Navi ancora bloccate a causa della guerra tra Iran, Usa e Israele. Le imbarcazioni ancorano al largo della costa di Khasab, vicino allo Stretto di Hormuz in Oman, poiché il traffico marittimo attraverso questa strategica via d'acqua rimane ancora interrotto a causa della guerra che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele.
Lo ha dichiarato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani in uscita dal Consiglio degli esteri di Bruxelles. Il ministro ha parlato della situazione ad Hormuz e di come sia importante garantire la libera circolazione. Ha sottolineato che tutti i ministri degli esteri hanno posizioni analoghe, ovvero una spinta di entrambe le controparti per una soluzione di dialogo pacifico. Un ultimo punto su Hezbollah, Tajani ha ribadito la necessità di disarmare il partito di Dio, rafforzando l'esercito regolare libanese.
- Per l’Iran il blocco dei porti da parte degli Stati Uniti viola la tregua e rende impossibile riaprire il passaggio. Colpito un altro mercantile, riconducibile agli Emirati. Il regime: «Occhio per occhio, petroliera per petroliera».
- Il capo di Stato maggiore Berutti Bergotto conferma l’adesione italiana a una missione congiunta nell’area. Il Pentagono: «Sei mesi per sminarla». Intanto, nel Mar Rosso l’Ue lascia l’Italia sola.
Lo speciale contiene due articoli.
Nelle acque sempre più tese dello Stretto di Hormuz si consuma un nuovo capitolo dello scontro tra Iran e Stati Uniti, con ricadute dirette sulla sicurezza del traffico marittimo internazionale. Tra versioni divergenti e dichiarazioni contrapposte, il quadro resta incerto ma segnato da una progressiva escalation che coinvolge attori militari, interessi economici e rotte strategiche globali. Secondo quanto annunciato dai Guardiani della Rivoluzione iraniana, due navi mercantili sarebbero state intercettate e poste sotto sequestro mentre attraversavano lo Stretto. Tra queste viene indicata la Msc Francesca, portacontainer battente bandiera panamense ma operante sotto il gruppo Mediterranean Shipping Company, gigante italo-svizzero fondato dall’armatore Gianluigi Aponte, mentre l’altra unità coinvolta è la Epaminondas, riconducibile a interessi greci.
Il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche ha identificato le due navi sostenendo che la Msc Francesca sarebbe «collegata a Israele», mentre la Epaminondas sarebbe stata priva dei «permessi necessari» e avrebbe «manomesso i sistemi di navigazione». La versione è stata diffusa dall’emittente iraniana Irib attraverso Telegram e rilanciata dal Guardian, rafforzando la narrativa di Teheran secondo cui le operazioni sarebbero avvenute per motivi di sicurezza marittima. La stessa linea viene ribadita dall’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, secondo cui le unità avrebbero violato ripetutamente le normative internazionali, alterato i sistemi di tracciamento e tentato di transitare clandestinamente nello stretto.
Accuse che, nel caso della Msc Francesca, assumono anche una valenza politica: l’imbarcazione viene associata al «regime sionista», espressione utilizzata da Teheran per indicare Israele. Un riferimento che si intreccia con il profilo della famiglia Aponte, considerando che la cofondatrice del gruppo, Rafaela Diamant-Aponte è nata ad Haifa. Atene ha smentito il sequestro della Epaminondas, parlando di informazioni inesatte, mentre la nave - gestita dalla greca Technomar - sarebbe stata colpita da una cannoniera al largo dell’Oman: nessun ferito, ma ingenti danni al ponte di comando. Nel frattempo, nuovi episodi confermano il deterioramento della sicurezza nell’area. La società di intelligence marittima Vanguard ha segnalato l’attacco a una terza nave commerciale in fase di attraversamento dello Stretto di Hormuz. Allo stesso tempo l’agenzia britannica Ukmto ha riferito di colpi d’arma da fuoco contro un mercantile in uscita dall’Iran e di un attacco da parte di una motovedetta iraniana a un’altra nave al largo dell’Oman, con danni rilevanti alla struttura. L’Iran insiste sul fatto che il blocco navale imposto dagli Stati Uniti costituisca una violazione diretta del cessate il fuoco, rendendo impossibile la riapertura dello Stretto di Hormuz. In un messaggio pubblicato su X, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che «un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco navale e dal sequestro dell’economia mondiale e se l’avventurismo bellico dei sionisti su tutti i fronti viene fermato». «L’apertura dello Stretto di Hormuz non è possibile con una palese violazione del cessate il fuoco», ha aggiunto Ghalibaf, sottolineando che Stati Uniti e Israele «non hanno raggiunto i loro obiettivi con l’aggressione militare e non li raggiungeranno con l’intimidazione», indicando come unica soluzione il riconoscimento dei diritti dell’Iran. «Occhio per occhio, petroliera per petroliera»: così Ibrahim Rezaei portavoce della Commissione Esteri e Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, citato da Al Mayadeen, ha giustificato il sequestro di due navi nello Stretto di Hormuz, avvertendo che Teheran non resterà in silenzio e non permetterà al nemico di trasformare una sconfitta in una vittoria.
