Le battaglie che pubblicizzano sono quelle classiche del movimentismo anarchico: antifascismo, anticlericalismo e contro la detenzione. Sulla pagina social invece viene promossa una manifestazione No Tav e spesso compare la parola «rivoluzione». Non mancano iniziative per ricordare Carlo Giuliani, il manifestante no global ucciso mentre aggrediva un Defender dell’Arma durante la manifestazione del 2001 a Genova, e slogan per la «Palestina libera». Il covo della «A» cerchiata si chiama Ex Latteria occupata, si trova sullo stradone Sant’Agostino di Genova in un vecchio locale universitario dismesso e invaso dagli squatter ormai oltre 10 anni fa. Da una delle due porte d’ingresso che affacciano sulla strada l’altra sera, dopo mezzanotte, sono uscite almeno 30 persone, hanno circondato una gazzella del Nucleo radiomobile dei carabinieri e hanno cominciato a strattonare i due militari, che sono stati costretti a chiamare rinforzi. Poco dopo sono arrivate sul posto altre pattuglie dell’Arma e all’operazione ha preso parte anche la polizia locale. I tafferugli sono continuati. In otto (di età compresa tra i 20 e i 35 anni) sono stati identificati e fermati per resistenza, lesioni aggravate e danneggiamento. Alcuni vengono indicati dagli investigatori come «già noti» e con precedenti specifici per resistenza a pubblico ufficiale. Quattro militari hanno riportato contusioni che, medicate in ospedale, hanno prodotto prognosi fra cinque e sette giorni. Tutto è cominciato quando la gazzella dell’Arma si è trovata a passare davanti all’Ex Latteria occupata, dove stava effettuando una ricognizione a seguito della segnalazione di un furto in un’abitazione. Stando a quanto hanno relazionato i primi investigatori giunti sul posto, un uomo avrebbe cominciato a inveire contro i militari, lamentando che questi avrebbero quasi investito il suo cane. Quando i due carabinieri sono scesi dall’auto per identificarlo, dal centro sociale si sono fiondati in otto ed è scoppiato un parapiglia. I due carabinieri hanno subito segnalato via radio alla centrale l’evidente difficoltà in cui si trovavano. E finché non sono arrivati i rinforzi la situazione è apparsa molto complicata da gestire. Gli animi ormai si erano surriscaldati e non è stato facile riportare la calma. Le immagini impresse in un video che gira sui social mostrano tre auto dei carabinieri posizionate all’ingresso e all’uscita dello stradone. Si vedono militari e agenti della polizia locale alle prese con le azioni di contenimento e con le identificazioni. Uno dei ragazzi è bloccato a terra, un altro viene tenuto da due militari attaccato alla gazzella. La calma è tornata quando un carabiniere ha mostrato un taser e ha urlato «al muro». I ragazzi infatti si sono appoggiati con le spalle al muro perimetrale del centro sociale e a quel punto è stato semplice per le forze dell’ordine tenerli a bada. Dal sindacato Unarma è arrivata subito una ferma condanna «dell’atto di violenza perpetrato ai danni dei colleghi». Il segretario generale Antonio Nicolosi è sbottato: «Siamo stufi di essere pestati. Il vaso è colmo. La magistratura deve intervenire con fermezza, affinché si faccia finalmente rispettare la legge una volta per tutte. È imperativo ristabilire la legalità e l’ordine del nostro territorio, e ci aspettiamo che venga fatta giustizia nei confronti di coloro che si ergono contro di essa». Secondo Nicolosi, «i gruppi anarchici che si sono resi protagonisti di questo vile attacco dimostrano ancora una volta il totale disprezzo per le istituzioni e per il lavoro delle forze dell’ordine». E infine il segretario di Unarma ha chiesto «alle autorità competenti di adottare misure severe contro gli autori». Sarà il gip del Tribunale di Genova ora a dover valutare i fermi di indiziati di delitto. Nel frattempo gli otto squatter sono stati divisi tra gli istituti di pena di Pontedecimo e di Marassi dove, nel pomeriggio di ieri, si è svolto un sit in di solidarietà con una quarantina di manifestanti. L’iniziativa è stata pubblicizzata sulla pagina Facebook «Genova antifascista». I manifestanti hanno fatto esplodere qualche petardo e hanno bloccato il traffico in corso De Stefanis. Gli investigatori della Digos della Questura di Genova intanto monitorano la situazione e i carabinieri sono stati mobilitati per vigilare sulla sicurezza di entrambe le carceri. In passato proprio la Digos aveva ricevuto più di una segnalazione dai residenti nei vicoli attorno all’Ex Latteria occupata, soprattutto per schiamazzi notturni. E l’esponente di Fdi Alberto Campanella già da tempo aveva denunciato che nel centro sociale sarebbe stata esercitata «l’attività di bar ma anche quella di rivendita di oggettistica e di libri usati». E aveva chiesto se gli occupanti avessero una regolare licenza. Dal Comune avevano risposto spiegando che non risultavano licenze commerciali e che il locale era ancora «di proprietà dell’università». Aggiungendo che gli occupanti «erano seguiti dalla Questura». Ora potrebbe essere arrivato il momento per dei provvedimenti.
