Ecco #DimmiLaVerità del 18 marzo 2026. Il deputato della Lega Andrea Barabotti commenta i casi in cui i figli vengono staccati dai genitori a partire dalla famiglia nel bosco.
(iStock). Nel riquadro, la famiglia Simionato
Una famiglia si è vista levare il figlio adottivo per maltrattamenti. Un tribunale certifica: falso, sono bravi genitori. Troppo tardi...
«Dovremmo cancellare il bambino dalla nostra vita, dal nostro amore. Hanno riconosciuto che siamo bravi genitori, che il piccolo con noi stava bene ma ormai “è troppo tardi”, perché Paolo è stato affidato a un’altra famiglia». Piange, Michela Maschietto, 57 anni, ex funzionaria della provincia di Treviso.
Il suo dolore non ha fine, non trova consolazione. Assieme al marito Mirco Simionato, 61 anni, ex direttore di Banca Intesa e attualmente consulente finanziario per Banca Mediolanum, nel giugno del 2021 si era vista sottrarre Paolo (nome di fantasia) per false accuse di maltrattamenti.
Lo avevano accolto nel 2017 a Mogliano Veneto (Treviso), sostenendo con amore e attenzione una creatura di 4 anni affetta da un lieve ritardo intellettivo e da qualche problema di coordinazione motoria. Hanno lottato, per riaverlo, per smentire accuse odiose quanto infondate. Solo lo scorso luglio, la Corte d’Appello di Venezia ha dato loro ragione dichiarando che «il comportamento dei coniugi Simionato e Maschietto […] aveva avuto esiti educativi positivi (relazioni dell’Ulss 2 e altri), Paolo si è ben inserito dentro il contesto famigliare della coppia affidataria; ha sviluppato un attaccamento sempre maggiore nei confronti di entrambe le figure che rappresentano un riferimento affettivo ricercato e rassicurante».
Tutto risolto? Niente affatto. Per il presidente della sezione minori della Corte, Rita Rigoni, il miglior interesse di Paolo era «il mantenimento della sua situazione attuale presso i nuovi affidatari». E tutte le accuse che hanno portato all’allontanamento di Paolo? «Vicende penali, relative al trasferimento del minore, connaturate alla particolare situazione verificatasi in allora, non appaiono attuali», dichiararono i giudici lo scorso luglio.
Il male fatto non viene condannato «e si parla del bene di Paolo. Ma quale continuità affettiva si è offerta a un bimbo fragile, rimasto quattro anni con la sua mamma, quattro anni con noi, due in comunità e quasi due con la nuova famiglia adottiva?», esclama Mirco. «Per noi era un figlio, l’abbiamo amato come fosse nostro», esclama la signora Michela. Domenica scorsa sono andati a Fuori dal Coro, a raccontare la loro sconcertante odissea con i servizi sociali della Ulss 2 Marca Trevigiana.
«Si è conclusa nel peggiore dei modi, siamo stati estromessi senza motivo dalla vita del bambino», dice la mamma. È devastata dal pensiero: «Avrà pensato che l’abbiamo abbandonato» e parla di «disumanità istituzionale». Una bruttissima storia è, quella della mancata adozione di Paolo e del cambio di famiglia affidataria. Praticamente abbandonato dai suoi genitori biologici, ai quali venne tolta la potestà genitoriale, Paolo entrò in casa Simionato il 7 settembre del 2017.
«Parlava poco, camminava con un po’ di difficoltà, per i suoi bisogni non era autosufficiente ma fece in fretta progressi. Sorrideva con gli occhi, era un bimbo meraviglioso. Per rispetto verso i suoi genitori ci facevamo chiamare per nome, non mamma e papà. Con quelle parole si rivolse a noi solo quando ci fu strappato», racconta Michela alla Verità.
A scuola il piccolo a volte è irruente, sbatte contro cose e persone «cadeva in continuazione, forse era affetto da iperattività». Dopo 2 anni, l’affido viene prorogato per altri due e il 13 maggio 2020 il Tribunale dei minori di Venezia conferma il mantenimento di Paolo, dichiarando che sarebbe pregiudizievole per il bambino l’interruzione di quel percorso.
