True
2019-03-20
Le ong sfidano il governo. Al timone c’è Casarini, gran bollito del G8
Ansa
«A me, le scarpe, non me le fa nessuno». Mentre gridava davanti ai giornalisti giunti a Firenze ad abbeverarsi al verbo no global del Social forum (anno 2002), il subcomandante Luca si tolse un mocassino e cominciò a batterlo per il tacco sul tavolo della conferenza stampa. La prima fila (inviati stranieri) si alzò di scatto, non si sa se travolta dall'olezzo del piede nudo di Luca Casarini o dallo struggimento per la citazione di Nikita Kruscev quel giorno alle Nazioni Unite. Lui, che ha sempre avuto fiuto per chi gli poteva fare comodo, tranquillizzò il gruppetto e spiegò che era molto irritato con i giornali italiani, i quali invece di illustrare il suo pensiero da Paperoga postmarxista avevano scritto che all'interno del movimento lo stavano mettendo da parte.
In realtà, all'eterno rivoluzionario che dopo un decennio di dolce oblìo si è riciclato pirata dei Caraibi con 49 migranti ignari sulla tolda, le scarpe le hanno fatte un po' tutti. Stiamo parlando dei protagonisti della stagione Leonka, Tute Bianche, Disobbedienti e via ad elencare le variazioni sul tema della contestazione fashion anni '90. Gliele ha fatte Nicola Fratoianni, allora portaborse del capo e oggi deputato da due legislature con Sinistra italiana e Liberi e uguali. Gliele ha fatte Francesco Caruso, allora considerato un bohèmien sfaticato, che a differenza di Casarini è riuscito a entrare in Parlamento con Rifondazione comunista, a insegnare sociologia all'università di Catanzaro e a dichiararsi felicemente: «Sovversivo a tempo pieno».
Il problema di Casarini è sempre lo stesso: non è un politico, lui è Obelix. Se bisogna portare 10.000 ribelli dei centri sociali a Genova per mettere paura ai potenti del G8, lui ci prova e ci riesce. Organizza il servizio d'ordine, distribuisce le tute degli invisibili, lancia la sfida: «Violeremo la zona rossa». Ma quando è necessario raccogliere i frutti mefitici di quell'impresa con i black bloc che devastano la città, lui trascende come se fosse sempre in piazza davanti al cordone dei celerini in assetto antisommossa. Con il cadavere di Carlo Giuliani ancora caldo non trova di meglio che presentarsi a Porta a Porta esibendo un proiettile. La follia gli costa un imbarazzato isolamento anche da parte dell'ultrasinistra. Casarini è irruento e gaffeur; il video che sta girando su YouTube dice molto di lui. Quel «mettete davanti quei c... di migranti» è rivelatore della sua propensione a costruire set rivoluzionari per far fremere i cuori gauchiste.
Casarini ha 51 anni e per la metà ha campato di rivoluzione. Figlio della Venezia operaia confinata a Marghera fra gli effluvi del petrolchimico, si diploma perito elettrotecnico, si iscrive a Scienze politiche, ma si distingue di più per le botte del sabato ai neri, per le prime denunce, per l'occupazione di un rudere che viene battezzato centro sociale Pedro. «Sono un eterno studente fuoricorso, ma ho fatto l'università della strada», spiega qualche anno dopo quando avverte la necessità di colorire la biografia. Il resto è un classico da Leonka: passamontagna, 99 Posse, linguaggio da Blade Runner più che da Lev Trotzkij. Dopo esperienze da facchino e da muratore ottiene un contratto da programmista alla Rai di Milano. E coglie che la politica degli slogan, della trasgressione e della provocazione riesce ad attirare il popolo depresso di sinistra, uscito con le ossa rotte dagli Anni di piombo. Si avvicina a Fausto Bertinotti, vive un innamoramento zapatista, ottiene un contrattino di consulenza dal ministero di Livia Turco nel primo governo Prodi. È un esperto in prefazioni della vita. Fino a quando non si ritrova leader nella stagione no global. Non ha mai letto una riga dei libri di Naomi Klein ma conduce la piazza, è in testa ai Disobbedienti negli scontri con la polizia. È a capo di un esercito di casseur (banche, macchine, negozi, McDonald's) senza il gilet giallo e con 20 anni di anticipo. Anche in Francia, perché una di queste esibizioni avviene a Nizza al Consiglio d'Europa e con un risultato umiliante: i gendarmi li arrestano tutti. A Genova non va meglio, le sue manifestazioni difficilmente si concludono senza botte. Qualche scontro ce l'ha anche con i compagni, che lo accusano di aver pubblicato il suo libro (un giallo dal titolo Gabbie) con Mondadori della famiglia Berlusconi. Dettagli.
