2020-05-08
Ansa
Dall’islam all’ebraismo, tutte le confessioni nel mondo stanno crescendo. Compreso il cristianesimo che, sebbene in Europa viva un periodo di crisi (non privo di risvegli), si espande a ritmi mai visti nelle periferie tanto care a Francesco, in particolare in Africa.
Dio non è morto nel Vicino e Medio Oriente, non è morto in Israele, dove l’elemento religioso (l’ebraismo) si sta confondendo sempre di più con lo Stato di Israele, con la sovrapposizione ormai implicita di antisemitismo e antisionismo, arrecando di conseguenza danni enormi al dialogo anche con la Chiesa cattolica. Dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas, le relazioni fra la Santa Sede e Israele e fra le gerarchie romane e gli esponenti religiosi ebrei si sono fatte complicate, segnando un ritorno indietro di decenni nel superamento dei vecchi e gravi screzi e stereotipi. E Dio è più vivo che mai nelle periferie della fede care a Papa Francesco, dall’Africa all’Asia, dove i numeri raccontano di una crescita del cattolicesimo come mai s’era vista prima d’ora.
Non è morto in Iran, teocrazia sciita più politicamente rilevante della regione, benché ammaccata dai danni subiti dalla propria diramazione libanese, con la decapitazione dei vertici di Hezbollah, e da quella siriana. Prevedere cosa accadrà in futuro, azzardare tendenze e realizzare proiezioni, è questione delicata e complessa. Bisogna tener conto dei fenomeni migratori e, soprattutto, dei trend demografici. Tutti i maggiori centri di studio concordano sulla crescita significativa dell’islam, del resto già evidente nelle nostre città piccole o grandi. Il Pew Research Center, autorità massima in materia, osserva che la religione islamica crescerà a un tasso maggiore rispetto a tutte le altre e ciò è dovuto ai tassi di natalità assai più elevati in Medio Oriente, Asia meridionale e Africa. Entrando nel dettaglio, si prospetta che la popolazione musulmana passerà dal 24,9 per cento del 2010 al 29,7 per cento del 2050.
Più complicato il discorso relativo al cristianesimo, la cui crescita rallenta in Europa e America settentrionale, ma aumenta - e non di poco - in alcune parti dell’Asia e soprattutto in Africa. Dato tale quadro, si prevede che se nel 2010 i cristiani nel mondo erano il 31,2 per cento della popolazione, saranno il 31,4 nel 2050. Una prova di «resistenza», insomma, dovuta essenzialmente alla crescita africana. Un discorso a parte lo merita l’induismo, che cresce, sì, ma è anche circoscritto geograficamente al subcontinente indiano. Stando agli attuali trend demografici, dovrebbe passare dal 15 per cento del 2010 al 15,2 del 2050, rimanendo stabile. Un processo simile vale per il buddismo, che però dovrebbe far registrare una contrazione, dal 6,9 al 6,2 per cento. Stabile l’ebraismo, condizione dovuta principalmente ai trend demografici in Israele.
I numeri spesso dicono poco se decontestualizzati o analizzati in modo freddo. A volte, però, danno luogo a paradossi che inducono ad ampliare lo spettro con cui si guardano i fenomeni. Nonostante la nostra prospettiva occidentale sia portata a vedere pressoché ovunque i segni della secolarizzazione e di un sempre maggiore disinteresse nei confronti del fenomeno religioso, stando alle statistiche e alle relative proiezioni si scopre che la percentuale di quanti si dichiarano atei o agnostici è destinata a diminuire, passando dal 16 per cento del 2010 al 13 per cento del 2050. E questo perché, nel le aree da noi più lontane - quelle con tassi di natalità più alti -, cresce il numero di chi è per così dire affiliato a una religione. Rodney Stark ha scritto fino all’ultimo che mai il mondo è stato più religioso di com’è ora, smentendo i luoghi comuni su un Medioevo fatto di chiese stracolme di credenti e di orante devozione popolare. Non era così: Stark prese le misure della superficie calpestabile delle chiese medievali - almeno, delle grandi cattedrali - e dimostrò che i numeri a lungo diffusi erano calcolati all’eccesso.
Mai come in quest’epoca, la fede segna il dibattito pubblico e la religiosità aumenta in territori dove fino a un secolo fa la presenza cristiana era rappresentata solo da qualche sparuta missione. Il filosofo e sociologo Hans Joas osservava in La fede come opzione. Possibilità di futuro per il cristianesimo che «in un’ottica globale non c’è perciò alcun motivo per guardare con scetticismo alle possibilità di sopravvivenza del cristianesimo. La situazione sembra essere piuttosto la seguente: quella che stiamo vivendo oggi è una delle fasi più intense di diffusione del cristianesimo che si siano mai registra te nella storia. Questi sviluppi avranno molteplici conseguenze per i cristiani in Europa. Probabilmente, per quel che riguarda la Chiesa cattolica, siamo alla vigilia di uno spostamento fondamentale delle forze».