Nel marzo del 2021, però, accade una cosa tremenda. «Una maestra di sostegno alla sua prima esperienza scrive che noi lo trattavamo con calci, pugni, docce fredde sottoponendolo a violenze fisiche e psicologiche. Tutto poi smentito dalla Ctu e dalla relazione dei servizi sociali di Padova. Ma quelle righe scritte a penna hanno determinato ogni cosa», spiega la signora.
Il direttore dei servizi sociali di Mogliano Veneto convoca la coppia, spiega che per Paolo verrà avviato un nuovo progetto di cui loro non ne faranno più parte. Il 6 giugno due assistenti sociali si presentano a casa Simionato, a poca distanza c’è l’auto dei carabinieri. «Il bimbo piangeva, non voleva andare via. Avrà pensato di aver fatto qualche cosa di male e che noi lo punivamo allontanandolo. Il pensiero mi strazia», ha sempre la voce rotta Michela. «Siamo stati zitti, senza fare scene, per il bene del piccolo» sottolinea Mirco. Lo potranno vedere tre volte, quell’estate, nella comunità di accoglienza, poi solo con una videochiamata di mezz’ora una volta la settimana.
A settembre 2021 presentano richiesta di adozione, ma non ottengono risposta. A giugno 2022 il Tribunale dei minori chiede loro di sottoporsi ad indagini e valutazione dei Servizi sociali per le adozioni dell’Ulss 6 Euganea e nel frattempo scoprono che per il bimbo è stato deciso l’affidamento ad altri, senza fare loro parola. «Ci hanno fatto tanti test, anche il Minnesota per identificare la presenza di sintomi psicopatologici. Siamo risultati idonei. Ma la valutazione rimane ferma presso il Tribunale dei minori di Venezia fino a fine 2023, quando viene emesso un decreto di inidoneità all’adozione, che noi impugniamo», spiega Simionato.
Tempi assurdi, lungaggini vergognose non certo per il bene del bambino. «Facciamo presente che c’erano due perizie contrastanti, quella in nostro favore della Procura di Treviso di fine 2021 (“è legato ai genitori e non ha subìto alcun tipo di violenza”) e quella scritta a mano da un giudice onorario del Tribunale di Venezia che nel 2023 dice che il bimbo “ha paura di noi”». Viene ordinata una terza perizia, presentata a luglio 2025 con le stesse conclusioni positive sulla idoneità della coppia.
Nello stesso mese la Corte d’Appello rigetta l’impugnazione con una motivazione che urla vendetta: i coniugi erano adeguati all’adozione avendo capacità genitoriale, ma ormai è passato troppo tempo e il bambino è in un’altra famiglia.
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La famiglia Trevallion
La famiglia anglo-australiana è stata separata quasi un mese fa, ma i giudici ancora non hanno deciso sulla sorte dei bimbi. Osservati da «esperti» come animali in gabbia, mentre le loro informazioni, pure le più riservate, continuano a essere date in pasto ai media.
Viene da domandarsi da chi siano davvero danneggiati i bambini del bosco. Dalla famiglia, da papà Nathan e mamma Catherine che li facevano vivere in una antica casa di campagna con bagno esterno? Oppure dalle solerti istituzioni che da qualche tempo li stanno trattenendo in una casa famiglia per il loro «migliore interesse»? La domanda a questo punto è più che lecita. I piccoli Trevallion stanno in una struttura protetta da circa un mese. Sono stati portati via da casa il 20 novembre, con un robusto dispiegamento di forze e solo grazie all’intervento dell’allora avvocato della famiglia, Giovanni Angelucci, si ottenne che la madre potesse seguirli. Da allora vivono sotto osservazione, vedono il padre molto poco e in orari prestabiliti, incontrano la mamma in occasione dei pasti. Il tribunale dei minori dell’Aquila continua a rinviare la decisione sulla loro sorte: potranno tornare a casa per Natale?