A rendere ancora più complesso lo scenario interviene anche il fattore militare legato alla sicurezza della navigazione. Per ripulire lo Stretto di Hormuz da eventuali mine potrebbero essere necessari fino a sei mesi e, secondo il Pentagono, è improbabile che un’operazione di questo tipo venga avviata prima della conclusione del conflitto. Gli sviluppi si inseriscono in un quadro più ampio legato al tentativo statunitense di limitare le esportazioni energetiche iraniane attraverso un blocco navale. Tuttavia, secondo i dati del gruppo di monitoraggio Vortexa, riportati dal Financial Times, almeno 34 petroliere legate a Teheran sarebbero riuscite a eludere i controlli, trasportando milioni di barili di greggio e generando entrate significative nonostante le sanzioni. A rendere ancora più instabile lo scenario contribuisce la prospettiva di una ripresa degli attacchi da parte dei ribelli Huthi nel Mar Rosso, mentre sullo sfondo resta il rischio legato ai cavi sottomarini che attraversano lo stretto. Un eventuale danneggiamento simultaneo di queste infrastrutture, minacciato da Teheran, potrebbe provocare gravi interruzioni delle comunicazioni nei Paesi del Golfo, con effetti a catena sull’economia globale.
La Marina: presto 4 navi a Hormuz
L’Italia è già pronta a mandare quattro navi a Hormuz, quando si muoverà una coalizione internazionale. L’annuncio l’ha dato ieri sera il capo di Stato maggiore della Marina, Giuseppe Berutti Bergotto, spiegando che si tratta della «pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di stato maggiore della Difesa.
In mattinata, in audizione alla Commissione Difesa, lo stesso alto ufficiale aveva rivelato che, al di là dei proclami dei vari Emmanuel Macron e Keir Starmer, e delle promesse dell’Ue, «nel Mar Rosso attualmente c’è soltanto la nostra nave, noi siamo Force Commander, cioè siamo il Comandante del Mare e agli inizi di maggio farà parte della Forza anche una nave greca, però ad oggi c’è soltanto una nave italiana». Insomma, eravamo e siamo soli, come di fronte al contrasto dell’immigrazione clandestina.
Berutti Bergotto, intervendo in tv a Cinque Minuti, ha spiegato: «La pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di Stato Maggiore della Difesa prevede un gruppo basato su due cacciamine con un’unità di scorta e una logistica che ci permette di aumentare il periodo. In tutto quattro navi». Poi ha precisato che «ovviamente noi non andiamo da soli, andiamo all’interno di una coalizione internazionale, anche le altre nazioni manderanno dei cacciamine. In Europa ci sono Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio».
Anche in Parlamento era spuntata una notizia. Berutti Bergotto aveva ricordato che «le attività che facciamo in ambienti internazionali vengono condotte o all’interno di coalizioni Nato, dell’Unione europea o di coalizioni internazionali abbastanza corpose, questo perché aiuta l’efficacia dell’operazione: c’è uno scambio di informazioni, ci sono più mezzi a disposizione e anche dal punto di vista internazionale c’è una maggiore sicurezza». Quindi questo è lo scenario anche per Hormuz, quando il governo italiano, e gli altri «volonterosi», decideranno in concreto la missione. Poi l’ammiraglio, con l’aria di fare il punto della situazione, aveva affermato: «Nel Mar Rosso attualmente c’è soltanto la nostra nave […] e agli inizi di maggio farà parte della Forza anche una nave greca, però a oggi c’è soltanto una nave italiana». Quindi tutto questo «rafforzamento» di cui si parla in Europa (un mese a dire «Rafforziamo la missione Aspides») è rispetto a una sola nave, italiana. E speriamo che arrivino anche quegli altri servi della gleba con bandiera greca.
