Quando re Luigi XVI fu informato dei primi tumulti nei pressi della Bastiglia, chiese candido: «È una rivolta?», «No, sire, una rivoluzione», gli risposero, anticipando il solco indelebile che avrebbe spazzato via progressivamente l’ancient regime. Ecco. Per la Juventus, per ora, è l’esatto contrario. Nessuna rivoluzione in vista, nessuna presa della Bastiglia con un gioco baldanzoso. Allegri resta Allegri, allenatore difensivista, a suo agio nel praticare la vittoria di corto muso. E però nello 0-1 strappato dai bianconeri nel derby della Mole c’è un sussulto d’orgoglio che potrebbe far ben sperare gli ottimisti. Dopo una Champions League da film horror - sconfitta dai modesti avversari del Maccabi Haifa - la Signora si è risvegliata nella partita sentita da entrambe le tifoserie, trampolino di lancio per ripartire in un campionato a oggi assai claudicante quanto a punti racimolati. La formazione schierata dal mister toscano vede il potente Vlahovic affiancato dal bizzoso Kean in attacco, un centrocampo nutrito con McKennie, Locatelli, Rabiot e con Cuadrado e Kostic a scattare in fascia, difesa a tre targata Danilo, Bremer (poi sostituito da Bonucci) e Alex Sandro a protezione di Szczesny. Proprio a Vlahovic si deve la rete rapinosa al settantaquattresimo minuto. Tiro di destro, pallone in gol dopo una spizzata di Danilo e una certezza: Dusan rimane il calciatore più ispirato in rosa, ha il piglio del trascinatore, è giovane, vede la porta, insomma, la Juventus dovrebbe puntare su di lui per ipotecare un futuro rassicurante. Il Toro è guidato dalla vecchia volpe Juric, tecnico scafato, a suo agio nel gestire i gruppi di medio cabotaggio. Ma stavolta ha peccato di ingenuità in diverse occasioni. Vlasic unica punta è assistito da Miranchuk e Radonjic, sulla mediana si piazzano Aina, Lukic, Linetty e Lazaro. Un primo tempo da Corazzata Potemkin, con la noia pronta a signoreggiare sul pubblico pagante, eccezion fatta per qualche incursione di puro puntiglio bianconero, imbrigliata in una manovra macchinosa. Al minuto 35, la Juventus si avvicina al vantaggio con tre tiri consecutivi: Vlahovic, Locatelli e Rabiot impegnano Milinkovic-Savic, portiere granata fratello del centrocampista laziale che infiocchetta i sogni di Agnelli e compagni per il mercato di gennaio. Due minuti dopo ci prova Cuadrado con una gran botta di destro e la palla fuori di poco. Da notare come, nella prima mezz’ora di gioco, Radonjic del Toro avesse azzardato il colpaccio penetrando in un buco difensivo degli avversari, non riuscendo a concretizzare. La verità è che va di moda il vintage e il calcio di Allegri, al momento, ne è un esempio tra i meno appetibili. Poche idee, tentativi velleitari, scarsa propensione a valorizzare una rosa dai piedi buoni, non granché amalgamata. Insomma, sembra una sfida tra due compagini di centro classifica. Con un’attenuante: il mister toscano è uno specialista nell’agguantare punti soprattutto durante il girone di ritorno. La ripresa vede gli juventini ricaricati. Minuto 51: rimpallo in area granata, tiro di Locatelli, ancora Milinkovic-Savic sugli scudi con una parata da felino. Il Torino non sta a guardare e prova a rispondere a tono. Vlasic