Viene spontaneo interrogarsi su questi tempi dilatati. Se la situazione dei Trevallion era così grave da condurre all’allontanamento dei bambini, possibile che ci voglia così tanto a stabilire se debbano o no ritornare con i genitori? Il buon senso ma soprattutto la legge dicono che i minori vanno allontanati dalla famiglia solamente in caso di grave emergenza, di rischi evidenti per la salute fisica o psichica dei piccoli. Ebbene, a quanto pare i rischi non sono poi così evidenti se serve un mese per giudicare. In compenso, sappiamo per certo che l’allontanamento da casa e genitori provoca traumi.
Non è tutto. Inizialmente, ai Trevallion fu rimproverato di aver esposto i bambini sul palcoscenico mediatico a causa di una intervista concessa alle Iene. Ebbene, martedì il Garante per l’infanzia e l’adolescenza dell’Abruzzo ha diffuso dichiarazioni piuttosto dure, spiegando che è stata «violata la privacy di questi bambini. Sono state pubblicate informazioni riservate, sulla scolarizzazione, sulle vaccinazioni o sullo stile di vita che dovevano transitare in un fascicolo non sui media. La riservatezza viene prima del diritto di cronaca».
Il fatto è che qualcuno queste informazioni le ha diffuse, sappiamo che cosa hanno scritto e detto gli assistenti sociali e la tutor della famiglia.
Lo dice anche Danila Solinas, una dei due nuovi avvocati dei Trevallion, che avevano cominciato il mandato scegliendo silenzio totale e collaborazione con i giudici, ma ora forse un po’ hanno cambiato idea, visto che i risultati si fanno desiderare. «Non parlo né di delusione né di aspettative disattese per il mancato ricongiungimento immediato», dice Solinas. «Non mi aspetto che il tribunale elargisca favori, ma che applichi la legge. Semmai mi chiedo come si concili il rigoroso rispetto della riservatezza dei minori con la diffusione di elementi sensibili che li riguardano». Già, come si concilia questa esposizione con il bene superiore dei bambini?
Per altro, quel che leggiamo delle valutazioni delle autorità non è incoraggiante. L’assistente sociale Veruska D’Angelo, per esempio, esprime valutazioni che sollevano qualche dubbio. «Si ribadisce», scrive, «che anche l’individuazione delle problematiche riguardanti la situazione abitativa, socioeconomica, igienico sanitaria, socioculturale ed educativo relazionale è stata condivisa e sottoscritta dai genitori e dall’avvocato, riconoscendo e condividendo dunque tali aspetti».
Secondo l’assistente sociale, il «disagio maggiore» dei piccoli Trevallion nel vivere con altri bambini «si può osservare quando si attivano fra loro confronti sia per le proprie esperienze personali che per le proprie competenze, in quanto si evidenziano deprivazioni di attività condivisibili con il gruppo dei pari, per esempio da un semplice gioco ad attività più specifiche come i compiti scolastici e le conoscenze generali».
Insomma, non conoscono i giochi che fanno gli altri. Davvero terribile. Leggiamo ancora: «Il loro sonno è stato turbato dalla presenza, all’interno della stanza, di oggetti di uso comune quali l’interruttore della luce e il pulsante di scarico dello sciacquone del bagno». E poi «L’igiene personale dei minori è apparsa subito scarsa e insufficiente. Gli operatori sono riusciti a fare la doccia ai bambini soltanto nella serata del secondo giorno di collocamento ma solo con acqua, non volendo usare i saponi messi a disposizione... Uno dei fratelli ha dimostrato timore nei confronti del soffione della doccia. Rispetto al cambio degli indumenti i bambini hanno spiegato che indossano gli stessi vestiti per un’intera settimana e in genere il sabato li cambiano».
Capito? Si sono cambiati i vestiti una volta la settimana e uno di loro aveva timore del soffione della doccia perché era abituato a lavarsi in altro modo. Sembra quasi uno scherzo: si devono allontanare i bambini da casa perché si cambiano solo una volta alla settimana? Meritano di essere separati da madre e padre perché non hanno la doccia ma si lavano in altra maniera? Bisognerebbe dirlo a tutti gli illustri ecologisti che negli anni passati hanno spiegato in tv e sui giornali che non si deve sprecare acqua.
