Iran, New York socialista e Greenspan: la settimana americana tra diplomazia difficile, sinistra urbana e fine del mito della Fed.
Il primo cittadino di New York, Zohran Mamdani (Getty Images)
- A quattro mesi dall’insediamento, il sindaco dem osannato dalle sinistre di mezzo mondo ha fatto dietrofront su tutte le sue promesse elettorali. Non basta: ha pure annunciato un piano di tagli alla spesa per 1,7 miliardi.
- Le imposte erano già tra le più alte degli Usa. I nuovi balzelli stanno spostando imprenditori e manager verso la Florida.
Lo speciale contiene due articoli.
A ormai quattro mesi dall’insediamento alla guida di New York, il bilancio politico di Zohran Mamdani, sindaco socialista musulmano della città, appare già segnato da un evidente scarto tra le tante promesse elettorali e le decisioni adottate una volta entrato a City Hall. La campagna che lo aveva portato alla vittoria era stata costruita attorno a un messaggio chiaro: rendere la città più accessibile, alleggerire il peso degli affitti e intervenire sul sistema scolastico per migliorare le condizioni di apprendimento e garantire trasporti gratis. Oggi, tuttavia, molte di quelle priorità vengono ridimensionate, frenate da vincoli di bilancio che l’amministrazione ha indicato come ostacolo principale all’attuazione del programma. Ma questo si sapeva anche prima, così come si sapeva che i supermercati a prezzi calmierati promessi da Mamdani erano pura illusione, così come i trasporti pubblici gratuiti. Infatti nessuno li ha visti.
Il primo nodo riguarda proprio la politica abitativa, cuore dell’impegno elettorale. Mamdani aveva promesso interventi decisi per contenere i costi degli alloggi e ampliare i sostegni alle famiglie in difficoltà. In particolare, durante la campagna aveva assicurato che avrebbe ritirato il ricorso legale contro l’espansione del programma CityFheps, un sistema di buoni affitto finanziato dalla città per aiutare i residenti a uscire dai rifugi e trovare una sistemazione stabile. Una volta eletto, però, la linea è subito cambiata. L’amministrazione ha deciso di proseguire il contenzioso avviato dalla precedente gestione, sostenendo che l’estensione del programma comporterebbe costi troppo elevati per le casse comunali.
La decisione ha provocato immediate reazioni critiche. Il programma, che attualmente pesa per circa 1,2 miliardi di dollari, rappresenta un sostegno essenziale per decine di migliaia di famiglie. Le stime indicano che entro il 2030 il costo potrebbe salire fino a 4,7 miliardi, mentre circa 68.000 nuclei familiari dipendono già oggi da questa misura. La scelta di non ritirare il ricorso è stata interpretata da molti osservatori come un segnale di continuità con l’amministrazione precedente, in aperto contrasto con l’impegno assunto in campagna elettorale. Le critiche sono arrivate sia dal mondo delle organizzazioni sociali sia dal consiglio comunale. Diversi esponenti hanno sottolineato come il mantenimento della battaglia legale rischi di rallentare l’accesso a soluzioni abitative stabili per migliaia di cittadini. Alcuni hanno parlato esplicitamente di promessa non mantenuta, evidenziando come il cambio di rotta abbia inciso su uno dei punti più simbolici del programma elettorale. Anche le associazioni impegnate nella gestione dei rifugi per senzatetto hanno espresso la loro preoccupazione, sostenendo che il programma rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ridurre l’emergenza abitativa.
Allo stesso tempo, un secondo pilastro della campagna, quello relativo all’istruzione, sembra subire lo stesso destino. Mamdani aveva indicato la riduzione del numero di studenti per classe come intervento prioritario per migliorare la qualità dell’insegnamento nelle scuole pubbliche. Tuttavia, per contribuire al riequilibrio dei conti, l’amministrazione starebbe valutando il rinvio dell’applicazione della normativa statale che impone classi meno numerose. Il provvedimento richiederebbe l’assunzione di oltre 10.000 insegnanti, con un impatto significativo sul bilancio cittadino. Anche in questo caso, la promessa elettorale è stata sospesa di fronte alle difficoltà finanziarie.
