2020-05-08
I finanzieri del Comando Provinciale Bergamo hanno scoperto e smantellato nei giorni scorsi una fabbrica clandestina di sigarette attiva nella provincia, sequestrando prodotti destinati al mercato illecito nazionale ed estero per un potenziale profitto tra i 12 e i 14 milioni di euro.
L’operazione ha portato all’individuazione, nell’area industriale di Ciserano, di un capannone privo di insegne e apparentemente dismesso. In realtà, lo stabile mostrava segnali incompatibili con lo stato di abbandono, quali ad esempio movimenti di mezzi nelle ore notturne ed emissioni di fumo.
Il controllo di uno dei mezzi utilizzati ha consentito di individuare anche un secondo sito nel comune di Treviolo, ritenuto funzionale alle attività logistiche.
È scattato quindi l’intervento coordinato su entrambi gli obiettivi. A Treviolo, durante il controllo di un autoarticolato in fase di scarico, i finanzieri hanno rinvenuto circa 1.500 kg di tabacco in foglia e numerosi colli contenenti filtri per sigarette. Contestualmente, nel capannone di Ciserano, è stata scoperta una vera e propria fabbrica clandestina, dotata di un impianto completo capace di gestire l'intero ciclo produttivo, dall'essiccazione del tabacco al confezionamento dei pacchetti, con una potenziale capacità produttive di sigarette di oltre un milione al giorno.
All'interno dello stabilimento sono stati rinvenuti 12 lavoratori stranieri e locali allestiti a dormitorio nonché una cucina e cospicue scorte alimentari.
L’opificio era gestito con particolare accortezza per blindare la produzione nel massimo riserbo: le pareti erano state rivestite con materiale fonoassorbente per attutire i rumori dei macchinari, mentre l'uso di gruppi elettrogeni serviva a mascherare i picchi di consumo elettrico che sarebbero stati rilevati attraverso la fornitura di energia elettrica.
A conferma dell'elevato profilo criminale, la presenza di un capillare sistema di videosorveglianza esterno e il rinvenimento di due rilevatori di microspie, misure finalizzate ad eludere eventuali controlli delle Forze dell'ordine.
Il bilancio dell’operazione è rilevante: sequestrati oltre 530.000 pacchetti di sigarette contraffatte riconducibili a marchi di largo consumo (pari a più di 21 tonnellate di prodotto finito), 38 tonnellate di tabacco, milioni di filtri e fustelle per il confezionamento, 11 macchinari industriali e diversi mezzi utilizzati per il trasporto.
Il valore complessivo dei prodotti sottratti al mercato illegale e dell’intera linea di produzione è stimato tra i 12 e i 14 milioni di euro.
Conformemente al parere dell’Autorità Giudiziaria di Bergamo due persone sono state arrestate, mentre i lavoratori presenti sono stati denunciati a piede libero per contrabbando di tabacchi lavorati e contraffazione di marchi.
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Dopo la stretta di Bruxelles, la Grecia lavora con Germania, Olanda, Austria e Danimarca per creare centri in Paesi terzi. Intanto dieci Stati, tra cui la Spagna, spingono per pattugliare i luoghi di origine e di transito.
I giudici possono pure ostacolare i rimpatri dall’Italia, ma se l’Europa ha davvero deciso di lottare contro l’invasione, non basteranno magistrati democratici e toghe per il No a tenere spalancati i confini del Vecchio continente. Almeno si spera. Il passo più deciso lo sta compiendo la Grecia, che come noi è sommersa dagli sbarchi, nonostante il calo degli arrivi di clandestini (-21% nel 2025 rispetto al 2024) e il buon numero di espulsioni (tra 5.000 e 7.000 l’anno, che però non compensano i 40-50.000 ingressi nel Paese).
Il ministro dell’Immigrazione ellenico, Thanos Plevris, ha appena dichiarato all’emittente statale Ert che Atene lavora, insieme a Berlino, Amsterdam, Vienna e Copenaghen, alla creazione di «return hub» in Paesi terzi. «Preferibilmente», ma non per forza, ha aggiunto il titolare del dicastero, «in Africa». C’è già stato un incontro tra omologhi e un ulteriore vertice si terrà la prossima settimana, quando Plevris verrà a Roma e vedrà pure il collega spagnolo. L’iniziativa, insomma, è trasversale: coinvolge governi a guida conservatrice e governi a guida progressista. D’altronde, sia la Danimarca sia la Germania si erano già mosse in autonomia: la prima intende cacciare gli stranieri che abbiano commesso reati per cui sia previsto almeno un anno di detenzione; la seconda ha iniziato a rispedire i criminali afgani tra le braccia dei talebani.