Lo storico Philip Jenkins, già un ventennio fa, avvertiva di stare in guardia dalle prefiche e dai canti mesti che profetizzavano la fine del senso religioso. Nel suo La terza Chiesa, notava infatti che la Chiesa non solo non è numericamente in crisi, ma può contare su una diffusione a ritmo sostenuto nel cosiddetto «Sud del pianeta». Un fenomeno - osservava già allora - «di cui gli occidentali non sembrano sufficientemente consapevo li». Individuava, lo studioso, un progressivo sposta mento del baricentro del cristianesimo verso l’Africa, l’Asia e l’America latina. Verso, insomma, quelle peri ferie care alla predicazione di Papa Francesco. Un Sud cristiano che agli albori del millennio appariva assai più conservatore e «tradizionalista» rispetto al Nord, «dalle forti inclinazioni mistiche e dal rigido puritane simo sessuale».
La lettura di Jenkins si è dimostrata parzialmente corretta: se è vero infatti che il grande «serbatoio» di fede cristiana è situato a Sud, è altrettanto vero che l’inclinazione fortemente conservatrice è individuabile in Africa, ma non di certo in America latina, dove le tendenze - per quanto riguarda il cattolicesimo - sono più legate a forme di teologia popolare che non di rado si richiamano alla teologia della liberazione, a volte mischiandosi con essa e rendendo non facilmente intellegibile il sentiero che si presenta da vanti allo studioso. In ogni caso, pur individuando il trasferimento del cuore cristiano a sud dell’equatore, Jenkins da sempre rifiuta l’assunto di un’Europa senza fede: «Al di là della partecipazione al culto, l’Europa odierna presenta una fedeltà religiosa difficile da comprendere se si pensa che la fede cristiana sia completamente morta» diceva in un’intervista ad Avvenire nel 2008. Senza dubbio, però, tutti concordano che è l’Africa il bacino che vedrà crescere esponenzialmente il numero dei cristiani: sempre secondo il Pew Research Center, la popolazione cristiana nel l’Africa subsahariana è destinata a raddoppiare en tro il 2050, arrivando a toccare la soglia del miliardo e cento milioni di persone. Fra vent’anni, insomma, il 40 per cento dei cristiani di tutto il mondo potrebbe trovarsi nel continente africano. E non si tratta di un’adesione formale o «culturale», come va di moda in Occidente: no, in Africa il 75 per cento dei fedeli ritiene la propria appartenenza religiosa importante, quasi decisiva per la propria esistenza.
[…] Non è un caso che Benedetto XVI, durante il suo viaggio in Africa del 2009, avesse sì lodato quelle terre, definite «un immenso polmone spirituale per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza», ma al contempo avesse aggiunto che «anche questo polmone può ammalarsi» di due «pericolose patologie che oggi lo stanno intaccando: il materialismo pratico, combinato con il pensiero relativista e nichilista». Analisi condivisa da uno degli esponenti di punta del cattolicesimo africano, il cardinale guineano Robert Sarah, che osservava come «i problemi della Chiesa africana vengono proprio dal suo essere giovane».
[…] L’Africa, così snobbata per secoli e buona parte del Novecento, assumerà sempre più importanza nei prossimi decenni non solo perché rappresenterà il cuore di un nuovo e dinamico cattolicesimo, ma anche per ché è lì che si avvertiranno le conseguenze dell’incontro-scontro fra cristianesimo e islam. Appena al di sotto del Sahara s’avverte da tempo la crisi: secondo l’organizzazione umanitaria Open Doors, dei 4.998 cristiani uccisi in odio alla fede nel 2024 in tutto il mondo, 4.606 risiedevano in questa regione. Cristiani presi di mira intenzionalmente, segnalava il rapporto, da elementi riconducibili alla galassia islamista radicale e ai regimi autocratici. Almeno 16,2 milioni di cristiani, dal 2022 al 2024, sono stati costretti ad abbandonare le proprie terre e le proprie case perché minacciati.
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Leone XIV (Ansa)
Il Papa: «Tutti i movimenti restino in comunione con Roma». I tradizionalisti non mollano, il Cammino sinodale invece rallenta.
Papa Leone XIV ha indicato ancora una volta la comunione ecclesiale come uno dei pilastri del suo pontificato. Lo ha fatto ieri, incontrando i moderatori dei movimenti e delle nuove comunità, pronunciando un discorso programmatico contro ogni deriva settaria o autoreferenziale. Il governo nella Chiesa, ha spiegato, non è un fatto tecnico ma un dono dello Spirito finalizzato al bene spirituale dei fedeli, che deve rifuggire dal consolidamento di apparati di potere.
