Siamo a un punto di svolta sulla crisi migratoria al confine greco? Stando a quanto riportato ieri dall'agenzia di stampa turca Anadolu, Recep Tayyip Erdogan avrebbe dato ordine alla propria guardia costiera di bloccare i migranti che tentano l'attraversamento dell'Egeo per raggiungere le isole della Grecia: isole che hanno visto un drammatico incremento degli arrivi negli ultimi giorni (la sola Lesbo ospita - secondo Reuters - al momento un totale di circa 20.000 migranti). «Su ordine del presidente, non verrà permesso ai migranti di attraversare l'Egeo, perché è pericoloso», ha dichiarato in tal senso la guardia costiera turca. Uno stop ai flussi migratori in mare, negli stessi giorni in cui l'Oim ha reso noto che - dal 2014 - sono più di 20.000 le persone che hanno perso la vita o sono risultate disperse nelle acque del Mediterraneo.
Dopo una telefonata con la cancelliera tedesca Angela Merkel, è stato comunque riferito che - il prossimo 9 marzo - il Sultano si recherà a Bruxelles. Per quanto non si conosca ancora il programma di questa visita, è facile immaginare che sarà affrontata proprio la spinosa questione della crisi migratoria. E, nello specifico, è altamente probabile che l'Unione europea si prepari a cedere all'ennesimo ricatto economico turco. Non dimentichiamo d'altronde che - nelle ultime ore - Erdogan avrebbe esplicitamente detto alla Merkel: «L'accordo sui migranti del 2016 non va più bene. Non funziona più e va rivisto». Il riferimento è all'intesa, siglata tra Ankara e Bruxelles nel marzo del 2016: un'intesa, in base a cui la Turchia - in cambio di sei miliardi di euro - si impegnava a bloccare i flussi migratori (prevalentemente siriani) diretti verso il Vecchio Continente. Un accordo che Erdogan ha nei fatti sconfessato la scorsa settimana, quando ha concesso ai profughi attualmente presenti sul territorio turco di sposarsi verso il confine greco. Nelle ultime ore, è risultato addirittura chiaro che il Sultano stesse favorendo l'arrivo di profughi in direzione del suolo europeo: una mossa spregiudicata per incrementare la pressione su Bruxelles.
Sulla questione è intervenuto anche il premier greco Kyriakos Mitsotakis, che ha dichiarato: «Siamo onesti: l'accordo (del 2016 con la Turchia, ndr) è morto. È morto perché la Turchia ha deciso di violarlo completamente, a causa di ciò che è accaduto in Siria». «La Turchia», ha proseguito, «sta consapevolmente usando i migranti e i rifugiati come pedine geopolitiche per promuovere i suoi interessi». «Stanno sistematicamente assistendo, sulla terraferma e in mare, le persone che tentano di entrare in Grecia», ha inoltre accusato.
Nel frattempo, non accennano a scemare le tensioni al confine terrestre tra Grecia e Turchia: anche ieri si sono infatti registrati scontri tra polizia e migranti, cui ha fatto seguito il lancio di lacrimogeni. In questo clima, Atene ha reso noto di voler realizzare due nuovi campi temporanei per ospitare centinaia di ulteriori richiedenti asilo. «Vogliamo costruire due centri chiusi nella regione settentrionale di Serres e nella grande area di Atene con 1.000 posti», ha detto il ministro delle Migrazioni greco Notis Mitarachi.
Insomma, la situazione resta tesa. E il presidente turco mette sempre più evidentemente sul tavolo la sua strategia. Dopo aver temporaneamente accantonato la questione di Idlib con la Russia, il Sultano ha adesso le mani libere per concentrarsi sull'Unione europea, con l'obiettivo di ottenere nuovi (cospicui) foraggiamenti finanziari. Ed è in questo senso che, nelle ultime ore, ha deciso di oscillare scaltramente tra il bastone e la carota. Da una parte, ha chiuso i rubinetti dei flussi migratori sull'Egeo. Dall'altra, ha comunque ribadito che l'accordo del 2016 vada rinegoziato.
