(Totaleu)
Lo ha detto l'eurodeputata di Fratelli d'Italia e vicepresidente del Parlamento europeo Antonella Sberna in occasione dell'evento «Mattei Plan for African and Global Gateway» sul Piano Mattei come motore di sviluppo per il futuro.
Lo ha detto l'eurodeputata di Fratelli d'Italia e vicepresidente del Parlamento europeo Antonella Sberna in occasione dell'evento «Mattei Plan for African and Global Gateway» sul Piano Mattei come motore di sviluppo per il futuro.
Lo ha detto il vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la Coesione e le Riforme Raffaele Fitto, a margine della conferenza stampa sul Transport Package, riguardo al piano di rinnovamento dei collegamenti ad alta velocità nell'Unione Europea.
C’è chi ci crede e chi preferisce restare sulla sponda a guardare. Ma stavolta il Ponte sullo Stretto non è più un miraggio: il cantiere è pronto a partire, le carte sono quasi tutte firmate e perfino i caschi gialli hanno un padrone. A novembre si comincia, promette Matteo Salvini. E, per non sbagliarsi, invita il premier ungherese Viktor Orbán all’inaugurazione del cantiere: il primo ministro di Budapest si è fermato con curiosità davanti al plastico esposto al ministero delle Infrastrutture.
E mentre la sinistra arriccia il naso e la Cgil rispolvera i suoi «no» a prescindere incurante di quello che accade nel mondo del lavoro, gli italiani rispondono sì. In 72 ore, Webuild ha ricevuto oltre 7.500 candidature per lavorare all’opera: tecnici, operai, staff amministrativi. «Un segnale concreto dell’attenzione che il progetto sta generando a livello nazionale» spiega il gruppo. Tutti pronti a mettere la firma su quella che Salvini chiama «la più grande opera dell’Occidente». I numeri sono da primato: 13 miliardi e mezzo di euro, un’arcata da record mondiale, e un taglio di 200.000 tonnellate di CO2 all’anno. Il Ponte è più «green» di mille monopattini elettrici. All’opera «abbiamo lavorato tre anni, con interlocuzioni costanti alla Commissione europea che ha partecipato con entusiasmo al progetto» dice Salvini. «sono fiducioso».
Ma in Italia, si sa, quando qualcosa funziona è sospetta. Ecco quindi che la Corte dei Conti si riunisce in plenaria per valutare le «perplessità» già espresse la settimana scorsa: dubbi sulla legittimità, modifiche al progetto, osservazioni contabili. Traduzione: la solita burocrazia che cammina con la grazia di un pachiderma. Il deferimento all’organo collegiale della delibera con il via libera ai lavori è servito. Il linguaggio è quello dei tempi infiniti: «Non compiuto assolvimento dell’onere motivazionale», «ponderazione delle risultanze istruttorie». In pratica: non siamo convinti, ma non sappiamo bene di cosa.
E come da copione, la sinistra si accoda. La Cgil annuncia che il progetto è «sbagliato e dannoso», chiede di «ritirarlo e ripartire da zero». Per il segretario confederale della Cgil, Pino Gesmundo, «invece di annunciare l’avvio imminente della sua realizzazione il governo dovrebbe ritirare il progetto sbagliato e dannoso per il Paese, e aprire un confronto vero su come costruire un efficiente sistema infrastrutturale in Calabria e Sicilia».
Insomma, il più importante sindacato italiano vuole fermare lavoro e assunzioni legate alla realizzazione di un’opera già finanziata: 13.162 milioni di risorse statali più 370 milioni della società Stretto di Messina. Ma volete mettere la soddisfazione di fare uno sgambetto all’odiato governo di centro-destra: È la solita filosofia: no ai cantieri, no ai ponti, no al futuro. Il tutto condito da una spruzzata di ambientalismo da salotto, quello che difende la CO2 purché resti in sospensione sopra i traghetti. Il governo è pronto a giocarsi la partita. «Mi rifiuto di pensare che qualcuno voglia fermare un piano che porta l’Italia tra i grandi player mondiali», ha detto Salvini.
Per una volta, anche Bruxelles sembra d’accordo: la Commissione europea «ha partecipato con entusiasmo». Insomma, l’Europa guarda al Ponte come a un segnale di rinascita industriale, mentre le opposizioni lo considerano ancora un attentato alla biodiversità. Ma la verità è semplice: il Ponte rappresenta l’idea di un’Italia che vuole unire, crescere, collegarsi al resto d’Europa. È il contrario della rendita, della paura, dell’eterno rimando. Ne parliamo da decenni: ora si fa. E si farà con il contributo di migliaia di lavoratori, di imprese, di tecnici che hanno già messo la firma.
La Corte dei Conti, oggi, dovrà scegliere se restare nel passato o guardare avanti. Non si tratta solo di numeri: si tratta di coraggio. Se dirà sì, il Ponte non sarà più una promessa ma un fatto. E, soprattutto, un segnale che questo Paese ha smesso di avere paura delle proprie ambizioni.
Perché, diciamolo, se il Ponte lo avessero progettato i tedeschi, sarebbe già pieno di turisti e gadget. Se l’avessero pensato i francesi, ci avrebbero costruito sopra un bistrot panoramico. Da noi, invece, serve ancora una plenaria per capire se si può cominciare a scavare.
Ma stavolta l’aria è diversa. Le ruspe scaldano i motori, i curriculum si accumulano, Orbán si prepara al viaggio e Salvini - casco in testa - al taglio del nastro. La sinistra continuerà a twittare indignata.
E quando il primo pilone toccherà terra, forse capiremo che collegare due sponde non è solo una questione ingegneristica: è un modo per dimostrare che l’Italia, quando vuole, sa ancora costruire. Anche se qualcuno, testardo, preferisce restare sul traghetto.