«Ecco Luca Casarini, noto tra l'altro per aver aperto l'osteria Allo sbirro morto: pluripregiudicato, coccolato da Pd e sinistra, oggi alla guida del centro sociale galleggiante arrivato davanti a Lampedusa». Matteo Salvini non poteva trovare miglior antagonista. La trentennale epopea di Casarini si narra da sola. Alla sintetica biografia diffusa dal ministro dell'Interno, manca però un rilevante dettaglio. Pluripregiudiucato: su questo non si scappa. Ma anche plurindultato, pluricondonato e pluriassolto. Su nove condanne definitive, il novello protettore dei migranti ne ha scontate soltanto due: un mese ai domiciliari e tre mesi ai servizi sociali. Eppure, negli ultimi vent'anni, l'ex leader dei no global è finito sotto accusa per una sfilza di reati: oltraggio a pubblico ufficiale, resistenza alle forze dell'ordine, interruzione di pubblico servizio, danneggiamento, invasione, occupazione, deturpamento.
Le tre fitte paginette del casellario giudiziale ragguagliano su lustri di onorata carriera. A dispetto della mole processuale, il già capo dei Disobbedienti ha goduto di parecchie fortune procedurali e qualche benevolenza. La prima condanna passata in giudicato è del 30 ottobre 1995: oltraggio a pubblico ufficiale. Casarini ha 28 anni, è ancora un giovane contestatore che si farà. La pena è mite: un mese di reclusione, che viene sostituito con una multa da un migliaio di euro. A dicembre 2009 l'indulto però cancella tutto. È solo la prima di una sequela di indulgenze che il sistema penale italiano gli riserverà. A giugno 1998, intanto, arriva la prima macchietta sulla fedina, quasi simbolica: un mese di domiciliari per «contravvenzione al foglio di via obbligatorio».
Passano gli anni. La fama del contestatore cresce, così come le sue prodezze. A giugno del 2005 è punito in appello per i disordini, di cinque anni prima, alla mostra delle biotecnologie di Genova. Due agenti di polizia restano feriti. L'allora leader delle tute bianche prende dieci mesi per resistenza a pubblico ufficiale. Ma anche questa volta l'indulto spazza via la pena definitiva. Stesso epilogo hanno i danneggiamenti in concorso ad Arco, sul lago di Garda, nel 2003. A settembre 2006 la corte d'appello di Trento delibera: dieci mesi di reclusione. Prima, però, al fu no global è concessa la sospensione condizionale, seguita dal solito indulto. A settembre 2009 Casarini viene nuovamente condannato a Trieste. È accusato di concorso in danneggiamento a San Dorligo della Valle, al confine con la Slovenia: reato commesso a novembre 2002. «Abbiamo scelto questo valico perché è uno di quelli dove avvengono grandi ingiustizie», illuminava il futuro capo missione della Mare Jonio, anticipando gli odierni temi di lotta. «I piccoli valichi», ragguagliava, «sono quelli dove si consumano i drammi umani dell'immigrazione». Grazie a generose attenuanti, «equivalenti alle aggravanti e alla recidiva», se la cava comunque con una modesta pena pecuniaria: 200 euro.
