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I candidati M5s in Campania e Calabria riesumano il reddito di cittadinanza
I candidati M5s in Campania e Calabria riesumano il reddito di cittadinanza
Né la «rivolta sociale», né «l’aumento della povertà» che vaticinava l’ex «avvocato del popolo» Giuseppe Conte con la profonda revisione del reddito di cittadinanza. Gli ultimi dati dell’Istat, diffusi ieri, segnalano che senza la misura feticcio del Movimento 5 stelle la diseguaglianza in Italia è addirittura in lieve diminuzione. Nel 2023 l’indice di Gini (che misura, a livello internazionale, la disomogeneità nella distribuzione dei redditi) è calato dal 31,9% al 31,7% e l’effetto sul rischio di povertà è anche più visibile, con una diminuzione di oltre un punto percentuale, dal 20% al 18,8%. Il rapporto sulla distribuzione del reddito curato dall’Istituto di statistica segnala che in Italia è leggermente diminuita la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi disponibili. L’indice di Gini al 31,7% e il rischio povertà al 18,8%, secondo l’Istat, sono due segnali che le misure introdotte dal governo guidato da Giorgia Meloni lo scorso anno vanno nella ( direzione giusta. L’effetto sul tasso di rischio di povertà viene attribuito per lo 0,7% alle modifiche dell’assegno unico e per lo 0,5% alle misure sulla decontribuzione.
Entrando nell’analisi specifica di alcune misure, l’esonero parziale dei contributi previdenziali per i lavoratori dipendenti, nel 2023, ha comportato un miglioramento dei redditi disponibili per circa 11 milioni di famiglie (il 43% di quelle residenti), che in media ricevono un beneficio, al netto delle interazioni fiscali, pari a 537 euro. E le famiglie che hanno avuto maggior ristoro sono quelle collocate nelle fasce mediane di reddito. Quanto all’assegno unico, l’Istat scrive che il 92,3% delle famiglie che lo percepisce ha ottenuto importi medi per 719 euro a nucleo, anche grazie al recupero automatico del costo della vita. In generale, i due quinti meno abbienti delle famiglie hanno registrato un aumento del reddito del 3,6%.
Ma il capitolo politicamente più interessante del rapporto Istat riguarda ovviamente il reddito di cittadinanza. Nel 2023, un milione di famiglie ha perso o si è visto ridurre il reddito o la pensione di cittadinanza. Secondo l’ex premier Conte, osare mettere mano a una misura smaccatamente assistenzialista avrebbe causato un’ecatombe sociale. A Natale del 2022, il leader dei pentastellati, in un comizio a Napoli, evocò possibili «disordini sociali» in caso di modifiche all’Rdc, aggiungendo che sarebbe stato compito del Movimento grillino «evitare che le difficoltà economiche sfocino in rabbia, disperazione e gesti inconsulti». E lo scorso 29 giugno, in assenza dei moti di popolo, Conte avvertiva che con il decreto Lavoro «la platea dei percettori del reddito di cittadinanza verrà dimezzata e anche 100.000 famiglie, con al proprio interno disabili, minori e anziani, perderanno una rete di protezione sociale». I numeri dicono che non è andata esattamente così. Nel rapporto Istat si legge che la riduzione del reddito di cittadinanza è «riconducibile al miglioramento nei livelli di reddito e alla diminuzione sia nei mesi di fruizione, sia nel tasso di adesione delle famiglie alla misura». E la perdita ammonta «in media a 138 euro mensili e riguarda quasi esclusivamente le famiglie che si collocano nel quinto più povero della distribuzione dei redditi». Leggendo tra le righe è abbastanza probabile che il «miglioramento nei livelli di reddito» sia anche effetto di una maggiore «compliance» di parte della platea precedente di «aventi diritto» al reddito di cittadinanza. Insomma, meno furbi in giro, anche in vista del giro di vite. In ogni caso, è giusto rilevare che il rapporto si ferma a prima della sostituzione completa del reddito di cittadinanza con l’assegno di inclusione per le famiglie con minori, disabili o persone ultrasessantenni.
