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2019-03-20
Le ong sfidano il governo. Al timone c’è Casarini, gran bollito del G8
Ansa
«A me, le scarpe, non me le fa nessuno». Mentre gridava davanti ai giornalisti giunti a Firenze ad abbeverarsi al verbo no global del Social forum (anno 2002), il subcomandante Luca si tolse un mocassino e cominciò a batterlo per il tacco sul tavolo della conferenza stampa. La prima fila (inviati stranieri) si alzò di scatto, non si sa se travolta dall'olezzo del piede nudo di Luca Casarini o dallo struggimento per la citazione di Nikita Kruscev quel giorno alle Nazioni Unite. Lui, che ha sempre avuto fiuto per chi gli poteva fare comodo, tranquillizzò il gruppetto e spiegò che era molto irritato con i giornali italiani, i quali invece di illustrare il suo pensiero da Paperoga postmarxista avevano scritto che all'interno del movimento lo stavano mettendo da parte.
In realtà, all'eterno rivoluzionario che dopo un decennio di dolce oblìo si è riciclato pirata dei Caraibi con 49 migranti ignari sulla tolda, le scarpe le hanno fatte un po' tutti. Stiamo parlando dei protagonisti della stagione Leonka, Tute Bianche, Disobbedienti e via ad elencare le variazioni sul tema della contestazione fashion anni '90. Gliele ha fatte Nicola Fratoianni, allora portaborse del capo e oggi deputato da due legislature con Sinistra italiana e Liberi e uguali. Gliele ha fatte Francesco Caruso, allora considerato un bohèmien sfaticato, che a differenza di Casarini è riuscito a entrare in Parlamento con Rifondazione comunista, a insegnare sociologia all'università di Catanzaro e a dichiararsi felicemente: «Sovversivo a tempo pieno».
Il problema di Casarini è sempre lo stesso: non è un politico, lui è Obelix. Se bisogna portare 10.000 ribelli dei centri sociali a Genova per mettere paura ai potenti del G8, lui ci prova e ci riesce. Organizza il servizio d'ordine, distribuisce le tute degli invisibili, lancia la sfida: «Violeremo la zona rossa». Ma quando è necessario raccogliere i frutti mefitici di quell'impresa con i black bloc che devastano la città, lui trascende come se fosse sempre in piazza davanti al cordone dei celerini in assetto antisommossa. Con il cadavere di Carlo Giuliani ancora caldo non trova di meglio che presentarsi a Porta a Porta esibendo un proiettile. La follia gli costa un imbarazzato isolamento anche da parte dell'ultrasinistra. Casarini è irruento e gaffeur; il video che sta girando su YouTube dice molto di lui. Quel «mettete davanti quei c... di migranti» è rivelatore della sua propensione a costruire set rivoluzionari per far fremere i cuori gauchiste.
Casarini ha 51 anni e per la metà ha campato di rivoluzione. Figlio della Venezia operaia confinata a Marghera fra gli effluvi del petrolchimico, si diploma perito elettrotecnico, si iscrive a Scienze politiche, ma si distingue di più per le botte del sabato ai neri, per le prime denunce, per l'occupazione di un rudere che viene battezzato centro sociale Pedro. «Sono un eterno studente fuoricorso, ma ho fatto l'università della strada», spiega qualche anno dopo quando avverte la necessità di colorire la biografia. Il resto è un classico da Leonka: passamontagna, 99 Posse, linguaggio da Blade Runner più che da Lev Trotzkij. Dopo esperienze da facchino e da muratore ottiene un contratto da programmista alla Rai di Milano. E coglie che la politica degli slogan, della trasgressione e della provocazione riesce ad attirare il popolo depresso di sinistra, uscito con le ossa rotte dagli Anni di piombo. Si avvicina a Fausto Bertinotti, vive un innamoramento zapatista, ottiene un contrattino di consulenza dal ministero di Livia Turco nel primo governo Prodi. È un esperto in prefazioni della vita. Fino a quando non si ritrova leader nella stagione no global. Non ha mai letto una riga dei libri di Naomi Klein ma conduce la piazza, è in testa ai Disobbedienti negli scontri con la polizia. È a capo di un esercito di casseur (banche, macchine, negozi, McDonald's) senza il gilet giallo e con 20 anni di anticipo. Anche in Francia, perché una di queste esibizioni avviene a Nizza al Consiglio d'Europa e con un risultato umiliante: i gendarmi li arrestano tutti. A Genova non va meglio, le sue manifestazioni difficilmente si concludono senza botte. Qualche scontro ce l'ha anche con i compagni, che lo accusano di aver pubblicato il suo libro (un giallo dal titolo Gabbie) con Mondadori della famiglia Berlusconi. Dettagli.
