2020-05-08
Paolo Capone (Imagoeconomica)
- Il segretario dell’Ugl: «Basta parlare con i rider, loro preferiscono restare autonomi. Con il nostro contratto hanno più formazione, l’assicurazione per gli infortuni, premi e dotazioni a carico dell’azienda. Eppure i compagni ci hanno contrastato in tutti i modi».
- Non vanno a gonfie vele gli affari del delivery in Italia: Glovo e Deliveroo aumentano i fatturati ma se crescessero i costi non reggerebbero. Esiguo il gettito fiscale.
Lo speciale contiene due articoli
I rider che portano il cibo a casa vogliono essere trattati come lavoratori autonomi e ora Ugl chiede che il contratto voluto dal sindacato guidato da Paolo Capone venga rinnovato passando la paga oraria da 10 a 15 euro l’ora. Ma non tutti sono d’accordo e in passato gli scontri non sono mancati. La Verità ne ha parlato proprio con il numero uno dell’Ugl.
Capone, quando vi siete interessati per la prima volta al tema dei rider e perché?
«All’inizio ero convinto che la soluzione dovesse essere l’inquadramento pieno nel lavoro subordinato. Al primo tavolo istituzionale aperto quando c’era ancora il ministro Luigi Di Maio, si ragionava proprio in questi termini: “sconfiggere il precariato” e quindi contratto da dipendenti. Io stesso dichiarai quella linea. Poi ho cambiato posizione per un motivo semplice: ho iniziato ad ascoltare i rider e a verificare i dati reali, non i riflessi ideologici».
Cosa vi ha fatto cambiare lettura?
«Una constatazione: la gran parte dei rider chiedeva autonomia, non subordinazione. Non per “romanticismo”, ma per convenienza concreta: più libertà nella gestione dei tempi, possibilità di conciliare studio, famiglia, altri lavori e, spesso, redditi orari competitivi. In assenza di un quadro collettivo, però, il mercato era un far west: regole fissate unilateralmente dalle piattaforme, pagamenti e tutele non standardizzati. Da lì l’idea: se il lavoro è scelto come autonomo, va governato con un contratto vero».
Avete fatto anche un test sul campo, giusto?
«Ho chiesto a un dirigente confederale di iscriversi a una piattaforma senza qualificarsi come sindacalista e di fare consegne con continuità per tre mesi, parlando sistematicamente con i colleghi nei punti di ritrovo. Il risultato è stato netto: praticamente nessuno tra quelli incontrati dichiarava di desiderare un contratto da subordinato. È stato un passaggio decisivo perché ci ha dato un riscontro empirico, non mediato».
Sul piano della rappresentanza, che numeri avete nel settore?
«Il comparto vale circa 40.000 addetti ed è a bassissima sindacalizzazione, perché molti entrano ed escono rapidamente. In questo contesto Ugl Rider è il primo sindacato: circa il 13% del totale addetti e, soprattutto, quel 13% pesa circa il 96% dei rider sindacalizzati. Questo significa che, quando portiamo un’esigenza al tavolo, non lo facciamo da osservatori esterni».
La critica principale della Cgil era: “Applichiamo la logistica”. Perché non funziona?
«Perché non è un contratto specifico per lavoro su piattaforma e, soprattutto, non intercetta la domanda prevalente di autonomia. È un approccio “novecentesco” a un lavoro che ha dinamiche diverse. Il punto non è demonizzare la subordinazione: il punto è riconoscere che nel mercato reale oggi coesistono due opzioni e i rider scelgono».
Perché a Landini non sta bene?
«In Cgil hanno ancora una visione del lavoro organizzato con modelli novecenteschi. Non hanno mai cercato una mediazione con noi e hanno sempre cercato di osteggiare la nostra iniziativa. Hanno, di fatto, contrastato il primo contratto in Europa per lavoratori autonomi di questo tipo. Fosse per Landini i rider oggi non avrebbero tutele».
Lei cita spesso il confronto tra modelli. Quali sono i numeri che portate?