I dati di ieri su diseguaglianza e povertà vanno ad aggiungersi a quelli sulla disoccupazione, che già dallo scorso anno sono in calo. E anche qui, a pensar male, c’è lo zampino della battaglia contro il reddito di cittadinanza. Per esempio, già a ottobre l’Istat segnalava un piccolo aumento degli occupati al 61,8% (+0,1% sul mese precedente) e, soprattutto, un aumento del 2,3% di coloro che cercavano lavoro.
Non solo, ma quello che salta all’occhio è che c’è anche una crescita del numero di persone in cerca di lavoro (+2,3%, pari a +45.000 unità). Caso strano, la riforma del reddito di cittadinanza era scattata dal primo settembre.
Dal primo gennaio, poi, è in vigore l’assegno di inclusione. Gli ultimi dati sul mercato del lavoro dicono che a dicembre 2023 il tasso di disoccupazione è sceso al 7,2% (-0,2%) e quello giovanile è sceso dello 0,4%, a un pur elevatissimo 20,1%. E il quarto trimestre dell’anno scorso, rispetto al terzo trimestre, ha registrato un aumento dello 0,6% del livello di occupazione.
Tirando le somme, al netto di una congiuntura economica certo non entusiasmante (Pil 2023 +0,9% contro il 3,7% del 2022), senza il reddito di nullafacenza la povertà non sta aumentando e il mercato del lavoro ha ripreso a muoversi.
Di sequestri di somme del Reddito di cittadinanza a camorristi più o meno influenti, gregari o loro parenti nel corso degli anni ce ne sono state diverse e, in una sola operazione, la Guardia di finanza, con il coordinamento di quattro Procure (Napoli, Napoli Nord, Torre Annunziata e Nola), portò via a 120 condannati per camorra la bellezza di 1.180.000 euro. Molti erano ancora detenuti. Tra gli investigatori antimafia, nelle riunioni operative multiforze, il tema in passato è saltato fuori. A settembre del 2002, ha raccontato alla Verità un ufficiale dei carabinieri in servizio alla Dia, con un gruppo di colleghi gli investigatori si sono chiesti se ci fosse una regia, anche perché sembrava che i percettori appartenessero agli stessi gruppi criminali. Sempre gli stessi clan e mai di gruppi contrapposti. Quasi tutti dell’area vesuviana. I D’Alessandro a Castellammare di Stabia, i De Luca Bossa-Minichini a Ponticelli, il nuovo gruppo egemone a Torre Annunziata, i Batti di Terzigno, i Di Gioia-Papale di Ercolano. In quell’occasione si sarebbe parlato di alcune intecettazioni in particolare, che erano finite nelle bobine di una inchiesta curata dalla Squadra mobile di Napoli e nelle quali risultavano essere stati fatti riferimenti alle preoccupazioni per la volontà espressa in campagna elettorale da Giorgia Meloni di eliminare la misura voluta dai pentastellati. «Non ci resta che scendere in strada a fare le rapine, oppure aumentiamo le estorsioni».
A Secondigliano, Barra e Montecalvario, il triangolo dei quartieri in mano ai clan la preoccupazione deve essersi fatta più forte quando il centrodestra è arrivato al governo. A quel punto, stando al racconto dell’investigatore, nel gruppo di lavoro c’è chi si è chiesto se era possibile che dietro ci fosse una regia o, comunque, una strategia.
«Al momento non abbiamo evidenze di questo tipo», taglia corto con La Verità il procuratore facente funzioni di Napoli Rosa Volpe, che coordina anche il pool antimafia. «Di certo, usando stratagemmi vari, gruppi criminali sono riusciti ad arrotondare i mancati guadagni delle piazze di spaccio in crisi, percependo il Reddito», spiega Giuseppe Letizia, giornalista di nera a Cronache di Napoli, che oggi segnala «l’aumento dell’incidenza di scippi e rapine». Sarà una coincidenza, ma dopo quelle parole al telefono la microcriminalità ha fatto un balzo. E anche le proteste di piazza sono diventate più incisive, con i manifestanti che hanno tentato di forzare i cordoni della polizia e hanno mandato in tilt il traffico automobilistico.