Il cuore dell’intervento è stato un richiamo netto contro l’isolamento: «Tante volte troviamo gruppi che si chiudono in sé stessi e pensano che la loro realtà specifica è l’unica o è la Chiesa», ha ammonito Leone XIV. Parlando a braccio, il Papa ha stigmatizzato l’atteggiamento di chi mette in discussione l’autorità locale: «Se un gruppo dice: «“No, con quel vescovo non siamo in comunione, ne vogliamo un altro”, non va bene». Per il pontefice, è essenziale vivere la comunione sia a livello diocesano che universale, riconoscendo nel vescovo una figura di riferimento imprescindibile. Nessuna realtà può considerarsi una «zona franca» rispetto al discernimento dei pastori. Questo desiderio di unità di Leone XIV si scontro con alcune tensioni che restano profonde.
Sul fronte tedesco, il Cammino sinodale sembra aver imboccato una fase di «scisma ibernato». Infatti, il nuovo presidente della Conferenza episcopale, monsignor Heiner Wilmer, sta agendo con cautela diplomatica, forse anche per conquistare la fiducia di Roma. Da una parte rassicura il sinodo per le sue spinte in avanti, ma nello stesso tempo avverte che permangono ostacoli sul percorso e precisa che la Synodalkonferenz non si riunirà a novembre, per via dei disaccordi con la Curia. La tensione resta alta con il Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK), che spinge per riforme radicali e critica i vescovi conservatori contrari al progetto di un Consiglio sinodale paritario tra laici e vescovi. La Santa Sede osserva con riserva questa struttura, che rischierebbe di esautorare l’autorità episcopale prevista dal diritto canonico.
Mentre in Germania si frena un po’, sul versante tradizionalista lo scontro prosegue. La Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX) - i seguaci di monsignor Marcel Lefebvre - ha annunciato per il 1° luglio la consacrazione di nuovi vescovi senza mandato papale, atto che il cardinale Víctor Manuel Fernández ha già indicato come motivo di scomunica latae sententiae. In questo contesto, monsignor Athanasius Schneider ha chiesto al Papa «misericordia pastorale», definendo un’eventuale scomunica un «enorme errore storico di rigidità». Schneider ha duramente criticato i recenti documenti sinodali, definendoli propaganda Lgbt «non cristiana» e denunciando così un doppio standard vaticano: inclusività verso i progressisti tedeschi e pugno di ferro verso chi vuole trasmettere la «fede di sempre».
Ma il canonista francese don Albert Jacquemin, ex membro della FSSPX e presidente del Tribunale penale canonico nazionale della Conferenza episcopale transalpina, respinge l’argomento dello «stato di necessità» invocato dai lefebvriani: il diritto della Chiesa non permette mai di agire contro la volontà esplicita del Papa. Procedere con le consacrazioni significherebbe la «consumazione di uno scisma di fatto», spostando l’autorità reale verso una struttura parallela. Rispetto a chi lamenta un doppio standard, il canonista francese dice che in realtà si tratta di cose diverse, una consacrazione episcopale senza il permesso pontificio costituisce immediatamente una rottura pubblica della comunione gerarchica, le deviazioni dottrinali richiedono processi diversi e un discernimento progressivo da parte di Roma.
Le sfide che arrivano dalla Germania e dalla FSSPX sono due prove cruciali per verificare la tenuta dell’unità della Chiesa che il Papa predica senza posa.
2026-05-22
Dimmi La Verità | Elena Bonetti (Azione): «La nuova legge elettorale sarebbe un disastro»
Ecco #DimmiLaVerità del 22 maggio 2026. Il presidente di Azione Elena Bonetti spiega perché la nuova legge elettorale sarebbe un disastro per i cittadini.
L’ex Rottamatore dice che quelli «reali» sono peggiorati durante il governo di centrodestra rispetto ai tempi di Supermario. Ma dati Istat e dinamica degli accordi nazionali collettivi lo smentiscono: è vero il contrario.
Per Matteo Renzi è diventato un mantra. «I salari reali durante il governo Meloni sono peggiorati dell’8% rispetto al governo Draghi», afferma il leader di Italia viva. Una dichiarazione che merita un’analisi approfondita per separare la propaganda dalla realtà, incrociando i dati Istat e la dinamica dei contratti collettivi nazionali di lavoro.