Venerdì scorso, i leader di 49 nazioni riuniti a Parigi hanno annunciato l’accelerazione dei piani per una missione multinazionale, definita di natura «neutrale e difensiva», per garantire la navigazione nello Stretto di Hormuz (il cui sminamento, secondo il Pentagono, durerà almeno sei mesi).
Su questo importante «risultato» (promesso) hanno messo il cappello i due capi di Stato che hanno presieduto insieme il vertice, ovvero Macron e Starmer. Il premier britannico ha raccontato che i leader hanno concordato sulla necessità di accelerare la pianificazione militare per una missione multinazionale, «non appena le condizioni lo permetteranno». E ha annunciato un’altra conferenza militare a Londra.
Quella riunione si è svolta ieri, tra i vertici della «pianificazione militare» di 30 Stati, tra cui l’Italia, in modo da predisporre i piani per la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz quando le armi taceranno. E adesso, la palla torna alla politica con il vertice Ue di Cipro, oggi e domani, con una riunione informale del Consiglio europeo. Si parlerà anche di temi economici, gas compreso, ma il piatto forte sono la missione nello Stretto e il rilancio di quella in Libano, dopo il disimpegno Usa. E a proposito di Casa Bianca, vista com’è la situazione nel Mar Rosso (se gli Huthi attaccassero domani mattina, c’è solo una nave italiana), forse tocca ammettere che quando Donald Trump si diceva «deluso» dagli alleati europei non aveva tutti i torti.
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Saeed Khatibzadeh, viceministro degli Esteri iraniano (Getty Images)
- La Casa Bianca fa sapere che il cessate il fuoco sarà prorogabile se i colloqui in Pakistan progrediscono. Ma Teheran pretende risarcimenti di guerra, nessuna interferenza sul nucleare e la fine delle sanzioni.
- Coro di no, dall’Ue agli Emirati: rischio domino, difficoltà logistiche e giallo sulla valuta. Ieri intanto è passata la prima petroliera, con bandiera gaboniana, diretta in India.
- Il tycoon tratta con la pistola sul tavolo: «Navi, aerei e uomini rimangono in Iran fino a intesa raggiunta».
Lo speciale contiene tre articoli
Due settimane di tregua, un tavolo negoziale pronto e una realtà, però, che va nella direzione opposta. Alla vigilia dei colloqui di Islamabad, infatti, Stati Uniti e Iran già si accusano reciprocamente di aver violato l’accordo, mentre resta irrisolto il problema più delicato: che cosa rientra davvero nel cessate il fuoco?
Per Teheran, il punto è chiarissimo. Il Libano fa parte della tregua. «Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca», ha detto il viceministro degli Esteri, Saeed Khatibzadeh, in un’intervista alla Bbc. «Non si può chiedere un cessate il fuoco, accettarne i termini e le condizioni, nominando specificamente il Libano, e poi lasciare che il proprio alleato dia inizio a un massacro», con chiaro riferimento ai violenti raid israeliani su Beirut. È una presa di posizione netta, che l’Iran ha ribadito più volte nelle ultime ore: «Gli Stati Uniti devono scegliere se vogliono la guerra o la pace. Non possono avere entrambe le cose allo stesso tempo».
La linea iraniana non resta isolata. Mosca, per esempio, ieri ha apertamente ammonito che il cessate il fuoco ha una dimensione regionale e deve quindi estendersi anche al Libano. Da parte sua, anche il Pakistan - che sta mediando tra le parti - insiste sulla necessità di rispettare l’intesa nel suo complesso, Beirut inclusa. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che guiderà la delegazione a Islamabad, ha comunque avvertito che «le violazioni del cessate il fuoco porteranno a costi e a forti risposte» e ha invitato a «smettere immediatamente» con gli attacchi.