In ogni caso, l’assistente sociale ci tiene a spiegare che i piccoli «reagiscono con gioia e gratitudine alle varie attenzioni che ricevono, dai vestiti puliti e profumati che annusano continuamente oltre ad annusare le persone che li circondano, alle varie attività ludiche proposte, esprimendo spesso di voler restare “al caldo”».
Si tratta degli stessi bambini che alle autorità hanno dichiarato di trovarsi benissimo a casa. Utopia Rose, la più grande, ha fornito un racconto idilliaco: «Ci piace giocare insieme, all’aperto. Costruiamo una casetta e ci occupiamo dell’orto. Amiamo lavorare la lana con i ferri, lo facciamo tutti e tre. Siamo vegani e mangiamo quasi tutte cose prodotte da noi. Io cucino a colazione i pancake per tutti. Ci piacciono molto le cose che mangiamo e ci piace prepararle insieme, come i panini con le uova delle nostre galline. I parenti che vivono in Australia li vediamo in videochiamata con il tablet».
Non risulta che, da maggio a novembre scorso, gli assistenti sociali abbiano visitato con frequenza la casa della famiglia. Non risulta nemmeno che ci siano state altre audizioni dei bambini. Sembra che tutto si basi soltanto sulla valutazione di alcuni esperti i quali appaiono molto interessati a normalizzare i Trevallion, a rimarcare quanto piacciano le comodità ai bambini, a sottolineare tutte le stranezze mostrate da questi. A che cosa è servito allontanarli? A osservarli per un mese come bestioline allo zoo e a esporli alle feroci valutazioni del pubblico? Forse è il caso di domandarselo.
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La famiglia Trevallion
La famiglia anglo-australiana è stata separata quasi un mese fa, ma i giudici ancora non hanno deciso sulla sorte dei bimbi. Osservati da «esperti» come animali in gabbia, mentre le loro informazioni, pure le più riservate, continuano a essere date in pasto ai media.
Viene da domandarsi da chi siano davvero danneggiati i bambini del bosco. Dalla famiglia, da papà Nathan e mamma Catherine che li facevano vivere in una antica casa di campagna con bagno esterno? Oppure dalle solerti istituzioni che da qualche tempo li stanno trattenendo in una casa famiglia per il loro «migliore interesse»? La domanda a questo punto è più che lecita. I piccoli Trevallion stanno in una struttura protetta da circa un mese. Sono stati portati via da casa il 20 novembre, con un robusto dispiegamento di forze e solo grazie all’intervento dell’allora avvocato della famiglia, Giovanni Angelucci, si ottenne che la madre potesse seguirli. Da allora vivono sotto osservazione, vedono il padre molto poco e in orari prestabiliti, incontrano la mamma in occasione dei pasti. Il tribunale dei minori dell’Aquila continua a rinviare la decisione sulla loro sorte: potranno tornare a casa per Natale?
Viene spontaneo interrogarsi su questi tempi dilatati. Se la situazione dei Trevallion era così grave da condurre all’allontanamento dei bambini, possibile che ci voglia così tanto a stabilire se debbano o no ritornare con i genitori? Il buon senso ma soprattutto la legge dicono che i minori vanno allontanati dalla famiglia solamente in caso di grave emergenza, di rischi evidenti per la salute fisica o psichica dei piccoli. Ebbene, a quanto pare i rischi non sono poi così evidenti se serve un mese per giudicare. In compenso, sappiamo per certo che l’allontanamento da casa e genitori provoca traumi.
Non è tutto. Inizialmente, ai Trevallion fu rimproverato di aver esposto i bambini sul palcoscenico mediatico a causa di una intervista concessa alle Iene. Ebbene, martedì il Garante per l’infanzia e l’adolescenza dell’Abruzzo ha diffuso dichiarazioni piuttosto dure, spiegando che è stata «violata la privacy di questi bambini. Sono state pubblicate informazioni riservate, sulla scolarizzazione, sulle vaccinazioni o sullo stile di vita che dovevano transitare in un fascicolo non sui media. La riservatezza viene prima del diritto di cronaca».