L'ultima grande esibizione della sua stagione da Che Guevara di cartapesta è a Firenze, dove a margine del Social forum organizza all'alba un assalto alla Cat, fabbrica dei caterpillar usati dagli israeliani per distruggere le case dei terroristi di Hamas. Quando annuncia l'orario, alcuni inviati dei grandi giornali e le troupe televisive protestano («Alle 6 di mattina? Sei matto, è troppo presto»). Lui fa due conti e sposta la rivoluzione contro la belva capitalista alle 10.30 per avere le telecamere accese. Dopo quell'exploit scompare dai radar con lo splendido rottweiler di nome Annibale e con una minaccia: «Ho un brevetto da sommozzatore, mi piace sparire e rispuntare a sorpresa».
Ecco chi indica la rotta sulla Mare Jonio senza un Joseph Conrad a raccontarlo. Somiglia curiosamente a Matteo Salvini - il diavolo del momento - e da qualche tempo era scomparso. Viveva da sette anni a Palermo con moglie e due figli, inseguito dalle denunce della sua prima esistenza (una di Silvio Berlusconi da 3 milioni di euro). A differenza di chi gli fece le scarpe, ha fallito l'elezione al Parlamento europeo nel 2014 con la lista Tsipras. Ha un'attività di coworking, ha celebrato il matrimonio della figlia di Toni Negri a Pantelleria («Mi hanno detto che un privato cittadino può farlo e l'ho fatto»), è segretario regionale di Sinistra italiana dopo esserlo stato di Sel, la creatura di Nichi Vendola. Troppo poco per Obelix, che ha trovato il modo di trasferire la piazza nello stretto di Sicilia. E di sicuro sta gridando ai volontari: «Mettete quei c... di migranti in primo piano a prua». Aiuta.
Giorgio Gandola
Le ong portano a Lampedusa 49 africani presi in Libia
La nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, è stata sequestrata ieri sera dopo essere entrata nel porto di Lampedusa scortata dalle motovedette della Guardia di Finanza al termine di una giornata di polemiche. La Procura di Agrigento guidata da Luigi Patronaggio - che ha disposto il sequestro probatorio della nave, battente bandiera italiana - indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I 49 extracomunitari a bordo, tra i quali 12 minori, sono stati fatti sbarcare. Oggi si svolgeranno gli interrogatori dell'equipaggio. «Sequestrata», ha commentato il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, «la nave dei centri sociali. Ottimo. Ora in Italia c'è un governo che difende i confini e fa rispettare le leggi, soprattutto ai trafficanti di uomini. Chi sbaglia paga. Questo presunto salvataggio di questa nave», ha aggiunto Salvini, «gestita dai centri sociali era organizzato da giorni». Una coincidenza il fatto che questo caso si sia verificato in concomitanza con il voto del Senato sul caso Diciotti? «Credevo a Babbo Natale», ha risposto Salvini, «fino a che avevo 8 anni».
La vicenda ha avuto toni drammatici: «Rimorchiatore Mare Jonio vi intimiamo l'alt, arrestate le macchine». «Non possiamo fermare nessuna macchina, qui siamo in pericolo di vita. Ci sono due metri di onda comandante, non fermo proprio niente». Questo il botta e risposta, ieri mattina, fra il comandante della Guardia di Finanza e quello della nave della Ong. Ora è uno degli elementi all'attenzione dell'inchiesta della Procura di Agrigento, dato che tutto si è svolto a favore di telecamerina, quella di un giornalista (guarda caso) di Repubblica, che si trova a bordo della Mare Jonio.
