,2 dalla tassa sul tabacco, 6,8 miliardi dalla tassa sulle grandi imprese, 9,6 miliardi dall’Ets, 1,4 dal meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere (Cbam) e 14,3 da aggiustamenti delle entrate correnti.
Per quanto riguarda il tabacco si stima quindi di raccogliere più di 11 miliardi l’anno dai 27 Stati membri. Il gettito italiano attualmente è pari a 15 miliardi ma il gettito extra che verrà generato da questa nuova tassa finirà quasi tutto nelle casse dell’Unione europea. Pagheremo di più, ma i nostri soldi finiranno a disposizione di Bruxelles.
l’ecr
Inoltre la Commissione europea ha proposto un aggiornamento della direttiva Ue sulla tassazione dei prodotti del tabacco, a partire dal 2028, in modo da «eliminare le lacune normative, garantire condizioni di parità e promuovere un mercato più integrato e competitivo».
L’esecutivo Ue stima che le aliquote minime aggiornate genereranno non solo un gettito fiscale aggiuntivo a livello comunitario ma anche un ulteriore risparmio di 6 miliardi tra minori costi sanitari e riduzione delle frodi fiscali causate dalla produzione illegale di tabacco.
Ruggero Razza, europarlamentare del gruppo Ecr siede in commissione Bilancio e alla Verità ha spiegato che il commissario Serafin è stato piuttosto evasivo sul come verranno riscossi questi 11 miliardi.
«Noi abbiamo bisogno di capire come arrivano a questa stima, vorremmo capirne di più. Al momento non hanno fatto altro che presentare una torta, non hanno fornito dettagli. Noi siamo contrari a nuove tasse che gravano sui cittadini e ricordo che tutto il sistema delle risorse proprie richiede di essere sottoposto al principio dell’unanimità». Così anche il capodelegazione di Fdi Carlo Fidanza: «Siamo molto preoccupati per le nuove risorse proprie, che rischiano di tramutarsi in nuove tasse ai danni di cittadini e imprese».
«La Commissione indica nuove fonti di entrata per quasi 60 miliardi, ma non è chiaro quanto queste risorse siano certe e se c’è già un accordo fra gli Stati membri» commenta il vicecapo delegazione di Forza Italia nel Gruppo Ppe, Marco Falcone. «Saremo impegnati in Parlamento come gruppo Ppe e Forza Italia a fare ordine in questa proposta mettendo al centro gli interessi delle famiglie e delle imprese europee che devono trovare nell’Europa un interlocutore serio e credibile».
I dettagli sono ancora da definire insomma, elemento che non è piaciuto ai membri della commissione come ammesso anche dalla relatrice ceca Danuše Nerudová che nel punto stampa a margine della commissione Bilancio ha spiegato: «Senza nuove entrate adeguate, non saremo in grado di finanziare né le nostre priorità attuali né quelle future, né di ripagare i nostri debiti legati alla pandemia. Tuttavia, durante i negoziati, dovremmo seguire quello che chiamo il principio della “tripla S”: le nuove risorse proprie devono essere sufficienti, stabili e godere di un forte sostegno politico. Se manca anche uno solo di questi tre elementi, non saremo in grado di raggiungere un compromesso sostenibile. Dobbiamo però valutare tutte le proposte, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui tengono conto della competitività delle nostre imprese».
Per quanto riguarda la tassa sulle imprese (Core), verrà imposta come contributo forfettario annuo da parte delle grandi aziende che operano e vendono nell’Ue, con un fatturato netto annuo superiore a 100 milioni di euro.
oneri
Il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nella conferenza stampa di presentazione del piano ha tenuto a precisare: «Oggi proponiamo nuove fonti di entrate per il bilancio dell’Ue. L’obiettivo è semplice: dobbiamo rimborsare il nostro prestito condiviso per la ripresa e dobbiamo soddisfare le nostre priorità moderne» poi ha aggiunto: «Non vogliamo aumentare i contributi nazionali. E allora serve un cambiamento radicale nelle risorse proprie. Così riduciamo l’onere per i bilanci nazionali, facendo coincidere l’ambizione con la responsabilità». Le cinque nuove risorse proprie, se approvate dai colegislatori, dovrebbero essere introdotte a partire dal 1° gennaio 2028.
