«Il simbolo per la registrazione è stato depositato il 24 gennaio scorso – ha detto Vannacci– oggi abbiamo registrato lo statuto del partito presso il notaio». «Ci sono tante persone – prosegue – che vengono da qualsiasi orientamento, sia ideologico che politico, ci sono tanti curiosi, tanti entusiasti che credono nell’Italia e vedono in Vannacci e in Futuro Nazionale la risposta alle loro aspettative». «Facciamo crescere Futuro Nazionale e rendiamolo grande insieme – ha risposto a chi gli chiedeva se nel futuro si vedesse presidente del Consiglio –. Come ho sempre detto occupiamoci di quello che dobbiamo fare oggi. Quello che succederà in futuro dipende da quello che facciamo oggi».
Roberto Vannacci. Nel riquadro, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello (Ansa)
Sasso e Ziello migrano in Futuro nazionale, il cui simbolo venne depositato già 16 anni fa. I diritti di proprietà, però, sono scaduti.
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma. «Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta».
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma.
«Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta». Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a Sky Tg24, lo definisce «incompatibile con i valori della Lega, che è stata un taxi anche molto comodo sul quale si è seduto». L’avventura ultrasovranista dell’ex generale apre le porte ai primi aspiranti adepti e rimescola le carte in Parlamento. In tanti sono pronti a dire «ci sono», ma con una postilla grossa come una casa. Serve una classe dirigente. Tradotto: vogliono sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce per loro un seggio sicuro. Lasciare un partito va bene, ma rimanere senza poltrona mai. A Vannacci riconoscono il carisma di un vero patriota ma la fedeltà passa prima dall’ufficio di un notaio.
Chi si butta a corpo morto nel sacro fuoco del sovranismo sono i deputati (ex) leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso. Ieri hanno lasciato la Lega e sono entrati, a piedi, nel grande garage del gruppo misto: «Seguiamo Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista». Un altro che non ha avuto esitazioni è Emanuele Pozzolo, anche lui nel minestrone del misto, emarginato da Fratelli d’Italia per aver ferito una persona con una pistola ad una festa di Capodanno. Per lui Vannacci è destinato a diventare il Charles de Gaulle italiano. La concorrenza si fa affollata, il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga. Ex leghisti in cerca d’autore, raccattati, transfughi ideologici, nostalgici assortiti e qualche impresentabile. Qualche giorno fa, a proposito dei fantomatici incontri tra Vannacci, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, l’ex generale scrisse su Facebook: «Di questo passo ci diranno che sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Soumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». L’ex paladino dei braccianti ieri ha smentito i rumors di un suo possibile ingresso nel movimento dell’ex parà: «Una barzelletta che mi ha fatto sorridere, essendo la notizia completamente priva di fondamento e che pertanto smentisco totalmente. Mi sorprende, inoltre, che provenga da persone che avrebbero potuto, se non altro, contattarmi direttamente, anziché diffondere un mucchio di falsità».
Il folklore attorno a Vannacci continua con il sindaco di Pennabili (comune di 2.000 anime in provincia di Rimini), Mauro Giannini, il quale si dichiara pronto a sostenere Vannacci, «patriota vero», con toni da adunata del Ventennio e camicia strappata per mostrare il tatuaggio della Decima Mas. «Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce, questo è il mio petto, fucilatemi». Una scena che sembra uscita dall’Istituto Luce e caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, imposto da Vannacci come consigliere della Lega in Veneto, il quale vuol farci digerire che difendere Vladimir Putin significa difendere la democrazia. Il premio del grande guazzabuglio va però a Mario Adinolfi, che vaneggia di un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. «Noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme». Pure Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integralista, con la sua Democrazia sovrana popolare, apre a collaborazioni. Tra i veterani rispunta Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una folla di scontenti.