Il fatto è che qualcuno queste informazioni le ha diffuse, sappiamo che cosa hanno scritto e detto gli assistenti sociali e la tutor della famiglia.
Lo dice anche Danila Solinas, una dei due nuovi avvocati dei Trevallion, che avevano cominciato il mandato scegliendo silenzio totale e collaborazione con i giudici, ma ora forse un po’ hanno cambiato idea, visto che i risultati si fanno desiderare. «Non parlo né di delusione né di aspettative disattese per il mancato ricongiungimento immediato», dice Solinas. «Non mi aspetto che il tribunale elargisca favori, ma che applichi la legge. Semmai mi chiedo come si concili il rigoroso rispetto della riservatezza dei minori con la diffusione di elementi sensibili che li riguardano». Già, come si concilia questa esposizione con il bene superiore dei bambini?
Per altro, quel che leggiamo delle valutazioni delle autorità non è incoraggiante. L’assistente sociale Veruska D’Angelo, per esempio, esprime valutazioni che sollevano qualche dubbio. «Si ribadisce», scrive, «che anche l’individuazione delle problematiche riguardanti la situazione abitativa, socioeconomica, igienico sanitaria, socioculturale ed educativo relazionale è stata condivisa e sottoscritta dai genitori e dall’avvocato, riconoscendo e condividendo dunque tali aspetti».
Secondo l’assistente sociale, il «disagio maggiore» dei piccoli Trevallion nel vivere con altri bambini «si può osservare quando si attivano fra loro confronti sia per le proprie esperienze personali che per le proprie competenze, in quanto si evidenziano deprivazioni di attività condivisibili con il gruppo dei pari, per esempio da un semplice gioco ad attività più specifiche come i compiti scolastici e le conoscenze generali».
Insomma, non conoscono i giochi che fanno gli altri. Davvero terribile. Leggiamo ancora: «Il loro sonno è stato turbato dalla presenza, all’interno della stanza, di oggetti di uso comune quali l’interruttore della luce e il pulsante di scarico dello sciacquone del bagno». E poi «L’igiene personale dei minori è apparsa subito scarsa e insufficiente. Gli operatori sono riusciti a fare la doccia ai bambini soltanto nella serata del secondo giorno di collocamento ma solo con acqua, non volendo usare i saponi messi a disposizione... Uno dei fratelli ha dimostrato timore nei confronti del soffione della doccia. Rispetto al cambio degli indumenti i bambini hanno spiegato che indossano gli stessi vestiti per un’intera settimana e in genere il sabato li cambiano».
Capito? Si sono cambiati i vestiti una volta la settimana e uno di loro aveva timore del soffione della doccia perché era abituato a lavarsi in altro modo. Sembra quasi uno scherzo: si devono allontanare i bambini da casa perché si cambiano solo una volta alla settimana? Meritano di essere separati da madre e padre perché non hanno la doccia ma si lavano in altra maniera? Bisognerebbe dirlo a tutti gli illustri ecologisti che negli anni passati hanno spiegato in tv e sui giornali che non si deve sprecare acqua.
In ogni caso, l’assistente sociale ci tiene a spiegare che i piccoli «reagiscono con gioia e gratitudine alle varie attenzioni che ricevono, dai vestiti puliti e profumati che annusano continuamente oltre ad annusare le persone che li circondano, alle varie attività ludiche proposte, esprimendo spesso di voler restare “al caldo”».
Si tratta degli stessi bambini che alle autorità hanno dichiarato di trovarsi benissimo a casa. Utopia Rose, la più grande, ha fornito un racconto idilliaco: «Ci piace giocare insieme, all’aperto. Costruiamo una casetta e ci occupiamo dell’orto. Amiamo lavorare la lana con i ferri, lo facciamo tutti e tre. Siamo vegani e mangiamo quasi tutte cose prodotte da noi. Io cucino a colazione i pancake per tutti. Ci piacciono molto le cose che mangiamo e ci piace prepararle insieme, come i panini con le uova delle nostre galline. I parenti che vivono in Australia li vediamo in videochiamata con il tablet».
