True
2019-03-20
Le ong sfidano il governo. Al timone c’è Casarini, gran bollito del G8
Ansa
«A me, le scarpe, non me le fa nessuno». Mentre gridava davanti ai giornalisti giunti a Firenze ad abbeverarsi al verbo no global del Social forum (anno 2002), il subcomandante Luca si tolse un mocassino e cominciò a batterlo per il tacco sul tavolo della conferenza stampa. La prima fila (inviati stranieri) si alzò di scatto, non si sa se travolta dall'olezzo del piede nudo di Luca Casarini o dallo struggimento per la citazione di Nikita Kruscev quel giorno alle Nazioni Unite. Lui, che ha sempre avuto fiuto per chi gli poteva fare comodo, tranquillizzò il gruppetto e spiegò che era molto irritato con i giornali italiani, i quali invece di illustrare il suo pensiero da Paperoga postmarxista avevano scritto che all'interno del movimento lo stavano mettendo da parte.
In realtà, all'eterno rivoluzionario che dopo un decennio di dolce oblìo si è riciclato pirata dei Caraibi con 49 migranti ignari sulla tolda, le scarpe le hanno fatte un po' tutti. Stiamo parlando dei protagonisti della stagione Leonka, Tute Bianche, Disobbedienti e via ad elencare le variazioni sul tema della contestazione fashion anni '90. Gliele ha fatte Nicola Fratoianni, allora portaborse del capo e oggi deputato da due legislature con Sinistra italiana e Liberi e uguali. Gliele ha fatte Francesco Caruso, allora considerato un bohèmien sfaticato, che a differenza di Casarini è riuscito a entrare in Parlamento con Rifondazione comunista, a insegnare sociologia all'università di Catanzaro e a dichiararsi felicemente: «Sovversivo a tempo pieno».
Il problema di Casarini è sempre lo stesso: non è un politico, lui è Obelix. Se bisogna portare 10.000 ribelli dei centri sociali a Genova per mettere paura ai potenti del G8, lui ci prova e ci riesce. Organizza il servizio d'ordine, distribuisce le tute degli invisibili, lancia la sfida: «Violeremo la zona rossa». Ma quando è necessario raccogliere i frutti mefitici di quell'impresa con i black bloc che devastano la città, lui trascende come se fosse sempre in piazza davanti al cordone dei celerini in assetto antisommossa. Con il cadavere di Carlo Giuliani ancora caldo non trova di meglio che presentarsi a Porta a Porta esibendo un proiettile. La follia gli costa un imbarazzato isolamento anche da parte dell'ultrasinistra. Casarini è irruento e gaffeur; il video che sta girando su YouTube dice molto di lui. Quel «mettete davanti quei c... di migranti» è rivelatore della sua propensione a costruire set rivoluzionari per far fremere i cuori gauchiste.
Casarini ha 51 anni e per la metà ha campato di rivoluzione. Figlio della Venezia operaia confinata a Marghera fra gli effluvi del petrolchimico, si diploma perito elettrotecnico, si iscrive a Scienze politiche, ma si distingue di più per le botte del sabato ai neri, per le prime denunce, per l'occupazione di un rudere che viene battezzato centro sociale Pedro. «Sono un eterno studente fuoricorso, ma ho fatto l'università della strada», spiega qualche anno dopo quando avverte la necessità di colorire la biografia. Il resto è un classico da Leonka: passamontagna, 99 Posse, linguaggio da Blade Runner più che da Lev Trotzkij. Dopo esperienze da facchino e da muratore ottiene un contratto da programmista alla Rai di Milano. E coglie che la politica degli slogan, della trasgressione e della provocazione riesce ad attirare il popolo depresso di sinistra, uscito con le ossa rotte dagli Anni di piombo. Si avvicina a Fausto Bertinotti, vive un innamoramento zapatista, ottiene un contrattino di consulenza dal ministero di Livia Turco nel primo governo Prodi. È un esperto in prefazioni della vita. Fino a quando non si ritrova leader nella stagione no global. Non ha mai letto una riga dei libri di Naomi Klein ma conduce la piazza, è in testa ai Disobbedienti negli scontri con la polizia. È a capo di un esercito di casseur (banche, macchine, negozi, McDonald's) senza il gilet giallo e con 20 anni di anticipo. Anche in Francia, perché una di queste esibizioni avviene a Nizza al Consiglio d'Europa e con un risultato umiliante: i gendarmi li arrestano tutti. A Genova non va meglio, le sue manifestazioni difficilmente si concludono senza botte. Qualche scontro ce l'ha anche con i compagni, che lo accusano di aver pubblicato il suo libro (un giallo dal titolo Gabbie) con Mondadori della famiglia Berlusconi. Dettagli.