«Bisogna accertare se dietro le manifestazioni a Napoli per la sospensione del Reddito di cittadinanza c’è anche la regia della camorra», ha ammonito agli inizi di settembre il viceministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Edmondo Cirielli, che di quel territorio è un profondo conoscitore. Secondo Cirielli le «organizzazioni camorristiche grazie al Reddito di cittadinanza poterono risparmiare decine di milioni di euro al mese utilizzati per sostenere le famiglie dei detenuti». L’esponente del governo sente di «escludere un coinvolgimento diretto dei Cinque stelle» nei fatti di camorra, «ma non che la misura abbia portato un oggettivo vantaggio per i camorristi come molte volte è stato accertato e soprattutto a Napoli dove gli animi contro l’abolizione del sussidio sono più esacerbati».
«Se fosse vero che c’è qualcuno che gestisce i soldi del reddito di cittadinanza, cioè la camorra», ha affermato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni l’altra sera a Porta a Porta, «su questa cosa bisogna andare fino in fondo».
Come a Caivano, dove ieri per la seconda volta in pochi giorni oltre 400 agenti delle forze dell’ordine hanno assediato il Parco Verde, quartiere del degrado in mano agli spacciatori dei clan teatro di plurime violenze sessuali sulle due cuginette minorenni. Il nuovo blitz rafforza la strategia di pressione su criminali e spacciatori annunciata da Meloni nella visita del 31 agosto. Una strategia su cui farà il punto oggi in prefettura a Napoli il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e che intanto vede rafforzare la scorta a don Maurizio Patriciello, il parroco simbolo delle forze sane di Caivano. La decisione di potenziare la sorveglianza, avviata l’anno scorso, è stata presa per la forte esposizione del parroco nelle ultime settimane contro i raid della camorra e l’attività degli spacciatori. Qui i clan hanno anche cercato di mostrare i muscoli.
Domenica, ricostruisce Dario Del Porto su Repubblica, «19 colpi di pistola e forse anche di mitra», sono stati «esplosi in strada in tarda serata da un commando di malavitosi armati e incappucciati». I clan hanno provato a rispondere in maniera eclatante, sparando in stile commando colombiano proprio dove giocano i bambini.
«È il terzo episodio di questo tipo in pochi giorni. Dopo la chiusura di alcune storiche piazze di spaccio, la camorra vuole riprendersi gli spazi», ha affermato Bruno Mazza, che a Parco Verde guida l’associazione di volontariato «Un’infanzia da vivere». Questa volta, però, lo Stato è presente. E ieri è arrivata la prima risposta.
Avete presente che cosa sarebbe successo se un esponente di centrodestra avesse evocato la lotta armata, il passamontagna e le azioni in clandestinità per opporsi al governo?
Silvio Berlusconi, per aver osato dire ciò che pensava a proposito della guerra in Ucraina, senza peraltro evocare brigate di alcun colore, né invitare ad agire per sabotare l’azione dell’esecutivo, mesi fa venne coperto di critiche da tutti i giornali. Invece, sabato, Beppe Grillo ha potuto sollecitare la nascita delle Brigate di cittadinanza e calarsi sul volto il passamontagna per fare lavoretti notturni, senza che gran parte della stampa abbia sentito la necessità di denunciare una deriva pericolosa.
La maggioranza dei quotidiani ieri dedicava infatti il titolo più importante della prima pagina allo scontro fra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e i magistrati, confinando in richiami su una colonna il caso del giorno. Può una manifestazione dell’opposizione a cui partecipano sia lo stato maggiore grillino che il segretario del Pd, Elly Schlein, concludersi con un discorso del fondatore del Movimento 5 stelle in cui si evoca la lotta armata? Qualcuno a sinistra ha sentito l’esigenza di prendere le distanze, come Alessio D’Amato, candidato della sinistra alla Regione Lazio, il quale ha annunciato le dimissioni dal Pd, ma al momento non risulta che abbiano preso le distanze né Giuseppe Conte né Elly Schlein, che pure l’altro giorno hanno ascoltato in diretta le parole di Beppe Grillo.