Insomma, il mercato è aperto e i colori sono quelli del banco della frutta. Tutti. A orbitare attorno a Futuro Nazionale c’è anche Simone Ruzzi, conosciuto come «Cicalone», ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente». Per candidarsi c’è sempre tempo. Infine, c’è pure chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come il deputato leghista Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa con Casapound alla Camera sulla remigrazione, che ringrazia ma prosegue col Carroccio. Il progetto di Vannacci è pronto, in tanti vogliono arrampicarsi, soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere, in cerca di notorietà. Mentre questo raduno avanza, c’è da risolvere il problema del simbolo. Il marchio «Futuro Nazionale» risultava già registrato. Ma ieri questa nube si è dissolta. Il simbolo fu infatti depositato nel 2010 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese da un ex consigliere regionale M5s, Riccardo Mercante, poi deceduto in un incidente stradale nel 2020. «Non mi piace Vannacci. Non mi piace proprio. E non intendiamo cedergli il marchio depositato da mio marito», ha dichiarato al Fatto quotidiano la vedova del penstallato, Marina Caprioni. Tuttavia si è scoperto che la registrazione non è stata rinnovata alla scadenza dei dieci anni come la legge impone, pertanto è libero da ogni proprietà. «Finché non c’è nulla di diverso - replica Vannacci - continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare».
Il portavoce del movimento «Il Mondo al Contrario» e consigliere regionale della Toscana Massimiliano Simoni, chiarisce: "Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che l’uso improprio e non autorizzato del simbolo di Futuro Nazionale che è di Vannacci non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».
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Roberto Vannacci e Francesco Giubilei (Ansa)
L’associazione Nazione Futura denuncia l’imitazione del simbolo da parte del nuovo movimento politico. Ricorso all’Ufficio brevetti. L’europarlamentare: «Ha creato il caso per aumentare il numero di iscritti».
Iniziano già i primi sgambetti a Roberto Vannacci. L’associazione Nazione Futura si oppone presso l’ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo), alla domanda di registrazione (ancora in fase di esame) del marchio «Futuro Nazionale», presentata dall’ex generale il 24 gennaio scorso.
«Elevato rischio di confusione e di somiglianza», dice il presidente, Francesco Giubilei, il quale sostiene che il suo simbolo sia uguale a quello partorito da Vannacci.
Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura».
«Non si può nemmeno pensare a una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.
Per chi si chiedesse chi sia questo Giubilei, è un ragazzo di Cesena di 34 anni, puntiglioso e pignolo, collaboratore del Giornale, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università̀ Giustino Fortunato di Benevento e anche presidente della Fondazione Tatarella. Essendo un noto rompiscatole c’è da immaginarsi che non mollerà la presa. Ma ha trovato davanti a sé uno altrettanto accanito. Infatti, la risposta di Vannacci è stata sobria: «Giubilei è prolisso, io rispondo molto più succintamente al suo ricorso: me ne frego. La paura fa 90!». Accusandolo di strumentalizzare la vicenda per ottenere visibilità. In effetti, a seguito di questo polverone, Nazione Futura ha annunciato la campagna di tesseramento 2026 con lo slogan «Leali e coerenti» rivolgendosi ai delusi da Vannacci. Giubilei si riferisce ai responsabili dei team di Milano, Varese e Verona che, qualche giorno fa, hanno abbandonato l’ex generale con un aspro comunicato definendo «Il mondo al contrario», «un bluff politico e organizzativo».
Su Instagram Giubilei risponde a Vannacci definendolo «a corto di idee» e ironizza sul fatto che, non contento di aver copiato nome e logo dalla sua associazione, si sia appropriato anche dello slogan «me ne frego» degli Arditi e di D’Annunzio. «Lo vedo abbastanza nervoso, lo saremmo anche noi se fossimo in lui, visti i fuoriusciti da Il mondo al contrario che si stanno iscrivendo a Nazione Futura. Ormai Vannacci ha più amici a sinistra che a destra», graffia. Il profeta Giubilei si riferisce alle notizie non confermate, anzi smentite dai diretti interessati, di fantomatici incontri tra Vannacci, Renzi e Conte. «Dopo Renzi, ora anche il M5s!», scrive Vannacci su Facebook commentando un articolo del Giornale, «di questo passo i giornali di Angelucci ci diranno che, nel mio tutto ipotetico nuovo partito, sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Sumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». Lo stesso Renzi smentisce: «Il Corriere scrive che io vedo regolarmente Vannacci in un circolo canottieri di Roma. Non solo falso ma ridicolo».
