«Voglio ringraziare anche i Vigili del fuoco, il lavoro fatto come sempre è straordinario e preziosissimo. A loro dobbiamo dire grazie perché sono sempre la prima fila del pericolo, siete sempre a supporto della Nazione e questo fa la differenza». Così il presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervenendo alla riunione sull’emergenza maltempo a Catania dopo il sorvolo in elicottero, un sopralluogo nelle zone colpite dal maltempo in Sicilia. «Voglio ringraziare Fabio Ciciliano e tutta la Protezione Civile per un lavoro che è stato fatto oggettivamente straordinario, intanto di prevenzione perché i piani di prevenzione hanno funzionato bene e questa è la ragione per cui noi oggi parliamo di ricostruire e non piangiamo delle vittime», ha concluso in un video diffuso da Palazzo Chigi.
Un primo passo per sostenere Calabria, Sardegna e Sicilia, le Regioni colpite nei giorni scorsi dal passaggio del ciclone Harry. Il Consiglio dei ministri, ieri, ha deliberato lo stato di emergenza nazionale per le tre regioni e stanziato i primi 100 milioni di euro per far fronte alle prime emergenze. I governatori Roberto Occhiuto, Alessandra Todde e Renato Schifani, sono stati nominati commissari delegati per l’emergenza maltempo.
«Cento milioni per le tre regioni», ha commentato al termine del Cdm il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, «che servono per fare fronte alle prime spese sostenute dai Comuni, come la rimozione dei detriti e il ripristino della funzionalità di alcuni servizi essenziali. Non appena dalle Regioni arriverà un quadro dettagliato dei danni, potremo procedere a un ulteriore stanziamento che servirà alla ricostruzione. Verrà adottato un provvedimento interministeriale sul tema della ricostruzione, interverranno più ministeri, Infrastrutture, Agricoltura, Interno, Lavoro, Imprese, Coesione, Politiche del mare e Turismo». Si lavora anche sulla prevenzione: «Nei prossimi giorni», ha aggiunto infatti Musumeci, «incontrerò Anas e Ferrovie per rivedere la collocazione del sedime ferroviario e stradale poichè le mareggiate torneranno. Non possiamo immaginare che un sedime ferroviario possa essere collocato a cinque metri dal mare. Al tempo stesso ci confronteremo nei prossimi giorni con l’Ania, l’associazione delle compagnie di assicurazione, per capire come possiamo trovare un punto di equilibrio per integrare le tipologie di danni che erano e sono previsti nella legge pubblicata col bilancio 2024. Ci sono state alcune polemiche con gli imprenditori, stiamo cercando di riportare un clima di serenità e faccio affidamento sul buon senso delle compagnie di assicurazione», ha sottolineato ancora il ministro, «perché se vogliamo aprire questo grande capitolo su una nuova cultura del rischio, serve che una mano debba aiutare l’altra».