Erdogan sa del resto quanto il suo potere ricattatorio faccia presa soprattutto sulla Germania. La Merkel teme infatti il verificarsi di una crisi migratoria simile a quella del 2015: una crisi che scosse profondamente la sua popolarità politica e che si trova non a caso alla base del suo attuale declino in patria. In questo senso, Berlino sta cercando di far valere il proprio (considerevole) peso in seno all'Unione europea, per imporre alla fine la linea morbida verso Ankara: il tutto, in barba ad Atene, che auspica invece il mantenimento di una postura aggressiva nei confronti dei turchi. Al recente vertice di Zagabria, il ministro degli Esteri tedesco, Hieko Maas, ha non a caso affermato: «L'Ue deve continuare e rafforzare il sostegno finanziario alla Turchia per l'accoglienza dei rifugiati e dei migranti». Insomma, la Merkel, per i suoi interessi politici interni, sta spingendo l'intera Unione europea a cedere ai ricatti di Erdogan: esattamente come già accaduto - e con quali risultati! - nel 2016. Si tratta della stessa Merkel che, lo scorso novembre, ebbe un po' da eccepire sulla collaborazione dell'Italia con la guardia costiera libica, invocando all'epoca il coinvolgimento dell'Unhcr e delle ong, per «garantire degli standard ragionevoli».
Eppure, esattamente un mese prima, Amnesty International aveva pubblicato un report in cui si sosteneva che la Turchia avesse con ogni probabilità deportato illegalmente centinaia di profughi in Siria: quella Siria che - a tutti gli effetti - è una zona di guerra. Non si capisce allora che fine facciano gli «standard ragionevoli», invocati dalla Merkel, nell'arrendevolezza di Berlino verso Ankara. E l'Italia? Il viceministro degli Esteri, Marina Sereni, ha criticato ieri sia il ricatto turco che la linea dura della Grecia. Insomma, un colpo al cerchio e uno alla botte.
- Ursula von der Leyen: «I loro problemi sono i nostri problemi. Priorità è mantenere ordine alla frontiera» È l'ennesima dimostrazione che, per l'Europa, proteggere i confini si può. Tranne se siamo noi a farlo.
- Scambio di accuse sulle aggressioni ai migranti, che ancora vengono fermati. La Lega: «Gli Stati Ue mandino l'esercito».
- Feroce attacco di Gad Lerner su Repubblica al biblista Yoram Hazony Robiati Bendaud: «Svilisce un autore di rilevanza mondiale».
Lo speciale contiene tre articoli.
Perfino un pretoriano europeista come Federico Fubini, via Twitter, ha dovuto notare l'incongruenza: «Oggi Ursula von der Leyen e Charles Michel vanno al confine greco-turco a dare sostegno a Kyriakos Mitsotakis che fa respingere i rifugiati», ha scritto. «Ma tutto questo non è molto diverso dal modo in cui Matteo Salvini bloccava le navi delle Ong fuori dai porti, forse è peggio».
Ieri, in effetti, sembrava che Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, fosse reduce dalla lettura di 300, il romanzo a fumetti di Frank Miller che rivisita in chiave piuttosto pulp la battaglia delle Termopili. «Grazie alla Grecia per essere il nostro scudo», ha detto in una conferenza stampa a cui hanno partecipato pure il presidente del consiglio europeo, Charles Michel, il presidente del parlamento europeo, David Sassoli, e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Ci mancavano solo gli spartiati a far risuonare le lance. «La situazione ai confini non deve essere gestita solamente dalla Grecia, ma è responsabilità dell'Europa nel suo insieme e noi la gestiremo ordinariamente con unità, solidarietà e determinazione», ha spiegato ancora la von der Leyen. «Chi cerca di mettere alla prova l'unità dell'Europa resterà deluso. Manterremo la linea e la nostra unità prevarrà».
Poi ha aggiunto: «È importante essere qui oggi per dirvi che i problemi della Grecia sono i nostri problemi. Questo confine non è solo un confine greco: è un confine europeo, e io oggi sono qui come una cittadina europea al vostro fianco. Voglio anche esprimere la mia compassione per i migranti che sono stati spinti da false promesse in questa situazione disperata». Da un certo punto di vista, sono parole molto confortanti. L'Unione europea fa sapere che il confine va protetto, e che la Turchia non può permettersi di utilizzare «armi di migrazione di massa» per ricattare gli Stati membri.