Dall’entourage del comico è giunta una precisazione che tende a minimizzare. Le frasi del garante pentastellato sarebbero state mal interpretate. Dall’Elevato non sarebbe arrivato alcun invito a imbracciare il fucile né ad azioni terroristiche. Semplicemente, Grillo avrebbe voluto ironizzare su uno Stato che multa i cittadini che si rimboccano le maniche e si dedicano a lavori socialmente utili. In realtà, la giustificazione lascia il tempo che trova. Perché è vero che Grillo ha parlato di «lavoretti», ma è altrettanto significativo che abbia fatto riferimento alle brigate, che in Italia evocano il gruppo terroristico che rapì Aldo Moro. Il fondatore del Movimento ha pure aggiunto l’invito a mettersi il passamontagna, che certo non è un simbolo di trasparenza. Dunque, è difficile credere alla retromarcia grillina. Anche perché la violenza verbale usata sabato dal comico si unisce alle parole altrettanto dure pronunciate dallo stesso Giuseppe Conte. Il quale mesi fa, quando il governo annunciò la riforma del reddito di cittadinanza, non esitò a invocare la piazza per difendere la misura tanto cara al Movimento. All’epoca, l’ex presidente del Consiglio, oltre a soffiare sul fuoco convocando una manifestazione di protesta a Napoli, la città con il maggior numero di percettori del sussidio grillino, si disse «disposto a tutto» pur di difendere il reddito di cittadinanza. Certo, nessuno immagina «la pochette con gli artigli» (copyright Dagospia) con in braccio un kalashnikov. E si fa anche fatica a pensare l’avvocato del popolo togliersi l’abito sartoriale per indossare un passamontagna. Ma non è questo il punto. Di pericoloso c’è una deriva che non promette nulla di buono. Sprovvista di idee, l’opposizione pare non saper scegliere una via democratica al confronto. Per anni si sono schierati con le Procure, nella speranza che i giudici facessero il lavoro sporco di togliere di mezzo gli avversari. Oggi che però non possono più eliminare per mano giudiziaria gli esponenti moderati, la tentazione è quella della piazza, con tutte le conseguenze del caso. Naturalmente, non ci stupisce la mano pesante della sinistra, che non esita a scherzare con il fuoco. Ciò che lascia esterrefatti è il silenzio dei giornaloni, più preoccupati del bavaglio sulle inchieste, che secondo le accuse vorrebbe imporre il ministro Nordio, del passamontagna invocato da Grillo. Molti anni fa, Michele Brambilla scrisse un meraviglioso libro sull’appoggio esterno al terrorismo rosso da parte dei giornalisti. Lo intitolò L’eskimo in redazione. Sono passati anni, ma qualcuno continua a portare l’eskimo.
Durante l’analisi di un procedimento in cui è coinvolto un imputato considerato un furbetto del Reddito di cittadinanza, il Tribunale di Foggia ha scovato un bug che potrebbe smantellare la legge voluta dal Movimento 5 stelle e che il governo attuale manderà in pensione nel 2024: uno degli articoli, valuta il giudice Marialuisa Bencivenga, presenterebbe «una disarmonia nella norma», nonché «una falsa applicazione della stessa». E quindi ha inviato gli atti alla Corte costituzionale e notificato l’ordinanza al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, disponendo anche «che sia comunicata ai presidenti di Camera e Senato». La questione non è di poco conto, perché è ancorata a una delle caratteristiche necessarie per ottenere il beneficio, ovvero i limiti di reddito previsti dalla legge.