sfugge al controllo dei marcatori, si incunea e lascia partire una bordata mancina. Il pallone mette alla prova i riflessi dell’estremo difensore Szczesny. Il botta e risposta certifica un secondo tempo in cui le due formazioni tentano di giustificare ai tifosi presenza e supporto. Ci riescono. Kostic azzarda un traversone, Kean tenta l’aggancio, ma sbaglia in maniera piuttosto grossolana. L’ha ciccata, direbbero davanti ai televisori dei bar. E dire che la porta era pressoché sguarnita. Al minuto 73 si capovolge il fronte. La sfera giunge sui piedi di Miranchuk, che si ritrova da solo, con tutto il tempo e la porta davanti, ma la spara altissima. Pochi secondi più tardi e ci si ritrova ancora nell’area dei padroni di casa. Danilo confeziona un cross a regola d’arte, Vlahovic centra il pallone di testa e sfiora il gol. Il vantaggio è nell’aria e non tarda a comparire. Ci pensa ancora il serbo, deus ex machina di una squadra con parecchi margini di miglioramento, soprattutto quando avrà recuperato Chiesa e Di Maria. Inizia la girandola di sostituzioni: Milik rimpiazza lo sprecone Kean nei ranghi bianconeri, Pellegri entra al posto di Radonjic nel Toro, Karamoh viene chiamato da Juric a sostituire Linetty e Zima prende il posto di Djdij. C’è spazio anche per una passerella dell’argentino Paredes, messo in campo per qualche minuto a far rifiatare l’eroe della giornata Vlahovic. Il match durante il recupero è scandito da ordinaria amministrazione, con il Torino incapace di tentare la giocata del pareggio, che non sarebbe affatto andato stretto. Vince la squadra dalla rosa migliore, pungolata dal desiderio di rifarsi una reputazione dopo due partite poco brillanti, perde quella più ingenua, capace, mormoravano i maligni sui social, di far resuscitare i morti (dunque gli juventini). Ora, dopo 10 incontri, i punti per i bianconeri sono 16. Significa settimo posto temporaneo, a tre lunghezze dalla Roma di Jose Mourinho, che giocherà domani a Genova contro la Sampdoria. I granata rimangono fermi a 11 punti, piena linea mediana della Serie A, esprimendo fino a oggi il calcio consentito dal proprio organico. Piccola nota di colore: in otto degli ultimi nove derby disputati, il Toro ha incassato gol dopo il settantesimo minuto.
Ho conosciuto Nicolò Carosio quando fu estromesso dalla Rai e io, assunto da Piero Ottone, lavoravo come capo dei servizi sportivi al Secolo XIX di Genova. Nicolò poteva essere mio padre, c'erano 32 anni di differenza. Per me era un idolo, un riferimento obbligatorio, nella professione: per il carisma, la meritata fama e la simpatia. Quando lo incontrai per la prima volta, scoprii un uomo affabile, educato, elegante: non si lamentava della carognata che aveva subito dalla Rai, come vi racconterò, senza colpa.
Ci trovammo fianco a fianco in una trasferta per il campionato di calcio, a Cagliari. Mi disse subito, sorridendo di fronte alla mia immediata richiesta di un'intervista, che non si sentiva di parlare del suo esonero dalla Rai. Ne fui colpito. Pensai: può un personaggio come lui, protagonista di una autentica ingiustizia, curarsi di certe meschine miserie? Neanche una parola. Ma mi era evidente la sua intima malinconia.