Il tono della von der Leyen è stato quasi militaresco: «La nostra priorità è assicurare il mantenimento dell'ordine alla frontiera greca, che è anche una frontiera europea», ha ribadito. «Sono più che disponibile a mobilitare tutto il supporto necessario per le operazioni alle autorità greche. Dietro richiesta della Grecia, Frontex si sta preparando a mettere in campo una squadra di controllo del confine. Frontex ha messo a disposizione una nave off-shore, 6 navi di pattuglia lungo le coste, 2 elicotteri, un aeromobile, 3 veicoli di termovisione, 100 guardie di frontiera (oltre le 530 guardie già in servizio): queste le forze messe a disposizione da Frontex via mare e via terra». Un dispiegamento di uomini e mezzi niente affatto secondario.
Tuttavia viene da chiedersi: se la Grecia è lo «scudo d'Europa», l'Italia che diamine è? La risposta sorge rapida, ma non è delle più gradevoli, anzi. I greci vengono trattati da eroi, e ci mancherebbe. Però Matteo Salvini che voleva chiudere i porti era considerato una specie di criminale di guerra. Anche nei momenti di massima emergenza, dalle nostre parti non si è visto planare alcun capoccione europeo pronto a elencare i mezzi messi a disposizione per arginare i flussi imponenti. E questo atteggiamento menefreghistico nei nostri confronti continua ancora oggi. Su Panorama Fausto Biloslavo riporta le affermazioni dell'europarlamentare leghista Marco Dreosto: «È da ottobre che chiedo all'Unione europea di non lasciare sola la mia regione, il Friuli-Venezia Giulia, per quanto riguarda la lotta balcanica. Con sloveni e croati abbiamo fatto un'interrogazione chiedendo maggiori fondi, controlli transfrontalieri e l'utilizzo di nuove tecnologie, come i droni, per bloccare il flusso dei migranti. Sto ancora aspettando una risposta».
Niente elicotteri né aeromobili, per noi. Al massimo ci hanno riservato e ci riservano spocchia e occhiate di traverso. Oppure mezze fregature come il (presunto) accordo di Malta. Da un lato, ovviamente, pesa l'imbarazzo europeo nei confronti della Grecia: dopo averla maltrattata come sappiamo, oggi i vertici Ue non possono permettersi di abbandonarla al suo destino. Inoltre, in questa brutta faccenda c'è di mezzo anche la non irrilevante signora Angela Merkel, principale artefice del vergognoso accordo con Erdogan sul blocco dei migranti provenienti dalla Turchia. La stessa Merkel che pubblicamente adesso fa la voce grossa, ma lontano dai riflettori è più che disponibile alla trattativa con il Sultano, a costo di farci sganciare altri miliardi.
La pantomima di ieri, insomma, è l'ennesima dimostrazione che ci si può accordare con gli autocrati, si può usare la forza, si possono bloccare i profughi in arrivo in maniera molto più ruvida di quanto il nostro Paese abbia mai fatto. Insomma, il caso greco chiarisce che proteggere i confini si può, anzi si deve. A patto che non lo facciano i sovranisti italiani.
Atene non si piega ai ricatti di Erdogan: «Niente lezioni sui diritti dai turchi»
La Turchia indica ai profughi la strada verso Atene a colpi di lacrimogeni, la Grecia, che ha blindato i confini e inviato l'esercito a sorvegliare le frontiere marittime e terrestri, li respinge e, se riescono a varcare i confini, li arresta. I flussi migratori sulla rotta balcanica sono ormai al centro di uno scontro diplomatico che al momento sembra difficile da ricomporre.
I turchi accusano i greci di aver ucciso un migrante siriano sparando proiettili di gomma sulla calca al confine terrestre e di aver speronato, a largo di Lesbo, un gommone che si è capovolto, causando la morte di un bimbo. Il tutto condito da immagini video diffuse direttamente dalle autorità turche. Fin qui la propaganda, amplificata dalla tv di Stato turca e dalla stampa di regime. Ma le notizie agghiaccianti, stando all'ultimo rapporto della Commissione d'inchiesta Onu sulla guerra in Siria, arrivano in realtà da Idlib, martoriato capoluogo della regione Nord occidentale siriana al centro del conflitto tra Turchia e governo siriano, dove c'è stata una nuova strage di civili: nove le vittime, di cui cinque bambini. Un razzo sparato dall'aviazione di Damasco ha centrato una strada nel centro cittadino, aprendo un cratere nell'asfalto e colpendo con schegge e detriti i palazzi che si affacciano sulla strada.
Le Ong poco dopo il raid hanno pubblicato le immagini della zona colpita.