Il contesto economico rappresenta il principale argomento difensivo dell’amministrazione, un po’ come fa Silvia Salis a Genova. Mamdani ha annunciato un piano di riduzione della spesa pari a 1,7 miliardi di dollari, necessario per affrontare un deficit stimato in 5,4 miliardi nei prossimi due anni. L’obiettivo dichiarato è mantenere l’equilibrio dei conti senza compromettere i servizi essenziali. Tuttavia, proprio queste misure di contenimento stanno incidendo sulle politiche che avevano caratterizzato la campagna elettorale, alimentando la percezione di un chiaro arretramento rispetto agli impegni iniziali.
Anche sul piano istituzionale il confronto si fa più complesso. Lo Stato di New York ha fatto sapere di essere disponibile a collaborare per ridurre il disavanzo, ma solo dopo che la città avrà individuato risparmi concreti e sostenibili, che ancora non sono stati presentati. Ciò aumenta la pressione sull’amministrazione, chiamata a presentare un bilancio esecutivo entro la fine di aprile e a ottenere l’approvazione definitiva entro il primo luglio. In questo contesto, le scelte politiche sono sempre più condizionate dalla necessità di contenere la spesa. Le reazioni politiche e sociali riflettono una crescente delusione da parte dell’elettorato che aveva sostenuto Mamdani. La promessa di rendere New York più accessibile, soprattutto sul fronte abitativo, rappresentava uno dei messaggi più forti della sua candidatura. Oggi, invece, le decisioni adottate vanno nella direzione opposta, con interventi rinviati o ridimensionati. La stessa volontà di proseguire il ricorso sul programma CityFheps è diventata il simbolo di questa distanza tra impegni e realtà amministrativa.
Nel complesso, l’inizio del mandato evidenzia una chiara difficoltà nel tradurre le proposte in azioni concrete, a parte gli annunci. Le scelte finora adottate mostrano un’amministrazione costretta a rivedere le priorità, ma anche del tutto incapace, almeno fino ad oggi, di mantenere le promesse che avevano sostenuto la vittoria elettorale. Tra vincoli finanziari, pressioni istituzionali e critiche politiche, la leadership di Mamdani si trova a dover recuperare credibilità. In definitiva, a quattro mesi dall’insediamento, il bilancio appare già chiaro: le promesse sono rimaste slogan, mentre le scelte concrete raccontano tutt’altra storia. Tra marce indietro, rinvii e giustificazioni contabili, l’agenda del cambiamento si è rapidamente trasformata in un esercizio di prudenza amministrativa. Il rischio evidente è che la distanza tra retorica elettorale e realtà di governo diventi strutturale. Perché governare una città complessa come New York è difficile, ma promettere ciò che non si può mantenere lo è molto meno. E, per ora, l’unica cosa davvero accessibile sembra essere il catalogo delle promesse disattese.
La tassazione record ha fatto fuggire 125.000 contribuenti
Sempre più contribuenti ad alto reddito stanno lasciando New York, attratti da sistemi fiscali più leggeri, da un costo della vita inferiore e da un modello abitativo considerato più vantaggioso. Quella che per decenni è stata la capitale finanziaria globale sta vivendo una trasformazione discreta ma significativa, destinata a incidere direttamente sui conti pubblici e sull’equilibrio economico della città.
Il fenomeno non è recente, ma negli ultimi anni ha assunto dimensioni più evidenti. Manager della finanza, imprenditori tecnologici e investitori immobiliari stanno trasferendo residenza e attività verso destinazioni come Miami, Palm Beach e Austin, con una particolare attrazione per la Florida, dove la pressione fiscale è più contenuta e il costo complessivo della vita risulta spesso inferiore rispetto a Manhattan o Brooklyn.
Centoventicinquemila. È il numero che sintetizza la portata del fenomeno e che sta alimentando il dibattito tra gli economisti e gli analisti. Si tratta dei contribuenti facoltosi, inclusi molti ultra-ricchi, che hanno deciso di lasciare lo Stato di New York per trasferirsi altrove, soprattutto in Florida e in Texas. Una scelta strategica che ha prodotto una riduzione stimata di circa 14 miliardi di dollari di gettito fiscale. Un ammanco rilevante, che ha spinto le autorità a riconoscere la dimensione del problema e a valutare possibili contromisure. La Florida, spesso descritta come un «paradiso fiscale» interno agli Stati Uniti, attira investitori e imprenditori per l’assenza di un’imposta statale sul reddito personale. A questo si aggiungono aliquote societarie contenute, l’assenza di imposte statali sulle successioni e sulle donazioni e, più in generale, una pressione fiscale complessivamente ridotta.