«È un fatto: in Italia oggi ci sono due strade. Una piattaforma che applica un impianto di lavoro subordinato (il caso di Just Eat) è passata da circa 6.000 addetti a meno di 2.000 dopo l’applicazione di quel modello. Dall’altra parte, circa 35.000 rider hanno scelto aziende che applicano un contratto per autonomi. Se la scelta è libera e la forbice è questa, significa che l’autonomia, regolata, risponde meglio alle esigenze di molti».
Andiamo al vostro contratto: cosa garantisce, in concreto, al rider autonomo?
«La base è un compenso indicato in 10 euro l’ora lavorata. Poi, ci sono tutele che prima non erano scontate: assicurazione per infortunio, formazione sulla sicurezza, dotazioni a carico dell’azienda (zaino, vestiario, dispositivi) con sostituzioni periodiche; e meccanismi incentivanti come premi annuali e di produzione definiti su base aziendale con la rappresentanza dei rider».
Siete in fase di rinnovo: cosa chiedete?
«Abbiamo aperto il confronto a inizio gennaio e la richiesta è chiara: portare la base da 10 a 15 euro l’ora lavorata. Sappiamo come funzionano le trattative: si alza l’asticella per arrivare a un punto di equilibrio plausibile. In parallelo chiediamo di estendere l’assicurazione anche alla malattia (oggi è centrata sull’infortunio) e di rafforzare le regole sul controllo/trasparenza dell’algoritmo, perché è lì che si gioca una parte rilevante della qualità del lavoro su piattaforma».
Un passaggio discusso è la vostra proposta sul riconoscimento facciale. Perché?
«Perché il vero sfruttamento, quando emerge, spesso non nasce dal contratto in sé ma dal “caporalato digitale”: account moltiplicati e poi “affittati” a lavoratori vulnerabili, spesso irregolari, che di fatto corrono mentre qualcun altro incassa e trattiene una quota. Lì sì che possono saltare fuori paghe da fame. La proposta è legare l’account a un riconoscimento facciale per impedire la sostituzione dell’identità. Serve un confronto serio con privacy e garanzie, ma l’obiettivo è colpire la filiera dello sfruttamento, non i regolari».
Le paghe sono minime, pure i ricavi
Il sospetto è che sopra la pizza fumante, non ci sia niente. Perché non vanno bene gli affari del delivery in Italia, almeno a giudicare dai numeri ufficiali. Fanno pochi utili, pagano pochissime tasse e questo nonostante costi del personale tenuti davvero al minimo. La soluzione sarebbe forse spostare la sede in qualche paradiso fiscale, anche comunitario, come l’Irlanda, ma poi non sarebbe facile giustificare un business che si vede molto bene, ogni giorno e ogni sera, sulle strade italiane.
Due giorni fa la procura di Milano ha contestato un reato abbastanza odioso come il caporalato all’amministratore unico di Deliveroo Italia. Qualche settimana prima, era toccato alla filiale italiana di Glovo, con tanto di controllo giudiziario urgente per mettere a posto situazioni di asserite «schiavitù». Che nel food delivery succeda di tutto è sotto gli occhi di molti: turni massacranti, finte partite Iva, paghe da fame, bici elettriche più o meno scassate o stranamente costose e oltre metà dei rider che sono immigrati, pronti a tutto pur di uscire dalla clandestinità. Però non siamo nel mondo dorato della grandi società americane che vendono servizi tecnologici e internet, macinano miliardi di utili e pagano le tasse un po’ dove vogliono, tanto che hanno un continuo contenzioso con l’Agenzie delle Entrate e con Bruxelles.