L'ultima grande esibizione della sua stagione da Che Guevara di cartapesta è a Firenze, dove a margine del Social forum organizza all'alba un assalto alla Cat, fabbrica dei caterpillar usati dagli israeliani per distruggere le case dei terroristi di Hamas. Quando annuncia l'orario, alcuni inviati dei grandi giornali e le troupe televisive protestano («Alle 6 di mattina? Sei matto, è troppo presto»). Lui fa due conti e sposta la rivoluzione contro la belva capitalista alle 10.30 per avere le telecamere accese. Dopo quell'exploit scompare dai radar con lo splendido rottweiler di nome Annibale e con una minaccia: «Ho un brevetto da sommozzatore, mi piace sparire e rispuntare a sorpresa».
Ecco chi indica la rotta sulla Mare Jonio senza un Joseph Conrad a raccontarlo. Somiglia curiosamente a Matteo Salvini - il diavolo del momento - e da qualche tempo era scomparso. Viveva da sette anni a Palermo con moglie e due figli, inseguito dalle denunce della sua prima esistenza (una di Silvio Berlusconi da 3 milioni di euro). A differenza di chi gli fece le scarpe, ha fallito l'elezione al Parlamento europeo nel 2014 con la lista Tsipras. Ha un'attività di coworking, ha celebrato il matrimonio della figlia di Toni Negri a Pantelleria («Mi hanno detto che un privato cittadino può farlo e l'ho fatto»), è segretario regionale di Sinistra italiana dopo esserlo stato di Sel, la creatura di Nichi Vendola. Troppo poco per Obelix, che ha trovato il modo di trasferire la piazza nello stretto di Sicilia. E di sicuro sta gridando ai volontari: «Mettete quei c... di migranti in primo piano a prua». Aiuta.
Giorgio Gandola
Le ong portano a Lampedusa 49 africani presi in Libia
La nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, è stata sequestrata ieri sera dopo essere entrata nel porto di Lampedusa scortata dalle motovedette della Guardia di Finanza al termine di una giornata di polemiche. La Procura di Agrigento guidata da Luigi Patronaggio - che ha disposto il sequestro probatorio della nave, battente bandiera italiana - indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I 49 extracomunitari a bordo, tra i quali 12 minori, sono stati fatti sbarcare. Oggi si svolgeranno gli interrogatori dell'equipaggio. «Sequestrata», ha commentato il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, «la nave dei centri sociali. Ottimo. Ora in Italia c'è un governo che difende i confini e fa rispettare le leggi, soprattutto ai trafficanti di uomini. Chi sbaglia paga. Questo presunto salvataggio di questa nave», ha aggiunto Salvini, «gestita dai centri sociali era organizzato da giorni». Una coincidenza il fatto che questo caso si sia verificato in concomitanza con il voto del Senato sul caso Diciotti? «Credevo a Babbo Natale», ha risposto Salvini, «fino a che avevo 8 anni».
La vicenda ha avuto toni drammatici: «Rimorchiatore Mare Jonio vi intimiamo l'alt, arrestate le macchine». «Non possiamo fermare nessuna macchina, qui siamo in pericolo di vita. Ci sono due metri di onda comandante, non fermo proprio niente». Questo il botta e risposta, ieri mattina, fra il comandante della Guardia di Finanza e quello della nave della Ong. Ora è uno degli elementi all'attenzione dell'inchiesta della Procura di Agrigento, dato che tutto si è svolto a favore di telecamerina, quella di un giornalista (guarda caso) di Repubblica, che si trova a bordo della Mare Jonio.