Supera le divisioni destra-sinistra anche il piano per rivedere le competenze di Frontex, presentato in un non paper da Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Croazia, Lituania, Romania, Slovenia, Malta, Spagna e dalla stessa Grecia. Pure per il futuro dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, diventerebbe cruciale il pattugliamento nelle aree di provenienza dei flussi: il documento invoca «una maggiore presenza di Frontex nei Paesi terzi, in particolare nei Paesi di origine e di transito, sfruttando adeguatamente i partenariati strategici dell’Ue». All’organizzazione, secondo le dieci capitali, andrebbe affidato «un ruolo più incisivo» nelle operazioni di rimpatrio.
Sono misure che si inseriscono nella nuova cornice normativa delineata dal Patto per le migrazioni e l’asilo, approvato nel 2024 e in vigore da giugno 2026. Pochi mesi fa, l’Unione ha anticipato alcuni provvedimenti, mettendo in cantiere un sistema comune fondato su solidi pilastri: ordini di rimpatrio validi ed eseguibili in tutti gli Stati membri; incentivi al rimpatrio volontario, strada che l’Italia batte con successo da tempo; una lista unica di Paesi di origine sicuri, che magari ci consentirebbe di neutralizzare le obiezioni della magistratura di casa nostra, alla quale comunque rimarrebbe la facoltà di svolgere valutazioni di merito, nell’eventualità di ricorsi; la realizzazione di centri di asilo e rimpatrio in nazioni terze.
Nel frattempo, da noi, la maggioranza di centrodestra, recependo il giro di vite, ha approntato un disegno di legge che introduce la possibilità di istituire blocchi navali, «in presenza», si legge nel testo, «di minacce gravi per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale». Il governo spinge sulla «procedura accelerata» di espulsione alla frontiera. E, auspicabilmente, il combinato disposto con le modifiche alla disciplina Ue consentirà di mettere a regime il centro di rimpatri in Albania, svuotato dalle sentenze dei giudici italiani. Con tanto di risarcimento ai migranti trasferiti. Così, scopriremo se davvero la prospettiva della detenzione a Gjadër possa fungere da deterrente per le partenze. È a questo scopo che la Grecia invoca gli hub nei Paesi terzi, anche se il ministro Plevris non ha specificato quali Stati siano candidati a ospitarli. Accoglierebbero persone cui viene rifiutato l’asilo e che le nazioni d’origine rifiutano di riprendere.
La coalizione che caldeggia l’aggiornamento di Frontex, dal canto suo, propone di reclutare, su base nazionale, una riserva di agenti cofinanziata dall’Ue, che andrebbe schierata qualora si determinino pressioni intense ai confini. Per pattugliare i quali, suggerisce il non paper, bisognerebbe impiegare droni e strumenti di intelligenza artificiale.
Certo, è ben lungi dall’essere affrontata la spinosa questione delle convenzioni internazionali, di cui, parlando all’Onu a settembre, Giorgia Meloni osservava giustamente che furono stipulate «in un’epoca nella quale non esistevano le migrazioni irregolari di massa e i trafficanti di esseri umani». Fatto sta che in Europa, stavolta, si fa sul serio. Chi predica il primato del diritto comunitario prenda nota.
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L'elicottero del 118 è decollato poche ore dopo la tragedia di Capodanno grazie al lavoro dell'unità di crisi attivata a Niguarda. Il presidente Fontana ha premiato Areu e gli ospedali Niguarda e Policlinico con la Rosa Camuna. Le testimonianze dei primi elisoccorritori atterrati a Sion.
Poche ore dopo il grave disastro avvenuto il 1° gennaio a Crans Montana, mentre il sistema sanitario svizzero chiedeva supporto urgente per la gestione di pazienti con gravi ustioni – tra cui cittadini italiani ricoverati negli ospedali di Sion, Losanna, Ginevra, Zurigo e Aarau – la macchina dell’emergenza lombarda era già operativa.
Alle 10.30 Areu ha attivato la Centrale Operativa Maxiemergenze presso la Soreu Metropolitana (Sala Operativa Regionale Emergenza Urgenza), assumendo la regia sanitaria dell’intervento e allestendo una vera e propria sala crisi dedicata. Una risposta immediata, strutturata e coordinata, che ha consentito di affrontare sin dalle prime ore uno scenario internazionale complesso.