Il delivery in Italia c’è da oltre 10 anni e dei primi quattro operatori ne sono rimasti solo due, perché Foodora e Ubereats hanno già levato le tende. Deliveroo Italia è una srl da 10.000 euro di capitale, controllata dalla Roofods Ltd londinese. La sede è a Milano in via Carlo Bo e ha una ottima presenza commerciale. Oggi è sospettata dai pm di Milano di schiavizzare i suoi rider, ma solo cinque anni fa, per i suoi spot girati a Roma nel quartiere Prati, aveva ingaggiato il popolare attore comico Frank Matano. Deliveroo Italia ha 150 dipendenti e circa 20.000 rider, ai quali trattiene come sostituto d’imposta il 20% degli emolumenti. Nel 2018, fatturava 6 milioni di euro e ne versò appena 6.000 come Irap e Ires. L’anno dopo il fatturato è esploso a 50 milioni e le tasse sono rimaste sotto i 115.000 euro. Nel 2021 il fatturato ha raggiunto i 123 milioni, nel 2023 è salito a 176 milioni (con 3,4 di utile). Il costo del personale è al 7,2% dei ricavi, un’inezia, ma ovviamente non contempla i rider che sono fornitori di servizi. È evidente che se un tribunale italiano, o il governo con un decreto, costringessero un’azienda simile ad assumere tutti coloro che lavorano per lei, questa o se ne andrebbe dalla Penisola, o porterebbe i libri in tribunale.
Sul concorrente (si fa per dire, visto l’oligopolio) ci sono ancor meno dati, ma la situazione sembra simile. Glovo è dei tedeschi di Delivery Hero, che hanno comprato la piattaforma di origini spagnole, nata a Barcellona nel 2014. La controllata italiana è una semplice srl milanese, con sede in Via Pirelli 31 e nome accattivante, da calciatore brasiliano: Foodinho. Nel 2019 non risulta che abbia versato imposte, perché era in perdita. Nel 2022 ha registrato 147 milioni di fatturato (+30%), con 187 dipendenti. Da un’ispezione di tre anni fa, risultavano 19.000 rider. A giugno del 2021, Foodinho si è vista comminare una sanzione dal Garante della Privacy da 2,6 milioni per «trattamento discriminatorio dei rider», che sarebbero statti profilati pesantemente, molto controllati (a loro insaputa) e nell’impossibilità di sapere che cosa dicono di loro i clienti.
In attesa di vedere a dove porteranno le inchieste penali della procura milanese, che come spesso accade si muove in evidente supplenza di alcuni sindacati e di altri poteri dello Stato, resta il fatto che apparentemente il food delivery è un business povero, privo di un vero valore aggiunto industriale, senza contenuti tecnologici, «costretto» a campare sul costo del lavoro basso e su piattaforme diffuse quanto poco concorrenziali. Mentre dal punto di vista fiscale presenta un’anomalia notevole: da un lato assicura poco gettito al paese ospitante, dall’altro è abbastanza evidente che chi va al ristorante, dove il conto a fine pasto in questi 10 anni è esploso, paghi una tassa occulta che finanzia il delivery. Un servizio che «non puoi non offrire», ma che non sta molto in piedi se la compliance è totale.
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein (Ansa)
Premio di maggioranza se superi il 40%. Candidato premier da mettere nel programma.
La maggioranza ha presentato ieri in Parlamento la proposta di riforma della legge elettorale. Addio ai collegi uninominali, attribuzione dei seggi con metodo proporzionale, su base nazionale per la Camera e su base regionale per il Senato, previsione di un premio di maggioranza, e infine, per mandare completamente in tilt il centrosinistra, indicazione obbligatoria del candidato premier al momento della presentazione del programma.