Attualmente ne esistono quattro. Risorse proprie tradizionali (principalmente dazi doganali); una risorsa propria basata sull’imposta sul valore aggiunto (Iva); una basata sulla quantità di rifiuti di imballaggi in plastica non riciclati (istituita nel 2021); una basata sul Reddito Nazionale Lordo (Rnl), che svolge un ruolo di bilanciamento per garantire che le entrate complessive corrispondano ai pagamenti.
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Piano da 2.000 miliardi. Con l’unione fra Fondi di coesione e Pac i campi perderanno il 20%. Il ricatto: «Il rispetto dello Stato di diritto condizione per gli investimenti».L’Unione, a caccia di soldi che non ha, metterà un’accisa extra su tabacco & C. per recuperare 11 miliardi. Altre entrate da tasse green e dalle imposte sulle grandi imprese con oltre 100 milioni di fatturato.Lo speciale contiene due articoliRitardi, contestazioni, veti incrociati e caos: ha esordito sotto il segno dello psicodramma la presentazione del bilancio pluriennale Ue 2028-2034 che, anziché un «Big Beautiful Bill» sulla scia di Donald Trump, rischia di essere un «Big Ugly Bill». Il motivo è semplice: la proposta di riforma di budget elaborata da Ursula von der Leyen scontenta tutti e, nonostante necessiti dell’unanimità per essere approvata, non raccoglie neanche la metà dei consensi, né a livello parlamentare, né a livello di Consiglio Ue (ossia di governi nazionali) praticamente su nessuna delle voci in cui è articolata. Niente male per una che, soltanto pochi giorni fa, perorava la sua causa personale - il salvacondotto dalla mozione di censura per lo Pfizergate - evocando «unità e trasparenza».La presentazione è infatti partita sotto i peggiori auspici dopo i numerosi rinvii sia della conferenza stampa sia dell’incontro del commissario al Bilancio Piotr Serafin con i membri della commissione omologa del Parlamento europeo. Mai una proposta dell’esecutivo Ue era stata avvolta da così tanto mistero. Pour cause: schermaglie diplomatiche a parte, è il bilancio in sé lo scoglio contro cui è praticamente certo che la barca di Ursula von der Leyen andrà a incagliarsi: la baronessa tedesca rischia di coronare il suo secondo mandato con un clamoroso fallimento, anche se per sapere come andrà a finire bisognerà aspettare fino a due anni prima che i negoziati si concludano.Che la sfida della Von der Leyen sia tanto ambiziosa quanto velleitaria lo testimoniano le cifre: il quadro finanziario pluriennale (Mfp) proposto da Bruxelles dopo il 2027 ammonterà a poco meno di 2.000 miliardi di euro, ben al di sopra dell’attuale budget. Dove saranno recuperati questi fondi, ancora non è chiaro: certamente dall’introduzione di nuove tasse anche a livello nazionale, ma soltanto 13 Paesi membri, tra cui la Francia, sostengono l’aumento delle risorse proprie dell’Unione europea, mentre sono sette, capitanati da Olanda e Germania, i Paesi che si oppongono a un aumento; altrettanti gli incerti, tra i quali l’Italia.La proposta di Von der Leyen e Serafin che ha fatto saltare sulla sedia gli eurodeputati e parecchi Stati Ue è quella di ricombinare la politica agricola comune (Pac) europea e la politica di coesione in 27 «piani di partenariato nazionali e regionali». Il commissario all’agricoltura Christophe Hansen ha provato a dire che la Pac «rimarrà la stessa» ma è stato sommerso dalle critiche. Innanzitutto perché le stime suggeriscono che i fondi saranno tagliati del 25% se non addirittura del 30, considerato che l’involucro complessivo della Pac passerà da 387 miliardi a 300. Non a caso le contestazioni, anche in Italia, si sono moltiplicate: «Documento irricevibile, è un colpo diretto agli agricoltori europei» hanno dichiarato gli europarlamentari della Lega Raffaele Stancanelli (coordinatore Patriots in commissione Agricoltura) e Paolo Borchia (capo delegazione Lega). «In un momento in cui l’agricoltura europea è già stremata da un aumento spropositato di costi, concorrenza estera e burocrazia paralizzante, Bruxelles sceglie la via peggiore: meno risorse, meno tutele, meno strumenti», si legge nella