Non risulta che, da maggio a novembre scorso, gli assistenti sociali abbiano visitato con frequenza la casa della famiglia. Non risulta nemmeno che ci siano state altre audizioni dei bambini. Sembra che tutto si basi soltanto sulla valutazione di alcuni esperti i quali appaiono molto interessati a normalizzare i Trevallion, a rimarcare quanto piacciano le comodità ai bambini, a sottolineare tutte le stranezze mostrate da questi. A che cosa è servito allontanarli? A osservarli per un mese come bestioline allo zoo e a esporli alle feroci valutazioni del pubblico? Forse è il caso di domandarselo.
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La famiglia Trevallion (Ansa)
- Le difficoltà nello sviluppo dei piccoli Trevallion e la non abitabilità della loro casa non sono state certificate. E la relazione sull’homeschooling non è arrivata al giudice.
- Nella struttura che li accoglie, leggono e giocano. La mamma presente ai pasti, il papà per pochi minuti.
Lo speciale contiene due articoli
Dalla storia dei tre bambini di Palmoli, la cosiddetta «famiglia del bosco», comincia a emergere una ingarbugliata sequenza di defaillance della cinghia di trasmissione tra Comune di Monteodorisio, servizi sociali, Procura per i minorenni e Tribunale. A partire da tre elementi fondamentali rispetto a una decisione come quella presa dai giudici (ovvero affidare i bimbi a una casa famiglia): la «carenza dello sviluppo psicofisico»; i «problemi comportamentali» e i «disturbi dell’area relazionale, affettiva ed emotiva.
Accanto a tutte e tre le voci, citate in un documento del municipio che la Verità ha potuto consultare, è stato annotato in stampatello con una penna «da verificare». Verifiche che non sembrerebbero essere state eseguite. O, almeno, al momento, non farebbero parte del fascicolo. E questa non è l’unica carenza. Negli atti del Tribunale per i minorenni dell’Aquila c’è scritto in modo chiaro che il problema principale era la casa. Il giudice delegato, si evince dal Decreto di fissazione dell’udienza del 23 aprile scorso, aveva chiesto una «relazione tecnica sulla sicurezza statica del rudere destinato ad abitazione dei minori». Perché senza quel documento nessuno poteva capire se i minori vivessero davvero in un luogo pericoloso o semplicemente in condizioni spartane. Quella relazione, però, non è mai stata depositata. Il giudice l’aveva considerata indispensabile: «Il servizio sociale», aveva scritto, «è invitato a collocare i minori in comunità o presso altre famiglie ove non vi sia una relazione tecnica sulla sicurezza statica dell’immobile o la stessa dia esito negativo». Ma nessuno l’ha prodotta. Anzi: i servizi sociali, nella loro relazione del 14 ottobre, scrivono di aver ricevuto una perizia privata dalla famiglia, firmata da un geometra, ma non di aver prodotto o richiesto la verifica tecnica dell’ente pubblico. I documenti agli atti mostrano uno scenario che appare paradossale: la perizia l’ha prodotta la famiglia, non il Comune, né il Tribunale. La relazione tecnica ufficiale, quella chiesta dal giudice, invece, non esiste.
Ma non è l’unico buco. C’è il nodo della scuola. Sempre i servizi sociali, nella relazione del 14 ottobre, segnalano che la famiglia ha consegnato «il certificato di idoneità alla classe terza» di una delle bimbe «rilasciato» dalla scuola che frequentava. Quindi è la famiglia che ha consegnato il documento scolastico.