Il testo prevede che il singolo partito, o la coalizione che prende più voti in assoluto - purché raggiunga la soglia del 40% - ottenga il cosiddetto «premio di governabilità» di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato: «La coerenza tra governabilità e rappresentatività», si legge nella premessa del testo, «è assicurata dai vincoli posti all’entità del premio medesimo: quest’ultimo, sia alla Camera che al Senato, non può infatti superare il 15 per cento dei seggi, rimanendo comunque ancorato alla soglia massima di 230 seggi conseguibili alla Camera dei deputati e 114 seggi conseguibili al Senato della Repubblica». «A tutela delle opposizioni», si legge, «in nessun caso la maggioranza potrà superare il 60% degli eletti». In sostanza il premio consente alla coalizione (o al partito) che conquista più voti in assoluto, sempre a patto che superi il 40% dei voti, la possibilità di arrivare almeno al 55% e a non più del 60% dei seggi in Parlamento. Nel caso in cui nessuna coalizione raggiunga il 40%, ma le prime due superino il 35%, tra queste è previsto un turno di ballottaggio. Per i partiti che non si presentano in coalizione, o per minicoalizioni, la soglia minima di voti per accedere alla ripartizione proporzionale dei seggi è il 3%: un modo per consentire ad Azione di Carlo Calenda di presentarsi da sola, ma una buona notizia anche per Futuro nazionale di Roberto Vannacci, che se dovesse scegliere a sua volta la corsa solitaria avrebbe una soglia abbastanza bassa da raggiungere per entrare comunque in Parlamento. Niente preferenze: l’elettore troverà sulle schede dei listini con i nomi bloccati. E veniamo al punto più critico per l’opposizione: il testo prevede l’«indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l’incarico di presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, quale elemento di trasparenza dell’offerta politica, fatte salve le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica». Giorgia Meloni avrebbe voluto il nome del candidato premier stampato pure sulla scheda elettorale, ma Lega e Forza Italia comprensibilmente hanno detto no: in questo modo l’effetto-trascinamento per Fratelli d’Italia sarebbe stato a danno degli alleati. L’obbligo di indicare il nome del candidato della coalizione a Palazzo Chigi c’è però al momento della presentazione del programma elettorale. Un guaio grosso per il centrosinistra: chi indicherà?
Il Pd, come primo partito della coalizione, potrebbe impuntarsi su Elly Schlein, che però come ben sappiamo riscuote pochi consensi non solo tra gli elettori degli alleati, soprattutto nel M5s, ma anche tra gli stessi dem. Dunque, a questo punto il centrosinistra ha tre strade: o si affida a Elly, o si mette d’accordo sul nome di un «federatore», oppure sarà costretto a logorarsi (traduzione: andare in frantumi) con le primarie di coalizione. Ora il testo verrà esaminato dal Parlamento. Le opposizioni preannunciano battaglia, ma occorrerà vedere se poi, al di là dei proclami, a qualcuno a sinistra (leggi Schlein) questo testo possa anche stare bene. A patto naturalmente che il nome indicato per Palazzo Chigi sia il suo.
Continua a leggereRiduci
Ansa
I corrieri sottopagati sono il frutto dell’ubriacatura neoliberista di Renzi che in fondo neanche la Schlein rinnega. L’evoluzione è il capitalismo della sorveglianza dove i cittadini sono utenti dai quali ricavare dati.
Perché sinistra e sindacati non si sono mai impegnati a difesa di quel mondo sommerso che sta dentro la cosiddetta «gig economy», si domandava ieri il direttore Belpietro. Semplice, perché quel modello nato nel mito della modernità è stato alimentato da loro, nella ubriacatura neoliberista della quale Renzi è stato il campione assoluto. Se qualcuno pensa che la Schlein possa ripulire le tracce di quel passato si sbaglia di grosso, poiché al netto dei comizietti la segretaria del Pd è della stessa pasta culturale, di un fighettismo travestito da «pop».
E lo stesso vale per i sindacati che per il concertone del Primo maggio non ebbe a obiettare di fronte alla sponsorizzazione di una azienda leader nel delivery, Just Eat. Ovviamente gli organizzatori si affrettarono a spiegare quanto di buono avesse fatto quell’azienda per i lavoratori eccetera eccetera, non capendo che il problema sta nel «modello di business» che i sindacati non vedevano e non vedono.