L'ultima grande esibizione della sua stagione da Che Guevara di cartapesta è a Firenze, dove a margine del Social forum organizza all'alba un assalto alla Cat, fabbrica dei caterpillar usati dagli israeliani per distruggere le case dei terroristi di Hamas. Quando annuncia l'orario, alcuni inviati dei grandi giornali e le troupe televisive protestano («Alle 6 di mattina? Sei matto, è troppo presto»). Lui fa due conti e sposta la rivoluzione contro la belva capitalista alle 10.30 per avere le telecamere accese. Dopo quell'exploit scompare dai radar con lo splendido rottweiler di nome Annibale e con una minaccia: «Ho un brevetto da sommozzatore, mi piace sparire e rispuntare a sorpresa».
Ecco chi indica la rotta sulla Mare Jonio senza un Joseph Conrad a raccontarlo. Somiglia curiosamente a Matteo Salvini - il diavolo del momento - e da qualche tempo era scomparso. Viveva da sette anni a Palermo con moglie e due figli, inseguito dalle denunce della sua prima esistenza (una di Silvio Berlusconi da 3 milioni di euro). A differenza di chi gli fece le scarpe, ha fallito l'elezione al Parlamento europeo nel 2014 con la lista Tsipras. Ha un'attività di coworking, ha celebrato il matrimonio della figlia di Toni Negri a Pantelleria («Mi hanno detto che un privato cittadino può farlo e l'ho fatto»), è segretario regionale di Sinistra italiana dopo esserlo stato di Sel, la creatura di Nichi Vendola. Troppo poco per Obelix, che ha trovato il modo di trasferire la piazza nello stretto di Sicilia. E di sicuro sta gridando ai volontari: «Mettete quei c... di migranti in primo piano a prua». Aiuta.
Giorgio Gandola
Le ong portano a Lampedusa 49 africani presi in Libia
La nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, è stata sequestrata ieri sera dopo essere entrata nel porto di Lampedusa scortata dalle motovedette della Guardia di Finanza al termine di una giornata di polemiche. La Procura di Agrigento guidata da Luigi Patronaggio - che ha disposto il sequestro probatorio della nave, battente bandiera italiana - indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I 49 extracomunitari a bordo, tra i quali 12 minori, sono stati fatti sbarcare. Oggi si svolgeranno gli interrogatori dell'equipaggio. «Sequestrata», ha commentato il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, «la nave dei centri sociali. Ottimo. Ora in Italia c'è un governo che difende i confini e fa rispettare le leggi, soprattutto ai trafficanti di uomini. Chi sbaglia paga. Questo presunto salvataggio di questa nave», ha aggiunto Salvini, «gestita dai centri sociali era organizzato da giorni». Una coincidenza il fatto che questo caso si sia verificato in concomitanza con il voto del Senato sul caso Diciotti? «Credevo a Babbo Natale», ha risposto Salvini, «fino a che avevo 8 anni».
La vicenda ha avuto toni drammatici: «Rimorchiatore Mare Jonio vi intimiamo l'alt, arrestate le macchine». «Non possiamo fermare nessuna macchina, qui siamo in pericolo di vita. Ci sono due metri di onda comandante, non fermo proprio niente». Questo il botta e risposta, ieri mattina, fra il comandante della Guardia di Finanza e quello della nave della Ong. Ora è uno degli elementi all'attenzione dell'inchiesta della Procura di Agrigento, dato che tutto si è svolto a favore di telecamerina, quella di un giornalista (guarda caso) di Repubblica, che si trova a bordo della Mare Jonio.
Il portavoce della Marina libica, l'ammiraglio Ayob Amr Ghasem, parlando con l'Ansa ha confermato che la nave Mare Jonio ha agito contro le regole. Una volta appreso del gommone in difficoltà, ha detto l'ammiraglio, una pattuglia della Marina di Tripoli ha raggiunto immediatamente la zona del naufragio, ma una volta sul luogo «ha scoperto che una Ong non aveva preso contatto con la Guardia costiera libica. Hanno preso contatto dopo l'intervento e hanno sostenuto che i migranti erano in una condizione che necessitava un salvataggio, ma ciò», ha sottolineato Ghassem, «é scorretto».