Il confronto con New York è netto. Nello Stato di New York l’imposta sul reddito può arrivare fino al 10,9% per i redditi più elevati, mentre le altre imposte contribuiscono a un carico complessivo tra i più alti del Paese. Secondo i dati di inizio 2026, New York registrava il livello di pressione fiscale combinata più elevato negli Stati Uniti. Un elemento particolarmente rilevante se si considera che i contribuenti più ricchi rappresentano meno dell’1% del totale ma versano circa il 41% dell’imposta complessiva sul reddito.
Non si tratta soltanto di una scelta economica. Il fenomeno riflette anche un cambiamento culturale nel modo di lavorare e vivere. La diffusione del lavoro da remoto ha ridotto la necessità di risiedere nel principale centro finanziario mondiale, indebolendo uno dei tradizionali punti di forza della città: la concentrazione fisica di capitale e competenze. Le conseguenze fiscali sono rilevanti. La partenza dei contribuenti più abbienti comporta una riduzione significativa delle entrate, in una fase già complessa per le finanze cittadine.
A febbraio, il sindaco Zohran Mamdani ha presentato il primo bilancio della sua amministrazione. Il documento per l’anno fiscale 2026 è in equilibrio, ma per il 2027 è previsto un deficit di circa 5,4 miliardi di dollari. Secondo l’amministrazione, il disavanzo deriva anche da anni di sottostima delle spese durante il mandato dell’ex sindaco Eric Adams, che avrebbe lasciato circa 12 miliardi di dollari di impegni non coperti. La governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul, ha autorizzato 1,5 miliardi di dollari di aiuti statali per contenere il deficit, ma è una goccia nell’oceano. Per ridurre la distanza tra entrate e spese, il sindaco ha proposto una sovrattassa del 2% sui milionari residenti, pari a circa lo 0,7% dei contribuenti. La misura potrebbe generare circa tre miliardi di dollari annui. Tuttavia, la proposta richiede l’approvazione dei legislatori statali e il via libera della governatrice, oltre al voto del consiglio comunale. In caso di mancata autorizzazione, l’amministrazione ha indicato un’alternativa drastica: un aumento del 9,5% dell’imposta sulla proprietà, che colpirebbe soprattutto i contribuenti con redditi medi e bassi.
Il dibattito si intreccia direttamente con la fuga dei contribuenti più ricchi. Da un lato, l’amministrazione sostiene che l’aumento delle imposte sui redditi più elevati sia necessario per garantire la stabilità finanziaria. Dall’altro, i critici temono che nuove tasse possano accelerare ulteriormente l’esodo, aggravando il problema delle entrate.
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Margaret Bourke-White davanti al bombardiere Flying Fortress dal quale ha realizzato fotografie di guerra durante l’attacco statunitense su Tunisi. Algeria, 1943. Margaret Bourke-White/The LIFE Picture Collection/Shutterstock
Sono i Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia ad ospitare (sino all’8 febbraio 2026) una grande retrospettiva dedicata a Margaret Bourke-White (1924-1971), la grande fotografa statunitense celebre per i suoi reportage di guerra e sull’industria americana. In mostra oltre 120 immagini, che ne ripercorrono la vita avventurosa e le tappe salienti della sua brillante carriera.
Affascinante, colta, libera, ambiziosa,indipendente, irrequieta e anticonformista, tutto questo era Margaret Bourke-White, prima donna fotografa del celebre settimanale Life ( sua era la foto della diga di Fort Peck, copertina del primo numero della rivista, datato 23 novembre 1936) , prima fotografa straniera ad avere il permesso di scattare foto nell’ ex Unione Sovietica e prima fotoreporter di guerra ad essere accreditata al pool fotografico dell'esercito americano ai tempi del secondo conflitto mondiale.