Eravamo in aereo. Per pura cortesia, aggiunse: «Comunque, licenziamento a parte, più di una volta, nel bene e nel male, ho sbattuto la faccia contro il destino. Ci illudiamo di essere artefici della nostra vita, ma le decisioni vere arrivano sempre dal destino. Chi, poi, indirizzi il destino, non lo so. Dio? Casualità? Non lo so. Però», aggiunse sorridendo, «so che oggi non sarei qui a parlare con te, se...». E si interruppe. Lo pregai di andare avanti. «Nel 1949, e ormai sono passati più di 20 anni, a casa mia si organizzava una festa per la cresima di mio figlio. Ero in dubbio se partecipare perché avevo un impegno di lavoro, una trasferta a Lisbona, con il Grande Torino. Alla fine rinunciai e così mi salvai la vita. Nel viaggio di ritorno, come certamente anche tu ricorderai...». Lo interruppi: «Avevo 7 anni, ma ricordo benissimo». Carosio proseguì: «L'aeroplano della squadra si schiantò contro la Basilica di Superga. Tutti morti». Faccio un passo indietro. Carosio, come detto, fu uno dei miei idoli nell'adolescenza. Ricordo ancora, con emozione, la sua radiocronaca di Italia-Inghilterra, da Firenze, il 18 maggio 1952. Avevo 10 anni, la partita era attesissima: fortissimi e prestigiosi gli inglesi, tra gli italiani il favoloso centrattacco Silvio Piola alla sua ultima partita in maglia azzurra. Aveva 38 anni, Piola, ed era stato nuovamente convocato, dopo cinque anni, non solo per un omaggio alla carriera, ma perché nel campionato appena concluso aveva segnato, nel Novara, la bellezza di 18 gol. «Vi parla Nicolò Carosio». Per me, un'ora e mezza indimenticabile. Ero accucciato sul pavimento accanto alla radio, a fianco di mio padre. La straordinaria, romanzesca qualità di Carosio era di trasmettere emozioni immediate. Esagerava, ingrandiva, coloriva: ma che importa? Gli ascoltatori come bambini di fronte al racconto di una favola. Non so quante volte, quel giorno, balzai in piedi, urlando per l'entusiasmo, o mi accasciai a terra, in ansia e deluso. I miei sentimenti erano legati alle parole, alla voce e alle inflessioni del sommo radiocronista: mi pareva, non solo in quell'occasione, che a volte si divertisse, generosamente, a trasmettere gioia o, sadicamente, a infliggere paura. Certo aveva consapevolezza di essere il dominus dell'evento, come e più dei giocatori in campo.
Nicolò fu rovinato da una frase razzista che non pronunciò mai. Fu accusato d'aver definito «negraccio» un guardalinee etiope. Tutto inventato, ma la sua carriera in Rai finì lì, nel 1970. Il grande Nick non è stato, per qualità tecniche, il più bravo radio (e tele) cronista italiano nel calcio. Enrico Ameri, Nando Martellini, Sandro Ciotti, Claudio Ferretti, Alfredo Provenzali e forse anche Bruno Pizzul non avevano niente da invidiargli, sul piano puramente professionale. Però Carosio, nella storia della comunicazione, resta leggendario, un divo dal carisma inimitabile. Ed è giunta l'ora di rendergli giustizia, sulle sue presunte gaffe. È vero che gli piaceva bere - sul Guerin Sportivo del grande Alberto Rognoni lo avevano ribattezzato «Nick e soda» - ed è vero, come diceva spesso lui stesso, anche davanti al microfono - che gli piaceva concedersi un buon «wiskaccio». Ma lo diceva sempre con tono autoironico: non induceva certo nessuno, come addirittura arrivarono a contestargli, al vizio dell'alcol. «Una simpatica nota di colore», la definì il suo collega Roberto Bortoluzzi, perfetto coordinatore della più popolare trasmissione radiofonica d'ogni tempo, Tutto il calcio minuto per minuto.