Analizzando meglio questa contesa, che sta assumendo sempre più i toni di una rissa da bar, condita da rancore personale e invidia, sembra che più del logo «copiato», a Giubilei interessi fare le scarpe a Vannacci sul piano politico. Lo si evince da certe sue considerazioni, non richieste, che nulla hanno a che vedere con la forma e il colore del simbolo. La ramanzina di Giubilei è che Vannacci vedrebbe «nemici ovunque» avvisandolo che se «attacca il governo e assume posizioni divergenti rispetto alla linea del suo partito, fa il gioco della sinistra». E ammonisce: «Se si è all’interno di un partito e di una coalizione ci sono delle regole da rispettare e continuare pubblicamente ad assumere posizioni diverse dal proprio segretario e dal leader della coalizione, provando a metterli in difficoltà, non è un comportamento né costruttivo né leale». Su una paventata espulsione di Vannacci dalla Lega, di cui è ancora vicesegretario, oggi Salvini ha convocato un consiglio federale d’urgenza, per fare il punto della situazione politica.
Il pretesto è il pacchetto sicurezza e il referendum giustizia, ma Vannacci è il vero tema rovente.
Nel centrodestra c’è fermento. Ieri, sul Foglio, Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, non si perita a dire che, se glielo chiedessero, sarebbe disponibile a fare il segretario di Forza Italia perché «al partito serve più turnover» e che Tajani lo vedrebbe bene «come presidente della Repubblica».
Anche Mark Zuckerberg lo incolparono di aver copiato Facebook. E sappiamo tutti com’è andata a finire.
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Beppe Grillo. Nel riquadro, Lorenzo Borré (Ansa-Imagoeconomica)
Lorenzo Borrè, storico legale dei dissidenti M5s: «La rivolta della Appendino? Troppo tardi. Non prevedo scissioni: nessuno ha la forza di farne».
«Altro che campo largo. Il Movimento 5 stelle era nato in chiave anti Pd. Oggi è diventato irriconoscibile, un mix di “travaglismo”, “assistenzialismo” e “più diritti per tuttəə*”. Ma nessuno avrà la forza per fare scissioni. Non si può rianimare un corpo già morto».
Lorenzo Borrè è lo storico avvocato dei fuoriusciti grillini. Ogni volta che un iscritto viene cacciato a pedate dai vertici e chiede giustizia, corre da lui. Ex appartenente al Movimento (è uscito nel 2012), Borrè per motivi professionali è diventato un luminare della galassia pentastellata. Con l’occhio dell’antropologo che ha dovuto studiare i più disparati tipi umani, si destreggia abilmente tra ricorsi e cavilli, tradimenti e vendette, trionfi e miserie del partito. E oggi traccia la sua previsione: «I 5 stelle si dissolveranno al grido di “tutti a casa”. E Conte probabilmente finirà senza truppe come Gianfranco Fini».
Conte candidato unico si conferma leader del Movimento, per mancanza di concorrenti. E Beppe Grillo si prende la sua rivincita ripristinando il logo e il sito web del Movimento originario. L’Elevato prepara il suo ritorno?
«Quel sito appena rilanciato in Rete è in stretto collegamento con la vecchia storia del Movimento. Si tratta di un gesto che mira a rivendicare la purezza delle origini. Ufficialmente la persona che lo ha registrato è anonima, ma le impronte di Grillo, a voler ben vedere, sono evidenti».
È un’altra tappa della guerra legale in corso tra Grillo a Conte, per appropriarsi delle sacre insegne del partito?