Da quel momento si è sviluppato un impegno crescente, in stretta collaborazione con la Regione Lombardia, la Presidenza, l’assessore al Welfare Guido Bertolaso, il Dipartimento della Protezione Civile – attivato attraverso il Meccanismo Europeo di Protezione Civile su richiesta del Governo svizzero – e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Alle 16.30 l’elisoccorso di Como decollava alla volta di Sion, seguito a breve distanza dai mezzi di Bergamo e Milano, consentendo già nella stessa giornata il trasferimento di tre ragazzi presso il Centro Grandi Ustioni dell’Ospedale Niguarda di Milano.
Un’operazione che nei giorni successivi si è ampliata fino a coinvolgere complessivamente 12 giovani gravemente feriti, evacuati in sicurezza con l’ultimo trasferimento effettuato l’11 gennaio 2026.
Anche per questo impegno straordinario, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, affiancato dal vicepresidente Marco Alparone e dall’assessore Guido Bertolaso, ha conferito al direttore generale di Areu, Massimo Lombardo, la Rosa Camuna, la massima onorificenza regionale. Il riconoscimento è stato attribuito anche al personale dell’Ospedale Niguarda e della Fondazione Irccs Ca’ Granda- Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.
«Sono grato al presidente Fontana e all’assessore Bertolaso – ha dichiarato Lombardo – per aver voluto consegnare ad Areu la Rosa Camuna. È un riconoscimento al grande lavoro di squadra svolto in quei giorni terribili, coordinando professionisti con competenze diverse ma tra loro perfettamente complementari».
«Areu una comunità di donne e uomini che lavorano sull’emergenza – ha aggiunto – e Crans Montana è stata la dimostrazione concreta della nostra capacità operativa e della tempestività della macchina organizzativa. In pochissimo tempo abbiamo attivato gli elicotteri di Como, Milano e Bergamo attraverso la nostra Centrale Regionale Elisoccorso (Creli), le centrali operative, la struttura Maxiemergenze e numerosi altri operatori che hanno lavorato giorno e notte fino al completamento dei 12 trasferimenti. Un’operazione estremamente complessa, perché abbiamo evacuato ragazzi con ustioni gravissime, molti dei quali ricoverati in terapia intensiva. Una complessità che corrisponde al nostro modo di lavorare: integrazione di competenze e coordinamento continuo».
La Centrale Maxiemergenze è rimasta operativa con presidio dedicato fino al 6 gennaio e successivamente in regime di reperibilità, assicurando continuità di coordinamento per tutta la durata dell’emergenza.
Determinante anche l’attivazione di un Burn Assessment Team congiunto Niguarda–Areu – composto da rianimatore, chirurgo plastico, infermieri di area critica, psicologo e tecnici autisti-soccorritori – inviato in Svizzera per supportare la selezione dei pazienti, la valutazione dell’idoneità al volo, il raccordo clinico con il centro ricevente e il sostegno ai familiari. Un secondo team ha garantito la continuità della missione nei giorni successivi.
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2026-02-20
L’Ue butta i nostri quattrini per integrare gli immigrati con campi di padel e murales
La leghista Silvia Sardone denuncia: milioni per l’inclusione destinati a progetti opachi. Come street art, tracciamento del cibo, sport e «decolonizzazione» del cinema.
L’europarlamentare Silvia Sardone l’ha definito «delirio ideologico a Bruxelles». Nella miriade dei progetti finanziati dall’Unione europea, l’esponente della Lega è andata a cercare i progetti pro immigrazione, individuando almeno 10 milioni di sovvenzioni all’insegna dell’inclusione. «I fondi europei seguono sempre più spesso logiche ideologiche che generano enormi sprechi», protesta l’eurodeputata. «Iniziative discutibili e dagli obiettivi poco chiari».
Uno studio da oltre 2 milioni di euro e dal titolo Foodcircuits dovrebbe fornire «un nuovo modo di vedere le connessioni sociali tra migranti e società, attraverso la bellezza, la brutalità e la necessità del cibo […] Tracciando asparagi, arance e fragole attraverso la loro circolazione», si legge sul portale Ue. A coordinarlo è l’Università di Barcellona, che figura come unico partecipante.
Nel settore digitale, Bruxelles ha stanziato 1,5 milioni di euro per analizzare come i social network possano aumentare la vulnerabilità economica dei migranti «creando deficit di benessere sociale». Il progetto Shadow, coordinato dall’Università di Utrecht (Paesi Bassi) «colma la lacuna nella comprensione sociologica» e aiuterà «a progettare interventi politici più efficaci, volti a migliorare la posizione economica dei migranti in Europa».
