2020-03-09
Gino Paoli (1934-2026)
Il cantautore aveva 91 anni. Con le sue canzoni fu protagonista dei ruggenti anni Sessanta. Esponente di spicco della «scuola genovese», lanciò Lucio Dalla e Fabrizio De André.
L'articolo contiene una gallery fotografica.
Gino Paoli (Monfalcone, 23 settembre 1934 - Genova, 24 marzo 2026) se n'è andato poco dopo la sua musa e compagna Ornella Vanoni. Giovane ribelle, figlio di un ingegnere navale ma refrattario agli studi, ereditò la passione per la musica dalla madre pianista. Cresciuto a Genova, nel capoluogo ligure collabora con gli esponenti della cosiddetta «scuola genovese» Bruno Lauzi, Fabrizio de Andrè, Luigi Tenco e Umberto Bindi, culla della canzone d'autore negli anni Cinquanta ancora di nicchia. Chiamato a Milano alla corte del grande produttore Nanni Ricordi, scrive e pubblica i più grandi successi tra il 1960 e il 1963 (La Gatta, Il cielo in una stanza, Sapore di sale, Senza fine). Nel 1961 inizia la relazione con Ornella Vanoni mentre è sposato con la moglie Anna Fabbri in attesa del primogenito Giovanni (morto prematuramente nel 2025) e l'anno successivo conosce Stefania Sandrelli, dalla quale avrà una figlia, l'attrice Amanda. Tormentato dall'abuso d'alcool e dalla depressione tenta il suicidio sparandosi al cuore nel 1963. La pallottola si ferma senza colpire organi vitali e da allora rimane nel corpo del cantautore amico intimo di Luigi Tenco, che invece riuscirà nello stesso intento suicidandosi nel 1967.
Partecipa a Sanremo per la prima volta nel 1964 con Ieri ho incontrato mia madre, che riscuote un buon successo. Negli anni Settanta Paoli si allontana dai riflettori per approdare ad una produzione musicale più ricercata, con sonorità intimistiche e jazz. Talent scout, lanciò talenti come Viola Valentino oltre ad avere scoperto Lucio Dalla, all'inizio degli anni Sessanta ancora autore di nicchia.
Ritornerà alla ribalta negli anni Ottanta con brani come Cosa farò da grande, e con un tour nel 1985 assieme ad Ornella Vanoni. Nel 1989 è di nuovo a Sanremo e nel 1991 vince il Festivalbar con il brano Quattro amici. Con Zucchero Fornaciari scrive nel 1986 grandi successi Come il sole all'improvviso e Con le mani. Contemporaneo l'impegno politico come indipendente nelle liste del Pci prima e Pds poi, è deputato dal 1987 al 1992 prima di dare addio definitivo alla politica. Tra gli anni Ottanta e Novanta è autore per i più grandi interpreti da Giorgia a Ron a Marcella Bella, mentre i suoi successi vengono interpretati da Patty Pravo, Franco Battiato, Gianni Morandi, Umberto Bindi. Dal 1991 è stato sposato con la modenese Paola Penzo dalla quale ha avuto altri tre figli, il più giovane Francesco nato nel 2000.
Continua a leggereRiduci
La sconfitta del Sì al referendum è una occasione persa per sanare le storture della giustizia ed è un segnale per in centrodestra: ora bisogna concentrarsi sui temi che stanno a cuore agli elettori
Il presidente inizia a trattare quando gli interessi sul debito americano, giunto a 39 trilioni di dollari, arrivano al 4,5%. È successo un anno fa sui dazi. A farne le spese pure i nostri Btp, cresciuti oltre il 4% prima delle aperture all’Iran, con lo spread in zona 100.
Quattro virgola cinquanta per cento. Questa percentuale è quella chiave per capire le mosse di Donald Trump e quindi dei mercati. Questa famoso 4,5% è l’interesse pagato dal Tesoro americano sulla montagna di debito su cui siedono gli Stati Uniti. Sopra questa soglia, il mercato giudica insostenibile la gestione del rosso federale.
E ogni volta che ci si avvicina il presidente s’inventa qualcosa per raffreddare i costi, come è accaduto un anno fa durante la prima fase della guerra dei dazi e poi con la querelle sulla Groenlandia. Adesso è ricapitato con il conflitto iraniano. La storia non si ripete, certo, ma spesso fa rima. Tanto che non è più stato il petrolio il principale fattore di rischio per i mercati finanziari globali. L’attenzione degli investitori si è progressivamente spostata infatti sul mercato obbligazionario statunitense, dove nelle ultime sedute il rendimento del titolo decennale americano ha sfiorato il 4,45%, avvicinandosi alla soglia del 4,5%. Il movimento ha coinciso con un aumento della volatilità sui mercati e con un cambio di tono da parte dell’amministrazione statunitense sul fronte geopolitico. Il presidente Trump ha infatti annunciato il rinvio di cinque giorni degli attacchi alle infrastrutture iraniane, facendo riferimento a colloqui «produttivi» con Teheran che hanno riportato i rendimenti al 4,33%.