Sinistra e sindacati accolgono in maniera acritica il modello dell’algoritmo e lo reputano una leva favorevole della globalizzazione per uscire dalla povertà; ecco perché non sono mai scesi in piazza per i rider. L’inchiesta della procura di Milano fa notizia perché gratta il primo strato di questo modello che la modernità chiama «gig economy» (economia dei lavoretti) sebbene già noto con l’espressione più propria di «sfruttamento». Perché scrivo che gratta solo il primo strato? Perché la mancata configurazione contrattuale è uno degli aspetti distorti del modello, ma non è affatto l’unico. E se parlo di «sfruttamento» non mi riferisco soltanto ai lavoratori per lo più immigrati (più immigrati, più... «lavoratori moderni») costretti per pochi euro ad affrontare ogni genere di inconveniente, dalla condizione del meteo a quella delle strade; sono certo che la procura non avrà problemi a fare emergere lo sfruttamento. E sono certo che in una società dove la reputazione è quasi tutto le multinazionali non avranno problemi a migliore le condizioni tariffarie magari in accordo con i sindacati che così potranno sbandierare un qualche successo. Ma tutto ciò non è il bubbone. Il tema che questo «capitalismo della Sorveglianza» - per dirla col titolo di un fondamentale libro di Shoshana Zuboff edito dalla Luiss - pone è il cambio totale di paradigma dove o lo Stato capisce il senso della sfida o è finita. Ed è finita perché i cittadini diventano utenti, per di più drogati e quindi non consapevoli. Metto in fila alcune considerazioni, di cui solo in parte ci rendiamo conto. Il meccanismo è apparentemente semplice: io scarico una app, ordino del cibo, me lo portano, non c’è scambio di denaro perché si paga con moneta digitale. Messa così sembra tutto perfetto: c’è chi - specie tra i radical chic che abitano in centro - afferma persino che i poveri hanno un lavoro e quindi è la globalizzazione che vince.
I compagni salutano con favore le inchieste della procura così l’operazione pilatesca è perfetta: le multinazionali hanno sbagliato a sfruttare? Ora è giusto che paghino. Ma, appunto, questo è nulla. Parto da un altro aspetto di cui nessuno parla e che gli utenti fingono di non vedere: i box contenitori. È normale che i Nas vadano nelle cucine e nei locali dei ristoranti, mentre non ci siano notizie di ispezioni rispetto a questi scatoloni?
Chi si cura dell’igiene e della pulizia di questi box? Ne parlai in tv ai tempi in cui avevo una trasmissione e ne ho parlato nel libro «Moderno sarà lei»: sono gli stessi rider a svelare che nessuno chiede loro certificazioni o prove di igienizzazione; sono loro stessi a raccontare che finito il turno, i box possono diventare la scatola dove mettono i loro vestiti («Non abbiamo armadi dove abitiamo...»); sono loro stessi che raccontano che i pusher li pagano anche come corrieri. E poi c’è il discorso dei ristoratori, «sfruttati» non di meno dall’economia dell’algoritmo: loro si accollano il rischio di impresa e i costi della ristorazione, dalle tasse all’affitto al leasing delle cucine; loro fanno la spesa; loro debbono aspettare i tempi lunghi del pagamento delle piattaforme. «Se i ristoratori abbassano la saracinesca ci perdiamo tutti», dicono per giustificarsi. Balle. Loro hanno già disegnato il nuovo modello: le dark kitchen. Cosa sono? Sono cucine professionali (all’inizio erano nate rilevando locali e know how professionale di chi non aveva superato la pandemia ed è rimasto intrappolato dai costi non più sostenibili) dedicate esclusivamente alla preparazione di piatti destinati alla consegna a domicilio. Non ci sono coperti per i clienti perché i clienti al tavolo non sono previsti, non ci sono camerieri ai tavoli e l’unico locale che serve è la cucina. Pasti rapidi destinati a uffici, abitazioni, alberghi.
E per chiudere un’ultima domanda: ma voi davvero pensate che il business di queste piattaforme sia la consegna del cibo? No, l’oro sta nei dati che il traffico genera. Se le piattaforme riconoscono ai rider qualche euro, per la vendita dei nostri dati a noi non danno nemmeno un centesimo.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Witkoff e Kushner delusi dal terzo round di trattative, malgrado l’Oman parli di progressi.