I greci, ovviamente, rispediscono le accuse turche al mittente: «Quando un Paese usa le persone come ariete, fabbrica false notizie per fuorviarle e viola sistematicamente la sovranità e i diritti sovrani dei Paesi vicini, non è in grado di puntare il dito su nessuno», sostiene il ministro degli Esteri greco Nikos Dendias, aggiungendo che Ankara non sarebbe in grado di «tenere lezioni sul diritto internazionale e diritti umani». E puntano l'indice contro i turchi, rei di minacciare consapevolmente le sicurezza nazionale di Atene. Le Forze armate e la polizia greca mantengono alto lo stato di allerta al confine, dove ormai la calca di siriani, iracheni, iraniani e afghani alle prese con i tentativi di superare la frontiera è a quota 10.000. E stando a quanto riporta la stampa locale, dall'alba di sabato le autorità greche hanno impedito l'ingresso nel Paese a oltre 24.000 immigrati. Altri 183 sono stati arrestati e alcuni di loro sono già stati condannati a quattro anni di carcere e a una multa da 10.000 euro. Altri 2.000 si sarebbero concentrati nei pressi del varco di Pazarkule, mentre alcune centinaia, a bordo di gommoni, sono sbarcati sull'isola greca di Lesbo.
Dove, però, almeno in alcuni casi, sono stati oggetto di un'accoglienza tutt'altro che amichevole da parte della popolazione locale. Il governo greco, inoltre, rivendica che la sospensione del processo per le richieste di asilo è in linea e in regola con il diritto internazionale, perché Atene in questo momento è costretta a fronteggiare massicci arrivi di migranti e non singoli ingressi.
«L'Europa non sarà ricattata dalla Turchia sulla questione migranti», ha detto il premier greco, Kyriakos Mitsotakis da Kastanies, nell'estremo Nord Est della Grecia, il valico di frontiera da giorni sotto il pressing dei migranti che, sul lato turco, sperano di entrare in Europa. «Sfortunatamente», ha affermato il leader greco citando video sui social che mostrano funzionari turchi che offrono ai migranti corse gratuite fino al confine greco, «la Turchia si è trasformata in un trafficante di migranti».
Mitsotakis ha aggiunto anche che la Grecia, che sta fermando il flusso dei migranti dalla Turchia, sta rendendo un grande servizio all'Europa e che si attende solidarietà dal resto dell'Unione. E infatti il presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, non si è fatta attendere: «Le preoccupazioni della Grecia sono anche le nostre. Questo non è solo il confine greco ma è il confine europeo. E vorrei esprimere anche la mia compassione per i migranti che sono stati attratti da false promesse in questa situazione disperata». Von der Leyen è in visita sul confine greco-turco, accompagnata dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel, dal primo ministro croato in rappresentanza della presidenza di turno del Consiglio dell'Ue Andrej Plenkovic, e dal primo ministro greco Mitsotakis. «Manterremo la linea», annuncia Von der Leyen, «e la nostra unità prevarrà. La Turchia non è un nemico e le persone non sono mezzi per raggiungere un obiettivo. Grazie alla Grecia per essere lo scudo d'Europa». La posizione europea, quindi, in questo caso è per respingere i migranti. E la priorità, ora, è mettere ordine al confine greco.
Il leader del Carroccio Matteo Salvini propone di azzerare l'accordo del 2016 (il governo di Ankara si impegnò a mantenere all'interno del proprio territorio i profughi siriani e l'Ue mise sul piatto 3 miliardi di euro), di dare uno stop definitivo ai tentativi della Turchia di entrare in Europa, di cancellare l'accordo doganale del 1995 tra l'Ue e Ankara e, soprattutto, di aiutare Grecia e Bulgaria a difendere i propri confini. «L'atteggiamento di Erdogan è inaccettabile e merita misure drastiche», sostiene l'ex ministro dell'Interno. Secondo Salvini, gli Stati europei dovrebbero inviare «immediatamente soldati e mezzi militari per proteggere il confine greco-turco e quello bulgaro-turco. Da anni la Lega solleva il pericolo che viene dalla Turchia». E invita l'Europa ad aprire gli occhi, «prima che sia troppo tardi».