L'altro ieri sera il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, aveva firmato una direttiva che è stata inviata immediatamente ai vertici di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, Capitaneria di porto, Marina e Stato Maggiore della difesa. I vertici delle forze dell'ordine e delle forze armate sono stati invitati ad attenersi «scrupolosamente» al provvedimento, per prevenire «anche a tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica dello Stato italiano, l'ingresso illegale di immigrati sul territorio nazionale». Un testo perentorio: «Chi soccorre migranti irregolari», recita il documento, in acque che non ricadono sotto la responsabilità italiana, senza che Roma abbia coordinato l'intervento ed entra poi in acque territoriali italiane, lede il «buon ordine e la sicurezza dello Stato italiano. La condotta del comandante in questi casi», prosegue la direttiva firmata da Salvini, «risulta essere finalizzata al trasferimento sul territorio italiano di migranti irregolari soccorsi nel mar Mediterraneo».
Molti esponenti della sinistra, ieri, hanno paragonato questa vicenda al caso della nave Diciotti. In realtà tra i due episodi non c'è alcuna analogia: la Diciotti è un pattugliatore della Guardia costiera italiana, la Mare Jonio uno scafo privato. Non è un caso che dal Quirinale non sia arrivato - a differenza di quanto accadde con la Diciotti - alcun segnale di particolare interessamento alla vicenda. La maggioranza è compatta come non mai sulla linea della fermezza.
«Se un cittadino», aveva detto durante la giornata di ieri Matteo Salvini, «forza un posto di blocco stradale di polizia o carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada. Non c'era nessun pericolo di affondamento né rischio di vita per le persone a bordo, nessun mare in tempesta. Questa», aveva aggiunto Salvini, «è la nave dei centri sociali, perché a nome della nave sta parlando Luca Casarini: guardate i precedenti penali del signore che era noto per essere leader dei centri sociali del Nordest, con precedenti penali vari. A bordo ci sono altri esponenti di sinistra e ultrasinistra, che stanno a mio parere commettendo un reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina perché hanno raccolto questi migranti in acque libiche mentre stava intervento una motovedetta libica, non hanno obbedito a nessuna indicazione, hanno autonomamente deciso di dirigersi verso l'Italia per motivi evidentemente ed esclusivamente politici, non hanno osservato le indicazioni delle autorità, se ne sono fregati dell'alt della Guardia di finanza».
«Il governo», aveva affermato il vicepremier Luigi Di Maio, a Radio anch'io, «è già al lavoro in queste ore. Stiamo verificando le condizioni delle persone a bordo perché i salvataggi e le vite umane sono la nostra priorità. Questa Ong da quello che sembra, ancora una volta, non ha rispettato le regole. Non sarà un nuovo caso Diciotti». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il premier Giuseppe Conte: «Risolveremo anche questo caso. Il governo se ne sta occupando con gli uffici dei ministeri competenti. Sul tema dell'immigrazione il governo ha una chiara linea politica che può piacere o essere opinabile. Diversi indirizzi politici sono stati espressi in passato, noi non possiamo che giudicarli insoddisfacenti: il concetto di accoglienza», ha aggiunto Conte, «è diverso da quello di sbarco. Consentire sbarchi indiscriminati senza limiti non equivale a offrire accoglienza». Si è esposto anche Danilo Toninelli: «Sequestrata Mare Jonio. Abbiamo sempre garantito», ha scritto su Twitter il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, «sicurezza e assistenza umanitaria in legalità e rispetto convenzioni internazionali. Risultati enormi in pochi mesi. Grazie ancora alla guardia costiera. Le ipocrisie sui migranti si infrangono contro la concretezza del governo».