Presenti a Palazzo Chigi anche i tre presidenti delle Regioni colpite dalla violentissima ondata di maltempo dei giorni scorsi: «Sono stati stanziati 100 milioni per le tre regioni per le prime spese», ha detto il presidente della Sicilia, Renato Schifani, «quindi, alla Sicilia toccheranno circa 33 milioni che si aggiungeranno ai 72 milioni che la Regione ha già stanziato con fondi propri. Da questo momento la Regione avrà 100 milioni di risorse per spese correnti e investimenti. È solo l’inizio, poi interverrà l’ordinanza per le deroghe e anche altri decreti che stanzieranno somme attraverso fondi di altri ministeri. Ringrazio il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per l’attenzione e la rapidità dimostrate. Alla nostra gente voglio dire che non è sola: tutte le strutture regionali sono al lavoro con il massimo impegno per intervenire subito e non lasciare indietro nessuno». «Abbiamo una primissima stima dei danni», ha spiegato la presidente della Sardegna, Alessandra Todde, «che è intorno ai 200 milioni, una stima è che hanno dato i sindaci e non contiene le stime infrastrutturali, le stime sulle strade e sui porti, che sono quelle chiaramente più importanti. Abbiamo le dighe sotto controllo e anche il lavoro che dovrà essere fatto su dighe, foci e canali sarà assolutamente importante per riuscire a superare questo momento, sarà un lavoro lungo». «Abbiamo fatto una stima di massima di 300 milioni di euro», ha sottolineato il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, «i Comuni stanno valutando l’entità dei danni. A noi interessa che ci siano le risorse per ricostruire quello che il mare ha portato via. Ci interessa anche che ci siano le risorse per fare opere di mitigazione del rischio. Perché ci sono alcune zone dove prima c’erano 100 metri di spiaggia, oggi la spiaggia non c’è più. Quindi una mareggiata anche di entità minore rispetto a quella dei giorni passati potrebbe fare gli stessi danni». Intanto la scorsa notte la frana a Niscemi, grosso centro della provincia di Caltanissetta, «si è mossa ancora e si è estesa in direzione Gela. L’abbassamento», ha detto all’Adnkronos il capo della Protezione civile in Sicilia Salvo Cocina, «è aumentato da 7 a 10 ml». Oggi è atteso l’arrivo del professor Nicola Casagli, docente di Geologia applicata presso l’Università di Firenze e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale. Più di 500 abitanti di Niscemi hanno trascorso la notte scorsa al Palasport Pio La Torre.
«Io mi ricordo che ci fu una riunione e si parlava dei ventilatori». La frase buttata lì, quasi distratta, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia, è di Angelo Borrelli, ex capo della Protezione civile. La stanza della riunione «era quella del ministro Roberto Speranza», ricorda Borrelli. Il periodo precede di due giorni il lockdown. I ventilatori erano una merce salvavita. E attorno a quei ventilatori si muoveva una società cinese dal nome suggestivo: «Silk Road Global Information limited». Borrelli lo pronuncia senza enfasi, come se fosse un dettaglio qualsiasi.
Poi aggiunge che quella documentazione venne trasmessa al Comitato tecnico scientifico. Il Cts validò. I numeri ballavano tra 120 e 140 ventilatori. La macchina partì. La miccia, però, viene accesa per via politica il 10 marzo 2020. Borrelli lo ricostruisce con precisione quasi notarile. «Arriva dalla segreteria del viceministro Pierpaolo Sileri un’email». Il mittente è la segreteria del viceministro. Il senso è chiaro. «Come richiesto dal ministro Speranza e noto al ministro Luigi Di Maio, ti ringrazio in anticipo anche da parte di Pierpaolo per le opportune valutazioni che vorrai effettuare al fine di garantire il più celere arrivo della strumentazione». Sono i ventilatori polmonari cinesi. La disponibilità viene rappresentata dopo un’interlocuzione politica. E a quel punto entra ufficialmente in scena la Silk Road. Il contatto, conferma Borrelli, non arriva per caso. «C’è un’email dell’11 marzo che […] facendo seguito a quanto detto dal dottor Domenico Arcuri, come d’accordo, ecco i contatti della Silk Road».
Ed è a questo punto che la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri scatta: «Quindi è un contatto, quello della società Silk Road, che vi viene dalla struttura commissariale?». La risposta è secca. «Sì, viene dalla struttura commissariale di Domenico Arcuri». Arcuri, in quel momento, non è ancora formalmente commissario straordinario (lo diventerà il 18 marzo). Ma è già dentro il Dipartimento, si muove nel Comitato tecnico operativo, il Cto. «Perché il commissario Arcuri era già presente al dipartimento e iniziava ad affiancare…», cerca di spiegare Borrelli. Il passaggio politico-amministrativo non è casuale. Perché la Silk Road arriva sul tavolo della Protezione civile per quella via. La fornitura è pesante. «Ventilatori polmonari per un totale di 140», al costo di 2 milioni e 660.000 euro. «Ho qui la lettera di commessa», conferma Borrelli. La firma in calce non è italiana. «La lettera è firmata da un director, Wu Bixiu». E c’è un timbro cinese. La Verità quell’intermediazione all’epoca l’aveva ricostruita. La Silk Road Global Information limited che intermedia la fornitura è legata alla Silk Road cities alliance, un think tank del governo di Pechino a sostegno della Via della Seta. Ai vertici di quell’ente c’era anche Massimo D’Alema, insieme a ex funzionari del governo cinese. E infatti, conferma ora Borrelli, «c’è anche una email in cui si cita il presidente D’Alema». Però, quando gli viene chiesto apertamente se D’Alema abbia fatto da tramite, mette le mani avanti: «Io non so nulla di questo».
