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2019-03-20
Le ong sfidano il governo. Al timone c’è Casarini, gran bollito del G8
Ansa
«A me, le scarpe, non me le fa nessuno». Mentre gridava davanti ai giornalisti giunti a Firenze ad abbeverarsi al verbo no global del Social forum (anno 2002), il subcomandante Luca si tolse un mocassino e cominciò a batterlo per il tacco sul tavolo della conferenza stampa. La prima fila (inviati stranieri) si alzò di scatto, non si sa se travolta dall'olezzo del piede nudo di Luca Casarini o dallo struggimento per la citazione di Nikita Kruscev quel giorno alle Nazioni Unite. Lui, che ha sempre avuto fiuto per chi gli poteva fare comodo, tranquillizzò il gruppetto e spiegò che era molto irritato con i giornali italiani, i quali invece di illustrare il suo pensiero da Paperoga postmarxista avevano scritto che all'interno del movimento lo stavano mettendo da parte.
In realtà, all'eterno rivoluzionario che dopo un decennio di dolce oblìo si è riciclato pirata dei Caraibi con 49 migranti ignari sulla tolda, le scarpe le hanno fatte un po' tutti. Stiamo parlando dei protagonisti della stagione Leonka, Tute Bianche, Disobbedienti e via ad elencare le variazioni sul tema della contestazione fashion anni '90. Gliele ha fatte Nicola Fratoianni, allora portaborse del capo e oggi deputato da due legislature con Sinistra italiana e Liberi e uguali. Gliele ha fatte Francesco Caruso, allora considerato un bohèmien sfaticato, che a differenza di Casarini è riuscito a entrare in Parlamento con Rifondazione comunista, a insegnare sociologia all'università di Catanzaro e a dichiararsi felicemente: «Sovversivo a tempo pieno».
Il problema di Casarini è sempre lo stesso: non è un politico, lui è Obelix. Se bisogna portare 10.000 ribelli dei centri sociali a Genova per mettere paura ai potenti del G8, lui ci prova e ci riesce. Organizza il servizio d'ordine, distribuisce le tute degli invisibili, lancia la sfida: «Violeremo la zona rossa». Ma quando è necessario raccogliere i frutti mefitici di quell'impresa con i black bloc che devastano la città, lui trascende come se fosse sempre in piazza davanti al cordone dei celerini in assetto antisommossa. Con il cadavere di Carlo Giuliani ancora caldo non trova di meglio che presentarsi a Porta a Porta esibendo un proiettile. La follia gli costa un imbarazzato isolamento anche da parte dell'ultrasinistra. Casarini è irruento e gaffeur; il video che sta girando su YouTube dice molto di lui. Quel «mettete davanti quei c... di migranti» è rivelatore della sua propensione a costruire set rivoluzionari per far fremere i cuori gauchiste.
Casarini ha 51 anni e per la metà ha campato di rivoluzione. Figlio della Venezia operaia confinata a Marghera fra gli effluvi del petrolchimico, si diploma perito elettrotecnico, si iscrive a Scienze politiche, ma si distingue di più per le botte del sabato ai neri, per le prime denunce, per l'occupazione di un rudere che viene battezzato centro sociale Pedro. «Sono un eterno studente fuoricorso, ma ho fatto l'università della strada», spiega qualche anno dopo quando avverte la necessità di colorire la biografia. Il resto è un classico da Leonka: passamontagna, 99 Posse, linguaggio da Blade Runner più che da Lev Trotzkij. Dopo esperienze da facchino e da muratore ottiene un contratto da programmista alla Rai di Milano. E coglie che la politica degli slogan, della trasgressione e della provocazione riesce ad attirare il popolo depresso di sinistra, uscito con le ossa rotte dagli Anni di piombo. Si avvicina a Fausto Bertinotti, vive un innamoramento zapatista, ottiene un contrattino di consulenza dal ministero di Livia Turco nel primo governo Prodi. È un esperto in prefazioni della vita. Fino a quando non si ritrova leader nella stagione no global. Non ha mai letto una riga dei libri di Naomi Klein ma conduce la piazza, è in testa ai Disobbedienti negli scontri con la polizia. È a capo di un esercito di casseur (banche, macchine, negozi, McDonald's) senza il gilet giallo e con 20 anni di anticipo. Anche in Francia, perché una di queste esibizioni avviene a Nizza al Consiglio d'Europa e con un risultato umiliante: i gendarmi li arrestano tutti. A Genova non va meglio, le sue manifestazioni difficilmente si concludono senza botte. Qualche scontro ce l'ha anche con i compagni, che lo accusano di aver pubblicato il suo libro (un giallo dal titolo Gabbie) con Mondadori della famiglia Berlusconi. Dettagli.