Ma quel documento non risulta tra gli atti trasmessi al Tribunale dai servizi sociali nelle fasi precedenti al giudizio. E, soprattutto, gli stessi servizi sociali scrivono che i minori non frequentano la scuola, come premessa generale, senza distinguere tra obbligo scolastico, istruzione parentale e certificazioni già prodotte. Sono ancora i servizi sociali il 14 ottobre a scrivere che «è stato approvato un progetto di intervento che prevedesse degli obiettivi relativi ai minori, ovvero […] reperire un contesto abitativo adeguato, fornire la necessaria documentazione sanitaria e relativa all’obbligo scolastico». Il pm, nel ricorso per la limitazione o decadenza della responsabilità genitoriale, rappresenta che «i minori non frequentavano la scuola» e che non risultavano iscritti a nessun istituto. In realtà, però, c’era una certificazione che attestava, con tanto di firma del dirigente scolastico, che uno dei tre bimbi aveva superato gli esami di idoneità per l’anno successivo. Ma non si legge in alcun atto che i servizi sociali abbiano trasmesso la documentazione scolastica prima che fosse la famiglia a esibirla. In sostanza: la famiglia ha consegnato la documentazione, il Comune l'ha ricevuta, ma non il Tribunale.
E mentre la burocrazia sembra inciampare nelle sue stesse incoerenze, le relazioni dei servizi sociali raccontano altro: i genitori che «hanno un atteggiamento difensivo», che non vogliono la visita a sorpresa, che non accettano la psicologa, che «non hanno interazioni sociali frequenti». E ci sono altre crepe. I servizi sociali scrivono che i minori non hanno contatti con coetanei, ma la famiglia ha replicato che invece frequentano amici, parchi e negozi. Infine, sempre i servizi sociali, annotano che per mesi il servizio non è riuscito a comunicare con la famiglia se non tramite avvocato e che si è reso necessario «un sopralluogo a sorpresa». Una dinamica che più che fotografare la vita dei minori sembra concentrata su una comunicazione complicata tra le parti.
Eppure, quando interviene la presidente dell’Ordine nazionale degli assistenti sociali, il tono è completamente diverso. Barbara Rosina, intervistata dalla Stampa, afferma: «Dire che gli assistenti sociali strappano i figli significa ignorare che le decisioni non vengono mai prese da soli». Parole che, come quelle dell’Anm (che ha già stabilito che quello del Tribunale era un provvedimento motivato e inattaccabile), difendono la categoria, ma che non entrano nel merito di un caso in cui la cronologia delle criticità appare documentata.
Nel caso della famiglia del bosco, gli assistenti sociali non sono il bersaglio dell’opinione pubblica: sono parte attiva di un procedimento in cui hanno svolto un ruolo preciso. E se il Tribunale scrive che serviva una relazione tecnica e quella relazione non c’è, è un fatto. Se la scuola certifica l’idoneità della minore e quel documento non arriva al giudice, è un buco nella procedura. Se si parla della necessità di una Ctu e nessuno la richiede, è un cortocircuito. E se si interviene sui bambini mentre ancora mancano atti fondamentali, la mano che dovrebbe proteggerli sembra trasformarsi in qualcos’altro.