Di certo Baffino doveva aver rassicurato l’azienda cinese. Tant’è che la società aveva scritto: «Abbiamo appena ricevuto informazioni dall’onorevole D’Alema che il vostro governo acquisterà tutti i ventilatori nella lista. Quindi acquisteremo i 416 set per voi il prima possibile». «I nostri», spiega Borrelli, «gli hanno risposto «noi compriamo quelli che ci servono», cioè 140 e non 460». Ma c’è una parte di questa storia che non è ancora finita al vaglio della Commissione d’inchiesta guidata da Marco Lisei. Quei ventilatori polmonari, aveva scoperto La Verità, non erano in regola e la Regione Lazio li ritirò perché non conformi ai requisiti di sicurezza. «Dai lavori della commissione Covid sta emergendo una trama che collega la struttura commissariale di Arcuri, nominato da Giuseppe Conte, alla sinistra e, nello specifico, a D’Alema», afferma Buonguerrieri a fine audizione. Poi tira una riga: «Risulta che, ancor prima di essere nominato commissario straordinario, Arcuri sponsorizzava alla Protezione civile una società rappresentata da cinesi legata a D’Alema». «Le audizioni stanno portando alla luce passaggi che meritano un serio approfondimento istituzionale», tuona il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami. Ma la storia non è finita.
«Il presidente del consiglio, per garbo, mi ha informato, perché sarebbe stato per me un colpo sapere dalla stampa che ci sarebbe stato poi un soggetto (Arcuri, ndr) che sarebbe entrato nel nell’organizzazione organizzazione della gestione dell’emergenza», ricorda ancora Borrelli. Che in un altro passaggio conferma che i pagamenti avvenivano anche per conto di Arcuri: «Io avevo il dottor Pietro Colicchio (dirigente della Protezione civile, ndr) e il suo direttore generale a casa col Covid e disponevano bonifici per i pagamenti per l’acquisto di Dpi. Dopo anche per conto del commissario Arcuri». Ma la Protezione civile con la nomina di Arcuri era ormai stata scippata delle deleghe sugli acquisti. A questo punto Borrelli fa l’equilibrista con un passaggio che ovviamente è stato apprezzato dai commissari del Pd: «L’avvento di Arcuri ha sgravato me e la mia struttura». Gli unici, però, che in quel momento avevano dato alla pandemia il peso che meritava erano proprio i vertici della Protezione civile. Già dal 2 febbraio, infatti, avevano segnalato al ministero l’assenza dei dispositivi di protezione. «Fu Giuseppe Ruocco (in quel momento segretario generale del ministero, ndr)», ricorda Borrelli, «a comunicare che ci sarebbe stata una riunione per predisporre una richiesta di eventuali necessità, partendo dallo stato attuale di assoluta tranquillità. Ruocco mi assicurò che se fosse emerso un quadro di esigenze lo avrebbe portato alla mia attenzione. Circostanza mai avvenuta». Il ministero si sarebbe svegliato solo 20 giorni dopo. «Il 22 febbraio nel Cto», spiega Borrelli, «per la prima volta venivano impartite indicazioni operative per l’utilizzo di Dpi». Solo il 24 febbraio, dopo alcune interlocuzioni con Confindustria, veniva «segnalato che non arrivavano notizie confortanti quanto alle disponibilità sul mercato». A quel punto bisognava correre ai ripari. La Protezione civile viene svuotata di competenza sugli acquisti e arriva Arcuri. Con le sue «deroghe». «Io», ricorda Borrelli, «non so se avesse delle deroghe ulteriori o meno, però, ecco, lui aveva le stesse deroghe che avevamo noi». Ma era lui a comprare.