nota. Sul piede di guerra anche Coldiretti, che ha organizzato un sit in di protesta davanti Palazzo Madama e a Bruxelles con uno striscione dedicato al presidente della Commissione: «Venga a mangiare qualcosa di veramente italiano e capirà». Per Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, «siamo di fronte a una vera e propria dichiarazione di guerra, ne prendiamo atto. Le parole di Von der Leyen sul ruolo strategico del settore primario pronunciate in campagna elettorale stridono con quanto affermato oggi: la presidente sosteneva di essere un punto di riferimento per gli agricoltori, ma non è così. Von der Leyen sta smantellando l’Ue per qualche arma in più, si sta prendendo una responsabilità incredibile», ha concluso il presidente di Confagricoltura. In effetti, la Commissione europea ha proposto di stanziare 131 miliardi di euro a programmi di Difesa e Spazio nell’ambito del Fondo europeo di competitività: la cifra rappresenta un importante aumento rispetto agli attuali 10 miliardi di euro stanziati nel 2018. E anche il budget della mobilità militare è destinato a un massiccio aumento: 17 miliardi di euro rispetto all’attuale dotazione di 1,7 miliardi.Chi pensava che il Partito popolare europeo avrebbe sostenuto la Von der Leyen, eletta con i voti del Ppe, sbaglia: «Siamo delusi», ha dichiarato il negoziatore del Parlamento Ue sul prossimo bilancio pluriennale Ue, Siegfried Muresan, «le linee rosse fondamentali fissate dal Parlamento europeo sono state ignorate. (“Non lavoro mai con le linee rosse”, ha replicato la baronessa tedesca, ndr). Nella sua forma attuale, non possiamo dare il via libera al bilancio a lungo termine. L’Europa ha bisogno di una visione condivisa, non di 27 liste della spesa separate». Anche l’eurodeputato portoghese João Oliveira della sinistra, membro della commissione per il bilancio del Parlamento europeo, ha criticato gli stanziamenti per la Difesa, sostenendo che andrebbero a discapito di altre aree chiave come l’agricoltura.Perfino i fondi per la salute, che durante la pandemia sembravano cruciali, sono stati ridotti notevolmente: l’unica cifra confermata finora è l’involucro di 22,6 miliardi di dollari annunciato da Stéphane Séjourné che però coprirà salute, biotecnologie, bioeconomia e agricoltura combinate.Ciliegina sulla torta annunciata dal presidente dell’esecutivo Ue è la condizione di accesso ai fondi: «I piani di partenariato renderanno lo Stato di diritto e i diritti fondamentali una condizione per gli investimenti e un punto centrale nelle riforme», ha dichiarato il presidente. I governi non graditi a Bruxelles, dunque, perderanno il diritto di accesso ai fondi, come sta accadendo oggi all’Ungheria, cui sono stati negati 18 miliardi di euro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tasse-europa-von-der-leyen-2673322583.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fumo-rifiuti-verde-la-commissione-impone-58-miliardi-di-nuovi-balzelli" data-post-id="2673322583" data-published-at="1752737325" data-use-pagination="False"> Fumo, rifiuti, verde: la Commissione impone 58 miliardi di nuovi balzelli Si scrive risorse proprie, si legge tasse. Il dado è tratto: la Commissione europea ieri per finanziare il Quadro finanziario pluriennale ha proposto nuove fonti di entrate. Il commissario europeo al Bilancio Piotr Serafin, durante una audizione in commissione Bilanci (Budg) al Parlamento Ue, ha spiegato che si prevedono nuove entrate proprie per un totale di 58,2 miliardi di euro. Di questi, 15 miliardi dalla tassa sui rifiuti tecnologici (e-waste), 11,2 dalla tassa sul tabacco, 6,8 miliardi dalla tassa sulle grandi imprese, 9,6 miliardi dall’Ets, 1,4 dal meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere (Cbam) e 14,3 da aggiustamenti delle entrate correnti.Per quanto riguarda il tabacco si stima quindi di raccogliere più di 11 miliardi l’anno dai 27 Stati membri. Il gettito italiano attualmente è pari a 15 miliardi ma il gettito extra che verrà generato da questa nuova tassa finirà quasi tutto nelle casse dell’Unione europea. Pagheremo di più, ma i nostri