A Margaret Bourke-White non bastava partecipare, voleva vincere. Non bastava «primeggiare », voleva sempre essere la prima… E di primati, nella sua trentennale e rocambolesca carriera (interrotta solo dal Parkinson che la colpì non ancora cinquantenne), ne conquistò molti. Nel clima di rinascita che seguì la grande depressione del ’29, la Bourke-White riuscì a ritrarre con occhio poetico, ma nel contempo realista, fabbriche e grattacieli, immortalando in chiave modernista (a tratti quasi cubista) la maestosità della fervente architettura produttiva americana: fu questa una svolta professionale importante, non solo per lei, ma per tutto il genere femminile, in precedenza sottovalutato e considerato poco «adatto » a questo tipo di fotografia: affascinata dal progresso e dalla tecnologia, in più occasioni sottolineò che «l'industria è il vero luogo dell'arte» e che «i ponti, le navi, le officine hanno una bellezza inconscia e riflettono lo spirito del momento».
Ma se i suoi «scatti industriali» l’aiutarono a farsi conoscere e ad imporsi nel mondo editoriale e fotografico (era il 1929 quando l'editore Henry Luce la invitò a contribuire alla nascita della rivista illustrata Fortune ), fu come inviata di guerra per Life che la Bourke-White divenne leggenda: spericolata e senza paura, al seguito dell’esercito americano fu in prima linea sui fronti europei, sovietici e africani; nel 1943 fu la prima donna ad accompagnare i caccia statunitensi, fotografando quello che fu uno dei più violenti attacchi all'esercito tedesco; vide l’orrore dei campi di concentramento nazisti, ( su tutti Buchenwald, dove entrò il giorno dopo la liberazione dei prigionieri) e fu testimone dell’avanzata americana in Italia, dove immortalò – fra le tante situazioni – anche i soldati statunitensi con sci e lenzuoli bianchi, indossati per mimetizzarsi e muoversi con più facilità sulla neve dell’ Appennino Tosco Emiliano.
Convinta che «il fascismo non avrebbe preso il potere in Europa se ci fosse stata una stampa veramente libera che potesse informare la gente invece di ingannarla con false promesse», fece del fotogiornalismo la sua missione di vita, realizzando intensi reportage anche in India, Pakistan e in Corea, squassata - tra il 1950 e il 1953 - da quella sanguinosa guerra che divise per sempre il Paese. Straordinaria anche nelle « foto di posa» per quella sua capacità di trasformare anche le persone più umili in attori, la Bourke-White ritrasse minatori e operai, ma anche personalità come Stalin ( fu lei a realizzarne il primo, e unico, ritratto non ufficiale con autorizzazione a circolare anche fuori dall’URSS…) e Gandhi, che ifotografò nel 1946 intento nella lettura. Maestra nell’uso del bianco e nero, nell’ultima fase della sua carriera sperimentò anche il colore, documentando ( e denunciando) con scatti forti e intensi apartheid , disuguaglianze e razzismo, dando voce a poveri ed emarginati, dagli Stati Uniti al Sud Africa. Realtà tragiche, di ingiustizie e miseria, rese ancora più drammatiche dal confronto con l’ abbondanza della società consumistica, rappresentata in alcuni scatti dell’artista da tavole imbandite e dalla bevanda americana per eccellenza, la Coca-Cola…
Fotoreporter, ritrattista, fotografa di industria e architettura, emancipata e libera, ma di grande sensibilità e con un lato romantico, Margaret Bourke-White è stata donna e artista di profonda umanità e di incredibile forza, come racconta la bella mostra allestita sino all’8 febbraio 2026 nei Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia , un’esposizione che attraverso oltre 120 immagini ne ripercorre il lavoro, la vita e l’esperienza umana , regalando al visitatore un ritratto a tutto tondo di un’attenta testimone del suo tempo, capace di superare barriere e confini di genere.
La Mostra
Curato da Monica Poggi in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, il percorso espositivo si snoda in 6 ricche sezioni tematiche, che spaziano dai primi servizi per Life sino agli scatti della maturità, con immagini che testimoniano la capacità della Bourke-White di passare dall’imponenza industriale alla vulnerabilità dell’essere umano.
