L’inchiesta sul rimpatrio del generale libico Njeem Osama Almasri, accusato nel suo Paese di crimini di guerra, torture e stupri, sta assumendo contorni paradossali. Fermato a Torino il 19 gennaio e rispedito in Libia con un volo della Cai, società controllata dall’Aise, l’agenzia d’intelligence che si occupa di minaccia estera, il militare è al centro del procedimento in cui la Procura di Roma ha chiesto di procedere per per il ministro della Giustizia Carlo Nordio, per quello dell’Interno Matteo Piantedosi e per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai rapporti con i Servizi Alfredo Mantovano. Proprio gli ultimi due, nella richiesta di autorizzazione a procedere inviata dai pm il 5 agosto alla Camera dei deputati, risultano indagati per «peculato». «In concorso tra loro», scrive la Procura, «distraevano per un uso momentaneo l’aereo della Cai, nonché si appropriavano del carburante necessario per l’esecuzione dei voli da Roma-Torino, Torino-Tripoli e Tripoli-Roma, disposti non per reali esigenze di sicurezza ma al solo fine di aiutare Almasri, colpito da mandato di arresto internazionale emesso dalla Corte penale internazionale, a sottrarsi a tale mandato». Un colpo di scena che ha ribaltato completamente il copione scritto tempo prima, nel ruolo di contestatore, da Mantovano, il quale aveva messo nero su bianco le ragioni con le quali negava al capo della Procura di Roma Francesco Lo Voi l’uso disinvolto dei voli di Stato. Il magistrato, che in Procura è stato soprannominato da qualche mattacchione «Lo Volo», è titolare di una scorta di «primo livello eccezionale»: tre auto blindate, vigilanza fissa, bonifiche preventive. Un dispositivo che dal 2017 alla fine del 2023 gli aveva consentito di viaggiare sui voli «blu» per la tratta Roma-Palermo. Ma due anni fa il governo ha deciso di darci un taglio: troppo costoso far volare il procuratore sui Falcon dell’Aeronautica militare, 13.000 euro a viaggio di andata e ritorno, due volte a settimana. Quasi 340.000 euro l’anno, per un totale di circa 1,7 milioni di euro dal 2017. Il primo atto ufficiale del contenzioso è una lettera di febbraio 2023: «Richiesta di voli di Stato del procuratore della Repubblica di Roma dottor Lo Voi» e «diniego di autorizzazione allo stato degli atti». Lo Voi aveva provato a far leva sulla sicurezza: «L’uso del volo di Stato consente uno spostamento molto più rapido […] evita la presenza dello scrivente in ambienti e situazioni di facile riconoscibilità personale […] ed evita altresì l’impiego di personale di scorta». Mantovano aveva replicato senza giri di parole: «La maggiore rapidità dei voli di Stato non è un argomento in sé decisivo […], la presenza della scorta supererebbe le preoccupazioni circa la riconoscibilità». E per chiudere la partita aveva commissionato al Servizio voli un confronto economico «tra il costo complessivo del volo di Stato senza scorta e quello del volo commerciale con scorta»: 13.000 euro per il volo di Stato contro i 400-700 euro per un volo di linea. L’8 marzo 2023 arriva il secondo diniego: «Il volo di Stato» è «sempre notevolmente più costoso della soluzione commerciale». Lo Voi non si arrende e affida ai suoi avvocati un ricorso straordinario al Consiglio di Stato, contro Mantovano e nei confronti di Piantedosi, l’unico, a suo giudizio, competente a occuparsi della questione, ritenendo «la convenienza in termini di costo dell’utilizzo di voli di linea […] non così rilevante». E insiste «sull’inopportunità» di viaggiare come un passeggero qualsiasi, evocando «evidenti rischi» per gli altri passeggeri. Ma il «no» del governo resta fermo. Quella fama di frequentatore di voli non è solo un soprannome. In passato, tra le missioni internazionali di Lo Voi, c’è stata anche una trasferta ad Abu Dhabi per l’estradizione del narcos albanese Dorian Petoku, il braccio destro di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, ma con esito ancora in sospeso. Un curriculum da viaggiatore