Altri soldi dei contribuenti, 810.000 euro, finanziano Digimi, progetto di storytelling digitale dedicato all’integrazione: «I cittadini di Paesi terzi recentemente arrivati possono scambiare, confrontare e combinare le loro storie con quelle dei migranti di lunga data e delle popolazioni locali». Tra i Paesi partner c’è l’Italia con Cesie, centro europeo di studi e iniziative di Palermo, che ha ottenuto 79. 880 euro.
All’Università Ca’ Foscari di Venezia sono riconosciuti 183.473 euro per Rewrite, il cui obiettivo principale «è esplorare il processo di trasformazione delle identità delle donne migranti, esplorando l’auto-riflessività nelle scrittrici migranti attraverso un’analisi critica del discorso, sostenendo il cambiamento sociale, cruciale per una nuova comprensione dei limiti della politica».
Miped, progetto dell’Università di Oslo, riceve 267.000 euro per studiare il ruolo dei lavoratori migranti nelle politiche di decarbonizzazione energetica, «una questione poco esplorata in letteratura». Si concentrerà su quattro casi spagnoli per verificare «come queste esperienze vengono prese in considerazione dalle organizzazioni di attivisti che si mobilitano per la decarbonizzazione energetica».
Pass è il progetto che con 200.000 euro vuole promuovere la partecipazione dei migranti alla vita sociale e culturale tramite la street art. Se ne occupa Connect, Ong belga che organizzerà tre festival sul tema in Macedonia del Nord, Slovenia e Serbia. Quasi 2 milioni finanziano Afriscreenworlds, progetto «dal sapore woke», come lo definisce Sardone, e che ha la pretesa di contribuire «a decolonizzare gli studi cinematografici e dello schermo». Con 2,5 milioni di euro, Prime punta invece a individuare le migliori strategie per «politiche realizzabili e sostenibili sui migranti irregolari». Coordina il progetto l’Istituto universitario europeo, ente di studio e di ricerca finanziato dall’Ue con sede a Fiesole.
Sono solo alcuni dei contributi finanziari diretti che vengono assegnati a beneficiari terzi (organizzazioni di ricerca, enti pubblici, organizzazioni non governative e aziende private) perché si impegnano in attività a supporto delle politiche Ue. Senza dimenticare lo sport, con 60.000 euro per l’integrazione attraverso il basket promosso da Serbia, Turchia, Spagna, Grecia e Polonia. O come l’iniziativa Equal Play che ha l’obiettivo di «fornire a educatori e organizzazioni sportive strumenti e mezzi per gestire l’integrazione sociale di migranti e rifugiati nella società».
Progetto dal valore di 250.000 euro, coordinato dalla Federazione di padel dell’Irlanda che si prende la parte più cospicua delle sovvenzioni (58.000 euro), vede come partner la Lituania, la Spagna, la Turchia (che non è Paese Ue) e l’Italia con Prism. Ha sede operativa a Palermo e legale a Enna, si definisce «un’impresa sociale no profit con la missione di creare opportunità per il progresso inclusivo delle società, delle comunità e degli individui». Per la partecipazione riceve 49.000 euro.
«Riconosciamo allo sport la funzione di facilitatore dei rapporti e dell’integrazione culturale», esordisce Manfredi Cinà, project manager dell’iniziativa. «Target di Equal Play sono migranti, rifugiati, ai quali va indirizzata l’attività di allenatori e associazioni universitarie di scienze motorie che riceveranno da noi dei manuali, delle linee guida su come facilitare il contatto, con competenze che vanno dal sociale al digitale con indicatori quantitativi e qualitativi». L’obiettivo, precisa il manager di Prism, «è raggiungere almeno una cinquantina tra rifugiati, ospiti di centri di accoglienza o di associazioni che si occupano di migranti».
In quale modo, ancora non è dato sapere «perché ci stiamo lavorando, stiamo individuando i partner siciliani e pensavamo di coinvolgere anche degli psicologi dello sport», spiega. Il progetto ha preso il via lo scorso mese e terminerà a dicembre 2027. Non appaiono definite neppure le tipologie di sport che verranno proposte «oltre al calcio sto valutando gli sport da combattimento e le arti marziali», fa sapere Cinà.
Ce li vediamo, richiedenti asilo e migranti che lavorano sull’inclusione praticando Karate o Jiu Jitsu.
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