Assai più pesante, ingiusta e inventata l'accusa di razzismo. Era il 1970, campionato del mondo in Messico, partita Italia-Israele. Carosio fu accusato di aver definito «negraccio» un guardalinee etiope, Seyoun Tarekegn, che aveva sbandierato un inesistente fuorigioco, su un gol - regolare - di Gigi Riva al 29°′ del secondo tempo, con le due squadre ancora in pareggio (finì 0-0). Ma non era vero niente: una «bufala», anche se all'epoca non si diceva così. Certo suggestiva, ma inventata. Come dimostrò Massimo De Luca (un altro eccellente collega di Nick, che bei tempi!), riproponendo la registrazione della telecronaca. «Negraccio»? Era verosimile, per il linguaggio di Carosio, ma del tutto falso. Con esattezza aveva detto questo: «L'arbitro aveva convalidato il punto e il guardalinee… no: niente convalida!… Ma siamo proprio sfortunati!». Solo questo. L'unica nota colorita di Carosio fu che definì il guardalinee un etiope («Ma che fa l'etiope?»). Enzo Tortora difese Carosio con passione sul Resto del Carlino, attaccando l'allora direttore generale Ettore Bernabei: «Dottor Bernabei, con tutto il rispetto che merita, vorrei dire che prendersela per la parola etiope, pronunciata da Carosio, sarebbe davvero un po' forte. Anche Ghislanzoni, librettista di Verdi, dice nell'Aida (e non via satellite): “Già corre voce che l'etiope ardisca sfidarci ancora"». Si dice che fu La Stampa a pubblicare la bufala, accendendo il caso. Così scrivono De Luca e Pino Frisoli: «Pochi giorni dopo La Stampa del 20 giugno 1970, a pagina 20, in un breve articolo a firma P.B. (Paolo Bertoldi, inviato in Messico) parla di “disavventura" televisiva, perché Carosio avrebbe definito “negraccio" il guardalinee etiope che aveva annullato il gol di Riva». E Carosio fu sostituito con Martellini. Inutilmente autorevoli testimoni si prodigarono in difesa di Nicolò: oltre a Enzo Tortora, anche Antonio Ghirelli e Carmelo Bene.
Di quel weekend a Cagliari ricordo il rispetto con cui tutti i giornalisti lo trattavano anche se, uscito dalla Rai e collaborando a emittenti di seconda fascia, il prestigio del ruolo di Carosio non c'era più. Ma Nicolò, in vita, era comunque già considerato un mito. Parlammo del passato, della storia del calcio che lui aveva vissuto come un leggendario testimone, ma ricordo poche cose: più di tutto la stima che nutriva per Vittorio Pozzo, il giornalista e commissario tecnico che portò la nostra Nazionale al trionfo nel campionato del mondo in Italia nel 1934 e in quello successivo in Francia, nel 1938 (e di passaggio, 1936, le Olimpiadi). Mi disse che Pozzo aveva molte qualità, ma quella determinante era la capacità di tenere unito e affiatato il gruppo dei suoi giocatori: fino al punto di negare la maglia azzurra a Fulvio Bernardini, il migliore per classe e talento, ma col difetto di essere tanto colto (laureato!), aristocratico, da mettere in imbarazzo i compagni. Gli chiesi quali fossero i calciatori che apprezzava di più. Rispose Mazzola e Riva. È interessante riferire ciò che i due campioni dissero di lui: «Ero molto legato a Nicolò Carosio», confidò Sandro Mazzola, «perché aveva commentato le partite di mio papà Valentino col Grande Torino. Per questo mi chiamava sempre “Mazzolino" in tutte le telecronache dell'Inter, considerandomi con affetto il figlio di un campione che stimava moltissimo». Gigi Riva: «Carosio è stato un grandissimo personaggio, che mi fa venire sempre in mente due episodi delle mie partite in Nazionale. Il primo è quello del mio esordio a Budapest nel 1965. Entrai al posto di Pascutti, che si infortunò dopo pochi minuti, e siccome avevo il numero 16, nella lista ufficiale attribuito a Simoni, per tutto il primo tempo lui mi chiamò Simoni. Poi gli venne il dubbio e nella ripresa diceva soltanto: “L'ala sinistra italiana". L'altro ricordo è meno divertente, perché risale alla partita contro Israele al mondiale del '70. Si arrabbiò col guardalinee che annullò un mio gol dicendo: “Che cosa vuole questo nero o negrone" (anche Gigi dunque cadde nel l'equivoco, ndr). Così tutte le volte che mi incontrava mi diceva, scherzando, che aveva perso il posto alla Rai per colpa mia».