L'ultima grande esibizione della sua stagione da Che Guevara di cartapesta è a Firenze, dove a margine del Social forum organizza all'alba un assalto alla Cat, fabbrica dei caterpillar usati dagli israeliani per distruggere le case dei terroristi di Hamas. Quando annuncia l'orario, alcuni inviati dei grandi giornali e le troupe televisive protestano («Alle 6 di mattina? Sei matto, è troppo presto»). Lui fa due conti e sposta la rivoluzione contro la belva capitalista alle 10.30 per avere le telecamere accese. Dopo quell'exploit scompare dai radar con lo splendido rottweiler di nome Annibale e con una minaccia: «Ho un brevetto da sommozzatore, mi piace sparire e rispuntare a sorpresa».
Ecco chi indica la rotta sulla Mare Jonio senza un Joseph Conrad a raccontarlo. Somiglia curiosamente a Matteo Salvini - il diavolo del momento - e da qualche tempo era scomparso. Viveva da sette anni a Palermo con moglie e due figli, inseguito dalle denunce della sua prima esistenza (una di Silvio Berlusconi da 3 milioni di euro). A differenza di chi gli fece le scarpe, ha fallito l'elezione al Parlamento europeo nel 2014 con la lista Tsipras. Ha un'attività di coworking, ha celebrato il matrimonio della figlia di Toni Negri a Pantelleria («Mi hanno detto che un privato cittadino può farlo e l'ho fatto»), è segretario regionale di Sinistra italiana dopo esserlo stato di Sel, la creatura di Nichi Vendola. Troppo poco per Obelix, che ha trovato il modo di trasferire la piazza nello stretto di Sicilia. E di sicuro sta gridando ai volontari: «Mettete quei c... di migranti in primo piano a prua». Aiuta.
Giorgio Gandola
Le ong portano a Lampedusa 49 africani presi in Libia
La nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, è stata sequestrata ieri sera dopo essere entrata nel porto di Lampedusa scortata dalle motovedette della Guardia di Finanza al termine di una giornata di polemiche. La Procura di Agrigento guidata da Luigi Patronaggio - che ha disposto il sequestro probatorio della nave, battente bandiera italiana - indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I 49 extracomunitari a bordo, tra i quali 12 minori, sono stati fatti sbarcare. Oggi si svolgeranno gli interrogatori dell'equipaggio. «Sequestrata», ha commentato il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, «la nave dei centri sociali. Ottimo. Ora in Italia c'è un governo che difende i confini e fa rispettare le leggi, soprattutto ai trafficanti di uomini. Chi sbaglia paga. Questo presunto salvataggio di questa nave», ha aggiunto Salvini, «gestita dai centri sociali era organizzato da giorni». Una coincidenza il fatto che questo caso si sia verificato in concomitanza con il voto del Senato sul caso Diciotti? «Credevo a Babbo Natale», ha risposto Salvini, «fino a che avevo 8 anni».
La vicenda ha avuto toni drammatici: «Rimorchiatore Mare Jonio vi intimiamo l'alt, arrestate le macchine». «Non possiamo fermare nessuna macchina, qui siamo in pericolo di vita. Ci sono due metri di onda comandante, non fermo proprio niente». Questo il botta e risposta, ieri mattina, fra il comandante della Guardia di Finanza e quello della nave della Ong. Ora è uno degli elementi all'attenzione dell'inchiesta della Procura di Agrigento, dato che tutto si è svolto a favore di telecamerina, quella di un giornalista (guarda caso) di Repubblica, che si trova a bordo della Mare Jonio.