Il portavoce della Marina libica, l'ammiraglio Ayob Amr Ghasem, parlando con l'Ansa ha confermato che la nave Mare Jonio ha agito contro le regole. Una volta appreso del gommone in difficoltà, ha detto l'ammiraglio, una pattuglia della Marina di Tripoli ha raggiunto immediatamente la zona del naufragio, ma una volta sul luogo «ha scoperto che una Ong non aveva preso contatto con la Guardia costiera libica. Hanno preso contatto dopo l'intervento e hanno sostenuto che i migranti erano in una condizione che necessitava un salvataggio, ma ciò», ha sottolineato Ghassem, «é scorretto».
L'altro ieri sera il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, aveva firmato una direttiva che è stata inviata immediatamente ai vertici di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, Capitaneria di porto, Marina e Stato Maggiore della difesa. I vertici delle forze dell'ordine e delle forze armate sono stati invitati ad attenersi «scrupolosamente» al provvedimento, per prevenire «anche a tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica dello Stato italiano, l'ingresso illegale di immigrati sul territorio nazionale». Un testo perentorio: «Chi soccorre migranti irregolari», recita il documento, in acque che non ricadono sotto la responsabilità italiana, senza che Roma abbia coordinato l'intervento ed entra poi in acque territoriali italiane, lede il «buon ordine e la sicurezza dello Stato italiano. La condotta del comandante in questi casi», prosegue la direttiva firmata da Salvini, «risulta essere finalizzata al trasferimento sul territorio italiano di migranti irregolari soccorsi nel mar Mediterraneo».
Molti esponenti della sinistra, ieri, hanno paragonato questa vicenda al caso della nave Diciotti. In realtà tra i due episodi non c'è alcuna analogia: la Diciotti è un pattugliatore della Guardia costiera italiana, la Mare Jonio uno scafo privato. Non è un caso che dal Quirinale non sia arrivato - a differenza di quanto accadde con la Diciotti - alcun segnale di particolare interessamento alla vicenda. La maggioranza è compatta come non mai sulla linea della fermezza.
«Se un cittadino», aveva detto durante la giornata di ieri Matteo Salvini, «forza un posto di blocco stradale di polizia o carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada. Non c'era nessun pericolo di affondamento né rischio di vita per le persone a bordo, nessun mare in tempesta. Questa», aveva aggiunto Salvini, «è la nave dei centri sociali, perché a nome della nave sta parlando Luca Casarini: guardate i precedenti penali del signore che era noto per essere leader dei centri sociali del Nordest, con precedenti penali vari. A bordo ci sono altri esponenti di sinistra e ultrasinistra, che stanno a mio parere commettendo un reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina perché hanno raccolto questi migranti in acque libiche mentre stava intervento una motovedetta libica, non hanno obbedito a nessuna indicazione, hanno autonomamente deciso di dirigersi verso l'Italia per motivi evidentemente ed esclusivamente politici, non hanno osservato le indicazioni delle autorità, se ne sono fregati dell'alt della Guardia di finanza».
«Il governo», aveva affermato il vicepremier Luigi Di Maio, a Radio anch'io, «è già al lavoro in queste ore. Stiamo verificando le condizioni delle persone a bordo perché i salvataggi e le vite umane sono la nostra priorità. Questa Ong da quello che sembra, ancora una volta, non ha rispettato le regole. Non sarà un nuovo caso Diciotti». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il premier Giuseppe Conte: «Risolveremo anche questo caso. Il governo se ne sta occupando con gli uffici dei ministeri competenti. Sul tema dell'immigrazione il governo ha una chiara linea politica che può piacere o essere opinabile. Diversi indirizzi politici sono stati espressi in passato, noi non possiamo che giudicarli insoddisfacenti: il concetto di accoglienza», ha aggiunto Conte, «è diverso da quello di sbarco. Consentire sbarchi indiscriminati senza limiti non equivale a offrire accoglienza». Si è esposto anche Danilo Toninelli: «Sequestrata Mare Jonio. Abbiamo sempre garantito», ha scritto su Twitter il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, «sicurezza e assistenza umanitaria in legalità e rispetto convenzioni internazionali. Risultati enormi in pochi mesi. Grazie ancora alla guardia costiera. Le ipocrisie sui migranti si infrangono contro la concretezza del governo».