Carlo Tarallo
Continua a leggereRiduci
Il leader no global di Genova era finito nell'oblio, però ha riconosciuto negli scafi che importano extracomunitari la nuova frontiera della disobbedienza. Che a lui non porta bene: dopo una vita di rivoluzioni in favor di telecamera, è soltanto un Che Guevara di carta.La Mar Jonio sequestrata appena arrivata in porto, la Procura indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Matteo Salvini: «Difendo i confini».Lo speciale contiene due articoli. «A me, le scarpe, non me le fa nessuno». Mentre gridava davanti ai giornalisti giunti a Firenze ad abbeverarsi al verbo no global del Social forum (anno 2002), il subcomandante Luca si tolse un mocassino e cominciò a batterlo per il tacco sul tavolo della conferenza stampa. La prima fila (inviati stranieri) si alzò di scatto, non si sa se travolta dall'olezzo del piede nudo di Luca Casarini o dallo struggimento per la citazione di Nikita Kruscev quel giorno alle Nazioni Unite. Lui, che ha sempre avuto fiuto per chi gli poteva fare comodo, tranquillizzò il gruppetto e spiegò che era molto irritato con i giornali italiani, i quali invece di illustrare il suo pensiero da Paperoga postmarxista avevano scritto che all'interno del movimento lo stavano mettendo da parte. In realtà, all'eterno rivoluzionario che dopo un decennio di dolce oblìo si è riciclato pirata dei Caraibi con 49 migranti ignari sulla tolda, le scarpe le hanno fatte un po' tutti. Stiamo parlando dei protagonisti della stagione Leonka, Tute Bianche, Disobbedienti e via ad elencare le variazioni sul tema della contestazione fashion anni '90. Gliele ha fatte Nicola Fratoianni, allora portaborse del capo e oggi deputato da due legislature con Sinistra italiana e Liberi e uguali. Gliele ha fatte Francesco Caruso, allora considerato un bohèmien sfaticato, che a differenza di Casarini è riuscito a entrare in Parlamento con Rifondazione comunista, a insegnare sociologia all'università di Catanzaro e a dichiararsi felicemente: «Sovversivo a tempo pieno».Il problema di Casarini è sempre lo stesso: non è un politico, lui è Obelix. Se bisogna portare 10.000 ribelli dei centri sociali a Genova per mettere paura ai potenti del G8, lui ci prova e ci riesce. Organizza il servizio d'ordine, distribuisce le tute degli invisibili, lancia la sfida: «Violeremo la zona rossa». Ma quando è necessario raccogliere i frutti mefitici di quell'impresa con i black bloc che devastano la città, lui trascende come se fosse sempre in piazza davanti al cordone dei celerini in assetto antisommossa. Con il cadavere di Carlo Giuliani ancora caldo non trova di meglio che presentarsi a Porta a Porta esibendo un proiettile. La follia gli costa un imbarazzato isolamento anche da parte dell'ultrasinistra. Casarini è irruento e gaffeur; il video che sta girando su YouTube dice molto di lui. Quel «mettete davanti quei c... di migranti» è rivelatore della sua propensione a costruire set rivoluzionari per far fremere i cuori gauchiste. Casarini ha 51 anni e per la metà ha campato di rivoluzione. Figlio della Venezia operaia confinata a Marghera fra gli effluvi del petrolchimico, si diploma perito elettrotecnico, si iscrive a Scienze politiche, ma si distingue di più per le botte del sabato ai neri, per le prime denunce, per l'occupazione di un rudere che viene battezzato centro sociale Pedro. «Sono un eterno studente fuoricorso, ma ho fatto l'università della strada», spiega qualche anno dopo quando avverte la necessità di colorire la biografia. Il resto è un classico da Leonka: passamontagna, 99 Posse, linguaggio da Blade Runner più che da Lev Trotzkij. Dopo esperienze da facchino e da muratore ottiene un contratto da programmista alla Rai di Milano. E coglie che la politica degli slogan, della trasgressione e della provocazione riesce ad attirare il popolo depresso di sinistra, uscito con le ossa rotte dagli Anni di piombo. Si avvicina a Fausto Bertinotti, vive un innamoramento zapatista, ottiene un contrattino di consulenza dal ministero di Livia Turco nel primo governo Prodi. È un esperto in prefazioni della vita. Fino a quando non si ritrova leader nella stagione no global. Non ha mai letto una riga dei libri di Naomi Klein ma conduce la piazza, è in testa ai Disobbedienti negli scontri con la polizia. È a capo di un esercito di casseur (banche, macchine, negozi, McDonald's) senza il gilet giallo e con 20 anni di anticipo. Anche in Francia, perché una di queste