È l'epoca della fortunata ribalta. L'allora capo dei Disobbedienti del Nordest incassa perfino una parziale assoluzione, con menzione d'onore: «Ha agito per motivi di particolare valore morale e sociale», scrive il tribunale di Padova. Corre il febbraio 2003, epoca della guerra in Iraq. Casarini e soci si dilettano a fermare i treni che trasportano materiali bellici nella base Usa di Camp derby. Seguono clamore, proteste e denunce. A gennaio 2008, il capo della rivolta è però assolto dall'accusa di blocco ferroviario, grazie alle attenuanti speciali concesse dal giudice: una sorta di fine che giustifica i mezzi. È invece condannato a 20 giorni di carcere per interruzione di pubblico servizio. Lui commenta trionfante: «Questa sentenza è un'arma per la battaglia contro tutte le guerre». In appello la pena sale a dieci mesi. Poco importa: a ottobre 2009 un condono spazza via tutto. Ad aprile 2008 il neocomandante Casarini incassa pure l'assoluzione per gli incidenti, nel 2001, al G8 di Genova e al Global forum di Napoli. Il pm chiede sei anni per associazione sovversiva. «Il fatto non sussiste», rigetta la corte d'assise di Cosenza. Decisione confermata in appello e cassazione.
Evapora anche la sfilza di reati commessi a Mestre a novembre 2003: interruzione di un ufficio pubblico, invasione di edifici, deturpamento e imbrattamento. A dicembre 2009 arrivano sei mesi di reclusione. Puntualmente condonati. Così come la pena di 5 mesi e 20 giorni per l'occupazione della sede del Magistrato delle acque di Venezia. Una plateale protesta contro il Mose. Il provvedimento, confermato dalla Cassazione a fine 2012, è ancora una volta condonato.
Arriviamo quindi a luglio 2016. Dopo un abbondante ventennio di fulgido proscenio, Casarini è costretto ad alzare le mani. Deve scontare tre mesi di domiciliari per l'occupazione di una casa popolare di Marghera: la sua. Insomma: quella che s'era assegnato agli albori della carriera. «Ci siamo», annuncia su Facebook, «Ho da scontare una condanna». Il tono sembra scorato. Il dissidente ha chiesto l'affidamento ai servizi sociali. Ma il tribunale di Palermo ha vergato una relazione i cui «non esclude contatti con la criminalità». Arresti domiciliari, quindi. Giustizia cinica e bara. «Evidentemente a questi giudici interessava di più la vendetta che la funzione sociale della pena», lamenta Casarini. «Sono pieno di condanne». Rivendica però ogni gesto: blocchi, manifestazioni, disobbedienze, occupazioni. «I reati che mi attribuiscono li ho compiuti, e posso andarne fiero». In realtà, quasi tutto è passato in cavalleria. Meno che quel trimestre, ancora da scontare. Ma a settembre 2017 arriva pure l'auspicato affidamento ai servizi sociali. Del resto, il leader aveva avvertito: «Piuttosto che stare chiusi in casa, avrebbe avuto più senso dedicare questi tre mesi ad altri». Sempre così, l'ex giottino. Una vita spesa ad aiutare il prossimo. Lo sanno bene i 49 migranti, coraggiosamente tratti in salvo al largo di Lampedusa. Casarini è tornato: più disobbediente e impunito che mai.
(...) guida l'ultimo tentativo di traghettare i migranti dall'Africa all'Italia, lui ad aver messo in mare un barcone per rimorchiare i profughi agganciati al largo delle coste libiche. Dopo aver sposato tutte le cause, da quella contro la Tav a quella contro la base Nato di Vicenza, Casarini ha insomma trovato un nuovo motivo per disobbedire. L'unica differenza rispetto al passato è che se anni fa si è quasi sempre trovato di fronte ministri pronti a far arretrare la polizia dinnanzi agli assalti degli antagonisti, ora al Viminale c'è Matteo Salvini, uno che non pare proprio avere intenzione di arretrare.