«È un modo per piantare una bandiera, perché tutti la vedano. Grillo sta mandando dei messaggi politici, dicendo: questo simbolo appartiene a me. Ricordiamo che ci sono due sentenze a Genova che attestano un fatto: Grillo è l’unico titolare del diritto di utilizzo del nome e del contrassegno del Movimento. Volendo, lui potrebbe inibire a Conte l’utilizzo del nome».
E Conte come ha risposto?
«I contiani sostengono di essere in una botte di ferro, e sventolano un contratto sottoscritto da Grillo e Conte».
E lei lo ha letto?
«Certo, mi venne recapitato in una busta anonima con la misteriosa dicitura “Resistenza Francescana”. Qualche anima buona me lo spedì segretamente per periziarlo».
Resistenza Francescana? Tipico stile di Beppe Grillo.
«Era un richiamo romantico alla data di nascita del primissimo Movimento di Grillo e Casaleggio: 4 ottobre 2009, giorno di San Francesco d’Assisi. In sostanza, questo contratto prevedeva un accordo: Grillo non avrebbe contestato l’utilizzo del simbolo, ricevendo in cambio una malleva in denaro. Ma se Conte era certo delle sue ragioni, perché riconoscere all’avversario un corrispettivo finanziario? Siamo proprio sicuri che il contratto chiuda la questione?».
Grillo potrebbe fondare un nuovo soggetto politico, scippando il nome a Conte?
«La rinascita di questo vecchio sito internet, per giunta con i verbali assembleari pubblicati dentro, la considero un ballon d’essai di Grillo. Ha sparato un colpo per vedere che succede, è una tecnica di guerriglia. E forse c’è anche un elemento passionale del comico genovese, uno scatto di orgoglio dopo aver perso la sua creatura».
Il fatto che Grillo si metta la mimetica proprio adesso, dopo la batosta presa dal M5s alle Regionali in Toscana, è una coincidenza?
«Forse vuole ricordare ai pochi che non lo hanno ancora compreso che il partito di Conte è su un altro pianeta rispetto al movimento delle origini. Hanno formule chimiche completamente diverse, non c’è niente che li accomuni neanche a livello subatomico».
E dunque?
«Dopo averne stravolto l’identità, Conte dovrebbe forse, per coerenza, cambiare nome al partito. Ma se non lo fa, è per esigenze di marketing elettorale: come la fiamma o lo scudocrociato, evidentemente quelle “5 stelle” garantiscono un minimo di voti».
Insomma, sta dicendo che il partito di Conte è ormai un sultanato, mentre il movimento delle origini era nato sul «potere che partiva dal basso»?
«Organizzare il voto sui vertici del movimento avendo in lizza un unico candidato, significa una cosa sola: il Movimento oggi ha un deficit democratico, perché se non c’è neanche un contendente e chiami “assemblea” quello che è un voto postale a risultato scontato, il problema te lo devi porre: la mancanza della possibilità di scelta è segno di astenia, non di vigore politico. È dunque anch’esso un partito leaderistico. Detto questo, devo anche precisare che, nella storia del M5s, il potere non è mai partito veramente “dal basso”. La volontà della base si è sempre uniformata all’orientamento dei vertici, a volte con conseguenze surreali».
Cioè?
«Nel 2021, per esempio, si modificò lo statuto dell’Associazione, prevedendo una guida collegiale. Sei mesi dopo fecero un’altra modifica statutaria, imponendo una guida monocratica designata da Grillo. La stessa assemblea degli iscritti abbracciò due principi opposti nel giro di sei mesi».
Resta il fatto che Conte sta attraversando una crisi di consenso. E ha perso un pezzo grosso, con l’addio di Chiara Appendino.
«Ho letto, ma come ha detto qualcuno, Appendino poteva pensarci prima. Rischia di fare la figura di una “Cassandra fuori tempo”. Il paradosso è che il partito oggi si è strutturato con un’articolazione territoriale, ma perde comunque voti: non riesce più a radicarsi localmente. Quando era più disarticolato e “improvvisato”, ne aveva una marea. L’organizzazione, checché ne dica Lenin, non è tutto».