Il portavoce della Marina libica, l'ammiraglio Ayob Amr Ghasem, parlando con l'Ansa ha confermato che la nave Mare Jonio ha agito contro le regole. Una volta appreso del gommone in difficoltà, ha detto l'ammiraglio, una pattuglia della Marina di Tripoli ha raggiunto immediatamente la zona del naufragio, ma una volta sul luogo «ha scoperto che una Ong non aveva preso contatto con la Guardia costiera libica. Hanno preso contatto dopo l'intervento e hanno sostenuto che i migranti erano in una condizione che necessitava un salvataggio, ma ciò», ha sottolineato Ghassem, «é scorretto».
L'altro ieri sera il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, aveva firmato una direttiva che è stata inviata immediatamente ai vertici di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, Capitaneria di porto, Marina e Stato Maggiore della difesa. I vertici delle forze dell'ordine e delle forze armate sono stati invitati ad attenersi «scrupolosamente» al provvedimento, per prevenire «anche a tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica dello Stato italiano, l'ingresso illegale di immigrati sul territorio nazionale». Un testo perentorio: «Chi soccorre migranti irregolari», recita il documento, in acque che non ricadono sotto la responsabilità italiana, senza che Roma abbia coordinato l'intervento ed entra poi in acque territoriali italiane, lede il «buon ordine e la sicurezza dello Stato italiano. La condotta del comandante in questi casi», prosegue la direttiva firmata da Salvini, «risulta essere finalizzata al trasferimento sul territorio italiano di migranti irregolari soccorsi nel mar Mediterraneo».
Molti esponenti della sinistra, ieri, hanno paragonato questa vicenda al caso della nave Diciotti. In realtà tra i due episodi non c'è alcuna analogia: la Diciotti è un pattugliatore della Guardia costiera italiana, la Mare Jonio uno scafo privato. Non è un caso che dal Quirinale non sia arrivato - a differenza di quanto accadde con la Diciotti - alcun segnale di particolare interessamento alla vicenda. La maggioranza è compatta come non mai sulla linea della fermezza.
«Se un cittadino», aveva detto durante la giornata di ieri Matteo Salvini, «forza un posto di blocco stradale di polizia o carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada. Non c'era nessun pericolo di affondamento né rischio di vita per le persone a bordo, nessun mare in tempesta. Questa», aveva aggiunto Salvini, «è la nave dei centri sociali, perché a nome della nave sta parlando Luca Casarini: guardate i precedenti penali del signore che era noto per essere leader dei centri sociali del Nordest, con precedenti penali vari. A bordo ci sono altri esponenti di sinistra e ultrasinistra, che stanno a mio parere commettendo un reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina perché hanno raccolto questi migranti in acque libiche mentre stava intervento una motovedetta libica, non hanno obbedito a nessuna indicazione, hanno autonomamente deciso di dirigersi verso l'Italia per motivi evidentemente ed esclusivamente politici, non hanno osservato le indicazioni delle autorità, se ne sono fregati dell'alt della Guardia di finanza».
«Il governo», aveva affermato il vicepremier Luigi Di Maio, a Radio anch'io, «è già al lavoro in queste ore. Stiamo verificando le condizioni delle persone a bordo perché i salvataggi e le vite umane sono la nostra priorità. Questa Ong da quello che sembra, ancora una volta, non ha rispettato le regole. Non sarà un nuovo caso Diciotti». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il premier Giuseppe Conte: «Risolveremo anche questo caso. Il governo se ne sta occupando con gli uffici dei ministeri competenti. Sul tema dell'immigrazione il governo ha una chiara linea politica che può piacere o essere opinabile. Diversi indirizzi politici sono stati espressi in passato, noi non possiamo che giudicarli insoddisfacenti: il concetto di accoglienza», ha aggiunto Conte, «è diverso da quello di sbarco. Consentire sbarchi indiscriminati senza limiti non equivale a offrire accoglienza». Si è esposto anche Danilo Toninelli: «Sequestrata Mare Jonio. Abbiamo sempre garantito», ha scritto su Twitter il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, «sicurezza e assistenza umanitaria in legalità e rispetto convenzioni internazionali. Risultati enormi in pochi mesi. Grazie ancora alla guardia costiera. Le ipocrisie sui migranti si infrangono contro la concretezza del governo».