Di Nicolò Carosio (Palermo, 15 marzo 1907–Milano, 27 settembre 1984) le cronache sportive alla radio somigliavano più all'interpretazione di un grande attore per un' importante prima teatrale, che al resoconto di una partita di calcio. È stato scritto che «all'ora fissata, dalla postazione allestita, con fili e microfoni sparpagliati per terra nello spazio ristretto dello sgabuzzino, Nicolò attaccava (meglio dire che dava inizio allo spettacolo, perché tale era) rivolgendosi a un pubblico lontano, invisibile e vociante, che doveva immaginare la partita attraverso le sue parole».
Figlio di una pianista inglese e di un siciliano ispettore delle dogane, Carosio cresce in giro per l'Italia: Genova, Domodossola, La Spezia, Torino, Milano, Venezia. Laureato in legge, trova un impiego presso la Shell e un giorno del 1932 scrive all'Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (Eiar), proponendo la sua candidatura. Convocato a Torino, improvvisa una radiocronaca di mezz'ora di un derby Juventus-Torino e quando arriva sul 5-5 viene fermato dai dirigenti, che gli offrono un contratto di collaborazione. Il regime fascista proibisce i termini stranieri e Carosio trasforma il «corner» in calcio d'angolo, il «cross» in traversone e soprattutto il «gol» in rete. Migliaia di volte continuerà a dire «rete», sempre con lo stesso timbro di voce distaccato con cui sussurra «quasi rete», quando il pallone esce di poco. Carosio diventa un mito per tutti, un modello di professionalità: quando non ci sono ancora i nomi sulle maglie, prima delle partite va negli alberghi delle squadre e si fa presentare i giocatori cercando di memorizzarne i volti. Poi alla sera chiede un giudizio sulla sua radiocronaca all'unica persona di cui si fida: sua moglie Eugenia, la splendida donna che gli è stata vicina fino all'ultimo. Nick se ne andò in un malinconico giorno di autunno, nel 1984, dimenticato da tutti. Solo nel 2007, per celebrare il centenario della sua nascita, le Poste italiane gli dedicarono un francobollo commemorativo.
Nemmeno il mondo degli animali sfugge alle fake news. E alcune false credenze, nonostante siano frutto di pura fantasia, sono ormai note in tutto il mondo. Uno dei miti più duri a morire? Gli struzzi, quando si sentono minacciati, infilano la testa nella sabbia. Nessuno ha mai visto uno struzzo fare una cosa così assurda, ma lo scrittore romano Plinio il Vecchio ne ha scritto 2.000 anni fa, e la leggenda sopravvive a due millenni di smentite. Il pennuto in realtà, quando se la vede brutta, ha una reazione molto più assennata: si butta per terra e si finge morto.
Altrettanto famosa la leggenda secondo cui i cammelli conservano l'acqua nelle loro gobbe. È vero che cammelli possono sopravvivere sette giorni senza bere. Ma non perché ne trasportino riserve dentro le gobbe, bensì perché hanno grandi globuli rossi ovali che mantengono l'ossigenazione degli organi e un apparato renale di prim'ordine. Le gobbe servono ad altro: sono cumuli di grasso utili a fornire energia al posto del cibo.
Altra credenza dura a morire: i pipistrelli si impigliano nei capelli. Uno zoologo americano di nome Merlin Tuttle, che ha dedicato la vita a studiare questi mammiferi volanti, dice di non essere mai riuscito a far impigliare un pipistrello nei suoi capelli: ha provato a prendere i pipistrelli in mano e poi ad appoggiarseli sulla testa, ma quelli proprio non volevano starci, non si impigliavano, e volavano via. Il famoso naturalista Desmond Morris dice che la leggenda potrebbe essere nata quando nelle vecchie fattorie i pipistrelli, se riuscivano a entrare, si accomodavano poi sulle volte, appesi a testa in giù: i piccoli stavano aggrappati al pelo delle loro madri, ma ogni tanto qualcuno poteva cadere sulla testa delle persone sottostanti.