Così, prima ancora che Casarini riuscisse a sbarcare, ha firmato un decreto, mettendo fuorilegge Mare Jonio, la nave della sua Ong battente bandiera Sinistra italiana (Nicola Fratoianni e Nichi Vendola, per intenderci). Che ci siano atteggiamenti fuori rotta dell'ultima scialuppa di salvataggio del disobbediente veneto è abbastanza evidente. Da quanto risulta dalle testimonianze, il rimorchiatore è intervenuto per «salvare» un gommone in avaria a poca distanza dalle coste libiche. La segnalazione sarebbe arrivata dalla solita Sea Wacht, la Ong già nota per altri sbarchi: grazie a un aereo avrebbero indirizzato la Mare Jonio. Una volta raggiunti i profughi, la nave di Casarini avrebbe potuto riconsegnarli alla Guardia costiera libica, che già era stata allertata. Oppure avrebbe potuto fare rotta verso un porto della Tunisia, che pure era più a portata di mano di quello di Lampedusa.
Ma ovviamente gli immigrati non sarebbero stati contenti. Loro erano partiti con destinazione Italia e per questo avevano pagato. Tornare indietro o anche solo virare verso Tunisi sarebbe stata una beffa. Dunque il traghetto ha messo la prua verso le coste italiane. Dove ovviamente, ad aspettare i migranti, c'era il solito coro plaudente. Il sindaco di Lampedusa, quello che si era fatto eleggere dicendo che lo Stato aveva abbandonato l'isola, lasciandola invasa di migranti, ora che i profughi non sbarcano più e che dunque è venuto a mancare lavoro per i soccorritori, dichiara che il porto non è chiuso come vorrebbe far credere Matteo Salvini, invitando dunque allo sbarco.
Si fa vivo anche un altro dei soliti noti, ossia Roberto Saviano, il quale non perde occasione per insultare il ministro dell'Interno, forse nella speranza di una querela, così da potersi atteggiare ancora a vittima del nuovo fascismo e vendere un po' di copie in più dei suoi libri.
Insomma, quello che è successo ieri è tutto già visto. Casarini, Saviano, perfino i sindaci in cerca di notorietà e di una ribalta nazionale. Di nuovo c'è solo una misura ministeriale che rende un po' più complicato lo sbarco, cioè dà un po' più di filo da torcere alle varie Ong. Aver complicato l'attività dei volontari pro migranti ha fatto in modo che l'invasione fosse rallentata se non fermata. I dati forniti di recente dal Viminale lo dimostrano: a fronte delle migliaia di profughi giunti lo scorso anno, oggi si contano poche decine di extracomunitari. Le navi sono ferme in porto e il traghettamento si è interrotto. Le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani cercano altre rotte, verso la Spagna, la Grecia o la Turchia. Ma sono rotte più complicate.
Come si è visto, c'è chi vorrebbe disobbedire. Come nel 2001 si cercava di rompere il cordone della polizia, forzando gli uomini del reparto celere, ora si cerca di violare la nuova linea rossa. Ci auguriamo che Salvini e l'intero governo non cedano. Non solo perché non vogliamo che invece della via della seta sia aperta la via dell'Africa, ma perché questo Paese ha già tanti guai e di Casarini e i suoi disobbedienti ne fa volentieri a meno. Se proprio l'ex tuta bianca non vuole fare la partita Iva, parta e basta. Ma per non tornare più.
Ps. Un consiglio per Matteo Salvini. Visto che ieri, a Carta bianca su Rai 3, il professor Massimo Cacciari, uno che vuole aprire i porti, da me sollecitato ad aprire il portone di casa sua, si è detto pronto ad accogliere i 49 migranti della Mare Jonio, spedisca i profughi all'indirizzo dell'esimio docente. Noi della Verità siamo già pronti a testimoniare l'evento.
- Il leader no global di Genova era finito nell'oblio, però ha riconosciuto negli scafi che importano extracomunitari la nuova frontiera della disobbedienza. Che a lui non porta bene: dopo una vita di rivoluzioni in favor di telecamera, è soltanto un Che Guevara di carta.
- La Mar Jonio sequestrata appena arrivata in porto, la Procura indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Matteo Salvini: «Difendo i confini».
Lo speciale contiene due articoli.
