«Dovremmo cancellare il bambino dalla nostra vita, dal nostro amore. Hanno riconosciuto che siamo bravi genitori, che il piccolo con noi stava bene ma ormai “è troppo tardi”, perché Paolo è stato affidato a un’altra famiglia». Piange, Michela Maschietto, 57 anni, ex funzionaria della provincia di Treviso.
Il suo dolore non ha fine, non trova consolazione. Assieme al marito Mirco Simionato, 61 anni, ex direttore di Banca Intesa e attualmente consulente finanziario per Banca Mediolanum, nel giugno del 2021 si era vista sottrarre Paolo (nome di fantasia) per false accuse di maltrattamenti.
Lo avevano accolto nel 2017 a Mogliano Veneto (Treviso), sostenendo con amore e attenzione una creatura di 4 anni affetta da un lieve ritardo intellettivo e da qualche problema di coordinazione motoria. Hanno lottato, per riaverlo, per smentire accuse odiose quanto infondate. Solo lo scorso luglio, la Corte d’Appello di Venezia ha dato loro ragione dichiarando che «il comportamento dei coniugi Simionato e Maschietto […] aveva avuto esiti educativi positivi (relazioni dell’Ulss 2 e altri), Paolo si è ben inserito dentro il contesto famigliare della coppia affidataria; ha sviluppato un attaccamento sempre maggiore nei confronti di entrambe le figure che rappresentano un riferimento affettivo ricercato e rassicurante».
Tutto risolto? Niente affatto. Per il presidente della sezione minori della Corte, Rita Rigoni, il miglior interesse di Paolo era «il mantenimento della sua situazione attuale presso i nuovi affidatari». E tutte le accuse che hanno portato all’allontanamento di Paolo? «Vicende penali, relative al trasferimento del minore, connaturate alla particolare situazione verificatasi in allora, non appaiono attuali», dichiararono i giudici lo scorso luglio.
Il male fatto non viene condannato «e si parla del bene di Paolo. Ma quale continuità affettiva si è offerta a un bimbo fragile, rimasto quattro anni con la sua mamma, quattro anni con noi, due in comunità e quasi due con la nuova famiglia adottiva?», esclama Mirco. «Per noi era un figlio, l’abbiamo amato come fosse nostro», esclama la signora Michela. Domenica scorsa sono andati a Fuori dal Coro, a raccontare la loro sconcertante odissea con i servizi sociali della Ulss 2 Marca Trevigiana.
«Si è conclusa nel peggiore dei modi, siamo stati estromessi senza motivo dalla vita del bambino», dice la mamma. È devastata dal pensiero: «Avrà pensato che l’abbiamo abbandonato» e parla di «disumanità istituzionale». Una bruttissima storia è, quella della mancata adozione di Paolo e del cambio di famiglia affidataria. Praticamente abbandonato dai suoi genitori biologici, ai quali venne tolta la potestà genitoriale, Paolo entrò in casa Simionato il 7 settembre del 2017.
«Parlava poco, camminava con un po’ di difficoltà, per i suoi bisogni non era autosufficiente ma fece in fretta progressi. Sorrideva con gli occhi, era un bimbo meraviglioso. Per rispetto verso i suoi genitori ci facevamo chiamare per nome, non mamma e papà. Con quelle parole si rivolse a noi solo quando ci fu strappato», racconta Michela alla Verità.
A scuola il piccolo a volte è irruente, sbatte contro cose e persone «cadeva in continuazione, forse era affetto da iperattività». Dopo 2 anni, l’affido viene prorogato per altri due e il 13 maggio 2020 il Tribunale dei minori di Venezia conferma il mantenimento di Paolo, dichiarando che sarebbe pregiudizievole per il bambino l’interruzione di quel percorso.
Nel marzo del 2021, però, accade una cosa tremenda. «Una maestra di sostegno alla sua prima esperienza scrive che noi lo trattavamo con calci, pugni, docce fredde sottoponendolo a violenze fisiche e psicologiche. Tutto poi smentito dalla Ctu e dalla relazione dei servizi sociali di Padova. Ma quelle righe scritte a penna hanno determinato ogni cosa», spiega la signora.
Il direttore dei servizi sociali di Mogliano Veneto convoca la coppia, spiega che per Paolo verrà avviato un nuovo progetto di cui loro non ne faranno più parte. Il 6 giugno due assistenti sociali si presentano a casa Simionato, a poca distanza c’è l’auto dei carabinieri. «Il bimbo piangeva, non voleva andare via. Avrà pensato di aver fatto qualche cosa di male e che noi lo punivamo allontanandolo. Il pensiero mi strazia», ha sempre la voce rotta Michela. «Siamo stati zitti, senza fare scene, per il bene del piccolo» sottolinea Mirco. Lo potranno vedere tre volte, quell’estate, nella comunità di accoglienza, poi solo con una videochiamata di mezz’ora una volta la settimana.
A settembre 2021 presentano richiesta di adozione, ma non ottengono risposta. A giugno 2022 il Tribunale dei minori chiede loro di sottoporsi ad indagini e valutazione dei Servizi sociali per le adozioni dell’Ulss 6 Euganea e nel frattempo scoprono che per il bimbo è stato deciso l’affidamento ad altri, senza fare loro parola. «Ci hanno fatto tanti test, anche il Minnesota per identificare la presenza di sintomi psicopatologici. Siamo risultati idonei. Ma la valutazione rimane ferma presso il Tribunale dei minori di Venezia fino a fine 2023, quando viene emesso un decreto di inidoneità all’adozione, che noi impugniamo», spiega Simionato.
Tempi assurdi, lungaggini vergognose non certo per il bene del bambino. «Facciamo presente che c’erano due perizie contrastanti, quella in nostro favore della Procura di Treviso di fine 2021 (“è legato ai genitori e non ha subìto alcun tipo di violenza”) e quella scritta a mano da un giudice onorario del Tribunale di Venezia che nel 2023 dice che il bimbo “ha paura di noi”». Viene ordinata una terza perizia, presentata a luglio 2025 con le stesse conclusioni positive sulla idoneità della coppia.
Nello stesso mese la Corte d’Appello rigetta l’impugnazione con una motivazione che urla vendetta: i coniugi erano adeguati all’adozione avendo capacità genitoriale, ma ormai è passato troppo tempo e il bambino è in un’altra famiglia.