Per la ricchezza, il significato e la quantità degli scatti esposti, è davvero difficile scegliere i migliori, perché la fotografia, come l’arte in generale, è sempre soggettiva, legata alla sensibilità, al pensiero, al gusto di ognuno: tuttavia, giudico fra i più interessanti la notissima Diga di Fort Peck, il Mohandas Karamchand Gandhi mentre legge vicino a un arcolaio, Soldato americano che chiacchiera con una ragazza tedesca e Due minatori tedeschi della Regione della Ruhr. E poi, splendido e iconico, il ritratto che la immortala in piedi, spavalda e coraggiosa, davanti al bombardiere Flying Fortress, a bordo del quale scattò fotografie di guerra durante l’attacco statunitense su Tunisi nel 1943.
A dare valore aggiunto alla mostra, per approfondire il mondo di Margaret Bourke-White la Fondazione Palazzo Magnani propone anche un ciclo di incontri pubblici (da novembre a febbraio) con alcuni tra i più autorevoli specialisti del cosiddetto Secolo americano: un’occasione unica per esplorare i caratteri storici, culturali, ideologici, economici e sociologici che hanno segnato il Novecento e che ancora oggi influenzano profondamente la cultura e la società contemporanea.
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Cartelli antisionisti affissi fuori dallo stadio dell'Aston Villa prima del match contro il Maccabi Tel Aviv (Ansa)
Dai cartelli antisionisti di Birmingham ai bimbi in gita nelle moschee: i musulmani spadroneggiano in Europa. Chi ha favorito l’immigrazione selvaggia, oggi raccoglie i frutti elettorali. Distruggendo le nostre radici cristiane.
Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro dell’islamo-socialismo. Da New York a Birmingham, dalle periferie francesi alle piazze italiane, cresce ovunque la sinistra di Allah, l’asse fra gli imam dei salotti buoni e quelli delle moschee, avanti popolo del Corano, bandiera di Maometto la trionferà. Il segno più evidente di questa avanzata inarrestabile è la vittoria del socialista musulmano Zohran Mamdani nella città delle Torri Gemelle: qui, dove ventiquattro anni fa partì la lotta contro la minaccia islamica, ora si celebra il passo, forse definitivo, verso la resa dell’Occidente. E la sinistra mondiale, ovviamente, festeggia garrula.
Ma li sentite? Il Pd è corso a celebrare la vittoria a Brooklyn, esattamente come ieri celebrava quelle a Madrid, Londra e Rio de Janeiro (il Papa straniero è una nota pomata elettorale che lenisce il dolore per le italiche batoste). E non s’accorge di quello che sta avvenendo. O forse se ne accorge e pensa di sfruttarlo: se Parigi val bene una messa, s’illudono, Roma non può valere una Mecca? Non è da ora, per altro, che la sinistra strizza l’occhio agli ayatollah: Jean-Paul Sartre, idolo di molti degli attuali campioni dell’internazionale islamo-socialista, si era iscritto al comitato di sostegno di Khomeini e inneggiava ai pasdaran. C’è una differenza, però: allora sotto attacco c’era lo scià. Oggi, invece, sotto attacco ci sono le nostre libertà.
Guardate il video che hanno diffuso ieri gli islamici di Birmingham. Ci sono alcuni di loro vestiti di nero e incappucciati che tappezzano la città di bandiere e volantini. Musica araba di sottofondo, gesti di dominio, messaggio chiaro: qui comandiamo noi. L’occasione è stata la partita di Europa League Aston Villa-Maccabi Tel Aviv: le autorità inglesi hanno vietato ai tifosi israeliani di seguire la loro squadra nella trasferta inglese. Ma ai musulmani di Birmingham ciò non è bastato. Hanno voluto mostrare i muscoli, come ha notato sui social il giornalista Leonardo Panetta, «forti dell’abbraccio caloroso del mondo progressista». A Birmingham i musulmani rappresentano il 30%o della popolazione. Voti che fanno gola all’internazionale islamo-socialista. Voti che fanno vincere le elezioni. Proprio come è successo a New York.