Carlo Tarallo
Continua a leggereRiduci
Il leader no global di Genova era finito nell'oblio, però ha riconosciuto negli scafi che importano extracomunitari la nuova frontiera della disobbedienza. Che a lui non porta bene: dopo una vita di rivoluzioni in favor di telecamera, è soltanto un Che Guevara di carta.La Mar Jonio sequestrata appena arrivata in porto, la Procura indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Matteo Salvini: «Difendo i confini».Lo speciale contiene due articoli. «A me, le scarpe, non me le fa nessuno». Mentre gridava davanti ai giornalisti giunti a Firenze ad abbeverarsi al verbo no global del Social forum (anno 2002), il subcomandante Luca si tolse un mocassino e cominciò a batterlo per il tacco sul tavolo della conferenza stampa. La prima fila (inviati stranieri) si alzò di scatto, non si sa se travolta dall'olezzo del piede nudo di Luca Casarini o dallo struggimento per la citazione di Nikita Kruscev quel giorno alle Nazioni Unite. Lui, che ha sempre avuto fiuto per chi gli poteva fare comodo, tranquillizzò il gruppetto e spiegò che era molto irritato con i giornali italiani, i quali invece di illustrare il suo pensiero da Paperoga postmarxista avevano scritto che all'interno del movimento lo stavano mettendo da parte. In realtà, all'eterno rivoluzionario che dopo un decennio di dolce oblìo si è riciclato pirata dei Caraibi con 49 migranti ignari sulla tolda, le scarpe le hanno fatte un po' tutti. Stiamo parlando dei protagonisti della stagione Leonka, Tute Bianche, Disobbedienti e via ad elencare le variazioni sul tema della contestazione fashion anni '90. Gliele ha fatte Nicola Fratoianni, allora portaborse del capo e oggi deputato da due legislature con Sinistra italiana e Liberi e uguali. Gliele ha fatte Francesco Caruso, allora considerato un bohèmien sfaticato, che a differenza di Casarini è riuscito a entrare in Parlamento con Rifondazione comunista, a insegnare sociologia all'università di Catanzaro e a dichiararsi felicemente: «Sovversivo a tempo pieno».Il problema di Casarini è sempre lo stesso: non è un politico, lui è Obelix. Se bisogna portare 10.000 ribelli dei centri sociali a Genova per mettere paura ai potenti del G8, lui ci prova e ci riesce. Organizza il servizio d'ordine, distribuisce le tute degli invisibili, lancia la sfida: «Violeremo la zona rossa». Ma quando è necessario raccogliere i frutti mefitici di quell'impresa con i black bloc che devastano la città, lui trascende come se fosse sempre in piazza davanti al cordone dei celerini in assetto antisommossa. Con il cadavere di Carlo Giuliani ancora caldo non trova di meglio che presentarsi a Porta a Porta esibendo un proiettile. La follia gli costa un imbarazzato isolamento anche da parte dell'ultrasinistra. Casarini è irruento e gaffeur; il video che sta girando su YouTube dice molto di lui. Quel «mettete davanti quei c... di migranti» è rivelatore della sua propensione a costruire set rivoluzionari per far fremere i cuori gauchiste. Casarini ha 51 anni e per la metà ha campato di rivoluzione. Figlio della Venezia operaia confinata a Marghera fra gli effluvi del petrolchimico, si diploma perito elettrotecnico, si iscrive a Scienze politiche, ma si distingue di più per le botte del sabato ai neri, per le prime denunce, per l'occupazione di un rudere che viene battezzato centro sociale Pedro. «Sono un eterno studente fuoricorso, ma ho fatto l'università della strada», spiega qualche anno dopo quando avverte la necessità di colorire la biografia. Il resto è un classico da Leonka: passamontagna, 99 Posse, linguaggio da Blade Runner più che da Lev Trotzkij. Dopo esperienze da facchino e da muratore ottiene un contratto da programmista alla Rai di Milano. E coglie che la politica degli slogan, della trasgressione e della provocazione riesce ad attirare il popolo depresso di sinistra, uscito con le ossa rotte dagli Anni di piombo. Si avvicina a Fausto Bertinotti, vive un innamoramento zapatista, ottiene un contrattino di consulenza dal ministero di Livia Turco nel primo governo Prodi. È un esperto in prefazioni della vita. Fino a quando non si ritrova leader nella stagione no global. Non ha mai letto una riga dei libri di Naomi Klein ma conduce la piazza, è in testa ai Disobbedienti negli scontri con la polizia. È a capo di un esercito di casseur (banche, macchine, negozi, McDonald's) senza il gilet