Dei pipistrelli si dice pure che siano ciechi. Altra balla. Molti pipistrelli usano l'ecolocalizzazione per orientarsi, ma tutti hanno piccoli occhi perfettamente funzionanti. Il modo di dire «sei cieco come un pipistrello» non ha dunque fondamento. Come tante altre fake news bestiali usate come metafore di certi comportamenti umani. Ad esempio quando qualcuno si finge dispiaciuto diciamo che «piange lacrime di coccodrillo». Perché il coccodrillo dopo aver divorato una preda lacrima. Ma il pentimento per il pasto non c'entra nulla: l'animale espelle semplicemente l'eccesso salino intorno agli occhi. Molte persone, poi, si tengono alla larga dai rospi perché convinte che questi animali dalla pelle bozzuta possano attaccare le verruche. In realtà le verruche si prendono solo entrando in contatto con altre persone che ce l'hanno: il papillomavirus che le trasmette è unicamente umano.
Celebre anche la credenza secondo cui i tori odiano il rosso, e sarebbe questo il motivo per cui si avventano sul torero che sventola un drappo rosso davanti al loro muso. In realtà il toro non riesce neanche a distinguere il rosso, né alcun altro colore. Nella sua retina non ci sono i coni, dunque vede in bianco e nero. Perché allora attacca il torero? Perché prima di farlo scendere nell'arena gli organizzatori della corrida lo fanno innervosire.
Un'altra assurdità data per buona da tanti riguarda i lemming: quando sono troppi, dice la leggenda, si suicidano in massa gettandosi in acqua. È vero che i piccoli roditori sono soggetti a ciclici boom demografici, dovuti a vari fattori come la disponibilità di cibo. E questo, specie in Svezia e Finlandia, spinge alcuni gruppi a lasciare le montagne dove vivono di preferenza per cercare nuove sistemazioni. Quando un gruppo incontra un corso d'acqua, nella ressa alcuni animali finiscono per caderci, e poiché i lemming non sono grandi nuotatori molti affogano e vengono poi ritrovati sulla riva. Nasce da qui, probabilmente, la leggenda del suicidio. Ma come ha spiegato il biologo Gordon Jarrell, «sono molti i lemming che sopravvivono e fondano colonie in luoghi in cui non ci si aspetterebbe affatto di trovare questi roditori»: un comportamento tutt'altro che autodistruttivo.
Un altro mito duro a morire? Gli squali possono percepire una goccia di sangue in una piscina olimpionica. Anche se l'olfatto di uno squalo è estremamente acuto, non è migliore di quello di altri pesci: «Da quello che sappiamo, non è vero che possono sentire l'odore di una goccia di qualsiasi cosa in una piscina olimpionica», ha chiarito Tricia Meredith, biologa alla Florida Atlantic University di Boca Raton. Eppure, per via di questo mito, ci sono donne che non fanno il bagno con il ciclo per timore di attirare branchi di squali a banchettare: è vero che i fluidi corporei possono, a una distanza ragionevole, essere sentiti da squali e altri animali, ma uno squalo abbastanza vicino da percepire una quantità così contenuta di sangue saprebbe già della presenza della bagnante perché la vede e perché avverte il suo campo elettrico.
E non sarebbe comunque scontato che la aggredisca. Dai database sugli attacchi non si deduce alcuna preferenza per le donne con il ciclo, mentre spicca il fatto che il 90 per cento delle vittime sia di sesso maschile. A volte anche i film aiutano a diffondere fake news bestiali. Una fra tutte, legata a L'era glaciale, è la convinzione che gli opossum dormano pendendo dalla propria coda. In realtà, nonostante usino la possente coda con molta agilità, il loro peso non gli permetterebbe di rimanere a testa in giù per più di pochi istanti.
Alcune leggende, poi, sembrano essere state inventate per rendere meno triste l'esistenza in cattività degli animali: la memoria di tre secondi attribuita al pesce rosso potrebbe regalare all'animale una nuova avventura ogni volta che fa un nuovo giro nella sua boccia. Ma anche questo mito è stato sfatato: come hanno dimostrato i ricercatori canadesi della MacEwan University, i ricordi dei pesci rossi durano per giorni e giorni.