«A me, le scarpe, non me le fa nessuno». Mentre gridava davanti ai giornalisti giunti a Firenze ad abbeverarsi al verbo no global del Social forum (anno 2002), il subcomandante Luca si tolse un mocassino e cominciò a batterlo per il tacco sul tavolo della conferenza stampa. La prima fila (inviati stranieri) si alzò di scatto, non si sa se travolta dall'olezzo del piede nudo di Luca Casarini o dallo struggimento per la citazione di Nikita Kruscev quel giorno alle Nazioni Unite. Lui, che ha sempre avuto fiuto per chi gli poteva fare comodo, tranquillizzò il gruppetto e spiegò che era molto irritato con i giornali italiani, i quali invece di illustrare il suo pensiero da Paperoga postmarxista avevano scritto che all'interno del movimento lo stavano mettendo da parte.
In realtà, all'eterno rivoluzionario che dopo un decennio di dolce oblìo si è riciclato pirata dei Caraibi con 49 migranti ignari sulla tolda, le scarpe le hanno fatte un po' tutti. Stiamo parlando dei protagonisti della stagione Leonka, Tute Bianche, Disobbedienti e via ad elencare le variazioni sul tema della contestazione fashion anni '90. Gliele ha fatte Nicola Fratoianni, allora portaborse del capo e oggi deputato da due legislature con Sinistra italiana e Liberi e uguali. Gliele ha fatte Francesco Caruso, allora considerato un bohèmien sfaticato, che a differenza di Casarini è riuscito a entrare in Parlamento con Rifondazione comunista, a insegnare sociologia all'università di Catanzaro e a dichiararsi felicemente: «Sovversivo a tempo pieno».
Il problema di Casarini è sempre lo stesso: non è un politico, lui è Obelix. Se bisogna portare 10.000 ribelli dei centri sociali a Genova per mettere paura ai potenti del G8, lui ci prova e ci riesce. Organizza il servizio d'ordine, distribuisce le tute degli invisibili, lancia la sfida: «Violeremo la zona rossa». Ma quando è necessario raccogliere i frutti mefitici di quell'impresa con i black bloc che devastano la città, lui trascende come se fosse sempre in piazza davanti al cordone dei celerini in assetto antisommossa. Con il cadavere di Carlo Giuliani ancora caldo non trova di meglio che presentarsi a Porta a Porta esibendo un proiettile. La follia gli costa un imbarazzato isolamento anche da parte dell'ultrasinistra. Casarini è irruento e gaffeur; il video che sta girando su YouTube dice molto di lui. Quel «mettete davanti quei c... di migranti» è rivelatore della sua propensione a costruire set rivoluzionari per far fremere i cuori gauchiste.
Casarini ha 51 anni e per la metà ha campato di rivoluzione. Figlio della Venezia operaia confinata a Marghera fra gli effluvi del petrolchimico, si diploma perito elettrotecnico, si iscrive a Scienze politiche, ma si distingue di più per le botte del sabato ai neri, per le prime denunce, per l'occupazione di un rudere che viene battezzato centro sociale Pedro. «Sono un eterno studente fuoricorso, ma ho fatto l'università della strada», spiega qualche anno dopo quando avverte la necessità di colorire la biografia. Il resto è un classico da Leonka: passamontagna, 99 Posse, linguaggio da Blade Runner più che da Lev Trotzkij. Dopo esperienze da facchino e da muratore ottiene un contratto da programmista alla Rai di Milano. E coglie che la politica degli slogan, della trasgressione e della provocazione riesce ad attirare il popolo depresso di sinistra, uscito con le ossa rotte dagli Anni di piombo. Si avvicina a Fausto Bertinotti, vive un innamoramento zapatista, ottiene un contrattino di consulenza dal ministero di Livia Turco nel primo governo Prodi. È un esperto in prefazioni della vita. Fino a quando non si ritrova leader nella stagione no global. Non ha mai letto una riga dei libri di Naomi Klein ma conduce la piazza, è in testa ai Disobbedienti negli scontri con la polizia. È a capo di un esercito di casseur (banche, macchine, negozi, McDonald's) senza il gilet giallo e con 20 anni di anticipo. Anche in Francia, perché una di queste esibizioni avviene a Nizza al Consiglio d'Europa e con un risultato umiliante: i gendarmi li arrestano tutti. A Genova non va meglio, le sue manifestazioni difficilmente si concludono senza botte. Qualche scontro ce l'ha anche con i compagni, che lo accusano di aver pubblicato il suo libro (un giallo dal titolo Gabbie) con Mondadori della famiglia Berlusconi. Dettagli.