Carlo Tarallo
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Il leader no global di Genova era finito nell'oblio, però ha riconosciuto negli scafi che importano extracomunitari la nuova frontiera della disobbedienza. Che a lui non porta bene: dopo una vita di rivoluzioni in favor di telecamera, è soltanto un Che Guevara di carta.La Mar Jonio sequestrata appena arrivata in porto, la Procura indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Matteo Salvini: «Difendo i confini».Lo speciale contiene due articoli. «A me, le scarpe, non me le fa nessuno». Mentre gridava davanti ai giornalisti giunti a Firenze ad abbeverarsi al verbo no global del Social forum (anno 2002), il subcomandante Luca si tolse un mocassino e cominciò a batterlo per il tacco sul tavolo della conferenza stampa. La prima fila (inviati stranieri) si alzò di scatto, non si sa se travolta dall'olezzo del piede nudo di Luca Casarini o dallo struggimento per la citazione di Nikita Kruscev quel giorno alle Nazioni Unite. Lui, che ha sempre avuto fiuto per chi gli poteva fare comodo, tranquillizzò il gruppetto e spiegò che era molto irritato con i giornali italiani, i quali invece di illustrare il suo pensiero da Paperoga postmarxista avevano scritto che all'interno del movimento lo stavano mettendo da parte. In realtà, all'eterno rivoluzionario che dopo un decennio di dolce oblìo si è riciclato pirata dei Caraibi con 49 migranti ignari sulla tolda, le scarpe le hanno fatte un po' tutti. Stiamo parlando dei protagonisti della stagione Leonka, Tute Bianche, Disobbedienti e via ad elencare le variazioni sul tema della contestazione fashion anni '90. Gliele ha fatte Nicola Fratoianni, allora portaborse del capo e oggi deputato da due legislature con Sinistra italiana e Liberi e uguali. Gliele ha fatte Francesco Caruso, allora considerato un bohèmien sfaticato, che a differenza di Casarini è riuscito a entrare in Parlamento con Rifondazione comunista, a insegnare sociologia all'università di Catanzaro e a dichiararsi felicemente: «Sovversivo a tempo pieno».Il problema di Casarini è sempre lo stesso: non è un politico, lui è Obelix. Se bisogna portare 10.000 ribelli dei centri sociali a Genova per mettere paura ai potenti del G8, lui ci prova e ci riesce. Organizza il servizio d'ordine, distribuisce le tute degli invisibili, lancia la sfida: «Violeremo la zona rossa». Ma quando è necessario raccogliere i frutti mefitici di quell'impresa con i black bloc che devastano la città, lui trascende come se fosse sempre in piazza davanti al cordone dei celerini in assetto antisommossa. Con il cadavere di Carlo Giuliani ancora caldo non trova di meglio che presentarsi a Porta a Porta esibendo un proiettile. La follia gli costa un imbarazzato isolamento anche da parte dell'ultrasinistra. Casarini è irruento e gaffeur; il video che sta girando su YouTube dice molto di lui. Quel «mettete davanti quei c... di migranti» è rivelatore della sua propensione a costruire set rivoluzionari per far fremere i cuori gauchiste. Casarini ha 51 anni e per la metà ha campato di rivoluzione. Figlio della Venezia operaia confinata a Marghera fra gli effluvi del petrolchimico, si diploma perito elettrotecnico, si iscrive a Scienze politiche, ma si distingue di più per le botte del sabato ai neri, per le prime denunce, per l'occupazione di un rudere che viene battezzato centro sociale Pedro. «Sono un eterno studente fuoricorso, ma ho fatto l'università della strada», spiega qualche anno dopo quando avverte la necessità di colorire la biografia. Il resto è un classico da Leonka: passamontagna, 99 Posse, linguaggio da Blade Runner più che da Lev Trotzkij. Dopo esperienze da facchino e da muratore ottiene un contratto da programmista alla Rai di Milano. E coglie che la politica degli slogan, della trasgressione e della provocazione riesce ad attirare il popolo depresso di sinistra, uscito con le ossa rotte dagli Anni di piombo. Si avvicina a Fausto Bertinotti, vive un innamoramento zapatista, ottiene un contrattino di consulenza dal ministero di Livia Turco nel primo governo Prodi. È un esperto in prefazioni della vita. Fino a quando non si ritrova leader nella stagione no global. Non ha mai letto una riga dei libri di Naomi Klein ma