esibizioni avviene a Nizza al Consiglio d'Europa e con un risultato umiliante: i gendarmi li arrestano tutti. A Genova non va meglio, le sue manifestazioni difficilmente si concludono senza botte. Qualche scontro ce l'ha anche con i compagni, che lo accusano di aver pubblicato il suo libro (un giallo dal titolo Gabbie) con Mondadori della famiglia Berlusconi. Dettagli.L'ultima grande esibizione della sua stagione da Che Guevara di cartapesta è a Firenze, dove a margine del Social forum organizza all'alba un assalto alla Cat, fabbrica dei caterpillar usati dagli israeliani per distruggere le case dei terroristi di Hamas. Quando annuncia l'orario, alcuni inviati dei grandi giornali e le troupe televisive protestano («Alle 6 di mattina? Sei matto, è troppo presto»). Lui fa due conti e sposta la rivoluzione contro la belva capitalista alle 10.30 per avere le telecamere accese. Dopo quell'exploit scompare dai radar con lo splendido rottweiler di nome Annibale e con una minaccia: «Ho un brevetto da sommozzatore, mi piace sparire e rispuntare a sorpresa». Ecco chi indica la rotta sulla Mare Jonio senza un Joseph Conrad a raccontarlo. Somiglia curiosamente a Matteo Salvini - il diavolo del momento - e da qualche tempo era scomparso. Viveva da sette anni a Palermo con moglie e due figli, inseguito dalle denunce della sua prima esistenza (una di Silvio Berlusconi da 3 milioni di euro). A differenza di chi gli fece le scarpe, ha fallito l'elezione al Parlamento europeo nel 2014 con la lista Tsipras. Ha un'attività di coworking, ha celebrato il matrimonio della figlia di Toni Negri a Pantelleria («Mi hanno detto che un privato cittadino può farlo e l'ho fatto»), è segretario regionale di Sinistra italiana dopo esserlo stato di Sel, la creatura di Nichi Vendola. Troppo poco per Obelix, che ha trovato il modo di trasferire la piazza nello stretto di Sicilia. E di sicuro sta gridando ai volontari: «Mettete quei c... di migranti in primo piano a prua». Aiuta.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/al-timone-ce-casarini-gran-bollito-del-g8-2632152435.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-ong-portano-a-lampedusa-49-africani-presi-in-libia" data-post-id="2632152435" data-published-at="1778089586" data-use-pagination="False"> Le ong portano a Lampedusa 49 africani presi in Libia La nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, è stata sequestrata ieri sera dopo essere entrata nel porto di Lampedusa scortata dalle motovedette della Guardia di Finanza al termine di una giornata di polemiche. La Procura di Agrigento guidata da Luigi Patronaggio - che ha disposto il sequestro probatorio della nave, battente bandiera italiana - indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I 49 extracomunitari a bordo, tra i quali 12 minori, sono stati fatti sbarcare. Oggi si svolgeranno gli interrogatori dell'equipaggio. «Sequestrata», ha commentato il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, «la nave dei centri sociali. Ottimo. Ora in Italia c'è un governo che difende i confini e fa rispettare le leggi, soprattutto ai trafficanti di uomini. Chi sbaglia paga. Questo presunto salvataggio di questa nave», ha aggiunto Salvini, «gestita dai centri sociali era organizzato da giorni». Una coincidenza il fatto che questo caso si sia verificato in concomitanza con il voto del Senato sul caso Diciotti? «Credevo a Babbo Natale», ha risposto Salvini, «fino a che avevo 8 anni». La vicenda ha avuto toni drammatici: «Rimorchiatore Mare Jonio vi intimiamo l'alt, arrestate le macchine». «Non possiamo fermare nessuna macchina, qui siamo in pericolo di vita. Ci sono due metri di onda comandante, non fermo proprio niente». Questo il botta e risposta, ieri mattina, fra il comandante della Guardia di Finanza e quello della nave della Ong. Ora è uno degli elementi all'attenzione dell'inchiesta della Procura di Agrigento, dato che tutto si è svolto a favore di telecamerina, quella di un giornalista (guarda caso) di Repubblica, che si trova a bordo della Mare Jonio. Il portavoce della Marina libica, l'ammiraglio Ayob Amr Ghasem, parlando con l'Ansa ha confermato che la nave Mare Jonio ha agito contro le regole. Una volta appreso del gommone in difficoltà, ha detto l'ammiraglio, una pattuglia della Marina di Tripoli ha raggiunto immediatamente la zona del naufragio, ma una volta sul luogo «ha scoperto che una Ong non aveva preso contatto con la Guardia costiera libica. Hanno preso