L'ultima grande esibizione della sua stagione da Che Guevara di cartapesta è a Firenze, dove a margine del Social forum organizza all'alba un assalto alla Cat, fabbrica dei caterpillar usati dagli israeliani per distruggere le case dei terroristi di Hamas. Quando annuncia l'orario, alcuni inviati dei grandi giornali e le troupe televisive protestano («Alle 6 di mattina? Sei matto, è troppo presto»). Lui fa due conti e sposta la rivoluzione contro la belva capitalista alle 10.30 per avere le telecamere accese. Dopo quell'exploit scompare dai radar con lo splendido rottweiler di nome Annibale e con una minaccia: «Ho un brevetto da sommozzatore, mi piace sparire e rispuntare a sorpresa».
Ecco chi indica la rotta sulla Mare Jonio senza un Joseph Conrad a raccontarlo. Somiglia curiosamente a Matteo Salvini - il diavolo del momento - e da qualche tempo era scomparso. Viveva da sette anni a Palermo con moglie e due figli, inseguito dalle denunce della sua prima esistenza (una di Silvio Berlusconi da 3 milioni di euro). A differenza di chi gli fece le scarpe, ha fallito l'elezione al Parlamento europeo nel 2014 con la lista Tsipras. Ha un'attività di coworking, ha celebrato il matrimonio della figlia di Toni Negri a Pantelleria («Mi hanno detto che un privato cittadino può farlo e l'ho fatto»), è segretario regionale di Sinistra italiana dopo esserlo stato di Sel, la creatura di Nichi Vendola. Troppo poco per Obelix, che ha trovato il modo di trasferire la piazza nello stretto di Sicilia. E di sicuro sta gridando ai volontari: «Mettete quei c... di migranti in primo piano a prua». Aiuta.
Giorgio Gandola
Le ong portano a Lampedusa 49 africani presi in Libia
La nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, è stata sequestrata ieri sera dopo essere entrata nel porto di Lampedusa scortata dalle motovedette della Guardia di Finanza al termine di una giornata di polemiche. La Procura di Agrigento guidata da Luigi Patronaggio - che ha disposto il sequestro probatorio della nave, battente bandiera italiana - indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I 49 extracomunitari a bordo, tra i quali 12 minori, sono stati fatti sbarcare. Oggi si svolgeranno gli interrogatori dell'equipaggio. «Sequestrata», ha commentato il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, «la nave dei centri sociali. Ottimo. Ora in Italia c'è un governo che difende i confini e fa rispettare le leggi, soprattutto ai trafficanti di uomini. Chi sbaglia paga. Questo presunto salvataggio di questa nave», ha aggiunto Salvini, «gestita dai centri sociali era organizzato da giorni». Una coincidenza il fatto che questo caso si sia verificato in concomitanza con il voto del Senato sul caso Diciotti? «Credevo a Babbo Natale», ha risposto Salvini, «fino a che avevo 8 anni».
La vicenda ha avuto toni drammatici: «Rimorchiatore Mare Jonio vi intimiamo l'alt, arrestate le macchine». «Non possiamo fermare nessuna macchina, qui siamo in pericolo di vita. Ci sono due metri di onda comandante, non fermo proprio niente». Questo il botta e risposta, ieri mattina, fra il comandante della Guardia di Finanza e quello della nave della Ong. Ora è uno degli elementi all'attenzione dell'inchiesta della Procura di Agrigento, dato che tutto si è svolto a favore di telecamerina, quella di un giornalista (guarda caso) di Repubblica, che si trova a bordo della Mare Jonio.