Nel frattempo, tuttavia, il quadro si complica. Il Libano non vuole restare fuori dal negoziato e chiede di entrarci formalmente. Il premier, Nawaf Salam, ha contattato il Pakistan per sollecitare garanzie: l’obiettivo è «confermare che il cessate il fuoco includa il Libano» ed evitare il ripetersi degli attacchi. Anche da Beirut arriva lo stesso messaggio: è necessario «avere un posto al tavolo» dei colloqui di Islamabad, perché - secondo l’interpretazione libanese - il Paese «era incluso nella tregua».
A rendere ancora più fragile il contesto contribuisce il clima generale di sfiducia. I Paesi del Golfo, in particolare il Bahrein, hanno segnalato attacchi iraniani anche dopo l’annuncio del cessate il fuoco, mentre Teheran accusa Washington di non far rispettare l’intesa al proprio alleato. Lo stesso Khatibzadeh ha spiegato che l’Iran era pronto a reagire, ma ha scelto di fermarsi dopo la mediazione pakistana. Insomma, la tregua tiene, ma solo perché nessuno ha ancora deciso di farla saltare. La partita negoziale, che prende avvio in questa atmosfera incandescente, si giocherà soprattutto sui cosiddetti «10 punti» dell’Iran. Naturalmente, non esiste un documento ufficiale, ma dalle dichiarazioni degli ultimi giorni emerge una piattaforma abbastanza precisa, che sarà al centro dei colloqui. Il primo nodo, per ovvi motivi, è quello della sicurezza: Teheran pretende che non vi siano nuovi attacchi contro il suo territorio e insiste per siglare un accordo che non si risolva in una pausa solo temporanea. «Non possono avere guerra e pace allo stesso tempo», ha detto ancora Khatibzadeh, sintetizzando la posizione iraniana.
Il secondo punto riguarda le sanzioni. Per la Repubblica islamica, l’allentamento della pressione economica è una condizione imprescindibile. C’è poi il tema dell’intero assetto regionale: Iraq, Siria e Libano fanno parte di un unico equilibrio strategico che, per Teheran, non può essere ridotto a compartimenti stagni. Non è un caso che il dossier libanese sia diventato subito centrale: «Il Libano e l’intero Asse della Resistenza costituiscono parte integrante del cessate il fuoco», ha dichiarato con forza Ghalibaf.
Il capitolo più delicato resta però quello nucleare. Qui la posizione iraniana è molto rigida. Il capo dell’Organizzazione per l’energia atomica, Mohammad Eslami, lo ha ribadito ieri senza mezzi termini: le richieste di limitare l’arricchimento dell’uranio sono «illusioni» e «nessuna legge o individuo può fermarci». È un messaggio diretto agli Stati Uniti e a Donald Trump, che continuano a considerare lo smantellamento del progetto nucleare iraniano uno dei punti chiave del negoziato.
Ma non è finita qui: la piattaforma iraniana include anche la non interferenza negli affari interni della Repubblica islamica, la riduzione della presenza militare americana nella regione e una ridefinizione degli equilibri di sicurezza. Non si tratta quindi di un negoziato tecnico, ma di un confronto che tocca l’intero assetto del Medio Oriente. Altrimenti, questo è il punto, si rischierebbe di siglare una pace armata senza un vero futuro. Anche la scelta di Ghalibaf come capo delegazione, dopotutto, conferma che per Teheran il tavolo di Islamabad è considerato decisivo. L'Iran pretende inoltre risarcimenti per la guerra iniziata da Stati Uniti e Israele, e una nuova modalità di gestire lo stretto di Hormuz. A chiarirlo è stato l'ayatollah Mojtaba Khamenei.
Resta, sullo sfondo, uno spiraglio. Secondo la Cnn, il cessate il fuoco di due settimane potrebbe essere prorogato se la Casa Bianca riterrà che i negoziati avranno prodotto risultati apprezzabili. Eppure, sebbene Trump abbia detto ieri alla Nbc di essere «molto ottimista» su un accordo con l’Iran, è ancora tutto appeso a un filo. Per adesso, più che un percorso condiviso, quello che emerge è un negoziato che rischia di incepparsi prima ancora di cominciare, tra richieste apparentemente incompatibili e una tregua che ciascuna parte interpreta a modo proprio. E il rischio è di vanificare qualsiasi risoluzione diplomatica di un conflitto che sta avendo ripercussioni non solo sul Medio Oriente, ma sul mondo intero.