che si è arricchito di un’ultima, clamorosa, destinazione. Quando l’esposto (molto mediatico) di Luigi Li Gotti, ex sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi, ex Msi, poi Italia dei valori e Pd, che ha innescato l’indagine sul caso Almasri è arrivato sulla scrivania del procuratore, è stato lavorato in tempi record: tre giorni, weekend compreso, e iscrizione lampo per i reati indicati da Li Gotti. Nel frattempo, mentre Mantovano e Piantedosi si presentavano in Parlamento per spiegare la gestione del caso Almasri, il procuratore che li aveva messi sotto inchiesta, come riuscì a ricostruire la Verità, era a 15 ore di volo di distanza. Meta: Mauritius. Un’isola vulcanica a 500 chilometri dal Madagascar. Un paradiso esotico dove il silenzio stampa poteva essere garantito. E qui il cerchio sembra chiudersi. Perché, al netto della gravità o meno delle accuse, che ora passeranno al vaglio parlamentare, resta l’immagine di un’inchiesta che nasce da un esposto politico, attraversa un vecchio contenzioso personale sui voli di Stato e approda in una meta da cartolina. Con un epilogo (per ora), in cui il contestatore (Mantovano), per un volo della società dei Servizi finisce indagato dal contestato (Lo Voi) per i voli di Stato e, al suo fianco nella richiesta di autorizzazione a procedere, in un unico capo d’accusa, si trova proprio Piantedosi: lo stesso che, nelle carte del ricorso per il volo «blu», gli avvocati del procuratore avevano indicato come l’unico competente a decidere sulla sua richiesta di tornare a volare di Stato.
Le vie della giustizia sono come quelle del Signore: infinite. Se da un lato la Corte dei conti del Lazio ha infatti archiviato il procedimento a carico di Matteo Salvini per presunto danno erariale sull'uso dei voli di Stato, dall'altro ha trasmesso le carte alla Procura ordinaria per valutare la legittimità delle condotte dell'ex ministro dell'Interno e di chi autorizzò la messa a disposizione degli aerei della polizia e dei vigili del fuoco. I giudici contabili hanno stabilito che non ci fu spreco di risorse pubbliche per i 35 spostamenti su territorio nazionale del leader leghista, finito sotto inchiesta sulla base di alcune ricostruzioni giornalistiche, ma invocano ulteriori approfondimenti da parte della giustizia penale. In due pagine, i magistrati di Viale Mazzini - ricostruendo i viaggi istituzionali di Salvini - scrivono che fu «illegittima la scelta di consentire l'uso dei menzionati velivoli per la finalità di trasporto aereo del ministro e del personale al seguito», ma al tempo stesso «considerato che i costi sostenuti per tale finalità non appaiono essere palesemente superiori a quelli che l'amministrazione dell'interno avrebbe sostenuto per il legittimo utilizzo di voli di linea da parte del ministro e di tutto il personale trasportato, al suo seguito» non si può «dimostrare la sussistenza, nella fattispecie, di un danno erariale, né […] di procedere a una sua quantificazione».
Caso chiuso? Affatto. I giudici contabili hanno deciso di trasmettere il fascicolo a Piazzale Clodio per verificare l'eventuale commissione di reati. Al momento in Procura non è stata ancora formalmente iscritta un'indagine, ma è chiaro che già nei prossimi giorni sarà aperto un fascicolo e sarà avviata l'attività investigativa. Due i fronti giudiziari su cui potrebbero concentrarsi le verifiche dei pubblici ministeri capitolini a carico di Salvini: il peculato d'uso o l'abuso d'ufficio.
L'ex vicepremier ha preferito non commentare la decisione della Corte dei conti rimandando a una nota in cui il dipartimento della pubblica sicurezza del Viminale annuncia che «si attiverà nelle sedi competenti per riaffermare l'assoluta legittimità dell'uso dei velivoli della polizia da parte del ministro nelle circostanze oggetto del pronunciamento della magistratura contabile. Ciò per ribadire la correttezza dei comportamenti tenuti e al fine di evitare equivoche interpretazioni per il futuro».