Ma perché i Treasury, ovvero i titoli pubblici Usa, sono così osservati? Alla base delle tensioni c’è la traiettoria del debito pubblico statunitense. Il debito federale ha superato i 39 triliardi (39.000) di dollari, in aumento di circa 2 triliardi negli ultimi otto mesi. Dall’inizio di luglio, dopo la rimozione del tetto al debito, l’incremento è stato pari a circa 2.800 miliardi. Rispetto al 2018, lo stock complessivo risulta quasi raddoppiato, con un rapporto debito/Pil salito al 124%. Soprattutto, le prospettive indicano un’ulteriore espansione: secondo le stime del Congressional Budget Office, il debito potrebbe crescere di circa 2.400 miliardi di dollari l’anno nel prossimo decennio, fino a raggiungere i 64 trilioni entro il 2036. In questo quadro, livelli elevati dei rendimenti comportano un aumento significativo del costo del servizio del debito, rafforzando il ruolo del mercato obbligazionario come vincolo per la politica economica.
Le ripercussioni si estendono anche ai mercati europei. In Italia, l’andamento dei titoli di Stato ha riflesso le oscillazioni registrate negli Stati Uniti e le notizie provenienti dal Medio Oriente. In avvio di seduta, i timori di un’escalation del conflitto avevano determinato un aumento dei rendimenti e un ampliamento dello spread tra Btp e Bund, salito oltre i 100 punti base.
Successivamente, le indicazioni di un possibile dialogo tra Stati Uniti e Iran hanno favorito un rientro delle tensioni. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale di riferimento e il corrispondente titolo tedesco è tornato sotto i 90 punti base, chiudendo a 89 punti rispetto ai 91 della seduta precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestato al 3,90%, in calo rispetto al 3,94% di venerdì scorso. Un sospiro di sollievo, insomma, dopo che gli interessi sul debito italico sono saliti di circa il 20% in un mese, il che costringerà a spendere di questo passo 3,5 miliardi in più per onorare le emissioni del 2026 se il tasso di mercato del Btp non dovesse scendere durante l’anno. Per questo però non resta che sperare negli Usa, in una pace vera.
Washington ha fissato il 9 aprile come data obiettivo per la fine della guerra, lasciando circa 21 giorni per la prosecuzione dei combattimenti e dei negoziati, scrive la testata israeliana Ynet. Proprio il 9 aprile di un anno fa ci fu il famoso colpo di scena sui dazi, quando il presidente Usa annunciò la pausa di tre mesi sulle nuove tariffe decise una settimana prima al «Liberation day», sostituendole con una sorta di dazio fisso del 10%. Quella mossa fece girare il mercato: Borse in rally e rendimenti dei titoli di Stato, americani e non, in discesa. Rivedremo lo stesso film?
Di certo lo schema di Trump è sempre quello: apre un conflitto e, tra la seconda e la quarta settimana, il suo linguaggio si sposta verso una risoluzione condizionata. Le dichiarazioni iniziano a sottolineare che i negoziati sono possibili se vengono soddisfatti determinati criteri. Riferimenti a colloqui, discussioni o quadri di riferimento entrano nella narrazione e lui misura gli effetti sulla controparte e sui mercati finanziari, mantenendo comunque la posizione strategica. Schema visto per l’accordo tariffario raggiunto con la Cina a ottobre 2025, l’intesa sulla Groenlandia con l’Ue a gennaio e il patto commerciale con l’India del 9 febbraio.
L’Iran seguirà il copione o reciterà a soggetto?
Continua a leggereRiduci
Xi Jinping (Ansa)
Il conflitto era iniziato anche per ostacolare le forniture di Xi Jinping, ma le petroliere verso Pechino sono tra le poche a transitare. I gruppi green (Catl, Byd) guadagnano e le terre rare asiatiche per la difesa diventano essenziali.
I reali motivi che hanno spinto Netanyahu e Trump ad attaccare l’Iran probabilmente non li conosceremo mai, meno mistero c’è invece intorno agli obiettivi geopolitci dell’Operation Epic Fury, l’operazione Furia Epica scatenata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio scorso.