È stata un’altra giornata di diplomazia intensa, quella di ieri a Ginevra: una giornata fitta di incontri che, mentre La Verità andava in stampa, non si era ancora conclusa. L’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, hanno innanzitutto tenuto una terza tornata di colloqui, mediata dall’Oman, con gli iraniani.
Dall’altra parte, i due rappresentanti statunitensi hanno incontrato anche la delegazione ucraina, guidata da Rustem Umerov. «Abbiamo concluso oggi i negoziati tra Stati Uniti e Iran, dopo significativi progressi. Riprenderemo subito dopo le consultazioni nelle rispettive capitali», ha dichiarato il governo di Muscat, per poi aggiungere: «Le discussioni a livello tecnico si terranno la prossima settimana a Vienna. Sono grato a tutti gli interessati per il loro impegno: i negoziatori, l’Aiea e il nostro ospite, il governo svizzero».
«La nostra proposta di soluzione include dati e prove tecniche e pratiche che dimostrano che non vogliamo un’arma nucleare. La nostra proposta conferma che l’arricchimento dell’uranio è un diritto sovrano e offre un congelamento temporaneo dell’arricchimento per un periodo limitato», aveva dichiarato ieri, prima della conclusione dei colloqui, un funzionario iraniano ad Al Jazeera. «La nostra proposta di soluzione a Ginevra non include alcuna idea riguardante i nostri sistemi missilistici e i programmi di difesa. Il principio di azzerare definitivamente l’arricchimento, smantellare gli impianti nucleari e trasferire le scorte di uranio è completamente respinto», aveva proseguito, per poi aggiungere: «La nostra proposta a Ginevra è politicamente seria e tecnicamente creativa e include tutto il necessario per raggiungere un accordo immediato». Dal canto loro, gli americani, secondo il Wall Street Journal, avrebbero chiesto a Teheran sia di smantellare i siti nucleari di Fordo, Natanz e Isfahan sia di consegnare a Washington il suo uranio arricchito. Ieri sera, Axios, oltre a definire Witkoff e Kushner «delusi», riferiva che «le divergenze tra le parti restano significative e sono ancora in discussione altre questioni».
Trump, come è noto, vuole evitare che l’Iran si doti dell’arma atomica. Punta inoltre a far sì che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio e limiti il suo programma balistico, oltre a cessare la fornitura di armi ai propri proxy regionali: una serie di richieste a cui, come abbiamo visto, gli ayatollah hanno finora in gran parte risposto picche. È anche per questo che il presidente americano sta da tempo valutando di ricorrere all’opzione militare, che potrebbe essere usata o per indebolire la posizione negoziale iraniana o per decapitare il regime khomeinista. Non è del resto un mistero che, su questo dossier, si stia registrando da settimane un dibattito serrato in seno all’amministrazione statunitense. D’altronde, Trump ha continuato a schierare navi e aerei in Medio Oriente proprio per mettere sotto pressione la Repubblica islamica nel corso dei colloqui. Nel frattempo, sempre ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha minacciato di interrompere l’accesso della MBaer Merchant Bank al sistema finanziario statunitense, accusando l’istituto svizzero di aver sostenuto attori collegati a Iran, Russia e Venezuela.
Per quanto riguarda invece i colloqui tra americani e ucraini, Umerov ha reso noto che si sarebbero concentrati «sul pacchetto di prosperità: meccanismi per il sostegno economico e la ripresa dell’Ucraina, strumenti per attrarre investimenti e quadri per la cooperazione a lungo termine». Non solo. Ci si attendeva che gli americani, sempre a Ginevra, avrebbero incontrato anche l’inviato di Vladimir Putin, Kirill Dmitriev. In tutto questo, ieri, prima dell’avvio dei colloqui, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, si era rifiutato di fornire tempistiche in riferimento alla conclusione di un eventuale accordo di pace, affermando: «Avete sentito qualcosa da noi sulle scadenze? Non abbiamo scadenze, abbiamo dei compiti. Li stiamo portando a termine».
Continua a leggereRiduci