conduce la piazza, è in testa ai Disobbedienti negli scontri con la polizia. È a capo di un esercito di casseur (banche, macchine, negozi, McDonald's) senza il gilet giallo e con 20 anni di anticipo. Anche in Francia, perché una di queste esibizioni avviene a Nizza al Consiglio d'Europa e con un risultato umiliante: i gendarmi li arrestano tutti. A Genova non va meglio, le sue manifestazioni difficilmente si concludono senza botte. Qualche scontro ce l'ha anche con i compagni, che lo accusano di aver pubblicato il suo libro (un giallo dal titolo Gabbie) con Mondadori della famiglia Berlusconi. Dettagli.L'ultima grande esibizione della sua stagione da Che Guevara di cartapesta è a Firenze, dove a margine del Social forum organizza all'alba un assalto alla Cat, fabbrica dei caterpillar usati dagli israeliani per distruggere le case dei terroristi di Hamas. Quando annuncia l'orario, alcuni inviati dei grandi giornali e le troupe televisive protestano («Alle 6 di mattina? Sei matto, è troppo presto»). Lui fa due conti e sposta la rivoluzione contro la belva capitalista alle 10.30 per avere le telecamere accese. Dopo quell'exploit scompare dai radar con lo splendido rottweiler di nome Annibale e con una minaccia: «Ho un brevetto da sommozzatore, mi piace sparire e rispuntare a sorpresa». Ecco chi indica la rotta sulla Mare Jonio senza un Joseph Conrad a raccontarlo. Somiglia curiosamente a Matteo Salvini - il diavolo del momento - e da qualche tempo era scomparso. Viveva da sette anni a Palermo con moglie e due figli, inseguito dalle denunce della sua prima esistenza (una di Silvio Berlusconi da 3 milioni di euro). A differenza di chi gli fece le scarpe, ha fallito l'elezione al Parlamento europeo nel 2014 con la lista Tsipras. Ha un'attività di coworking, ha celebrato il matrimonio della figlia di Toni Negri a Pantelleria («Mi hanno detto che un privato cittadino può farlo e l'ho fatto»), è segretario regionale di Sinistra italiana dopo esserlo stato di Sel, la creatura di Nichi Vendola. Troppo poco per Obelix, che ha trovato il modo di trasferire la piazza nello stretto di Sicilia. E di sicuro sta gridando ai volontari: «Mettete quei c... di migranti in primo piano a prua». Aiuta.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/al-timone-ce-casarini-gran-bollito-del-g8-2632152435.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-ong-portano-a-lampedusa-49-africani-presi-in-libia" data-post-id="2632152435" data-published-at="1773428252" data-use-pagination="False"> Le ong portano a Lampedusa 49 africani presi in Libia La nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, è stata sequestrata ieri sera dopo essere entrata nel porto di Lampedusa scortata dalle motovedette della Guardia di Finanza al termine di una giornata di polemiche. La Procura di Agrigento guidata da Luigi Patronaggio - che ha disposto il sequestro probatorio della nave, battente bandiera italiana - indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I 49 extracomunitari a bordo, tra i quali 12 minori, sono stati fatti sbarcare. Oggi si svolgeranno gli interrogatori dell'equipaggio. «Sequestrata», ha commentato il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, «la nave dei centri sociali. Ottimo. Ora in Italia c'è un governo che difende i confini e fa rispettare le leggi, soprattutto ai trafficanti di uomini. Chi sbaglia paga. Questo presunto salvataggio di questa nave», ha aggiunto Salvini, «gestita dai centri sociali era organizzato da giorni». Una coincidenza il fatto che questo caso si sia verificato in concomitanza con il voto del Senato sul caso Diciotti? «Credevo a Babbo Natale», ha risposto Salvini, «fino a che avevo 8 anni». La vicenda ha avuto toni drammatici: «Rimorchiatore Mare Jonio vi intimiamo l'alt, arrestate le macchine». «Non possiamo fermare nessuna macchina, qui siamo in pericolo di vita. Ci sono due metri di onda comandante, non fermo proprio niente». Questo il botta e risposta, ieri mattina, fra il comandante della Guardia di Finanza e quello della nave della Ong. Ora è uno degli elementi all'attenzione dell'inchiesta della Procura di Agrigento, dato che tutto si è svolto a favore di telecamerina, quella di un giornalista (guarda caso) di Repubblica, che si trova