La fatwa dell’imam Lerner sullo studioso israeliano «colpevole» di sovranismo
A Gad Lerner non è piaciuto il successo in Italia del libro intitolato Le virtù del nazionalismo di Yoram Hazony. Non è piaciuto soprattutto che il saggio di un intellettuale ebreo sia diventato punto di riferimento per gli ambienti politici e culturali di destra. Così su Repubblica ha scritto un lungo articolo di stroncatura in cui parla dei cattivi maestri che vorrebbero sdoganare «La bibbia versione sovranista». Abbiamo incontrato il traduttore del saggio incriminato, Vittorio Robiati Bendaud, già collaboratore del presidente del tribunale rabbinico del centro-nord Italia Giuseppe Laras. Robiati accoglie con una certa sorpresa le rimostranze di Lerner, ma nello stesso tempo lo ringrazia «per la pubblicità che ha fatto al libro di Hazony».
Per Lerner, Hazony è diventato una sorta di «guru dei sovranisti», e le sue tesi (titola Repubblica) sono deliranti. «Oggi c'è un problema ad accettare posizioni diverse dalla propria», dice Robiati Bendaud. «La tesi che non piace viene criminalizzata. Questo è un atteggiamento che per chi ha una formazione umanistica è devastante. Lerner utilizza troppo spesso il termine “cattivi maestri". Se vale per alcuni intellettuali di destra, vorrei ricordare che ci sono stati anche cattivi maestri collusi con l'altra grande ideologia totalitaria del nostro tempo, il comunismo».
Non solo: Lerner insiste sul fatto che siano uscite recensioni-fotocopia ad elogiare il libro, quasi a parlare di un consenso per sentito dire. «Guardi io sono convinto che il libro non è piaciuto a Lerner perché è piaciuto a Giorgia Meloni», dice Bendaud. «Se non fosse stato pubblicamente apprezzato dalla Meloni, magari sarebbe piaciuto un po' di più a Lerner. Battuta a parte, a me non pare che le recensioni fatte da Corrado Ocone, da Ferraresi, la vostra stessa recensione siano state delle fotocopie».
Lerner, come prevedibile, contesta l'idea centrale che la nazione oggi sia un baluardo rispetto a poteri forti globalisti. «Considera raccapricciante o ridicolo il concetto di “tribù". Eppure ci sono sociologi illustri e scienziati cognitivi che ritengono fondamentali tali legami dell'identità personale e collettiva», dice Bendaud. «Non mi sembra che autori come Gellner o Anthony Smith della London School Economics, che sono punti di riferimento per Hazony, siano dei mostri deliranti. Ci andrei più cauto in questi giudizi poco costruttivi». Il punto, inoltre, è che se uno non la pensa come te non necessariamente è Hitler…
«Anche Salvini», continua Bendaud, «quando ha organizzato il convegno sull'antisemitismo al Senato a fine gennaio ha invitato un intellettuale di peso del mondo conservatore, il professor Douglas Murray. Murray, critico dell'attuale Europa e delle derive di certo pensiero occidentale, combatte l'antisemitismo ed è dichiaratamente gay. Per amore di polemica e ideologia lo facciamo passare come un traditore che ammicca al fascismo?».
Questa ostilità preconcetta contro ogni forma di legame comunitario-nazionale, alla fine, si traduce anche in ostilità nei confronti dello Stato di Israele. «Gli antisemiti per secoli hanno visto negli ebrei i portatori di una ideologia cosmopolita oppure li hanno ritenuti troppo attaccati all'elemento particolaristico nazionale», spiega Bendaud. «Due accuse opposte. In realtà proprio un grande cultore del cosmopolitismo come Kant diceva cose durissime contro gli ebrei, proprio perché non si volevano normalizzare ossia omologare. Oggi non vorrei che si stigmatizzasse con la stessa foga chi cerca di rivendicare la dignità del concetto prezioso di nazione».
Lerner, alla fine del suo pezzo, sostiene che Abramo, fu un «viaggiatore» che si buttò alle spalle la terra di origine per andare oltre, libero da ogni legame. Ma forse ha sbagliato bersaglio. «A dire il vero», conclude Bendaud, «il patriarca Abramo si lasciò alle spalle la dipendenza da un grande impero come Babilonia, rifiutò di omologarsi all'altro grande impero come l'Egitto e andò verso una terra per sé e la sua discendenza tracciando anche un confine».