Il presidente e ad di Philip Morris Italia dal Forum Teha di Cernobbio: «La leva competitiva è cruciale per l'Italia e l'Europa».
Per la Germania si prospetta un futuro a gas, ma intanto l’Ue vieta per sempre le importazioni dalla Russia. Si può sintetizzare così il terribile uno-due che il già frastornato governo di Friedrich Merz ha ricevuto questa settimana.
Il rapporto 2025 sulla sicurezza dell’approvvigionamento della Bundesnetzagentur, l’Agenzia federale tedesca per le reti, approvato dal governo di Berlino questa settimana, quantifica il fabbisogno: entro nove anni la Germania dovrà disporre di circa 35.500 Megawatt di nuove centrali elettriche a gas per garantire la sicurezza del sistema. Sì, perché quando solare ed eolico non producono, il sistema ha pur sempre bisogno di energia e la rete necessita di stabilità. Per compensare intermittenza e instabilità delle fonti rinnovabili alla Germania serve un parco di centrali a gas tutto nuovo.
Nel rapporto di due anni fa la stessa Agenzia stimava necessari almeno 21.000 Mw, ma ora il fabbisogno è cresciuto. Ciò sia per le stime di maggiori consumi elettrici nel futuro sia, paradossalmente, per l’aumento della penetrazione delle fonti rinnovabili, che necessitano di strumenti di stabilizzazione come gli impianti termoelettrici, appunto.
Per tradurre il numero in concetti chiari, serviranno oltre 70 nuove centrali a gas da 500 Mw, dal costo indicativo di 700 milioni di euro l’una. Il che significa investimenti per 50 miliardi nei prossimi nove anni. Una produzione flessibile che servirà a coprire i picchi di domanda, a fornire riserva di potenza e bilanciamento della frequenza di rete.
Ora, vi sono diversi problemi. Intanto, con le regole attuali gli investimenti non partono, poiché vengono svantaggiati i consumi di idrocarburi (ad esempio, gravandoli dei costi dei permessi di emissione). In un contesto in cui il consumo di gas è penalizzato, con l’idea di azzerarlo al 2040, nessuno sano di mente investe a lungo termine. Ecco perché il governo precedente all’attuale aveva ipotizzato dei sussidi pubblici (tanto per cambiare), che però non sono mai arrivati.
Ora, dice l’Agenzia tedesca, la questione diventa urgente. A rischio vi è la tenuta stessa del sistema. Gli accumuli chimici a batteria che man mano vengono inseriti nella rete non saranno sufficienti, secondo la Bundesnetzagentur.
Sempre il governo precedente, nelle ipotesi dell’allora ministro dei Verdi, Robert Habeck, aveva ipotizzato di convertire all’idrogeno i nuovi impianti dopo un certo numero di anni. Una foglia di fico che il nuovo governo non sosterrà, perché una vasta diffusione dell’idrogeno resta nel libro dei sogni (o degli incubi, dipende dai punti di vista). L’idrogeno costa ancora molto, richiede investimenti per miliardi, la produzione è pressoché inesistente e la logistica è all’anno zero.
Oltre alle centrali elettriche, però, serve il gas. E qui siamo al livello politico, non più tecnico.
Dalla Norvegia il gas arriva abbondante, per ora, e non certo gratis. Per il resto, la Germania deve affidarsi al gas che entra in circolo al Ttf in Olanda, proveniente dal Regno Unito, e a tanto gas liquefatto (Gnl). La Germania, dopo la crisi del gas del 2022, si è dotata di diversi rigassificatori, per una capacità massima di 40 miliardi di metri cubi, e ha iniziato a importare enormi quantità di Gnl, soprattutto dagli Stati Uniti.
In questo contesto, al Consiglio Ue informale dell’Energia a Copenaghen di ieri, il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, ha dichiarato che l’obiettivo della Commissione è fermare rapidamente le importazioni di gas dalla Russia e, anche in futuro, «non importare mai più nemmeno una molecola» di energia russa.
Il discorso di Jorgensen è stato molto netto: «Anche in futuro, anche quando ci sarà la pace, ritengo che non dovremmo importare energia russa. Quindi questa non è una sanzione temporanea. È qualcosa che rimarrà. A mio parere non importeremo mai più nemmeno una molecola di energia russa quando questo accordo sarà concluso». Anche il Segretario di Stato per l’Energia romeno, Cristian Busoi, ha detto di sostenere fermamente il divieto sul gas russo, così come il ministro danese per l’Energia, Lars Aagaard.
La Germania si trova così stretta tra la necessità di avere molto gas a buon mercato e l’indirizzo politico di Bruxelles che vuole negare per sempre l’accesso al gas russo. L’evidente frattura interna all’Europa passa proprio per la Germania. Se cresce la domanda ma diminuisce l’offerta, i prezzi non potranno che salire, e non solo per la Germania. Vale la pena ricordare che l’Ue importa dalla Russia ancora molto Gnl e un gasdotto da 12 miliardi di metri cubi l’anno arriva ancora nei Balcani.
A Bruxelles pensano che affidarsi in toto al Gnl americano potrà essere una soluzione? Può darsi, ma resterebbe il nodo della dipendenza strategica e dei costi. La Ue dovrebbe indicare almeno delle alternative, si ragiona sui giornali tedeschi più attenti al tema. Ma quali?
Le aporie dell’ammaccata costruzione europea emergono da questa vicenda, emblematica della doppia impasse in cui l’intera Europa si trova a causa delle scelte politiche distruttive imposte da Bruxelles e da Berlino stessa. Una transizione energetica dissennata, che ha messo in ginocchio l’industria e che ora viene negata perché la realtà si impone, e una politica estera incapace. La Germania è, in definitiva, vittima di sé stessa.