I fatti. Un percettore del Reddito con il gioco online era riuscito a incassare una discreta somma, non in un’unica soluzione e spalmata nel corso di diversi anni. Il finto Gastone, che in sostanza ha sommato tante piccole vincite che non gli hanno permesso di cambiare il tenore di vita perché investite di nuovo nel gioco, si è ritrovato la notifica dell’Inps con la quale gli è stato revocato il bonus e pure un avviso di garanzia con un’accusa precisa: avrebbe omesso di dichiarare le vincite al gioco e, quindi, anche la variazione di reddito pari a 160.000 euro. La Procura ha quindi chiesto il suo rinvio a giudizio. E davanti al giudice dell’udienza preliminare, dopo le eccezioni sollevate dal difensore, l’avvocato Oreste Di Giuseppe, il procedimento si è incagliato. La disposizione legislativa con cui è stato istituito il Reddito di cittadinanza all’articolo 3 prevede l’obbligo di comunicare le variazioni patrimoniali. Ma, stando all’avvocato, «le disposizioni richiamate risultano sprovviste di quella chiarezza e tassatività, nonché di idonea intelligibilità, che sono richieste obbligatoriamente in ogni norma giuridica e, ancor più, nelle norme dalla cui applicazione derivano nuove e specifiche fattispecie di reato». Argomenti che il giudice del Tribunale di Foggia ha condiviso in pieno, ritenendo «senz’altro rilevante» la questione. L’articolo 3 del decreto legge, in sostanza, entrerebbe in contrasto con alcuni principi dettati dalla Costituzione: quelli fondamentali «del diritto in generale e del diritto penale in particolare, tra cui il principio di legalità e tassatività (che sancisce come il fatto penale debba essere individuato dettagliatamente nei suoi estremi, ndr)». E anche il pubblico ministero si è trovato d’accordo, ritenendo «non manifesta infondatezza nella questione di legittimità costituzionale» e valutando quanto eccepito come «un contrasto interpretativo».
Dove si anniderebbe il cortocircuito? La norma da un lato «richiama l’obbligo di comunicare le variazioni di reddito e patrimonio», dall’altro include la locuzione «altre informazioni dovute e rilevanti, senza fare alcun riferimento su cosa debba essere ricompreso in queste “altre informazioni”», sottolinea il giudice. E, soprattutto, la disposizione di legge, così come è scritta, «non indica in alcun modo», evidenzia il giudice, «le modalità con le quali comunicare le variazioni in cui vengono fatte rientrare anche le vincite da gioco». Un dettaglio che è presente nel modello per le comunicazioni predisposto dal ministero del Lavoro, ma non nel testo legislativo. L’unico riferimento giuridico alle somme vinte al gioco legate al reddito risale al Testo unico delle imposte sui redditi del 1986. «La circostanza più grave», scrive il giudice nell’ordinanza, «è che si tratta di un testo piuttosto datato, che non tiene in conto tutte le nuove forme di giochi, compresi quelli online, che hanno meccanismi e procedure diverse oltre che più celeri e immediate». E questo comporterebbe, secondo il giudice, «la circostanza per cui in sede Isee (l’indicatore che serve per valutare la situazione economica di una famiglia, ndr) venga dichiarato un reddito che in realtà non è di fatto esistente per il cittadino» e che quindi in quel momento «non rappresenta una sua capienza economica».
La toga a questo punto spiega meglio la faccenda: «Sommando più giocate di pari importo il reddito del cittadino risulta sulla carta altamente incrementato, facendo così fuoriuscire lo stesso dai parametri previsti per ottenere il sussidio statale, mentre di fatto il giocatore non ha incrementato in tal modo la sua ricchezza». Una interpretazione contraria andrebbe a imporre indirettamente al percettore del Reddito di cittadinanza di non giocare. La revoca del bonus dovrebbe quindi intervenire solo quando, in concreto, i limiti di reddito previsti vengano superati. Ecco perché il giudice parla di «disarmonia nella norma» e anche di «una falsa applicazione della stessa». L’Inps, però, sospende il beneficio e richiede la restituzione di quella che ritiene una percezione indebita. L’ennesimo pasticcio targato 5 stelle.