Il portavoce della Marina libica, l'ammiraglio Ayob Amr Ghasem, parlando con l'Ansa ha confermato che la nave Mare Jonio ha agito contro le regole. Una volta appreso del gommone in difficoltà, ha detto l'ammiraglio, una pattuglia della Marina di Tripoli ha raggiunto immediatamente la zona del naufragio, ma una volta sul luogo «ha scoperto che una Ong non aveva preso contatto con la Guardia costiera libica. Hanno preso contatto dopo l'intervento e hanno sostenuto che i migranti erano in una condizione che necessitava un salvataggio, ma ciò», ha sottolineato Ghassem, «é scorretto».
L'altro ieri sera il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, aveva firmato una direttiva che è stata inviata immediatamente ai vertici di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, Capitaneria di porto, Marina e Stato Maggiore della difesa. I vertici delle forze dell'ordine e delle forze armate sono stati invitati ad attenersi «scrupolosamente» al provvedimento, per prevenire «anche a tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica dello Stato italiano, l'ingresso illegale di immigrati sul territorio nazionale». Un testo perentorio: «Chi soccorre migranti irregolari», recita il documento, in acque che non ricadono sotto la responsabilità italiana, senza che Roma abbia coordinato l'intervento ed entra poi in acque territoriali italiane, lede il «buon ordine e la sicurezza dello Stato italiano. La condotta del comandante in questi casi», prosegue la direttiva firmata da Salvini, «risulta essere finalizzata al trasferimento sul territorio italiano di migranti irregolari soccorsi nel mar Mediterraneo».
Molti esponenti della sinistra, ieri, hanno paragonato questa vicenda al caso della nave Diciotti. In realtà tra i due episodi non c'è alcuna analogia: la Diciotti è un pattugliatore della Guardia costiera italiana, la Mare Jonio uno scafo privato. Non è un caso che dal Quirinale non sia arrivato - a differenza di quanto accadde con la Diciotti - alcun segnale di particolare interessamento alla vicenda. La maggioranza è compatta come non mai sulla linea della fermezza.
«Se un cittadino», aveva detto durante la giornata di ieri Matteo Salvini, «forza un posto di blocco stradale di polizia o carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada. Non c'era nessun pericolo di affondamento né rischio di vita per le persone a bordo, nessun mare in tempesta. Questa», aveva aggiunto Salvini, «è la nave dei centri sociali, perché a nome della nave sta parlando Luca Casarini: guardate i precedenti penali del signore che era noto per essere leader dei centri sociali del Nordest, con precedenti penali vari. A bordo ci sono altri esponenti di sinistra e ultrasinistra, che stanno a mio parere commettendo un reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina perché hanno raccolto questi migranti in acque libiche mentre stava intervento una motovedetta libica, non hanno obbedito a nessuna indicazione, hanno autonomamente deciso di dirigersi verso l'Italia per motivi evidentemente ed esclusivamente politici, non hanno osservato le indicazioni delle autorità, se ne sono fregati dell'alt della Guardia di finanza».
«Il governo», aveva affermato il vicepremier Luigi Di Maio, a Radio anch'io, «è già al lavoro in queste ore. Stiamo verificando le condizioni delle persone a bordo perché i salvataggi e le vite umane sono la nostra priorità. Questa Ong da quello che sembra, ancora una volta, non ha rispettato le regole. Non sarà un nuovo caso Diciotti». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il premier Giuseppe Conte: «Risolveremo anche questo caso. Il governo se ne sta occupando con gli uffici dei ministeri competenti. Sul tema dell'immigrazione il governo ha una chiara linea politica che può piacere o essere opinabile. Diversi indirizzi politici sono stati espressi in passato, noi non possiamo che giudicarli insoddisfacenti: il concetto di accoglienza», ha aggiunto Conte, «è diverso da quello di sbarco. Consentire sbarchi indiscriminati senza limiti non equivale a offrire accoglienza». Si è esposto anche Danilo Toninelli: «Sequestrata Mare Jonio. Abbiamo sempre garantito», ha scritto su Twitter il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, «sicurezza e assistenza umanitaria in legalità e rispetto convenzioni internazionali. Risultati enormi in pochi mesi. Grazie ancora alla guardia costiera. Le ipocrisie sui migranti si infrangono contro la concretezza del governo».