Crociata contro i pedaggi a Hormuz
Ieri è passata la prima petroliera non iraniana da Hormuz. Si chiama Msg, batte bandiera gaboniana e trasporta circa 7.000 tonnellate di olio combustibile emiratino dirette in India. Non è esattamente la riapertura delle danze, ma più un passo di prova, come quando si riaccende la luce in sala prima che lo spettacolo ricominci.
Attorno, il traffico resta rarefatto: due petroliere iraniane e qualche portarinfuse. Fine. Perché il punto è proprio questo: Hormuz, formalmente, resta chiuso. O meglio, semiaperto a discrezione di Teheran. Il nuovo schema è semplice e inquietante insieme: massimo 15 navi al giorno, sotto stretto coordinamento con le autorità militari iraniane, lungo rotte stabilite e nel rispetto di «misure tecniche». Traduzione: si passa, ma solo se e come decide l’Iran. A mettere i paletti è il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che lega il via libera a una condizione politica grande come una petroliera: gli Stati Uniti devono rispettare i propri obblighi. Solo allora - dice - il passaggio sarà «sicuro» e regolato. Insomma, la libertà di navigazione trasformata in un negoziato permanente.
E qui parte il coro dei contrari. Anzi, il coro dei no, senza se e senza ma. Perché l’idea che Teheran possa introdurre un pedaggio sullo stretto è visto come una deriva pericolosa. Da Bruxelles, Kaja Kallas ministro degli esteri Ue avverte: non si può legittimare alcuna forma di tassazione su rotte commerciali globali. Sarebbe un precedente micidiale. Oggi Hormuz, domani chissà: Bab el Mandeb? Malacca? Il rischio è un effetto domino con impatti diretti su energia, fertilizzanti, sicurezza alimentare. Non proprio dettagli. Il diritto internazionale parla chiaro, libertà di navigazione senza pedaggi. Molto meno diplomatico il ceo della compagnia emiratina Adnoc, Sultan Al Jaber. La chiusura di Hormuz è inammissibile. Permessi, condizioni, pressioni politiche: un sistema che somiglia più a un casello geopolitico che a una rotta marittima.
E con un’aggravante: le infrastrutture energetiche della regione sono state colpite, e i produttori devono già fare i conti con danni e capacità ridotta. Dall’altra parte dell’Atlantico, le compagnie petrolifere americane non hanno nessuna intenzione di pagare. Secondo indiscrezioni, il tema è già sul tavolo di Marco Rubio e JD Vance. Gli argomenti sono quelli classici, ma pesanti: diritto internazionale, sanzioni, costi. In sintesi: pagare non è un’opzione possibile. Anche perché il pedaggio, oltre che indigesto, è pure complicato da incassare.
In che valuta? Qui la geopolitica diventa quasi commedia, stando almeno al copione desiderato a Teheran. In bitcoin? Impossibile: troppo volatile, oggi paghi una cifra, domani vale il doppio o la metà. Non esattamente il massimo per chi deve far quadrare miliardi di dollari di greggio. In moneta cinese? Ancora peggio: Washington e l’Occidente non accetterebbero mai di legittimare una moneta rivale in un nodo strategico globale. Sarebbe come consegnare le chiavi del traffico energetico mondiale a Pechino. E allora resta il nodo: chi paga, come paga e soprattutto perché dovrebbe farlo. Nel frattempo, la realtà è quella di una strettoia politicizzata. Dove passa una petroliera e sembra una notizia. Dove 15 navi al giorno diventano una concessione. Dove la libertà di navigazione resta sospesa tra diplomazia, muscoli e calcoli.
E così, mentre la Msg scivola verso l’India con il suo carico emiratino, il mondo guarda Hormuz con il fiato sospeso. Perché basta poco per trasformare una «riapertura controllata» in un nuovo scontro. E allora sì, quella petroliera non iraniana è passata. Ma più che una ripartenza, per ora, sembra un avvertimento: il traffico può riprendere. A patto di pagare: politicamente, prima ancora che economicamente.