È l’inevitabile e pericolosa conclusione di anni di politiche suicide. Pensateci: la sinistra ha aperto le porte all’immigrazione incontrollata, ha favorito la distruzione delle nostre radici cristiane, ha permesso che la laicizzazione della società lasciasse il passo alla sua progressiva islamizzazione. Questo è il risultato: sono state abbattute una dopo l’altra le statue della Madonna ma proprio a Birmingham due anni fa è stata innalzata una statua alla donna con il velo. Ci sono intere zone della nostra Europa dove, con il silenzio complice dei profeti dell’accoglienza e dell’integrazione, si applica la sharia. L’altra settimana a Sesto San Giovanni, non a Teheran, una donna è stata aggredita perché non portava il velo. Nessuno ha protestato. L’Europa vuole sostituire il Natale con la festa d’inverno ma intanto, nelle scuole, si festeggia il Ramadan. Se una maestra fa dire un’Ave Maria viene sanzionata, se i bambini vengono portati in moschea e costretti a inginocchiarsi verso La Mecca tutti applaudono. Ovvio, no? I voti degli islamici fanno gola.
Già: con i voti degli islamici si vince, lo ha dimostrato il socialista Mamdani a New York, prima di lui il laburista Sadiq Khan a Londra. In Francia la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon ha sfondato elettoralmente nelle banlieu proprio sfruttando imam, moschee e persino i Fratelli musulmani. Quest’estate in Gran Bretagna Jeremy Corbyn ha lanciato insieme con Zarah Sultana il partito islamista-marxista. E in Italia la sinistra radicale di Avs strizza l’occhio a Mohammad Hannoun, leader dei palestinesi, già finito nell’elenco Usa dei terroristi, per provare a trasformare in voti le piazze pro Pal. Il risultato elettorale nella Grande mela ridà fiato a tutti loro: ora e sempre Resistenza, ma anche un po’ di jihad. Stamattina mi son svegliato e ho trovato il muezzin.
Ma stanno giocando con il fuoco. Quello che sta avvenendo, infatti, è chiaro: la conquista dolce dell’Europa da parte dell’islam è a un punto di svolta. Che passa proprio per la via istituzionale. Quando gli islamici provarono a conquistare l’Europa con le armi, furono sempre sconfitti: Poitiers 732, Lepanto 1571, Vienna 1683… Ora, invece, usano le armi della demografia e della democrazia, passando per i canali istituzionali, e noi ci inchiniamo e addirittura festeggiamo trulli trulli, come fa la sinistra. Michel Houellebecq l’aveva scritto, ora si sta avverando. Ogni giorno arriva un segnale preoccupante, anche se molti non lo vogliono vedere. Al ministero degli Interni inglese c’è una laburista che dice: «È l’islam a guidare le mie azioni». In Italia si sono già fatte (a Monfalcone) le prime prove tecniche di partito islamico. A New York viene eletto il primo sindaco islamico. E a Birmingham gli islamici fanno capire che vogliono comandare loro.
Tra non molto, temo, sarà così evidente che ce ne accorgeremo tutti. Ma allora sarà troppo tardi.
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Cartelli antisionisti affissi fuori dallo stadio dell'Aston Villa prima del match contro il Maccabi Tel Aviv (Ansa)
Dai cartelli antisionisti di Birmingham ai bimbi in gita nelle moschee: i musulmani spadroneggiano in Europa. Chi ha favorito l’immigrazione selvaggia, oggi raccoglie i frutti elettorali. Distruggendo le nostre radici cristiane.
Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro dell’islamo-socialismo. Da New York a Birmingham, dalle periferie francesi alle piazze italiane, cresce ovunque la sinistra di Allah, l’asse fra gli imam dei salotti buoni e quelli delle moschee, avanti popolo del Corano, bandiera di Maometto la trionferà. Il segno più evidente di questa avanzata inarrestabile è la vittoria del socialista musulmano Zohran Mamdani nella città delle Torri Gemelle: qui, dove ventiquattro anni fa partì la lotta contro la minaccia islamica, ora si celebra il passo, forse definitivo, verso la resa dell’Occidente. E la sinistra mondiale, ovviamente, festeggia garrula.
Ma li sentite? Il Pd è corso a celebrare la vittoria a Brooklyn, esattamente come ieri celebrava quelle a Madrid, Londra e Rio de Janeiro (il Papa straniero è una nota pomata elettorale che lenisce il dolore per le italiche batoste). E non s’accorge di quello che sta avvenendo. O forse se ne accorge e pensa di sfruttarlo: se Parigi val bene una messa, s’illudono, Roma non può valere una Mecca? Non è da ora, per altro, che la sinistra strizza l’occhio agli ayatollah: Jean-Paul Sartre, idolo di molti degli attuali campioni dell’internazionale islamo-socialista, si era iscritto al comitato di sostegno di Khomeini e inneggiava ai pasdaran. C’è una differenza, però: allora sotto attacco c’era lo scià. Oggi, invece, sotto attacco ci sono le nostre libertà.