contatto dopo l'intervento e hanno sostenuto che i migranti erano in una condizione che necessitava un salvataggio, ma ciò», ha sottolineato Ghassem, «é scorretto». L'altro ieri sera il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, aveva firmato una direttiva che è stata inviata immediatamente ai vertici di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, Capitaneria di porto, Marina e Stato Maggiore della difesa. I vertici delle forze dell'ordine e delle forze armate sono stati invitati ad attenersi «scrupolosamente» al provvedimento, per prevenire «anche a tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica dello Stato italiano, l'ingresso illegale di immigrati sul territorio nazionale». Un testo perentorio: «Chi soccorre migranti irregolari», recita il documento, in acque che non ricadono sotto la responsabilità italiana, senza che Roma abbia coordinato l'intervento ed entra poi in acque territoriali italiane, lede il «buon ordine e la sicurezza dello Stato italiano. La condotta del comandante in questi casi», prosegue la direttiva firmata da Salvini, «risulta essere finalizzata al trasferimento sul territorio italiano di migranti irregolari soccorsi nel mar Mediterraneo». Molti esponenti della sinistra, ieri, hanno paragonato questa vicenda al caso della nave Diciotti. In realtà tra i due episodi non c'è alcuna analogia: la Diciotti è un pattugliatore della Guardia costiera italiana, la Mare Jonio uno scafo privato. Non è un caso che dal Quirinale non sia arrivato - a differenza di quanto accadde con la Diciotti - alcun segnale di particolare interessamento alla vicenda. La maggioranza è compatta come non mai sulla linea della fermezza. «Se un cittadino», aveva detto durante la giornata di ieri Matteo Salvini, «forza un posto di blocco stradale di polizia o carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada. Non c'era nessun pericolo di affondamento né rischio di vita per le persone a bordo, nessun mare in tempesta. Questa», aveva aggiunto Salvini, «è la nave dei centri sociali, perché a nome della nave sta parlando Luca Casarini: guardate i precedenti penali del signore che era noto per essere leader dei centri sociali del Nordest, con precedenti penali vari. A bordo ci sono altri esponenti di sinistra e ultrasinistra, che stanno a mio parere commettendo un reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina perché hanno raccolto questi migranti in acque libiche mentre stava intervento una motovedetta libica, non hanno obbedito a nessuna indicazione, hanno autonomamente deciso di dirigersi verso l'Italia per motivi evidentemente ed esclusivamente politici, non hanno osservato le indicazioni delle autorità, se ne sono fregati dell'alt della Guardia di finanza». «Il governo», aveva affermato il vicepremier Luigi Di Maio, a Radio anch'io, «è già al lavoro in queste ore. Stiamo verificando le condizioni delle persone a bordo perché i salvataggi e le vite umane sono la nostra priorità. Questa Ong da quello che sembra, ancora una volta, non ha rispettato le regole. Non sarà un nuovo caso Diciotti». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il premier Giuseppe Conte: «Risolveremo anche questo caso. Il governo se ne sta occupando con gli uffici dei ministeri competenti. Sul tema dell'immigrazione il governo ha una chiara linea politica che può piacere o essere opinabile. Diversi indirizzi politici sono stati espressi in passato, noi non possiamo che giudicarli insoddisfacenti: il concetto di accoglienza», ha aggiunto Conte, «è diverso da quello di sbarco. Consentire sbarchi indiscriminati senza limiti non equivale a offrire accoglienza». Si è esposto anche Danilo Toninelli: «Sequestrata Mare Jonio. Abbiamo sempre garantito», ha scritto su Twitter il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, «sicurezza e assistenza umanitaria in legalità e rispetto convenzioni internazionali. Risultati enormi in pochi mesi. Grazie ancora alla guardia costiera. Le ipocrisie sui migranti si infrangono contro la concretezza del governo». Carlo Tarallo
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 6 maggio 2026. L'avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.
Getty Images
Isis Mozambico devasta la missione di Meza: chiesa, casa dei religiosi e asilo dati alle fiamme, fedeli costretti a giurare al Califfato. Dal 2017 oltre 300 cattolici uccisi e 117 chiese distrutte, mentre i jihadisti mantengono il controllo dell’entroterra.