Trump: «Sono molto ottimista sull’accordo»
Donald Trump punta a salvaguardare l’accordo di cessate il fuoco con l’Iran, muovendosi su più piani. Da una parte ha aumentato la pressione sul regime khomeinista, dall’altra ha iniziato a frenare Israele.
Ieri, il presidente americano ha innanzitutto intimato a Teheran di attenersi a quanto stabilito nell’intesa raggiunta. «Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, con munizioni, armamenti e qualsiasi altra cosa appropriata e necessaria per la persecuzione e la distruzione letale di un nemico già sostanzialmente indebolito, rimarranno in Iran e nelle aree circostanti fino a quando il vero accordo raggiunto non sarà pienamente rispettato. Se per qualsiasi motivo ciò non dovesse accadere, il che è altamente improbabile, allora “inizieranno gli scontri a fuoco”, più grandi e più forti di quanto si sia mai visto prima», ha dichiarato il presidente americano su Truth. «L’accordo è stato raggiunto molto tempo fa e, nonostante tutta la falsa retorica contraria, non ci sarà alcuna arma nucleare, mentre lo Stretto di Hormuz sarà aperto e sicuro.
Nel frattempo, il nostro grande esercito si sta preparando e riposando, in attesa della sua prossima conquista», ha aggiunto, per poi tornare a lamentarsi della scarsa collaborazione della Nato sul dossier mediorientale. Le parole di Trump sono arrivate dopo che l’Iran aveva chiuso nuovamente Hormuz in risposta ai bombardamenti israeliani sul Libano. Inoltre, la Casa Bianca ha smentito di aver accettato alcune condizioni di cui Teheran ha parlato (tra cui l’ok a concedere l’arricchimento dell’uranio).
Dall’altra parte, Trump ha però iniziato a mettere sotto pressione anche lo Stato ebraico. Nonostante gli Stati Uniti abbiano negato che l’accordo per il cessate il fuoco con l’Iran includesse anche il Libano, il presidente americano, secondo Nbc News, avrebbe chiesto, l’altro ieri, a Benjamin Netanyahu di ridurre l’intensità dei bombardamenti sul Paese dei Cedri, per scongiurare un deragliamento dei colloqui diplomatici tra Washington e Teheran previsti per domani a Islamabad. Vale la pena di ricordare che il premier israeliano non aveva granché apprezzato la tregua raggiunta tra Stati Uniti e Iran. Netanyahu, spalleggiato in questo da sauditi ed emiratini, auspicava infatti che il conflitto proseguisse, per indebolire ulteriormente la Repubblica islamica.
Eppure, sarà un caso ma, probabilmente anche a seguito delle pressioni di Trump, il premier israeliano ha annunciato ieri di aver autorizzato l’avvio di «negoziati diretti» con Beirut «il prima possibile»: negoziati che, secondo Netanyahu, «si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche tra Israele e Libano». Tutto questo, mentre un funzionario israeliano ha riferito che i colloqui dovrebbero iniziare «nei prossimi giorni», pur precisando che non ci sarà un cessate il fuoco con Beirut prima di allora. Tra l’altro, sempre ieri, il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, è tornato a parlare telefonicamente con l’omologo iraniano, Abbas Araghchi: la loro prima conversazione dall’inizio del conflitto.
Dal punto di vista della Casa Bianca, tutto questo rappresenta uno sviluppo potenzialmente positivo, perché toglie agli iraniani un possibile pretesto per far saltare i colloqui di Islamabad, a cui dovrebbero prender parte, tra gli altri, il presidente del parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, e il vicepresidente statunitense, JD Vance. E proprio Vance, storicamente scettico verso un’operazione bellica su larga scala contro la Repubblica islamica, sta acquisendo sempre maggior peso nell’iniziativa diplomatica, portata avanti da Trump. Segno, questo, del fatto che il presidente americano punta, laddove possibile, a chiudere la crisi per via negoziale con l’obiettivo di evitare un pantano e, al contempo, abbassare i costi dell’energia. È in un tale quadro che, ieri, l’inquilino della Casa Bianca si è detto «molto ottimista» sulla possibilità di un accordo di pace con Teheran. «Se non raggiungono un accordo, sarà molto doloroso», ha aggiunto.