Per salario reale non si intende la cifra che compare in testa alla busta paga (quella è il salario nominale) ma il potere d’acquisto effettivo, calcolato sottraendo l’andamento dell’inflazione alla crescita delle retribuzioni. L’affermazione di Renzi poggia su basi statistiche ma con una decontestualizzazione temporale. Nel 2022 l’inflazione ha toccato picchi dell’11,8% (nei mesi di novembre e dicembre) mentre i rinnovi contrattuali erano fermi. In quel momento, la perdita salariale reale ha registrato il livello più drammatico. Secondo i dati Istat e i rapporti dell’Oil (Organizzazione del lavoro), la perdita salariale reale nel 2022 è stata di circa il 6-7%. Per capire l’entità di questa cifra bisogna considerare il divario con l’inflazione che nel 2022 ha toccato l’8,1% con picchi, come detto prima, vicini al 12% a fine anno mentre le retribuzioni contrattuali medie sono cresciute di appena l’1,1%.
Questa forbice ha causato un crollo marcato del potere d’acquisto. Nel 2023-2026 si è assistito a una dinamica contraria. L’inflazione è bruscamente scesa e, in parallelo, si è rimessa in modo la macchina dei rinnovi contrattuali portando recuperi significativi in diversi settori industriali e dei servizi. Il rinnovo del comparto Commercio e terziario, che copre milioni di lavoratori, ha sbloccato aumenti significativi (240 lordi mensili a regime per il IV livello), così come l’Alimentare (280 euro in più). Nel secondo semestre 2025, sono stati recepiti dall’Istat 33 contratti collettivi nazionali, ovvero una platea di 4,7 milioni di lavoratori, il 37,1% del monte retributivo. A fine anno sono risultati in vigore per l’Istat 48 contratti che coprono 7,6 milioni di dipendenti, il 57,8%.
Secondo il report della Cisl sulla contrattazione collettiva nazionale, a dicembre scorso erano in attesa del rinnovo 5,5 milioni di lavoratori, il 42,2%. Guardando ai salari, le retribuzioni contrattuali lorde mostrano una perdita reale del 6,4% rispetto al 2019. Le retribuzioni di fatto lorde (che includono secondo livello, straordinari e indennità) riducono la perdita al -1,7%. Le retribuzioni nette che beneficiano del taglio del cuneo contributivo e delle detrazioni Irpef portano il divario reale per i redditi mediani a meno dell’1% rispetto al 2019.
L’altro elemento, infatti, che smentisce la narrazione di un impoverimento lineare durante il governo Meloni, è l’intervento sul cuneo contributivo. La trasformazione del taglio del cuneo in una misura strutturale per i redditi medio-bassi ha iniettato liquidità direttamente nelle buste paga dei lavoratori dipendenti. Questo beneficio, pur essendo di natura fiscale e non salariale in senso stretto poiché non incide sulla retribuzione lorda stabilita dai contratti, ha sostenuto il reddito disponibile delle famiglie in modo tangibile, agendo come ammortizzatore contro gli strascichi dell’inflazione passata.
Il taglio del cuneo contributivo agisce, infatti, sul netto in busta paga. I dati Inps 2025 mostrano che, per i redditi mediani, il gap residuo rispetto al 2019 scende a soli 0,5 punti su un’inflazione cumulata del 17,4%. Per i redditi bassi il gap è 2,9 punti. Secondo quanto riporta Trading economics, i salari medi annuali nominali sono aumentati a 33.148 euro nel 2024 rispetto a 32.450 euro nel 2023.
«Esaminando un grafico su dati di fonti nazionali che visualizza l’andamento dei salari orari reali, con l’indice 2005 fatto 100, emerge che tale indice è poco sopra 93 tra fine 2022 e inizio 2023 per arrivare a toccare un valore quasi 100 a fine 2025 che era il livello di salari nel 2005», spiega l’economista Domenico Lombardi, professore di pratica delle politiche pubbliche all’Università Luiss di Roma. «Ciò dimostra che durante il governo Meloni c’è stata una crescita dei salari orari reali che riflettono la stabilità macro fiscale dell’economia. Una crescita che si accompagna all’aumento dell’occupazione. L’indice dei salari orari reali è salito progressivamente nell’arco di tempo di questa legislatura in un contesto sostanzialmente difficile: con la Germania, nostro principale partner in economia stagnante, in una situazione geopolitica di crescente incertezza e nonostante la politica restrittiva della Bce nella prima parte del governo Meloni».
Il divario rispetto al 2005 è stato in gran parte colmato. «Nel governo Draghi c’è stata un’enorme flessione dei salari, passati da un indice indicato nel grafico di oltre 105 all’inizio della legislatura a 93 al termine», spiega Lombardi, sottolineando che «c’è ancora molto lavoro da fare. Pesa l’accresciuta incertezza internazionale e l’aggravarsi della crisi energetica».
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