I dirigenti europei prendano nota: la lotta agli sprechi all’americana rischia di essere dirompente. Come dimostra Elon Musk, che in poche settimane ha messo in piedi un dipartimento ex novo, il Doge (Department of government efficiency) per ridurre le inefficienze nell’amministrazione Usa, da lui quantificate in un 10-20 per cento delle spese totali. «Le frodi e gli sprechi hanno subito un’accelerazione massiccia sotto l’amministrazione Biden», ha denunciato Mr Tesla, che parla di un «deficit peggiore del previsto». A cadere per prima sotto i suoi colpi di mannaia è stata l’Usaid: l’agenzia governativa ufficialmente delegata allo sviluppo internazionale si è rivelata essere un carrozzone statale che ha sperperato fiumi di denaro pubblico per iniziative ideologiche come l’inclusione in Serbia o la diffusione di fumetti transgender in Perù. È stata smantellata da Donald Trump e da Musk nel giro di 48 ore.
Sta facendo la stessa fine anche la Fema, l’ente federale statunitense per la gestione delle emergenze, agenzia che svolge funzioni equivalenti alla nostra protezione civile. Dovrebbe gestire i disastri insomma, ma la squadra Doge di Musk ha scoperto che si è trasformata anch’essa in un carro inefficiente che spreca i soldi dei contribuenti Usa per propagandare iniziative ideologiche sponsorizzate dai democratici. Come quella, smascherata pubblicamente da Musk, di stanziare la scorsa settimana 59 milioni di dollari per ospitare immigrati clandestini a New York in alberghi di lusso. Si tratta della stessa agenzia che, pochi mesi fa, piangeva il morto dichiarando a Forbes di aver «esaurito il fondo per i disastri naturali». Ma i fondi per i clandestini si trovano sempre.
Secondo le stime elaborate dal Doge guidato da Musk, sembrerebbe che i democratici abbiano riconvertito la protezione civile americana in una enorme Ong pro migranti: 380 milioni alle comunità degli immigrati, altri 77 per i fondi dell’immigrazione, 12 milioni ai migranti salvadoregni, 110 milioni per un programma di assistenza alimentare dei clandestini, 104,6 milioni a New York per i domandanti asilo, 640 milioni alle comunità che ricevono gli immigrati. Un elenco senza fine. «Fema ha speso decine di milioni di dollari nelle aree governate dai democratici», ha denunciato Trump, «disobbedendo agli ordini, ma ha lasciato a secco la popolazione della Carolina del Nord colpita dall’uragano. La gestione Biden della Fema è stata un disastro e deve terminare», ha promesso il presidente Usa.
Oltre alla Fema, la scure di Musk potrebbe abbattersi anche sulle numerosi organizzazioni non governative che gravitano intorno alle Nazioni Unite: «È un ossimoro - ha dichiarato il capo del Doge - essere un’organizzazione non governativa e al tempo stesso ricevere finanziamenti dal governo. Sono semplicemente estensioni del governo ma con meno responsabilità e una falsa apparenza d’indipendenza».