soldi finiranno a disposizione di Bruxelles.l’ecrInoltre la Commissione europea ha proposto un aggiornamento della direttiva Ue sulla tassazione dei prodotti del tabacco, a partire dal 2028, in modo da «eliminare le lacune normative, garantire condizioni di parità e promuovere un mercato più integrato e competitivo».L’esecutivo Ue stima che le aliquote minime aggiornate genereranno non solo un gettito fiscale aggiuntivo a livello comunitario ma anche un ulteriore risparmio di 6 miliardi tra minori costi sanitari e riduzione delle frodi fiscali causate dalla produzione illegale di tabacco. Ruggero Razza, europarlamentare del gruppo Ecr siede in commissione Bilancio e alla Verità ha spiegato che il commissario Serafin è stato piuttosto evasivo sul come verranno riscossi questi 11 miliardi.«Noi abbiamo bisogno di capire come arrivano a questa stima, vorremmo capirne di più. Al momento non hanno fatto altro che presentare una torta, non hanno fornito dettagli. Noi siamo contrari a nuove tasse che gravano sui cittadini e ricordo che tutto il sistema delle risorse proprie richiede di essere sottoposto al principio dell’unanimità». Così anche il capodelegazione di Fdi Carlo Fidanza: «Siamo molto preoccupati per le nuove risorse proprie, che rischiano di tramutarsi in nuove tasse ai danni di cittadini e imprese».«La Commissione indica nuove fonti di entrata per quasi 60 miliardi, ma non è chiaro quanto queste risorse siano certe e se c’è già un accordo fra gli Stati membri» commenta il vicecapo delegazione di Forza Italia nel Gruppo Ppe, Marco Falcone. «Saremo impegnati in Parlamento come gruppo Ppe e Forza Italia a fare ordine in questa proposta mettendo al centro gli interessi delle famiglie e delle imprese europee che devono trovare nell’Europa un interlocutore serio e credibile».I dettagli sono ancora da definire insomma, elemento che non è piaciuto ai membri della commissione come ammesso anche dalla relatrice ceca Danuše Nerudová che nel punto stampa a margine della commissione Bilancio ha spiegato: «Senza nuove entrate adeguate, non saremo in grado di finanziare né le nostre priorità attuali né quelle future, né di ripagare i nostri debiti legati alla pandemia. Tuttavia, durante i negoziati, dovremmo seguire quello che chiamo il principio della “tripla S”: le nuove risorse proprie devono essere sufficienti, stabili e godere di un forte sostegno politico. Se manca anche uno solo di questi tre elementi, non saremo in grado di raggiungere un compromesso sostenibile. Dobbiamo però valutare tutte le proposte, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui tengono conto della competitività delle nostre imprese».Per quanto riguarda la tassa sulle imprese (Core), verrà imposta come contributo forfettario annuo da parte delle grandi aziende che operano e vendono nell’Ue, con un fatturato netto annuo superiore a 100 milioni di euro.oneriIl presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nella conferenza stampa di presentazione del piano ha tenuto a precisare: «Oggi proponiamo nuove fonti di entrate per il bilancio dell’Ue. L’obiettivo è semplice: dobbiamo rimborsare il nostro prestito condiviso per la ripresa e dobbiamo soddisfare le nostre priorità moderne» poi ha aggiunto: «Non vogliamo aumentare i contributi nazionali. E allora serve un cambiamento radicale nelle risorse proprie. Così riduciamo l’onere per i bilanci nazionali, facendo coincidere l’ambizione con la responsabilità». Le cinque nuove risorse proprie, se approvate dai colegislatori, dovrebbero essere introdotte a partire dal 1° gennaio 2028.Attualmente ne esistono quattro. Risorse proprie tradizionali (principalmente dazi doganali); una risorsa propria basata sull’imposta sul valore aggiunto (Iva); una basata sulla quantità di rifiuti di imballaggi in plastica non riciclati (istituita nel 2021); una basata sul Reddito Nazionale Lordo (Rnl), che svolge un ruolo di bilanciamento per garantire che le entrate complessive corrispondano ai pagamenti.
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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