
La protezione civile Usa ha stanziato montagne di quattrini per ospitare i clandestini negli alberghi di lusso a New York.I dirigenti europei prendano nota: la lotta agli sprechi all’americana rischia di essere dirompente. Come dimostra Elon Musk, che in poche settimane ha messo in piedi un dipartimento ex novo, il Doge (Department of government efficiency) per ridurre le inefficienze nell’amministrazione Usa, da lui quantificate in un 10-20 per cento delle spese totali. «Le frodi e gli sprechi hanno subito un’accelerazione massiccia sotto l’amministrazione Biden», ha denunciato Mr Tesla, che parla di un «deficit peggiore del previsto». A cadere per prima sotto i suoi colpi di mannaia è stata l’Usaid: l’agenzia governativa ufficialmente delegata allo sviluppo internazionale si è rivelata essere un carrozzone statale che ha sperperato fiumi di denaro pubblico per iniziative ideologiche come l’inclusione in Serbia o la diffusione di fumetti transgender in Perù. È stata smantellata da Donald Trump e da Musk nel giro di 48 ore.Sta facendo la stessa fine anche la Fema, l’ente federale statunitense per la gestione delle emergenze, agenzia che svolge funzioni equivalenti alla nostra protezione civile. Dovrebbe gestire i disastri insomma, ma la squadra Doge di Musk ha scoperto che si è trasformata anch’essa in un carro inefficiente che spreca i soldi dei contribuenti Usa per propagandare iniziative ideologiche sponsorizzate dai democratici. Come quella, smascherata pubblicamente da Musk, di stanziare la scorsa settimana 59 milioni di dollari per ospitare immigrati clandestini a New York in alberghi di lusso. Si tratta della stessa agenzia che, pochi mesi fa, piangeva il morto dichiarando a Forbes di aver «esaurito il fondo per i disastri naturali». Ma i fondi per i clandestini si trovano sempre.Secondo le stime elaborate dal Doge guidato da Musk, sembrerebbe che i democratici abbiano riconvertito la protezione civile americana in una enorme Ong pro migranti: 380 milioni alle comunità degli immigrati, altri 77 per i fondi dell’immigrazione, 12 milioni ai migranti salvadoregni, 110 milioni per un programma di assistenza alimentare dei clandestini, 104,6 milioni a New York per i domandanti asilo, 640 milioni alle comunità che ricevono gli immigrati. Un elenco senza fine. «Fema ha speso decine di milioni di dollari nelle aree governate dai democratici», ha denunciato Trump, «disobbedendo agli ordini, ma ha lasciato a secco la popolazione della Carolina del Nord colpita dall’uragano. La gestione Biden della Fema è stata un disastro e deve terminare», ha promesso il presidente Usa. Oltre alla Fema, la scure di Musk potrebbe abbattersi anche sulle numerosi organizzazioni non governative che gravitano intorno alle Nazioni Unite: «È un ossimoro - ha dichiarato il capo del Doge - essere un’organizzazione non governativa e al tempo stesso ricevere finanziamenti dal governo. Sono semplicemente estensioni del governo ma con meno responsabilità e una falsa apparenza d’indipendenza».Era abbastanza prevedibile che le élite finanziarie, che hanno governato indisturbate il Paese fino all’arrivo di Trump, non restassero con le mani in mano. E così, cinque ex segretari al Tesoro (Robert Rubin, Larry Summers, Timothy Geithner, Jacob Lew e Janet Yellen, sodale di Mario Draghi nell’ideazione delle fallimentari sanzioni contro la Russia) che hanno prestato servizio con gli ex presidenti democratici Bill Clinton, Barack Obama e Joe Biden, hanno scritto un’impettita lettera al New York Times lamentando che «il sistema dei pagamenti della nazione è stato storicamente gestito da un gruppo ristretto di dipendenti pubblici “di carriera apartitica” (sic!) e negli ultimi giorni quella consuetudine è stata stravolta da attori politici del cosiddetto Dipartimento dell’efficienza di governo». «Soltanto il Congresso - hanno protestato i cinque - ha l’autorità di approvare leggi che determinano dove e come dovrebbero essere spesi i dollari federali. Siamo allarmati dai rischi di un controllo politico arbitrario e capriccioso dei pagamenti federali, che sarebbe illegale e corrosivo per la nostra democrazia». Musk, rivolgendosi a Summers, ha tagliato corto: «Ascolta Larry, dobbiamo smetterla di spendere soldi pubblici in frodi e sprechi come marinai ubriachi, altrimenti l’America andrà in bancarotta. Fattene una ragione».Più complicato da gestire (con echi che ricordano il conflitto italiano) è lo scontro che si sta consumando tra l’amministrazione Trump e parte della magistratura americana. Il giudice John McConnell nominato dal democratico Obama, ad esempio, ha minacciato di arresto Trump e l’amministrazione se non ripristineranno ogni singolo centesimo dei finanziamenti congelati o revocati. Secondo Musk si tratta di un «tentativo antidemocratico e anticostituzionale di accaparramento di potere da parte di un piccolo gruppo di radicali di sinistra». Il gruppo sarà anche piccolo ma è rumoroso e molti procuratori generali vicini ai democratici hanno contestato il congelamento dei fondi, considerati da Trump e Musk come «sprechi». Sullo sfondo, resta la questione dell’accountability, intesa come capacità delle amministrazioni pubbliche di essere trasparenti, per garantire l’informazione alla cittadinanza e adottare misure finalizzate ad assicurare l’applicazione dei programmi elettorali, premiati attraverso il voto. Parte delle frodi scoperte, secondo Musk, è «intenzionale», ma «gran parte è soltanto conseguenza di una burocrazia che può permettersi di non rispondere dei propri risultati». A chi devono rispondere i governi se non ai contribuenti che pagano le tasse? È ciò che, alla fine, sta succedendo in Europa, dove però non c’è Donald Trump.