Guardate il video che hanno diffuso ieri gli islamici di Birmingham. Ci sono alcuni di loro vestiti di nero e incappucciati che tappezzano la città di bandiere e volantini. Musica araba di sottofondo, gesti di dominio, messaggio chiaro: qui comandiamo noi. L’occasione è stata la partita di Europa League Aston Villa-Maccabi Tel Aviv: le autorità inglesi hanno vietato ai tifosi israeliani di seguire la loro squadra nella trasferta inglese. Ma ai musulmani di Birmingham ciò non è bastato. Hanno voluto mostrare i muscoli, come ha notato sui social il giornalista Leonardo Panetta, «forti dell’abbraccio caloroso del mondo progressista». A Birmingham i musulmani rappresentano il 30%o della popolazione. Voti che fanno gola all’internazionale islamo-socialista. Voti che fanno vincere le elezioni. Proprio come è successo a New York.
È l’inevitabile e pericolosa conclusione di anni di politiche suicide. Pensateci: la sinistra ha aperto le porte all’immigrazione incontrollata, ha favorito la distruzione delle nostre radici cristiane, ha permesso che la laicizzazione della società lasciasse il passo alla sua progressiva islamizzazione. Questo è il risultato: sono state abbattute una dopo l’altra le statue della Madonna ma proprio a Birmingham due anni fa è stata innalzata una statua alla donna con il velo. Ci sono intere zone della nostra Europa dove, con il silenzio complice dei profeti dell’accoglienza e dell’integrazione, si applica la sharia. L’altra settimana a Sesto San Giovanni, non a Teheran, una donna è stata aggredita perché non portava il velo. Nessuno ha protestato. L’Europa vuole sostituire il Natale con la festa d’inverno ma intanto, nelle scuole, si festeggia il Ramadan. Se una maestra fa dire un’Ave Maria viene sanzionata, se i bambini vengono portati in moschea e costretti a inginocchiarsi verso La Mecca tutti applaudono. Ovvio, no? I voti degli islamici fanno gola.
Già: con i voti degli islamici si vince, lo ha dimostrato il socialista Mamdani a New York, prima di lui il laburista Sadiq Khan a Londra. In Francia la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon ha sfondato elettoralmente nelle banlieu proprio sfruttando imam, moschee e persino i Fratelli musulmani. Quest’estate in Gran Bretagna Jeremy Corbyn ha lanciato insieme con Zarah Sultana il partito islamista-marxista. E in Italia la sinistra radicale di Avs strizza l’occhio a Mohammad Hannoun, leader dei palestinesi, già finito nell’elenco Usa dei terroristi, per provare a trasformare in voti le piazze pro Pal. Il risultato elettorale nella Grande mela ridà fiato a tutti loro: ora e sempre Resistenza, ma anche un po’ di jihad. Stamattina mi son svegliato e ho trovato il muezzin.
Ma stanno giocando con il fuoco. Quello che sta avvenendo, infatti, è chiaro: la conquista dolce dell’Europa da parte dell’islam è a un punto di svolta. Che passa proprio per la via istituzionale. Quando gli islamici provarono a conquistare l’Europa con le armi, furono sempre sconfitti: Poitiers 732, Lepanto 1571, Vienna 1683… Ora, invece, usano le armi della demografia e della democrazia, passando per i canali istituzionali, e noi ci inchiniamo e addirittura festeggiamo trulli trulli, come fa la sinistra. Michel Houellebecq l’aveva scritto, ora si sta avverando. Ogni giorno arriva un segnale preoccupante, anche se molti non lo vogliono vedere. Al ministero degli Interni inglese c’è una laburista che dice: «È l’islam a guidare le mie azioni». In Italia si sono già fatte (a Monfalcone) le prime prove tecniche di partito islamico. A New York viene eletto il primo sindaco islamico. E a Birmingham gli islamici fanno capire che vogliono comandare loro.
Tra non molto, temo, sarà così evidente che ce ne accorgeremo tutti. Ma allora sarà troppo tardi.
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