Il gruppo terroristico Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, conosciuto anche come Isis Mozambico, nei giorni scorsi ha attaccato il villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, appiccando il fuoco alla chiesa, alla casa dei padri scolopi e all’asilo gestito dai missionari. Questo ennesimo assalto è avvenuto nel pomeriggio del 30 aprile ed i religiosi si sono potuti mettere in salvo perché i movimenti dei miliziani erano tenuti sotto controllo.
La parrocchia di São Luís de Monfort rappresenta il simbolo dell’impegno missionario in questa area da quasi ottant’anni e la sua distruzione è stata festeggiata con decine di colpi d’arma da fuoco sparati in aria dagli islamisti. Tutti gli abitanti del villaggio sono stati radunati nella piazza centrale per giurare fedeltà allo Stato Islamico e festeggiare la distruzione dei simboli del cristianesimo.
Questa volta non ci sono state vittime, ma quattro persone sono state rapite e rilasciate poche ore dopo nella boscaglia. Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, localmente noto come al Shaabab, ma che non ha niente a che vedere con gli al Shaabab della Somalia affiliati con al Qaeda, dal 2017 ha decretato la nascita di un califfato nella Provincia dell’Africa centrale dello Stato Islamico (ISCAP) che va dal Congo fino alle coste del Mozambico. In meno di dieci anni i fondamentalisti hanno ucciso più di 300 cattolici, la maggior parte decapitandoli, compresi diversi parroci. In questi anni sono state distrutte 117 chiese, di cui 23 soltanto nel 2025 e nonostante gli sforzi del governo mozambicano le aree interne della provincia di Cabo Delgado restano nelle mani di questi terroristi. Alla fine di aprile un commando ha assaltato una piazzaforte dell’esercito di Maputo nel distretto di Mocìmboa da Praia, dove sono stati uccisi sette soldati e catturato un deposito di armi. Questa caserma era stata aperta per garantire la sicurezza della popolazione locale e adesso è stata distrutta ed i soldati supersiti sono scappati.
Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a è nato nel 2007 con gli insegnamenti di alcuni predicatori estremisti provenienti da Kenya e Tanzania, ma ottenuto il riconoscimento dell’Isis soltanto una decina di anni più tardi. Nel marzo del 2021 questo gruppo terrorista è arrivato a conquistare la città di Palma, costringendo gli occidentali a fuggire via mare e a minacciare l’enorme giacimento di gas della penisola di Afungi dove lavorano Total ed Eni. Per riprendere la città erano stati necessari diversi giorni e l’aiuto dei mercenari sudafricani del Dick Advisory Group, che avevano affiancato l’esercito mozambicano prendendo il posto del Wagner Group russo che era stato sonoramente sconfitto.
La situazione rimase estremamente precaria fino all’estate del 2021 quando intervenne l’Operazione Samin della SADC (Southern Africa Development Community), composta da militari provenienti da Sud Africa, Botswana, Angola, Repubblica Democratica del Congo, Lesotho, Malawi, Tanzania e Zambia e soprattutto delle forze speciali del Ruanda chiamate dalla Francia per difendere gli interessi di Total. Le forze di Kigali, forti di 4mila uomini, avevano rapidamente ripreso il controllo della costa, lasciando però le zone interne in mano al terrorismo. Il Mozambico conta 6500 morti in questi anni di guerra e circa 1,3 milioni di sfollati che hanno dovuto abbandonare i propri villaggi per non finire sotto la legge islamica. Gli ultimi attacchi si sono concentrati in un’area piuttosto ristretta ed hanno causato 9 vittime e una trentina di persone sequestrate a scopo di estorsione. Nel settembre del 2022 qui era stata assassinata la suora italiana Maria De Coppi, di 84 anni e da 60 residente in Mozambico.
La situazione rimane precaria ed il governo del Ruanda ha dichiarato che è pronto a ritirare il proprio contingente se non riceverà le risorse finanziarie promesse. Ad oggi l’Unione Europea avrebbe versato nelle casse di Kigali 23 milioni di dollari, un decimo, di quanto realmente necessario. Cabo Delgado è l’unica provincia del Mozambico a maggioranza musulmana ed è la più povera di una nazione fra le più povere del mondo. Il giacimento di Afungi è però stimato in 2.800 miliardi di metri cubi di gas, facendone uno dei maggiori al mondo e sono previsti circa 20 miliardi di dollari di investimenti.
Continua a leggereRiduci