Il portavoce della Marina libica, l'ammiraglio Ayob Amr Ghasem, parlando con l'Ansa ha confermato che la nave Mare Jonio ha agito contro le regole. Una volta appreso del gommone in difficoltà, ha detto l'ammiraglio, una pattuglia della Marina di Tripoli ha raggiunto immediatamente la zona del naufragio, ma una volta sul luogo «ha scoperto che una Ong non aveva preso contatto con la Guardia costiera libica. Hanno preso contatto dopo l'intervento e hanno sostenuto che i migranti erano in una condizione che necessitava un salvataggio, ma ciò», ha sottolineato Ghassem, «é scorretto».
L'altro ieri sera il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, aveva firmato una direttiva che è stata inviata immediatamente ai vertici di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, Capitaneria di porto, Marina e Stato Maggiore della difesa. I vertici delle forze dell'ordine e delle forze armate sono stati invitati ad attenersi «scrupolosamente» al provvedimento, per prevenire «anche a tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica dello Stato italiano, l'ingresso illegale di immigrati sul territorio nazionale». Un testo perentorio: «Chi soccorre migranti irregolari», recita il documento, in acque che non ricadono sotto la responsabilità italiana, senza che Roma abbia coordinato l'intervento ed entra poi in acque territoriali italiane, lede il «buon ordine e la sicurezza dello Stato italiano. La condotta del comandante in questi casi», prosegue la direttiva firmata da Salvini, «risulta essere finalizzata al trasferimento sul territorio italiano di migranti irregolari soccorsi nel mar Mediterraneo».
Molti esponenti della sinistra, ieri, hanno paragonato questa vicenda al caso della nave Diciotti. In realtà tra i due episodi non c'è alcuna analogia: la Diciotti è un pattugliatore della Guardia costiera italiana, la Mare Jonio uno scafo privato. Non è un caso che dal Quirinale non sia arrivato - a differenza di quanto accadde con la Diciotti - alcun segnale di particolare interessamento alla vicenda. La maggioranza è compatta come non mai sulla linea della fermezza.
«Se un cittadino», aveva detto durante la giornata di ieri Matteo Salvini, «forza un posto di blocco stradale di polizia o carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada. Non c'era nessun pericolo di affondamento né rischio di vita per le persone a bordo, nessun mare in tempesta. Questa», aveva aggiunto Salvini, «è la nave dei centri sociali, perché a nome della nave sta parlando Luca Casarini: guardate i precedenti penali del signore che era noto per essere leader dei centri sociali del Nordest, con precedenti penali vari. A bordo ci sono altri esponenti di sinistra e ultrasinistra, che stanno a mio parere commettendo un reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina perché hanno raccolto questi migranti in acque libiche mentre stava intervento una motovedetta libica, non hanno obbedito a nessuna indicazione, hanno autonomamente deciso di dirigersi verso l'Italia per motivi evidentemente ed esclusivamente politici, non hanno osservato le indicazioni delle autorità, se ne sono fregati dell'alt della Guardia di finanza».
«Il governo», aveva affermato il vicepremier Luigi Di Maio, a Radio anch'io, «è già al lavoro in queste ore. Stiamo verificando le condizioni delle persone a bordo perché i salvataggi e le vite umane sono la nostra priorità. Questa Ong da quello che sembra, ancora una volta, non ha rispettato le regole. Non sarà un nuovo caso Diciotti». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il premier Giuseppe Conte: «Risolveremo anche questo caso. Il governo se ne sta occupando con gli uffici dei ministeri competenti. Sul tema dell'immigrazione il governo ha una chiara linea politica che può piacere o essere opinabile. Diversi indirizzi politici sono stati espressi in passato, noi non possiamo che giudicarli insoddisfacenti: il concetto di accoglienza», ha aggiunto Conte, «è diverso da quello di sbarco. Consentire sbarchi indiscriminati senza limiti non equivale a offrire accoglienza». Si è esposto anche Danilo Toninelli: «Sequestrata Mare Jonio. Abbiamo sempre garantito», ha scritto su Twitter il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, «sicurezza e assistenza umanitaria in legalità e rispetto convenzioni internazionali. Risultati enormi in pochi mesi. Grazie ancora alla guardia costiera. Le ipocrisie sui migranti si infrangono contro la concretezza del governo».
Carlo Tarallo