Il tonno è presente, da sempre, nella storia dell'uomo. Lo hanno cacciato fenici, greci, romani, con il Mediterraneo bacino eletto per la sua variante più pregiata: il tonno rosso. Greci i primi a conservarne le carni sotto sale. Tracce letterarie si incontrano con Aristotele, che ne descrive la migrazione o Eschilo, Oppiano di Cilicia ricorda come i più grossi venissero sacrificati a Nettuno. Più concreto Aristofane racconta che, in Sicilia, delle vedette si appostavano sui rilievi costieri più alti per segnalarne l'arrivo.
Furono i romani i primi ad organizzare le tonnare, termine con il quale si intende il sistema di pesca, ma anche quello dei luoghi in cui avvenivano lavorazione e conservazione, pur se lo sviluppo della tecnica lo si deve agli arabi. Testimone Abad al Furat che, nel 827, descrisse le prime tonnare di Mazara e Favignana. Mentre prima il tonno era pescato al largo e poi portato nelle insenature costiere per la relativa cattura e la successiva lavorazione a terra, gli arabi, con lo sviluppo delle tonnare, un insieme di reti a camere successive di cattura ancorate in profondità, consentirono di ottimizzare il pescato e la continuità di raccolto. Un protocollo di pesca che si concludeva con la mattanza, il progressivo portare a galla i tonni che, nel frattempo, erano stati imprigionati in profondità.
Un rito ben descritto da Al.Idri, nel XII secolo, dove viene raccontato come queste procedure venissero accompagnate con i canti dei pescatori che, con un rispetto d'altri tempi, conducevano i tonni al sacrificio finale, quasi scusandosi per questa reciproca lotta di sopravvivenza. Altra rivoluzione con i normanni e Ruggero II; affidamento delle tonnare a feudatari locali e sviluppo delle saline quali materia prima per la conservazione del prodotto. L'olio arrivò con gli spagnoli nel XV secolo, epoca del massimo sviluppo. Nel frattempo le tonnare si erano espanse lungo il Mediterraneo, anche se i tonnaroti, cioè i pescatori siciliani, in particolare quelli di Trapani, facevano scuola ed erano ricercati ogni dove. Un esercito con le sue gerarchie, governato dal Rais, il capo, un termine, come tanti, derivante dall'origine araba. Ogni tonnara poteva coinvolgere sino a 300 persone tra pescatori e tutto il resto che stava a terra, nei cosiddetti marfaraggi, deposito di materiali, ricovero di barche, reti, locali per la lavorazione e trasporto del tonno. Tale era l'impatto nell'economia del tempo che la Corona di Spagna, dopo la disastrosa guerra delle Fiandre, dovette ricorrere a dei prestiti e fu così che il genovese Camillo Pallavicino chiese in garanzia le isole Egadi, al largo di Trapani, con relative tonnare e diritto di pesca.