Era abbastanza prevedibile che le élite finanziarie, che hanno governato indisturbate il Paese fino all’arrivo di Trump, non restassero con le mani in mano. E così, cinque ex segretari al Tesoro (Robert Rubin, Larry Summers, Timothy Geithner, Jacob Lew e Janet Yellen, sodale di Mario Draghi nell’ideazione delle fallimentari sanzioni contro la Russia) che hanno prestato servizio con gli ex presidenti democratici Bill Clinton, Barack Obama e Joe Biden, hanno scritto un’impettita lettera al New York Times lamentando che «il sistema dei pagamenti della nazione è stato storicamente gestito da un gruppo ristretto di dipendenti pubblici “di carriera apartitica” (sic!) e negli ultimi giorni quella consuetudine è stata stravolta da attori politici del cosiddetto Dipartimento dell’efficienza di governo». «Soltanto il Congresso - hanno protestato i cinque - ha l’autorità di approvare leggi che determinano dove e come dovrebbero essere spesi i dollari federali. Siamo allarmati dai rischi di un controllo politico arbitrario e capriccioso dei pagamenti federali, che sarebbe illegale e corrosivo per la nostra democrazia». Musk, rivolgendosi a Summers, ha tagliato corto: «Ascolta Larry, dobbiamo smetterla di spendere soldi pubblici in frodi e sprechi come marinai ubriachi, altrimenti l’America andrà in bancarotta. Fattene una ragione».
Più complicato da gestire (con echi che ricordano il conflitto italiano) è lo scontro che si sta consumando tra l’amministrazione Trump e parte della magistratura americana. Il giudice John McConnell nominato dal democratico Obama, ad esempio, ha minacciato di arresto Trump e l’amministrazione se non ripristineranno ogni singolo centesimo dei finanziamenti congelati o revocati. Secondo Musk si tratta di un «tentativo antidemocratico e anticostituzionale di accaparramento di potere da parte di un piccolo gruppo di radicali di sinistra». Il gruppo sarà anche piccolo ma è rumoroso e molti procuratori generali vicini ai democratici hanno contestato il congelamento dei fondi, considerati da Trump e Musk come «sprechi».
Sullo sfondo, resta la questione dell’accountability, intesa come capacità delle amministrazioni pubbliche di essere trasparenti, per garantire l’informazione alla cittadinanza e adottare misure finalizzate ad assicurare l’applicazione dei programmi elettorali, premiati attraverso il voto. Parte delle frodi scoperte, secondo Musk, è «intenzionale», ma «gran parte è soltanto conseguenza di una burocrazia che può permettersi di non rispondere dei propri risultati». A chi devono rispondere i governi se non ai contribuenti che pagano le tasse? È ciò che, alla fine, sta succedendo in Europa, dove però non c’è Donald Trump.
La Corte dei conti della Calabria ha definitivamente smontato l’idilliaca favola di Riace raccontata per anni dell’ex reuccio dell’accoglienza Mimmo Lucano. Nella sua visione, che piaceva parecchio agli ultrà di sinistra, Laura Boldrini in primis, pare che Lucano abbia dimenticato un piccolo dettaglio: la gestione trasparente dei fondi pubblici. I giudici lo condannano insieme al responsabile della Protezione civile regionale Salvatore Mazzeo e ad altri due componenti della giunta, Maria Immacolata Cesare e Antonio Rullo (che attualmente è vicesindaco), per aver dilapidato oltre mezzo milione di euro di fondi destinati ai migranti che, evidentemente, non hanno beneficiato del suo famoso altruismo. Complessivamente il danno accertato nei confronti dei big dell’accoglienza, in totale 26 persone più cooperative e associazioni, supera i 4 milioni di euro e sarebbe stato prodotto da una gestione caratterizzata da «condotte» che i giudici contabili valutano come «antigiuridiche e dolose». La sentenza ha sottolineato come la gestione di Lucano fosse ben lontana dal rispetto delle procedure legali. «Coop e associazioni individuate non possedevano i requisiti necessari», si legge nel documento di oltre 400 pagine. L’importo giornaliero per migrante in alcuni casi era stato gonfiato. E Lucano, ora parlamentare europeo, da sindaco che il cordone mediatico protettivo presentava come un esempio, avrebbe