giallo e con 20 anni di anticipo. Anche in Francia, perché una di queste esibizioni avviene a Nizza al Consiglio d'Europa e con un risultato umiliante: i gendarmi li arrestano tutti. A Genova non va meglio, le sue manifestazioni difficilmente si concludono senza botte. Qualche scontro ce l'ha anche con i compagni, che lo accusano di aver pubblicato il suo libro (un giallo dal titolo Gabbie) con Mondadori della famiglia Berlusconi. Dettagli.L'ultima grande esibizione della sua stagione da Che Guevara di cartapesta è a Firenze, dove a margine del Social forum organizza all'alba un assalto alla Cat, fabbrica dei caterpillar usati dagli israeliani per distruggere le case dei terroristi di Hamas. Quando annuncia l'orario, alcuni inviati dei grandi giornali e le troupe televisive protestano («Alle 6 di mattina? Sei matto, è troppo presto»). Lui fa due conti e sposta la rivoluzione contro la belva capitalista alle 10.30 per avere le telecamere accese. Dopo quell'exploit scompare dai radar con lo splendido rottweiler di nome Annibale e con una minaccia: «Ho un brevetto da sommozzatore, mi piace sparire e rispuntare a sorpresa». Ecco chi indica la rotta sulla Mare Jonio senza un Joseph Conrad a raccontarlo. Somiglia curiosamente a Matteo Salvini - il diavolo del momento - e da qualche tempo era scomparso. Viveva da sette anni a Palermo con moglie e due figli, inseguito dalle denunce della sua prima esistenza (una di Silvio Berlusconi da 3 milioni di euro). A differenza di chi gli fece le scarpe, ha fallito l'elezione al Parlamento europeo nel 2014 con la lista Tsipras. Ha un'attività di coworking, ha celebrato il matrimonio della figlia di Toni Negri a Pantelleria («Mi hanno detto che un privato cittadino può farlo e l'ho fatto»), è segretario regionale di Sinistra italiana dopo esserlo stato di Sel, la creatura di Nichi Vendola. Troppo poco per Obelix, che ha trovato il modo di trasferire la piazza nello stretto di Sicilia. E di sicuro sta gridando ai volontari: «Mettete quei c... di migranti in primo piano a prua». Aiuta.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/al-timone-ce-casarini-gran-bollito-del-g8-2632152435.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-ong-portano-a-lampedusa-49-africani-presi-in-libia" data-post-id="2632152435" data-published-at="1767511526" data-use-pagination="False"> Le ong portano a Lampedusa 49 africani presi in Libia La nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, è stata sequestrata ieri sera dopo essere entrata nel porto di Lampedusa scortata dalle motovedette della Guardia di Finanza al termine di una giornata di polemiche. La Procura di Agrigento guidata da Luigi Patronaggio - che ha disposto il sequestro probatorio della nave, battente bandiera italiana - indaga per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. I 49 extracomunitari a bordo, tra i quali 12 minori, sono stati fatti sbarcare. Oggi si svolgeranno gli interrogatori dell'equipaggio. «Sequestrata», ha commentato il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, «la nave dei centri sociali. Ottimo. Ora in Italia c'è un governo che difende i confini e fa rispettare le leggi, soprattutto ai trafficanti di uomini. Chi sbaglia paga. Questo presunto salvataggio di questa nave», ha aggiunto Salvini, «gestita dai centri sociali era organizzato da giorni». Una coincidenza il fatto che questo caso si sia verificato in concomitanza con il voto del Senato sul caso Diciotti? «Credevo a Babbo Natale», ha risposto Salvini, «fino a che avevo 8 anni». La vicenda ha avuto toni drammatici: «Rimorchiatore Mare Jonio vi intimiamo l'alt, arrestate le macchine». «Non possiamo fermare nessuna macchina, qui siamo in pericolo di vita. Ci sono due metri di onda comandante, non fermo proprio niente». Questo il botta e risposta, ieri mattina, fra il comandante della Guardia di Finanza e quello della nave della Ong. Ora è uno degli elementi all'attenzione dell'inchiesta della Procura di Agrigento, dato che tutto si è svolto a favore di telecamerina, quella di un giornalista (guarda caso) di Repubblica, che si trova a bordo della Mare Jonio. Il portavoce della Marina libica, l'ammiraglio Ayob Amr Ghasem, parlando con l'Ansa ha confermato che la nave Mare Jonio ha agito contro le regole. Una volta appreso del gommone in difficoltà, ha detto l'ammiraglio, una pattuglia della Marina di Tripoli ha