Le cose iniziarono a cambiare nell'Ottocento. Nicolas Appert, francese, scoprì un metodo per conservare i cibi in contenitori di vetro. L'inglese Bryan Donkin mise a punto la sterilizzazione delle scatole metalliche. Fu l'inizio di una rivoluzione. Il mercato del tonno si aprì a nuove strade modificando anche le tecniche di pesca. Se gli arabi, con il sistema di reti delle tonnare fisse, avevano sostituito la pesca a sciabica dei romani, ovvero il trascinamento dei tonni fino alla costa per poi catturarli, ora si è globalizzata la pesca con le tonnare volanti, in alto mare, dove i branchi vengono intercettati al largo con grave nocumento delle loro fasi più delicate di crescita, a partire dalla riproduzione. Le tonnare tradizionali entrarono in crisi sino a chiudere e a niente sarebbero servite invocazioni come quando, in carestia di pesca, fu chiesta la benedizione delle acque, con papa Clemente V nel 1706. L'ultima mattanza, a Favignana, la capitale delle tonnare, avvenne nel 2007. Favignana è il simbolo di questa epoca. Fondata dagli arabi, ebbe il suo massimo splendore nell'Ottocento con i Florio, tanto da arrivare ad occupare, con l'indotto, sino a 1.000 persone. Dopo un lungo abbandono, è stata restaurata e riaperta al pubblico nel 2010. Patrimonio dell'Unesco, al suo interno si possono rivivere storie diverse. Il rito della mattanza governata dal rais, il generale delle acque, con la sua flotta di tonnaroti cui impartiva ordini secchi e precisi mentre questi intonavano «aja mola, aja mola» (o mio signore, o mio signore), un canto propiziatorio ritmato in modo incalzante così da aiutare il sincronismo dei pescatori nell' issare a bordo il tonno sulle barche. I rais sono figure che hanno lasciato il segno. A Favignana una lapide ricorda Antonio Casubolo, sotto la cui guida i tonnaroti «mattarono», in una sola stagione, 10.159 tonni. Jachino Cataldo fu il rais per antonomasia. «Un uomo con la salsedine nel sangue e il cuore che ha battuto sino alla fine al ritmo delle onde». Uno dei pochi ad essere riconosciuto tra i tesori umani viventi dall'Unesco.
Al giorno d'oggi il tonno vale circa 42 miliardi di euro all'anno. In Giappone le migliori pezzature di tonno rosso spuntano alle aste prezzi da capogiro, anche se il normale tonno che si trova ai banchi di vendita è il più modesto pinne gialle. Piatto simbolo del tonno dagli occhi a mandorla è il tataky, cotto alla piastra e rivestito di sesamo. Si dice inventato da un samurai, Sakamoto Ryoma, dopo aver visto degli europei arrostire il pesce alla griglia. Da noi il tonno lo si può trovare in diverse preparazioni. In Piemonte un classico è il vitello tonnato, un mix di girello, frollato e poi ricoperto con una salsa a base di tonno e aromi. Il tonno in scatola presenta una versatilità domestica che ben si presta alla cucina veloce dei tempi moderni: dalla pasta alle insalate, ma è il sapiente utilizzo delle diverse componenti che permette di raggiungere vertici del gusto che meritano la scoperta. Non a caso veniva chiamato maiale del mare, di cui non si buttava via niente.
Un tempo veniva diviso in 32 parti. Componente fondamentale del garum, per i romani. Con le uova, essiccate sotto sale, si prepara la bottarga, una sorta di caviale del Mediterraneo, mentre con le gonadi maschili si ha il lattume, servito in fette sottili. Nel 1641 Luigi XIII giunse in un monastero di Marsiglia a implorare la clemenza divina per avere un erede. Poi visitò la vicina tonnara e lì, il locale Rais, di origine trapanese, lo spinse a mangiare le gonadi di tonno per darsi forza. Il caso volle che, nove mesi dopo, arrivò l'erede, il futuro Luigi XIV, il Re Sole. Moltissime altre sono le prelibatezze del tonno regale, come il tarantello essiccato, o prosciutto di mare, di cui andava ghiotto Carlo V. A Favignana una goduria era la ficazza, o sasizzella, salame di tonno conciato con gli ultimi residui delle carni attaccate alle lische, mentre in Giappone oggetto di culto è la pupilla, dal sapore simile ad un uovo bollito. Per saperne di più imperdibile il Girotonno, a Carloforte, in Sardegna dove viene proposto in mille modi. Se volete papparvi le lasagne del rais, il piatto premio dopo le fatiche della mattanza, oltre al tonno, godetevela con pomdodoro, uvetta e pinoli. E come non citare il tonno eretico, quello che sembra ma non è. Ci pensarono i frati di Avigliana, in Piemonte, inventandosi il tonno di coniglio. Per aggirare i divieti quaresimali ne frollavano le carni a lungo sott'olio sino ad assumere le sembianze ... di un tonno, appunto, anche se il tonno eretico più famoso è quello del Chianti raccontato da quel toscanaccio di Dario Cecchini.