Da una parte scalzare il regime degli ayatollah e quindi a cascata limitare aiuti e finanziamenti alle forze anti-israeliane nell’area del Golfo Persico e dall’altra infliggere un danno economico a Pechino (il vero avversario degli Stati Uniti) bloccando le forniture energetiche, anche perché circa il 40-50% delle importazioni cinesi di petrolio transita dallo Stretto di Hormuz.
Il paradosso è che al momento la situazione in Medio Oriente, che già di suo non è mai stata tranquilla, ha raggiunto l’apice del caos. E che al di là delle propagande, con le quali è sempre difficile fare i conti, in questo momento, rispetto alle poche petroliere che transitano per lo Stretto, una buona parte di queste è diretta verso la Cina.
Secondo un rapporto di Jp Morgan circa il 98% del traffico petrolifero di Hormuz è destinato all’Asia, con la Cina come principale acquirente. E anche sui mezzi usati per il passaggio, diverse fonti parlano di «flotte ombra» utilizzate da Pechino e di trattative in corso per sbloccare le grandi petroliere rimaste intrappolate nell’area. Questo vuol dire che per la Cina non ci sono stata impatti e che Xi Jinping non risente del pantano che si è venuto a creare ad Hormuz? Niente affatto. Vuol solo dire che se il conflitto era iniziato anche per creare difficoltà di approvvigionamento a Pechino, al momento sta avendo risultati opposti. Perché quello asiatico e il Paese che ne sta risentendo meno.
Paradossale no? Così come suona abbastanza paradossale il dato evidenziato dal Financial Times secondo il quale i principali produttori cinesi di batterie hanno guadagnato oltre 70 miliardi di dollari di capitalizzazione da quando è iniziata l’ultima guerra del Golfo. Motivo? I mercati scommettono sul fatto che in caso di conflitto prolungato le rinnovabili torneranno in auge. Anzi in realtà lo stanno già facendo.
Tanto per intenderci, le cinesi Catl (+19%), Byd (+21,9%) e Sungrow (19,4%), che producono batterie e apparecchiature per lo stoccaggio di energia, hanno fatto meglio di Chevron (8%), ExxonMobil (4,7%) e BP (+15,2%), le grandi major petrolifere globali, che sulla carta hanno più da guadagnare dall’impazzimento dei prezzi dell’oro nero.
E ci sono alcuni analisti (c’è da dire che esistono anche studi molto più cauti) che parlano di un vero e proprio cambiamento di rotta. Secondo il responsabile della ricerca energetica di Bernstein, Neil Beveridge, la Cina, che è il più grande importatore mondiale di petrolio, raddoppierà il proprio piano di elettrificazione. E anche le altre maggiori economie asiatiche - vengono citati gli esempi di Giappone, Corea del Sud e Taiwan - potrebbero spingere verso l’energia pulita e i combustibili alternativi. Insomma, con queste prospettive è normale che i principali player green corrano spediti in Borsa.
Così com’è evidente che dal protrarsi di un conflitto con queste caratteristiche gli Stati Uniti avrebbero molto da perderci e la Repubblica Popolare tutto da guadagnarci.
Va ricordato infatti che il semi-monopolio delle materie prime non riguarda solo la transizione energetica, ma anche la difesa. Più andrà avanti la guerra e maggiore sarà la domanda di munizioni, navi, aerei, missili ecc. Tanto per intenderci, la realizzazione degli F-35, dei Tomahawk o dei sistemi Patriot, ma anche la produzione di radar e di alcune particolari tipologie di droni, sono fortemente dipendenti dalle terre rare pesanti (dal dysprosium al terbio fino al samarium, all’yttrium e allo scandio) e da alcuni minerali come il gallio e il germanio, con la Cina che controlla una fetta abbondante di quelle filiere di approvvigionamento.
Così come è innegabile che un così massiccio spostamento di forze nel Medio Oriente indebolisce Washington sugli altri fronti, lasciando spazio ad eventuali iniziative cinesi. Per esempio rispetto alle mire di Xi Jinping su Taiwan. Dove anche politicamente qualsiasi mossa cinese adesso sarebbe meno criticabile.
Insomma, la guerra che era nata per mettere all’angolo Pechino si star trasformando in un grande regalo a Xi e compagni. Che se lo stanno prendendo senza disturbare troppo le mosse israelo-americane che almeno fino a questo momento di «Furia Epica» hanno avuto ben poco.
Continua a leggereRiduci