raggiunto immediatamente la zona del naufragio, ma una volta sul luogo «ha scoperto che una Ong non aveva preso contatto con la Guardia costiera libica. Hanno preso contatto dopo l'intervento e hanno sostenuto che i migranti erano in una condizione che necessitava un salvataggio, ma ciò», ha sottolineato Ghassem, «é scorretto». L'altro ieri sera il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, aveva firmato una direttiva che è stata inviata immediatamente ai vertici di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, Capitaneria di porto, Marina e Stato Maggiore della difesa. I vertici delle forze dell'ordine e delle forze armate sono stati invitati ad attenersi «scrupolosamente» al provvedimento, per prevenire «anche a tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica dello Stato italiano, l'ingresso illegale di immigrati sul territorio nazionale». Un testo perentorio: «Chi soccorre migranti irregolari», recita il documento, in acque che non ricadono sotto la responsabilità italiana, senza che Roma abbia coordinato l'intervento ed entra poi in acque territoriali italiane, lede il «buon ordine e la sicurezza dello Stato italiano. La condotta del comandante in questi casi», prosegue la direttiva firmata da Salvini, «risulta essere finalizzata al trasferimento sul territorio italiano di migranti irregolari soccorsi nel mar Mediterraneo». Molti esponenti della sinistra, ieri, hanno paragonato questa vicenda al caso della nave Diciotti. In realtà tra i due episodi non c'è alcuna analogia: la Diciotti è un pattugliatore della Guardia costiera italiana, la Mare Jonio uno scafo privato. Non è un caso che dal Quirinale non sia arrivato - a differenza di quanto accadde con la Diciotti - alcun segnale di particolare interessamento alla vicenda. La maggioranza è compatta come non mai sulla linea della fermezza. «Se un cittadino», aveva detto durante la giornata di ieri Matteo Salvini, «forza un posto di blocco stradale di polizia o carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada. Non c'era nessun pericolo di affondamento né rischio di vita per le persone a bordo, nessun mare in tempesta. Questa», aveva aggiunto Salvini, «è la nave dei centri sociali, perché a nome della nave sta parlando Luca Casarini: guardate i precedenti penali del signore che era noto per essere leader dei centri sociali del Nordest, con precedenti penali vari. A bordo ci sono altri esponenti di sinistra e ultrasinistra, che stanno a mio parere commettendo un reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina perché hanno raccolto questi migranti in acque libiche mentre stava intervento una motovedetta libica, non hanno obbedito a nessuna indicazione, hanno autonomamente deciso di dirigersi verso l'Italia per motivi evidentemente ed esclusivamente politici, non hanno osservato le indicazioni delle autorità, se ne sono fregati dell'alt della Guardia di finanza». «Il governo», aveva affermato il vicepremier Luigi Di Maio, a Radio anch'io, «è già al lavoro in queste ore. Stiamo verificando le condizioni delle persone a bordo perché i salvataggi e le vite umane sono la nostra priorità. Questa Ong da quello che sembra, ancora una volta, non ha rispettato le regole. Non sarà un nuovo caso Diciotti». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il premier Giuseppe Conte: «Risolveremo anche questo caso. Il governo se ne sta occupando con gli uffici dei ministeri competenti. Sul tema dell'immigrazione il governo ha una chiara linea politica che può piacere o essere opinabile. Diversi indirizzi politici sono stati espressi in passato, noi non possiamo che giudicarli insoddisfacenti: il concetto di accoglienza», ha aggiunto Conte, «è diverso da quello di sbarco. Consentire sbarchi indiscriminati senza limiti non equivale a offrire accoglienza». Si è esposto anche Danilo Toninelli: «Sequestrata Mare Jonio. Abbiamo sempre garantito», ha scritto su Twitter il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, «sicurezza e assistenza umanitaria in legalità e rispetto convenzioni internazionali. Risultati enormi in pochi mesi. Grazie ancora alla guardia costiera. Le ipocrisie sui migranti si infrangono contro la concretezza del governo». Carlo Tarallo
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
Continua a leggereRiduci
Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
Continua a leggereRiduci