Carlo Tarallo
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Il leader no global di Genova era finito nell'oblio, però ha riconosciuto negli scafi che importano extracomunitari la nuova frontiera della disobbedienza. Che a lui non porta bene: dopo una vita di rivoluzioni in favor di telecamera, è soltanto un Che Guevara di carta.La Mar Jonio sequestrata appena arrivata in porto, la Procura indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Matteo Salvini: «Difendo i confini».Lo speciale contiene due articoli. «A me, le scarpe, non me le fa nessuno». Mentre gridava davanti ai giornalisti giunti a Firenze ad abbeverarsi al verbo no global del Social forum (anno 2002), il subcomandante Luca si tolse un mocassino e cominciò a batterlo per il tacco sul tavolo della conferenza stampa. La prima fila (inviati stranieri) si alzò di scatto, non si sa se travolta dall'olezzo del piede nudo di Luca Casarini o dallo struggimento per la citazione di Nikita Kruscev quel giorno alle Nazioni Unite. Lui, che ha sempre avuto fiuto per chi gli poteva fare comodo, tranquillizzò il gruppetto e spiegò che era molto irritato con i giornali italiani, i quali invece di illustrare il suo pensiero da Paperoga postmarxista avevano scritto che all'interno del movimento lo stavano mettendo da parte. In realtà, all'eterno rivoluzionario che dopo un decennio di dolce oblìo si è riciclato pirata dei Caraibi con 49 migranti ignari sulla tolda, le scarpe le hanno fatte un po' tutti. Stiamo parlando dei protagonisti della stagione Leonka, Tute Bianche, Disobbedienti e via ad elencare le variazioni sul tema della contestazione fashion anni '90. Gliele ha fatte Nicola Fratoianni, allora portaborse del capo e oggi deputato da due legislature con Sinistra italiana e Liberi e uguali. Gliele ha fatte Francesco Caruso, allora considerato un bohèmien sfaticato, che a differenza di Casarini è riuscito a entrare in Parlamento con Rifondazione comunista, a insegnare sociologia all'università di Catanzaro e a dichiararsi felicemente: «Sovversivo a tempo pieno».Il problema di Casarini è sempre lo stesso: non è un politico, lui è Obelix. Se bisogna portare 10.000 ribelli dei centri sociali a Genova per mettere paura ai potenti del G8, lui ci prova e ci riesce. Organizza il servizio d'ordine, distribuisce le tute degli invisibili, lancia la sfida: «Violeremo la zona rossa». Ma quando è necessario raccogliere i frutti mefitici di quell'impresa con i black bloc che devastano la città, lui trascende come se fosse sempre in piazza davanti al cordone dei celerini in assetto antisommossa. Con il cadavere di Carlo Giuliani ancora caldo non trova di meglio che presentarsi a Porta a Porta esibendo un proiettile. La follia gli costa un imbarazzato isolamento anche da parte dell'ultrasinistra. Casarini è irruento e gaffeur; il video che sta girando su YouTube dice molto di lui. Quel «mettete davanti quei c... di migranti» è rivelatore della sua propensione a costruire set rivoluzionari per far fremere i cuori gauchiste. Casarini ha 51 anni e per la metà ha campato di rivoluzione. Figlio della Venezia operaia confinata a Marghera fra gli effluvi del petrolchimico, si diploma perito elettrotecnico, si iscrive a Scienze politiche, ma si distingue di più per le botte del sabato ai neri, per le prime denunce, per l'occupazione di un rudere che viene battezzato centro sociale Pedro. «Sono un eterno studente fuoricorso, ma ho fatto l'università della strada», spiega qualche anno dopo quando avverte la necessità di colorire la biografia. Il resto è un classico da Leonka: passamontagna, 99 Posse, linguaggio da Blade Runner più che da Lev Trotzkij. Dopo esperienze da facchino e da muratore ottiene un contratto da programmista alla Rai di Milano. E coglie che la politica degli slogan, della trasgressione e della provocazione riesce ad attirare il popolo depresso di sinistra, uscito con le ossa rotte dagli Anni di piombo. Si avvicina a Fausto Bertinotti, vive un innamoramento zapatista, ottiene un contrattino di consulenza dal ministero di Livia Turco nel primo governo Prodi. È un esperto in prefazioni della vita. Fino a quando non si ritrova leader nella stagione no global. Non ha mai letto una riga dei libri di Naomi Klein ma conduce la piazza, è in testa ai Disobbedienti negli scontri con la polizia. È a capo di un esercito di casseur (banche, macchine, negozi, McDonald's) senza il gilet giallo e con 20 anni di anticipo. Anche in Francia, perché una di queste esibizioni avviene a Nizza al Consiglio d'Europa e con un risultato umiliante: i gendarmi li arrestano tutti. A Genova non va meglio, le sue manifestazioni difficilmente si concludono senza botte. Qualche scontro ce l'ha anche con i compagni, che lo accusano di aver pubblicato il suo libro (un giallo dal titolo Gabbie) con Mondadori della famiglia Berlusconi. Dettagli.L'ultima grande esibizione della sua stagione da Che Guevara di cartapesta è a Firenze, dove a margine del Social forum organizza all'alba un assalto alla Cat, fabbrica dei caterpillar usati dagli israeliani per distruggere le case dei terroristi di Hamas. Quando annuncia l'orario, alcuni inviati dei grandi giornali e le troupe televisive protestano («Alle 6 di mattina? Sei matto, è troppo presto»). Lui fa due conti e sposta la rivoluzione contro la belva capitalista alle 10.30 per avere le telecamere accese. Dopo quell'exploit scompare dai radar con lo splendido rottweiler di nome Annibale e con una minaccia: «Ho un brevetto da sommozzatore, mi piace sparire e rispuntare a sorpresa». Ecco chi indica la rotta sulla Mare Jonio senza un Joseph Conrad a raccontarlo. Somiglia curiosamente a Matteo Salvini - il diavolo del momento - e da qualche tempo era scomparso. Viveva da sette anni a Palermo con moglie e due figli, inseguito dalle denunce della sua prima esistenza (una di Silvio Berlusconi da 3 milioni di euro). A differenza di chi gli fece le scarpe, ha fallito l'elezione al Parlamento europeo nel 2014 con la lista Tsipras. Ha un'attività di coworking, ha celebrato il matrimonio della figlia di Toni Negri a Pantelleria («Mi hanno detto che un privato cittadino può farlo e l'ho fatto»), è segretario regionale di Sinistra italiana dopo esserlo stato di Sel, la creatura di Nichi Vendola. Troppo poco per Obelix, che ha trovato il modo di trasferire la piazza nello stretto di Sicilia. E di sicuro sta gridando ai volontari: «Mettete quei c... di migranti in primo piano a prua». Aiuta.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/al-timone-ce-casarini-gran-bollito-del-g8-2632152435.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-ong-portano-a-lampedusa-49-africani-presi-in-libia" data-post-id="2632152435" data-published-at="1777574292" data-use-pagination="False"> Le ong portano a Lampedusa 49 africani presi in Libia La nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, è stata sequestrata ieri sera dopo essere entrata nel porto di Lampedusa scortata dalle motovedette della Guardia di Finanza al termine di una giornata di polemiche. La Procura di Agrigento guidata da Luigi Patronaggio - che ha disposto il sequestro probatorio della nave, battente bandiera italiana - indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I 49 extracomunitari a bordo, tra i quali 12 minori, sono stati fatti sbarcare. Oggi si svolgeranno gli interrogatori dell'equipaggio. «Sequestrata», ha commentato il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, «la nave dei centri sociali. Ottimo. Ora in Italia c'è un governo che difende i confini e fa rispettare le leggi, soprattutto ai trafficanti di uomini. Chi sbaglia paga. Questo presunto salvataggio di questa nave», ha aggiunto Salvini, «gestita dai centri sociali era organizzato da giorni». Una coincidenza il fatto che questo caso si sia verificato in concomitanza con il voto del Senato sul caso Diciotti? «Credevo a Babbo Natale», ha risposto Salvini, «fino a che avevo 8 anni». La vicenda ha avuto toni drammatici: «Rimorchiatore Mare Jonio vi intimiamo l'alt, arrestate le macchine». «Non possiamo fermare nessuna macchina, qui siamo in pericolo di vita. Ci sono due metri di onda comandante, non fermo proprio niente». Questo il botta e risposta, ieri mattina, fra il comandante della Guardia di Finanza e quello della nave della Ong. Ora è uno degli elementi all'attenzione dell'inchiesta della Procura di Agrigento, dato che tutto si è svolto a favore di telecamerina, quella di un giornalista (guarda caso) di Repubblica, che si trova a bordo della Mare Jonio. Il portavoce della Marina libica, l'ammiraglio Ayob Amr Ghasem, parlando con l'Ansa ha confermato che la nave Mare Jonio ha agito contro le regole. Una volta appreso del gommone in