a bordo della Mare Jonio. Il portavoce della Marina libica, l'ammiraglio Ayob Amr Ghasem, parlando con l'Ansa ha confermato che la nave Mare Jonio ha agito contro le regole. Una volta appreso del gommone in difficoltà, ha detto l'ammiraglio, una pattuglia della Marina di Tripoli ha raggiunto immediatamente la zona del naufragio, ma una volta sul luogo «ha scoperto che una Ong non aveva preso contatto con la Guardia costiera libica. Hanno preso contatto dopo l'intervento e hanno sostenuto che i migranti erano in una condizione che necessitava un salvataggio, ma ciò», ha sottolineato Ghassem, «é scorretto». L'altro ieri sera il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, aveva firmato una direttiva che è stata inviata immediatamente ai vertici di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, Capitaneria di porto, Marina e Stato Maggiore della difesa. I vertici delle forze dell'ordine e delle forze armate sono stati invitati ad attenersi «scrupolosamente» al provvedimento, per prevenire «anche a tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica dello Stato italiano, l'ingresso illegale di immigrati sul territorio nazionale». Un testo perentorio: «Chi soccorre migranti irregolari», recita il documento, in acque che non ricadono sotto la responsabilità italiana, senza che Roma abbia coordinato l'intervento ed entra poi in acque territoriali italiane, lede il «buon ordine e la sicurezza dello Stato italiano. La condotta del comandante in questi casi», prosegue la direttiva firmata da Salvini, «risulta essere finalizzata al trasferimento sul territorio italiano di migranti irregolari soccorsi nel mar Mediterraneo». Molti esponenti della sinistra, ieri, hanno paragonato questa vicenda al caso della nave Diciotti. In realtà tra i due episodi non c'è alcuna analogia: la Diciotti è un pattugliatore della Guardia costiera italiana, la Mare Jonio uno scafo privato. Non è un caso che dal Quirinale non sia arrivato - a differenza di quanto accadde con la Diciotti - alcun segnale di particolare interessamento alla vicenda. La maggioranza è compatta come non mai sulla linea della fermezza. «Se un cittadino», aveva detto durante la giornata di ieri Matteo Salvini, «forza un posto di blocco stradale di polizia o carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada. Non c'era nessun pericolo di affondamento né rischio di vita per le persone a bordo, nessun mare in tempesta. Questa», aveva aggiunto Salvini, «è la nave dei centri sociali, perché a nome della nave sta parlando Luca Casarini: guardate i precedenti penali del signore che era noto per essere leader dei centri sociali del Nordest, con precedenti penali vari. A bordo ci sono altri esponenti di sinistra e ultrasinistra, che stanno a mio parere commettendo un reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina perché hanno raccolto questi migranti in acque libiche mentre stava intervento una motovedetta libica, non hanno obbedito a nessuna indicazione, hanno autonomamente deciso di dirigersi verso l'Italia per motivi evidentemente ed esclusivamente politici, non hanno osservato le indicazioni delle autorità, se ne sono fregati dell'alt della Guardia di finanza». «Il governo», aveva affermato il vicepremier Luigi Di Maio, a Radio anch'io, «è già al lavoro in queste ore. Stiamo verificando le condizioni delle persone a bordo perché i salvataggi e le vite umane sono la nostra priorità. Questa Ong da quello che sembra, ancora una volta, non ha rispettato le regole. Non sarà un nuovo caso Diciotti». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il premier Giuseppe Conte: «Risolveremo anche questo caso. Il governo se ne sta occupando con gli uffici dei ministeri competenti. Sul tema dell'immigrazione il governo ha una chiara linea politica che può piacere o essere opinabile. Diversi indirizzi politici sono stati espressi in passato, noi non possiamo che giudicarli insoddisfacenti: il concetto di accoglienza», ha aggiunto Conte, «è diverso da quello di sbarco. Consentire sbarchi indiscriminati senza limiti non equivale a offrire accoglienza». Si è esposto anche Danilo Toninelli: «Sequestrata Mare Jonio. Abbiamo sempre garantito», ha scritto su Twitter il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, «sicurezza e assistenza umanitaria in legalità e rispetto convenzioni internazionali. Risultati enormi in pochi mesi. Grazie ancora alla guardia costiera. Le ipocrisie sui migranti si infrangono contro la concretezza del governo». Carlo Tarallo