In attesa di imminenti sviluppi è anche il procedimento che vede coinvolto un altro big del Carroccio, il senatore - ed ex sottosegretario alle Infrastrutture nel precedente governo gialloblù - Armando Siri, indagato dalla Procura di Roma per corruzione nel fascicolo Arata-Nicastri e dalla Procura di Milano per due mutui ottenuti da una banca di San Marino. L'esponente leghista è stato infatti sentito dalla giunta per le immunità di Palazzo Madama in relazione alla richiesta, avanzata dai pm lombardi, di sequestrare due suoi computer che potrebbero contenere informazioni utili all'inchiesta meneghina.
«La seduta della giunta è riservata, non ho nulla da dire in questo momento», ha tagliato corto il politico lasciando il complesso di Sant'Ivo alla Sapienza. «La giunta non ha competenza sullo sviluppo dell'inchiesta», ha invece spiegato il presidente dell'organismo di Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, «Siri si è detto contrario al sequestro perché ritiene che sussista il fumus persecutionis e ha specificato che in quei computer ci sono documenti attinenti al suo lavoro. Ha detto anche che è a disposizione della magistratura per cercare ciò che attiene alle indagini e che però il sequestro gli impedirebbe di svolgere la sua attività». La giunta approfondirà la richiesta della Procura e le motivazioni addotte da Siri, e il relatore, il senatore Francesco Urraro , nei prossimi giorni presenterà una «sua proposta su cui la giunta prenderà una decisione», ha aggiunto Gasparri. La prossima seduta potrebbe tenersi già la prossima settimana.
All'interno la risposta del ministro Matteo Salvini.
Voli (pindarici) di Stato. Servono i numeri, e non più le parole, per portare a conclusione l'operazione trasparenza di cui il nostro giornale si è fatto promotore sul tema degli aerei blu di cui si sono serviti i ministri dell'Interno, a cominciare da Matteo Salvini. Crocifisso dalla grande stampa, e in particolare da Repubblica, con tanto di indagine «esplorativa» della Procura della Corte dei Conti del Lazio per presunti sprechi di denaro pubblico per i suoi spostamenti istituzionali. Ebbene, sul sito della presidenza del Consiglio, che per legge coordina la flotta aerea di Stato e autorizza le singole richieste provenienti dai ministeri, dalle prefettura e dagli organi dello Stato, ci sono delle specifiche tabelle, divise per mesi, che vale la pena andare a leggere. Per scoprire, ad esempio, che il tanto vituperato vicepremier leghista dal 22 giugno 2018 al 30 marzo 2019 ha utilizzato 12 voli di Stato. In pratica, uno ogni tre settimane considerando che a febbraio e a marzo risultano zero prenotazioni a suo nome. In due occasioni (l'11 luglio e il 14 settembre scorsi) la destinazione finale è stata Milano, la città in cui vive. Le tappe? Salvini è stato a Tel Aviv, Lione, Doha, Tunisi, Il Cairo e Tripoli, oltre a un po' di province italiane.
Sapete invece quanti viaggi ha totalizzato Marco Minniti, predecessore di Salvini al Viminale? Ottantadue viaggi tra il 29 gennaio 2017 e il 6 maggio 2018. Il conteggio, in questo caso, è molto semplice: Minniti ha utilizzato i voli di Stato in media ogni cinque giorni.
Tra le tratte internazionali meritano una citazione il viaggio a Toronto (aprile 2018, un mese dopo le elezioni che porteranno al governo Lega e M5s) e Washington (31 gennaio dello stesso anno). In 33 occasioni, il luogo di partenza o di arrivo del senatore Pd è stata Reggio Calabria, la città di cui è originario, o la vicina Lamezia Terme. Ad agosto 2017, giusto per citare qualche caso particolare, ha fatto prenotare dal suo capo di gabinetto per quattro volte l'aereo blu partendo sempre dalla Calabria (9, 15, 18 e 31 agosto). Nessuno scandalo, chiaramente: i ministri dell'Interno hanno un protocollo di sicurezza, disciplinato dalla legge 133/2002, che è particolarmente rigido, e quindi il ricorso all'aereo di Stato è spesso più una necessità che una scelta.