difficoltà, ha detto l'ammiraglio, una pattuglia della Marina di Tripoli ha raggiunto immediatamente la zona del naufragio, ma una volta sul luogo «ha scoperto che una Ong non aveva preso contatto con la Guardia costiera libica. Hanno preso contatto dopo l'intervento e hanno sostenuto che i migranti erano in una condizione che necessitava un salvataggio, ma ciò», ha sottolineato Ghassem, «é scorretto». L'altro ieri sera il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, aveva firmato una direttiva che è stata inviata immediatamente ai vertici di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, Capitaneria di porto, Marina e Stato Maggiore della difesa. I vertici delle forze dell'ordine e delle forze armate sono stati invitati ad attenersi «scrupolosamente» al provvedimento, per prevenire «anche a tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica dello Stato italiano, l'ingresso illegale di immigrati sul territorio nazionale». Un testo perentorio: «Chi soccorre migranti irregolari», recita il documento, in acque che non ricadono sotto la responsabilità italiana, senza che Roma abbia coordinato l'intervento ed entra poi in acque territoriali italiane, lede il «buon ordine e la sicurezza dello Stato italiano. La condotta del comandante in questi casi», prosegue la direttiva firmata da Salvini, «risulta essere finalizzata al trasferimento sul territorio italiano di migranti irregolari soccorsi nel mar Mediterraneo». Molti esponenti della sinistra, ieri, hanno paragonato questa vicenda al caso della nave Diciotti. In realtà tra i due episodi non c'è alcuna analogia: la Diciotti è un pattugliatore della Guardia costiera italiana, la Mare Jonio uno scafo privato. Non è un caso che dal Quirinale non sia arrivato - a differenza di quanto accadde con la Diciotti - alcun segnale di particolare interessamento alla vicenda. La maggioranza è compatta come non mai sulla linea della fermezza. «Se un cittadino», aveva detto durante la giornata di ieri Matteo Salvini, «forza un posto di blocco stradale di polizia o carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada. Non c'era nessun pericolo di affondamento né rischio di vita per le persone a bordo, nessun mare in tempesta. Questa», aveva aggiunto Salvini, «è la nave dei centri sociali, perché a nome della nave sta parlando Luca Casarini: guardate i precedenti penali del signore che era noto per essere leader dei centri sociali del Nordest, con precedenti penali vari. A bordo ci sono altri esponenti di sinistra e ultrasinistra, che stanno a mio parere commettendo un reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina perché hanno raccolto questi migranti in acque libiche mentre stava intervento una motovedetta libica, non hanno obbedito a nessuna indicazione, hanno autonomamente deciso di dirigersi verso l'Italia per motivi evidentemente ed esclusivamente politici, non hanno osservato le indicazioni delle autorità, se ne sono fregati dell'alt della Guardia di finanza». «Il governo», aveva affermato il vicepremier Luigi Di Maio, a Radio anch'io, «è già al lavoro in queste ore. Stiamo verificando le condizioni delle persone a bordo perché i salvataggi e le vite umane sono la nostra priorità. Questa Ong da quello che sembra, ancora una volta, non ha rispettato le regole. Non sarà un nuovo caso Diciotti». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il premier Giuseppe Conte: «Risolveremo anche questo caso. Il governo se ne sta occupando con gli uffici dei ministeri competenti. Sul tema dell'immigrazione il governo ha una chiara linea politica che può piacere o essere opinabile. Diversi indirizzi politici sono stati espressi in passato, noi non possiamo che giudicarli insoddisfacenti: il concetto di accoglienza», ha aggiunto Conte, «è diverso da quello di sbarco. Consentire sbarchi indiscriminati senza limiti non equivale a offrire accoglienza». Si è esposto anche Danilo Toninelli: «Sequestrata Mare Jonio. Abbiamo sempre garantito», ha scritto su Twitter il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, «sicurezza e assistenza umanitaria in legalità e rispetto convenzioni internazionali. Risultati enormi in pochi mesi. Grazie ancora alla guardia costiera. Le ipocrisie sui migranti si infrangono contro la concretezza del governo». Carlo Tarallo
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.