L’aumento dei tassi reali giapponesi azzoppa il meccanismo del «carry trade», la divisa indiana non è più difesa dalla Banca centrale: ignorare l’effetto oscillazioni significa fare metà analisi del proprio portafoglio.
Il rischio di cambio resta il grande convitato di pietra per chi investe fuori dall’euro, mentre l’attenzione è spesso concentrata solo su azioni e bond. Gli ultimi scossoni su yen giapponese e rupia indiana ricordano che la valuta può amplificare o azzerare i rendimenti di fondi ed Etf in valuta estera, trasformando un portafoglio «conservativo» in qualcosa di molto più volatile di quanto l’investitore percepisca.
Per Ursula von der Leyen è «inaccettabile» che gli europei siano i soli a sborsare per il Paese invaso. Perciò rilancia la confisca degli asset russi. Belgio e Ungheria però si oppongono. Così la Commissione pensa al piano B: l’ennesimo prestito, nonostante lo scandalo mazzette.
Per un attimo, Ursula von der Leyen è sembrata illuminata dal buon senso: «È inaccettabile», ha tuonato ieri, di fronte alla plenaria del Parlamento Ue a Strasburgo, pensare che «i contribuenti europei pagheranno da soli il conto» per il «fabbisogno finanziario dell’Ucraina», nel biennio 2026/2027. Ma è stato solo un attimo, appunto. La presidente della Commissione non aveva in mente i famigerati cessi d’oro dei corrotti ucraini, che si sono pappati gli aiuti occidentali. E nemmeno i funzionari lambiti dallo scandalo mazzette (Andrij Yermak), o addirittura coinvolti nell’inchiesta (Rustem Umerov), ai quali Volodymyr Zelensky ha rinnovato lo stesso la fiducia, tanto da mandarli a negoziare con gli americani a Ginevra. La tedesca non pretende che i nostri beneficati facciano pulizia. Piuttosto, vuole costringere Mosca a sborsare il necessario per Kiev. «Nell’ultimo Consiglio europeo», ha ricordato ai deputati riuniti, «abbiamo presentato un documento di opzioni» per sostenere il Paese sotto attacco. «Questo include un’opzione sui beni russi immobilizzati. Il passo successivo», ha dunque annunciato, sarà «un testo giuridico», che l’esecutivo è pronto a presentare.
Luis de Guindos (Ansa)
Nel «Rapporto stabilità finanziaria» il vice di Christine Lagarde parla di «vulnerabilità» e «bruschi aggiustamenti». Debito in crescita, deficit fuori controllo e spese militari in aumento fanno di Parigi l’anello debole dell’Unione.
A Francoforte hanno imparato l’arte delle allusioni. Parlano di «vulnerabilità» di «bruschi aggiustamenti». Ad ascoltare con attenzione, tra le righe si sente un nome che risuona come un brontolio lontano. Non serve pronunciarlo: basta dire crisi di fiducia, conti pubblici esplosivi, spread che si stiracchia al mattino come un vecchio atleta arrugginito per capire che l’ombra ha sede in Francia. L’elefante nella cristalleria finanziaria europea.
Manfred Weber (Ansa)
Manfred Weber rompe il compromesso con i socialisti e si allea con Ecr e Patrioti. Carlo Fidanza: «Ora lavoreremo sull’automotive».
La baronessa von Truppen continua a strillare «nulla senza l’Ucraina sull’Ucraina, nulla sull’Europa senza l’Europa» per dire a Donald Trump: non provare a fare il furbo con Volodymyr Zelensky perché è cosa nostra. Solo che Ursula von der Leyen come non ha un esercito europeo rischia di trovarsi senza neppure truppe politiche. Al posto della maggioranza Ursula ormai è sorta la «maggioranza Giorgia». Per la terza volta in un paio di settimane al Parlamento europeo è andato in frantumi il compromesso Ppe-Pse che sostiene la Commissione della baronessa per seppellire il Green deal che ha condannato l’industria - si veda l’auto - e l’economia europea alla marginalità economica.