Nel 2018 il M5s era al 32%, oggi l’ultimo sondaggio Swg lo attesta intorno al 13, in Toscana hanno preso poco più del 4.
«Mi chiedo come faccia ad avere ancora queste percentuali. Conservo una foto di qualche anno fa, insieme a tanti attivisti. Se oggi tracciassi una croce sul volto di quelli che hanno lasciato per sempre la politica, non resterebbe più nessuno. Sono fuggiti tutti, tornati ai loro lavori. Non a caso, le manifestazioni “marchiate” 5 stelle non esistono più, non riempiono le piazze. Piuttosto, si stemperano nel mare magnum del campo largo».
Campo largo, o «campo santo», per il movimento di Conte?
«Sono diventati una forza di complemento, mentre una volta erano il volano della Nazione e del cambiamento. Se dovessi identificare oggi la posizione politica del Movimento, avrei delle difficoltà».
È stato un errore apparentarsi al Pd?
«Molti sono rimasti spiazzati. Non dimentichiamo che il Movimento 5 stelle delle origini, più che antisistema, era anti Pd. Lo consideravano un partito che aveva tradito tutte le istanze sociali della sua tradizione progressista».
Quindi, come possiamo definire oggi l’ideologia pentastellata? Qual è il «pantheon»?
«Non saprei dire qual è l’identità ideologica: si va dalle rivendicazioni Lgbtq alla Palestina, dal giustizialismo al pacifismo a corrente alternata. Conte tuona contro la guerra, ma nel 2022 ha espulso Vito Petrocelli, presidente della Commissione Esteri del Senato, perché votò contro gli armamenti all’Ucraina».
Se non definisce l’ideologia, individui almeno l’ideologo.
«L’ideologo del partito oggi è certamente Marco Travaglio. E al di là degli statuti, la “costituzione materiale” del Movimento è rappresentata dal Fatto Quotidiano. Non di rado, ho sentito dichiarazioni dei parlamentari 5 stelle plagiate dagli editoriali di quel giornale. Mettiamola così: l’ideologia del partito è data da un 50% di “travaglismo” e un 50% da un mix di assistenzialismo e “più diritti per tuttə*”».
Ci sarà una vera fronda nel Movimento? Un nuovo soggetto politico, una scissione?
«Non credo. È difficile rianimare un corpo inerte, non ci sono tensioni ideali, è un blocco unico. Ci sono stati tentativi in passato, tutti falliti miseramente. Del resto non c’è mai stato un soggetto forte che rappresentasse i fuoriusciti, che alla fine si sono condannati all’irrilevanza. Il cesarismo di Conte non è minacciato da alcun congiurato, da nessun Bruto».
E Alessandro Di Battista? Si deciderà a scendere in campo?
«Qualcuno lo paragona a Garibaldi. Ma senza colonnelli, senza una rete strutturata e con adeguata conoscenza del funzionamento della macchina istituzionale, scendere nell’agone elettorale adesso sarebbe velleitario. Ed essendo lui una persona in gamba, credo ne sia consapevole».
Dunque come finirà? La Campania sarà la prova finale? Il movimento è destinato a dissolversi?
«Non so dire quando, ma come. Il partito tramonterà per “sfinimento”. Finirà al grido di “tutti a casa”, come l’8 settembre, ma senza il contorno drammatico. Ricorda Futuro e Libertà di Gianfranco Fini? Già dopo le prime proiezioni elettorali fallimentari, il sito internet del partito smise di pubblicare aggiornamenti e si arrivò improvvisamente al capolinea. La fine me la immagino così».
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(Totaleu)
«Strumentalizzazione da parte dei giornali». Lo ha dichiarato l'europarlamentare del Carroccio durante un'intervista a margine della sessione plenaria al Parlamento europeo di Strasburgo.