agito con «coscienza e volontà di arrecare il danno». Una chiara intenzione di ignorare le normative, anche se, specificano i giudici, «non c’è prova di una intesa truffaldina» con il capo della Protezione civile regionale. Lucano ha tentato di difendersi appellandosi all’emergenza migratoria e cercando di giustificare il mancato rispetto delle procedure. Tuttavia, la Corte è stata chiara: «L’emergenza non giustifica il mancato rispetto delle norme di trasparenza». Le sue azioni non possono essere scusate come semplici errori amministrativi, poiché sarebbero state frutto di decisioni consapevoli e dolose. I giudici parlano infatti di «una precisa volontà di eludere il sistema delineato dalle ordinanze emergenziali, spostando dal soggetto attuatore al Comune l’individuazione degli affidatari del servizio». Con il pallino in mano Lucano avrebbe quindi dimostrato «precisa coscienza e volontà di locupletare (arricchire, ndr) indebitamente i privati subaffidatari, in fase tanto di stipula quanto di esecuzione della convenzione». In sostanza, le «condotte antigiuridiche» di Lucano e Mazzeo, che avrebbero causato il danno erariale, vengono riassunte a partire dalla convenzione, dall’approvazione della stessa e dal subappalto del servizio ad associazioni, fino alla stipula del contratto con i subappaltatori e alla proroga dello stesso. Tutto l’iter risulterebbe viziato. Eppure, Lucano, esaltato dalla rivista Fortune, che nel 2016 lo aveva inserito tra i 50 uomini più influenti del pianeta, ha continuato a godere di uno speciale salvacondotto mediatico che a ogni sciagura continua ad assolverlo. Le responsabilità di questa vicenda, poi, le avrebbe condivise. La Corte ha messo in evidenza soprattutto il ruolo di Salvatore Mazzeo, nominato soggetto attuatore dalla Protezione civile. «Ha violato le disposizioni normative e le direttive impartite dalla presidenza del Consiglio», portando a una serie di irregolarità nelle convenzioni e nelle modalità di gestione dei fondi. Mazzeo è accusato di aver creato un sistema che avrebbe facilitato «l’indebita percezione di contributi pubblici», compromettendo la corretta assistenza ai migranti e favorendo, di fatto, una rete di affari poco chiara e senza garanzie. È emblematico, secondo i giudici, il caso della cooperativa Le Rasole. L’accusa avrebbe accertato che l’offerta per l’accoglienza dei profughi sosteneva di poter contare sull’esistenza di 300 posti «da subito disponibili» nel comune di Rogliano. Quella disponibilità, però, si è scoperto, sarebbe stata solo «fittizia». Alla data dell’offerta, infatti, Le Rasole «non aveva la disponibilità» della struttura da utilizzare (un ex hotel) che è risultata «acquisita (con contratto di affitto, ndr)» solo successivamente. Ma questa non è l’unica anomalia: l’hotel «poteva ospitare 80 persone» rispetto alle 300 che gli amanti dell’accoglienza hanno deciso di stiparci dentro. Aveva fatto jackpot, invece, il consorzio di cooperative Calabriaccoglie (attualmente in liquidazione), al quale sarebbe stato concesso il massimo compenso, scelta che per i giudici si è rivelata «una mera regalia senza giustificazione giuridica o economica, sia per i costi sostenuti dalla struttura, sia per le condizioni dell’ospitalità, di certo non ottimali». Il danno ammonterebbe a 830.000 euro. È finita male pure per l’Arci di Riace-Stignano, che per una sorta di contrappasso ora, insieme a Mazzeo e a Cosimo Damiano Musuraca (che dell’Arci era il responsabile), dovrà risarcire la presidenza del Consiglio per 103.000 euro per aver «chiesto e ottenuto» compensi che i giudici hanno ritenuto «sproporzionati rispetto alle prestazioni rese» ai migranti ospitati. Per tutti i condannati i giudici hanno escluso il «potere riduttivo», una prerogativa esclusiva dei giudici contabili che permette loro di ridurre discrezionalmente il risarcimento: «La natura dolosa delle condotte e la gravità della vicenda», hanno valutato, «non consentono l’esercizio del potere riduttivo». Condanne piene, contro le quali ora Lucano & Co potranno ricorrere alla Sezione centrale. Sempre che gli convenga.