«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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Il rischio da qui al 2035, dice il report, è di avere città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e un maggior degrado del tessuto urbano. Il fenomeno è il risultato di una tempesta perfetta di fattori economici e sociali. In primo luogo, il cambiamento profondo nei modelli di acquisto: tra il 2015 e il 2025, mentre le vendite totali al dettaglio sono cresciute del 14,4%, quelle delle piccole superfici sono rimaste al palo (0,0%). Al contrario, il commercio online è quasi triplicato (+187%), passando da un valore di 31,4 miliardi nel 2019 ai 62,3 miliardi previsti per il 2025. Oggi l’e-commerce incide per l’11,3% sui consumi di beni e per il 18,4% sui servizi. Ha grande impatto sulle chiusure dei negozi la «turistificazione» dei centri storici. Gli affitti brevi e i B&B sono aumentati del 184,4%. Questo boom è particolarmente evidente nelle località del Mezzogiorno, dove i B&B sono quasi quadruplicati. Se da un lato questo alimenta l’indotto turistico, dall’altro sottrae spazi alla residenzialità e ai servizi di prossimità, modificando l’identità dei quartieri. Questa mutazione si esprime anche con una modifica del tessuto imprenditoriale: calano le imprese a titolarità italiana (-290.000) e aumentano quelle straniere (+134.000), che svolgono una funzione di «supplenza» commerciale, pur rimanendo spesso piccole e frammentate. Si nota inoltre un processo di professionalizzazione: crescono le società di capitale (passate dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) mentre diminuiscono tutte le altre forme (ditte individuali, società di persone, cooperative, consorzi), segno che chi resta sul mercato cerca una struttura organizzativa più solida per resistere alla crisi. In molti casi la crescita degli alloggi turistici avviene a scapito delle strutture alberghiere tradizionali, mentre parte dei bar si riclassifica nella ristorazione.
Il fenomeno non colpisce l’Italia in modo uniforme. Il Nord è più sofferente, con perdite di negozi che in città come Belluno, Vercelli, Trieste e Alessandria superano il 33%. Al contrario, il Sud mostra una maggiore resilienza, sebbene fortemente dipendente dalla spinta turistica. Tra le città che hanno perso più imprese spiccano Agrigento (-37,5%) e Ancona (-35,9%).
Il bilancio sullo stato di salute delle varie categorie merceologiche è impietoso. In forte calo le edicole (-51,9%), l’abbigliamento e le calzature (-36,9%), i mobili e ferramenta (-35,9%) e i libri e giocattoli (-32,6%). In crescita invece ristorazione (+35%), rosticcerie e pasticcerie (+14,4%), farmacie e negozi di tecnologia. Il comparto alloggio e ristorazione è l’unico con segno positivo (+19.000 imprese totali).
Confcommercio azzarda una stima al 2035 che è a tinte fosche: città meno illuminate, aumento del degrado urbano, quartieri che diventano «dormitori» e crescenti difficoltà per la popolazione anziana, che perderebbe i punti di riferimento per la spesa quotidiana.
Per contrastare questo scenario, l’associazione del commercio, attraverso il progetto Cities, sottolinea l’urgenza di provvedimenti di rigenerazione urbana. Non si tratta solo di sostenere il commercio, ma di ripensare l’equilibrio tra residenti, turisti e servizi. È necessario passare da una crescita disordinata a una pianificazione che valorizzi i negozi di vicinato come presidi di sicurezza, socialità e vivibilità delle città italiane.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 marzo 2026. Il capogruppo della Lega in Campidoglio Fabrizio Santori spiega lo scandalo dell'acquisto di immobili da parte del Comune di Roma.
Il petrolio è arrivato a 100 dollari ma prima o dopo si troverà una soluzione al blocco di Hormuz. Preoccupa di più la fuga degli investitori dai fondi di private credit americani. Grandi nomi in ballo e centinaia di miliardi che ballano. Uno scricchiolio a Wall Street vale 10 crisi del petrolio.