La Grecia ha scelto la linea dura sui flussi migratori. Nelle scorse ore, si sono registrati svariati scontri al confine turco, con gli agenti di polizia che hanno lanciato dei lacrimogeni e i rifugiati che hanno risposto scagliando sassi. «Per tutta la notte le forze di sicurezza hanno impedito l'attraversamento illegale del confine», ha dichiarato ieri mattina il ministro della Difesa greco, Nikos Panagiotopoulos. Atene ha anche rafforzato i controlli nelle acque dell'Egeo orientale, con il ministro delle Politiche per le isole e la navigazione, Ioannis Plakiotakis, che ha affermato: «I confini greci sono anche i confini di tutta Europa». Nel dettaglio, sono all'opera 52 navi della Marina militare e della Guardia costiera. Particolarmente netto si è mostrato anche il portavoce del governo, Stelios Pestas. «La Grecia ha dovuto affrontare ieri un tentativo organizzato, di massa e illegale di violare i nostri confini e l'ha sventato», ha riferito, «abbiamo protetto i nostri confini e quelli dell'Europa. Abbiamo impedito oltre 4.000 tentativi di ingresso illegale nei nostri confini». Tra l'altro, 66 persone sarebbero già state arrestate. Ieri, i vertici dell'esecutivo greco hanno tenuto una riunione di emergenza, a cui hanno preso parte il premier Kyriakos Mitsotakis, i ministri degli Esteri e della Difesa, oltre al capo di Stato maggiore.
Insomma, la Grecia mantiene la linea della fermezza, facendo seguito a quanto dichiarato su Twitter già venerdì scorso dallo stesso Mitsotakis. «Migranti e profughi in numeri rilevanti si sono radunati al confine terrestre Grecia-Turchia e hanno tentato di entrare nel Paese illegalmente. Voglio essere molto chiaro: non verrà tollerato alcun ingresso illegale in Grecia. Stiamo aumentando la sicurezza dei nostri confini», aveva affermato. Nel frattempo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato ieri a Istanbul che 18.000 migranti avrebbero già attraversato il confine, aggiungendo che la cifra potrebbe raggiungere le 30.000 unità nelle prossime ore. «Non chiuderemo queste porte nel prossimo periodo e questo continuerà. Perché? L'Unione europea deve mantenere le sue promesse. Non dobbiamo prenderci cura di così tanti rifugiati, per dar loro da mangiare», ha tuonato.
La crisi è sorta, dopo che - venerdì scorso - la Turchia aveva consentito ai profughi siriani di dirigersi verso l'Unione europea: una mossa arrivata in risposta al bombardamento che - il giorno prima - le forze siriane avevano condotto sull'area di Idlib: roccaforte dei ribelli anti Assad, sostenuti da Ankara. La decisione di Erdogan nasce da due obiettivi principali: alleggerire la crescente pressione interna dei profughi siriani e mettere sotto scacco l'Unione europea, violando di fatto l'intesa del 2016. Un'intesa, in base a cui la Turchia - in cambio di sei miliardi di euro - si era impegnata a frenare i flussi migratori diretti verso il Vecchio Continente. La reazione di Atene ha invece una duplice natura. Da una parte, sta rivendicando il ruolo di custode dei confini europei e, dall'altra, considera la questione anche alla luce delle storiche turbolenze che intercorrono tra Grecia e Turchia.
Un aspetto indubbiamente rilevante risiede comunque nel fatto che, almeno per il momento, la linea dura di Mitsotakis non sembri aver suscitato eclatanti dissensi. La principale forza di opposizione, Syriza, ha emesso venerdì scorso un comunicato piuttosto blando: pur non rinunciando a muovere qualche generica critica al governo, il partito di sinistra ha principalmente chiesto la convocazione di un vertice europeo straordinario, denunciando la pressione ricattatoria di Erdogan. Del resto, dallo stesso fronte europeo non paiono riscontrarsi obiezioni. Nella giornata di venerdì, il premier greco ha avuto conversazioni con la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Emmanuel Macron, e la presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Lo stesso capogruppo del Partito popolare europeo, Manfred Weber, ha twittato: «Sosteniamo la decisione del governo greco di mantenere il controllo del proprio confine con la Turchia. Ci aspettiamo che le autorità turche rispettino il nostro accordo e ristabiliscano l'ordine. Siamo pronti ad aiutare le vittime di Idlib, ma non tollereremo i valichi di frontiera illegali in Europa». Insomma, quando i flussi migratori rischiano di travolgere la Germania, la difesa dei confini europei diventa una sacrosanta priorità. Con Matteo Salvini, invece, diventa un caso di sequestro (plurimo) di persone, da punire con il carcere.