I bimbi frequentano i genitori col contagocce
Gli abitanti della zona di Palmoli, il Comune in Provincia di Chieti dove vive la famiglia Trevallion si sono mobilitati per aiutare Catherine Birmingham e Nathan Trevallion a tornare a vivere con i loro tre figli, due gemelli di sei anni e uno di otto, affidati dal Tribunale dei minori dell’Aquila a una struttura. Alcune persone hanno già offerto ai Trevallion l’uso di abitazioni come sistemazione provvisoria in attesa dei lavori nel casolare di Palmoli per il quale è già pronto il progetto di ristrutturazione da presentare al Comune, che prevede la realizzazione di un bagno e una nuova suddivisione degli spazi interni, per ricavare una cameretta per i piccoli. Secondo quando risulta alla Verità, al momento gli slanci di generosità vengono valutati dai Trevallion con la massima prudenza, nel comprensibile timore di incappare in false promesse che complicherebbero ulteriormente il dialogo con il Tribunale e con i servizi sociali. E anche per questo Nathan Trevallion, comprensibilmente provato dalla vicenda, dopo aver pubblicamente ringraziato gli italiani per la vicinanza e il sostegno, ha deciso di non rilasciare ulteriori dichiarazioni o interviste. L’Ansa ha riferito che la decisione sul silenzio stampa è stata presa dopo un incontro con le altre famiglie neorurali che vivono nella zona. Si tratta di una trentina di nuclei familiari che hanno scelto di vivere nelle campagne e nei boschi abruzzesi, tra Palmoli, Tufillo e San Buono, in provincia di Chieti. La decisione di Trevallion è stata condivisa dagli altri neorurali, che si sono incontrati per parlare del caso e del clamore mediatico che ha provocato intorno all’intera comunità. Intanto il legale della famiglia, Giovanni Angelucci, continua a lavorare al ricorso contro il provvedimento del Tribunale aquilano, che deve essere presentato entro lunedì. La speranza della famiglia angloaustraliana è quella che la Corte d’Appello calendarizzi l’udienza il più velocemente possibile, visto che si tratta di questioni relative alla libertà delle persone, e ai diritti costituzionali dei minori. È quindi possibile che prima di Natale ci sia già una decisione. In tanto, i tre bambini Trevallion trascorrono le loro giornate nella struttura dove il Tribunale dei minori ha trasferito sia loro che la madre, ormai da una settimana. Un tempo che rende verosimile che le educatrici, la direttrice della casa famiglia e gli assistenti sociali che stanno seguendo il caso possano già formulare delle prime valutazioni rispetto alle criticità contestate dai giudici. E forse che le possano anche mettere nero su bianco. In particolare, potrebbero essersi già fatti un’idea riguardo alla capacità di socializzazione e lo stato di salute psicofisica dei bambini. Va ricordato che le educatrici che trascorrono le giornate con i piccoli Trevallion non possono fare valutazioni psicologiche in senso stretto, ma vedono costantemente le modalità con cui i tre «bambini del bosco» interagiscono con i loro coetanei ospitati dalla casa famiglia, e posso quindi evidenziare agli assistenti sociali eventuali comportamenti problematici o aggressivi. Al momento non risulta che per i piccoli Trevallion sia stata disposta la frequentazione di una scuola. E nemmeno che siano stati già svolti colloqui con psicologi o neuropsichiatri infantili. Secondo indiscrezioni, i tre bambini trascorrono le loro giornate leggendo libri con l’aiuto degli educatori e giocando insieme ai loro coetanei. A quanto risulta alla Verità la madre Catherine, anche lei ospite nella struttura, vedrebbe i tre figli durante la colazione, il pranzo e la cena. E sarebbe sempre lei ad accompagnare i bambini in camera, lavarli, fare indossare loro i pigiamini e metterli a letto. Di più al momento non è possibile, sarebbe necessario che il Tribunale, magari su istanza congiunta dei familiari e della curatrice speciale che ha in carico i bambini, autorizzi la madre a trascorrere più tempo insieme ai figli. Ma al momento l’eventualità di un dialogo per arrivare a presentare una richiesta del genere non trova conferme.
Va detto che l’attuale routine tra la mamma e tre figli non è molto diversa da quella che vivono ogni giorno molti bambini che hanno mamme che lavorano, ma in questo caso avviene in un ambiente diverso da quello della casa di famiglia, nel quale i piccoli Trevallion si sono trovati letteralmente dalla sera alla mattina, dopo essere stati abituati ad avere entrambi i genitori presenti nel corso dell’intera giornata. Anche Nathan Trevallion, vede i figli tutti i giorni. Ma dal momento che la casa famiglia che li ospita insieme alla moglie accoglie solo donne e bambini, il tempo che l’uomo trascorre con i figli è limitato a pochi minuti al giorno, quando Trevallion passa dalla struttura a portare ai suoi familiari vestiti ed effetti personali rimasti nel casolare. È probabilmente questo il punto più doloroso dell’intera vicenda, ma anche in questo caso, una soluzione può essere trovata solo con un accordo tra la famiglia e le istituzioni.
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