Di fronte alla guerra dei dazi la Cina mostra il suo vero e doppio volto. Oltre al tradizionale soft power è in grado di aggiungere la forza della vera tecnocrazia e di un partito, quello comunista, che domina tutti i gangli sociali e industriali. Ieri, infatti, il partito ha ordinato a tutte le compagnie aeree del Dragone di bloccare gli acquisti di velivoli Boeing. Quelli non consegnati e pure le ordinazioni. Alle stesse compagnie è stato suggerito di chiudere (con gradualità) anche i rapporti con fornitori di pezzi di ricambio battenti bandiera Usa. Un tema semplice da capire ma altrettanto delicato. Un monito anche per gli Stati europei che negli ultimi 15 anni hanno costruito relazioni intrecciate.
Per rimanere in tema aeronautico basti pensare al caso Airbus. La Francia con il passare degli anni ha apparentemente conquistato il mercato cinese vendendo centinaia di velivoli, parte dei quali prodotti in loco. In cambio ha però dovuto accettare che le aziende cinesi diventassero fornitrici preferenziali. Oggi sono più di 6.000 quelle del Dragone certificate per Airbus. Immaginate cosa potrebbe succedere se si interrompessero le relazioni politiche con la Cina. Come farebbe Emmanuel Macron ad affrontare uno stop improvviso di un tale flusso produttivo? La domanda è retorica. La risposta: non potrebbe fare nulla. E ciò mette a nudo la deindustrializzazione del Vecchio continente iniziata ormai 25 anni fa proprio quando il Dragone fu ammesso nel Wto. Il problema è che con il passare del tempo quella che era una economia lineare si è complicata con la trasversalità delle logiche digitali.
Ed è proprio sulle piattaforme social che Xi Jinping mostra la militarizzazione della propria forza. Da quando Donald Trump ha annunciato le nuove barriere, TikTok ha iniziato ad affilare la propria propaganda contro un intero settore che per gli Usa e ancor più per l’Europa vale un enorme fetta di Pil e di prestigio economico. Si tratta del lusso.
Influencer chiaramente coordinate (ricordiamo che TikTok nasce con algoritmi gestiti direttamente dai militari) stanno bombardando gli utenti con un messaggio mirato a far sterzare i consumi. L’input è quello di non comprare più accessori e abbigliamento di lusso prodotto in Occidente. «I prodotti nascono in Cina e poi entrano nel circuito globale con importanti ricarichi», spiegano gli influencer invitando gli ascoltatori a disintermediare. Cioè acquistare l’abbigliamento prodotto e venduto in Cina. Tanto ormai il livello di qualità è paritetico. Un assunto per giunta vero, che non fa una grinza. Anche in questo caso, nonostante la notizia non stia finendo sui principali giornali, emerge l’enorme potere della propaganda tramite algoritmo. Purtroppo sia i politici che gli economisti hanno sottovalutato il trend. Non hanno capito che i social (in particolar modo TikTok) sono un’arma ibrida che serve a portare avanti guerre commerciali e cognitive. E siamo solo all’inizio. L’Occidente non ha ancora sperimentato l’uso dell’Intelligenza artificiale empatica. Quando questa forma di Ia farà capolino sulle piattaforme, la capacità di penetrare altre società e mercati aumenterà in modo esponenziale. Faremmo bene a mettere il tema al centro di tutte le nostre agende politiche, invece di limitarci al piccolo cabotaggio e all’idea di trovare soluzioni geopolitiche di breve respiro. Anche perché nel frattempo la Cina non sta certo abbandonando la vecchia e tradizionale capacità di influenzare governi nazionali promettendo investimenti e posti di lavoro. Uno schema che viene applicato spacchettando le promesse anche a livello dei governi locali.
L’Italia in questo senso è un caso da manuale: ultimo esempio in ordine temporale è quanto è accaduto l’altro ieri a Brindisi. In un convegno alla presenza di varie istituzioni è stata di fatto istituzionalizzata la partnership tra Renexia, della famiglia Toto, e la cinese Mingyang. L’operazione mira a realizzare il più grande parco eolico offshore d’Italia. I lavori si allineeranno al decreto Energia che punta a identificare per la specifica filiera energetica due porti. Saranno Taranto e Augusta, due scali che sono anche famosi per la forte presenza di infrastrutture Nato. Nello stesso convegno è stata anche lanciata la possibilità che nella città pugliese venga creato un sito per produrre cavi elettrici sottomarini. Sono quelli che serviranno a collegare le pale con la terraferma? I dettagli non sono stati forniti. Mingyang però di solito si fornisce da Dongfang, tra le più grandi aziende di Stato cinesi e tra i leader mondiali nel settore dei sistemi per la generazione di energia. In vari Paesi Dongfang è sotto osservazione per motivi di sicurezza nazionale.
Ecco che un tale annuncio a tre giorni dalla visita di Giorgia Meloni da Trump rischia di essere qualcosa in più che un sassolino nella scarpa del tycoon. Questa amministrazione, a differenza di quella di Joe Biden, ha rimesso nel mirino la tecnologia cinese nel comparto energetico. Il messaggio della Casa Bianca nelle ultime settimane è stato chiaro. Su certe tecnologie siamo chiamati a fare una scelta. La Meloni può giocarsi il ruolo di Gianluigi Aponte nel risiko dei porti e rispolverare l’incontro che ha fatto con Larry Fink, il capo di Blackrock, lo scorso settembre. Siamo sicuri che il fondo Usa possa investire in presenza di tecnologia cinese così sensibile? Anche questa è una domanda retorica. La risposta comunque spetta a Palazzo Chigi.