Solo che questo ragionamento vale per tutti, tranne che per Salvini. Al quale sono stati contestati pure i costi dei voli sui velivoli della polizia di Stato, circa 1.400 euro a viaggio. Molto al di sotto dei 9.000 euro spesi da Renzi, giusto per fare un esempio, quando atterrò con un Falcon 900 a Courmayeur con moglie e figli al seguito per una rigenerante vacanza sulla neve.
Vediamo ora il predecessore del predecessore, ovvero Angelino Alfano che è stato ministro dell'Interno sia nel governo Letta che in quello Renzi per un totale di 1.324 giorni (dal 28 aprile 2013 al 12 dicembre 2016). Per lui i voli di Stato sono stati 178, in pratica uno ogni settimana. Una stima che risente anche di una curiosità: il biennio 2013-2014 è stato infatti particolarmente avaro di aerei blu per i membri dell'esecutivo, e per lo stesso Alfano che non ne ha preso nessuno; una eredità psicologica probabilmente dovuta al clima di austerità imposto dalla tagliola della spending review di Mario Monti. Dal 2015 in poi, l'ex forzista poi convertitosi al Nuovo centrodestra ha abbandonato la paura di volare e ha iniziato a viaggiare in alta quota, e con lui tutti gli altri ministri. Quindi, se volessimo considerare il periodo compreso tra gennaio 2015 e dicembre 2016, la media di Angelino scenderebbe a un aereo blu ogni quattro giorni. Solo nel 2015, per dire, Alfano inanella una ottantina di voli passando dai 4 di marzo ai 15 di maggio assestandosi poi su una media di una decina di viaggi al mese. Per 31 volte, in quell'anno, le località di partenza o di arrivo si trovavano in Sicilia, dove il ministro viveva e coltivava i suoi rapporti politici. Le mete più frequenti sono state Palermo e Catania. Nel 2016, invece, i voli di Stato sono diventati 98 con un paio di traversate intercontinentali verso New York e Washington (aprile e settembre 2016). In quell'anno si contano 37 località siciliane nei piani di volo. Anche in questo caso, la spiegazione potrebbe essere un impegno istituzionale nelle città dell'isola, e quindi tutto sarebbe perfettamente in regola e secondo legge. Ma perché allora il garantismo funziona per gli altri e non per Salvini?
Sui voli di Stato non voglio silenzi
Caro direttore, non avendo nulla da nascondere torno a parlare dei cosiddetti voli di Stato. L'avevo fatto dopo alcune insinuazioni di Repubblica, ci torno oggi per soddisfare le curiosità del Tuo giornale. Ho già diffuso l'elenco dettagliato di tutti i miei viaggi: aggiungo che non sono mai salito su voli secretati, nemmeno per motivi di sicurezza. Quando sono andato in Libia (giugno 2018) ho utilizzato un aereo militare e avevo pubblicato le immagini sui miei profili social. Non ho mai portato giornalisti a bordo. Sui voli di linea (che prediligo anche per gli impegni istituzionali all'estero, come successo per Romania, Ungheria o Russia) scelgo la classe economica, e pochi mesi fa sono volato in Grecia con mio figlio usando una compagnia low cost. Sono sicuro dell'assoluta correttezza delle mie scelte, e sono certo che la Corte dei Conti potrà confermarlo. Cordialmente.
Matteo Salvini
A Repubblica hanno suscitato grande scandalo i viaggi di Matteo Salvini a bordo dell'aereo della Polizia di Stato. Che un ministro dell'Interno partecipi a un comitato per la sicurezza, oppure a una riunione prefettizia in zona ad alta intensità mafiosa, raggiungendo la località con i mezzi del Viminale, è infatti ritenuto un grave abuso dai colleghi del quotidiano radical chic. I quali hanno messo nel mirino «il ministro volante», accusandolo di uso privato di voli pubblici, avendo egli associato gli incontri istituzionali a quelli politici. Da notare che gli appuntamenti non erano fissati a Milano, città dove il leader leghista ha casa e anche il grosso degli elettori, ma a Platì, Catania o Afragola, dunque non proprio feudi leghisti. Che cosa c'è di strano se un ministro dell'Interno presiede un comitato per l'ordine pubblico in zone a rischio e dopo la riunione istituzionale partecipa anche a un evento di partito? Qual è il reato se in quasi un anno di attività utilizza 19 volte un mezzo a disposizione della Polizia essendo il ministro che comanda la Polizia? A nostro parere non c'è nulla di strano o censurabile, e le accuse andrebbero liquidate con una sonora risata, così come l'annuncio di un'indagine della Corte dei conti.
Però, visto che i segugi del quotidiano caro alla sinistra hanno scavato alla ricerca di qualche cosa di anomalo nei voli di Stato presi da Salvini, suggeriamo loro di dare un'occhiata anche ai viaggi di altri ministri dell'Interno, ossia di coloro che occupavano la poltrona del Viminale prima del capitano leghista. Lo studio dei viaggi sarebbe interessante, perché per esempio si potrebbe scoprire che Marco Minniti, cioè l'idolo dei giornalisti di Repubblica - i quali lo avrebbero voluto segretario del Pd al posto di Nicola Zingaretti - ha viaggiato a bordo degli aerei del 31esimo stormo dell'Aeronautica ben 77 volte in un anno e mezzo, dunque con una media assai più elevata dei trasferimenti di Salvini. Sì, Minniti era proprio un ministro con la valigia, sempre con il piede sulla scaletta di un aereo. Ma dove andava con tale frequenza l'allora inquilino del Viminale? Beh, a leggere i resoconti pubblicati dalla Presidenza del Consiglio, l'uomo a cui era affidata la sicurezza dello Stato faceva su e giù da Reggio Calabria. Zona ad alta densità criminale, segnalano le statistiche e le indagini. Sì, ma anche la zona dove Minniti ha casa e il suo regno elettorale. I viaggi avevano una frequenza quasi settimanale: Roma-Reggio Calabria andata e ritorno. In un mese il ministro ci andava anche quattro volte. In altre occasioni, atterrava di là dallo Stretto. Altre ancora raggiungeva Firenze, altra località interessata dai voli di Matteo Renzi.
Naturalmente noi siamo certi che Minniti, ogni qual volta si sia recato a Reggio Calabria oppure a Lamezia Terme, lo abbia fatto per importanti impegni istituzionali e non di partito. Tantomeno pensiamo che il suo fosse un ritorno a casa dopo una settimana di duro lavoro. Certo, consultando gli elenchi, balza spesso all'occhio la coincidenza del volo di Stato con il weekend, ma siamo certi che il fatto debba essere considerato puramente casuale e se in agosto (2017) il ministro ha fatto avanti e indietro più volte da Reggio Calabria è stato solo per svolgere al meglio il proprio compito.
Ma a viaggiare molto su e giù per la penisola non era solo Minniti. Un assiduo della cabina di volo era anche Angelino Alfano, il quale però non s'imbarcava per la cittadina calabrese, ma volava spesso in Sicilia, a volte atterrando a Palermo, altre a Catania, altre ancora a Trapani. Che il fondatore del Nuovo centrodestra sia di Agrigento è anche quella - come per Minniti - una pura coincidenza, tanto è vero che i voli sul sito della Presidenza del Consiglio sono classificati tutti con la motivazione «Istituzionale/sicurezza».
Se citiamo i viaggi aerei dei predecessori di Salvini, non lo facciamo per il gusto di mostrare il rovescio della medaglia, cioè in questo caso i numerosi voli blu quando a Palazzo Chigi c'era Matteo Renzi, ma allo scopo di fare un po' di chiarezza sull'uso di questo servizio e soprattutto per scoprire chi accompagnava i ministri nelle trasferte. L'altro giorno abbiamo scoperto che in almeno un caso a bordo c'erano proprio dei giornalisti di Repubblica, cioè i colleghi di coloro che l'altroieri si scandalizzavano per i viaggi di Salvini. Sarebbe interessante dunque rendere pubblica la lista. Addirittura, si potrebbero fare delle classifiche sui frequent flyer di Stato, con un punteggio per ogni singolo globetrotter ministeriale. Anzi, suggerisco al Viminale e alla Presidenza del Consiglio di dirci anche quanto sono costati questi viaggi. Allora sì che ne scopriremmo delle belle.