Nel frattempo, faticano a placarsi le fibrillazioni tra Trump e gli alleati della Nato. Ieri, tre diplomatici europei hanno riferito a Reuters che il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, avrebbe informato alcune capitali del Vecchio continente del fatto che la Casa Bianca vorrebbe a breve degli impegni concreti per garantire la sicurezza di Hormuz. «Quando è arrivato il momento di fornire il supporto logistico e di altro tipo di cui gli Stati Uniti avevano bisogno in Iran, alcuni alleati sono stati un po' lenti, per usare un eufemismo. A dire il vero, sono stati anche un po' colti di sorpresa. Per mantenere l’elemento sorpresa per gli attacchi iniziali, il presidente Trump ha scelto di non informare gli alleati in anticipo», ha affermato inoltre Rutte, parlando da Washington, per poi aggiungere: «Ma quello che vedo, guardando all’Europa di oggi, è un enorme sostegno da parte degli alleati».
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Perché Hormuz è tanto importante? C’è modo di aggirarlo? Oltre la metà della produzione globale petrolifera e di altri combustibili si sposta per nave. Il piccolo canale di acqua che separa Oman e Iran è uno degli snodi strategici più importanti per volume di transito.
Undici anni fa, nel 2015, la fornitura mondiale di petrolio e di altri combustibili è stata di 96,7 milioni di barili al giorno: il 61% di questo numero, che equivale quasi a 60 milioni di barili, è transitato via mare su navi e secondo i dati Unctad (Conferenza delle Nazioni unite per il commercio e lo sviluppo), la quota delle petroliere sul tonnellaggio mondiale è scesa dal 50% del 1980 al 28% del 2016. Ciò nondimeno, la dipendenza energetica dai passaggi marittimi rimane assoluta.
Sbaglia chi pensa che il destino dei popoli si scelga solo nei gabinetti di potere o nelle cancellerie degli Stati. Neanche i campi di battaglia vantano il primato di poter pesare in modo così decisivo sulla bilancia della geopolitica quanto l’importanza che assumono i mari. Ma la geografia marittima, al pari della terraferma, ha le sue strade, le sue rotte e i suoi caselli. Oltre l’80% delle merci globali viaggia oggi su questa immensa infrastruttura blu; un sistema tanto vasto, quanto fragile, che poggia il suo intero equilibrio sui chokepoint. Si tratta di punti di strozzatura - o colli di bottiglia. Sono canali e stretti dove lo spazio si contrae fino a poche centinaia di metri, trasformando la fluidità del commercio globale in un potenziale incubo logistico.
La merce più importante in circolazione sul mare è, inutile dirlo, il petrolio, il cui flusso attraverso tali snodi marittimi tanto importanti a livello globale è consultabile sul sito della Us Energy information administration (l’Eia). L’ente ha individuato sette punti fondamentali: sono essi lo Stretto di Hormuz, oggi più che mai infaustamente attuale, che separa la Penisola Arabica dall’Iran e il Golfo Persico dall’Oceano Indiano; lo Stretto di Malacca (che collega gli Oceani Indiano e Pacifico); il Canale di Suez, che mette in comunicazione Mar Rosso e Mar Mediterraneo; lo Stretto di Bab el-Mandem, che al pari di Hormuz, tiene distanti la Penisola Arabica dal continente africano; il sistema del Bosforo e dei Dardanelli, tra Europa e Asia; il Canale di Panama, anello di congiunzione tra Atlantico e Pacifico; e infine gli Stretti danesi, ossia i tre canali marittimi principali - Piccolo Belt, Grande Belt e Øresund - che collegano il Mar Baltico al Mare del Nord attraverso il Kattegat e lo Skagerrak. Situati in Danimarca, separano la penisola dello Jutland dalle isole danesi e dalla Svezia.
Vi è poi un ultimo tratto di mare, né stretto né canale, che tuttavia resta un passaggio imprescindibile delle rotte su mare, ed è il Capo di Buona Speranza, estremità meridionale della penisola del Capo, in Sudafrica che consente alle navi di poter doppiare il continente.
La logistica del greggio non è però un flusso indistinto: si tratta piuttosto di una complessa gerarchia regolata dal sistema Afra, acronimo che sta per Average freight rate assessment, una valutazione media dei noli marittimi, spesso utilizzata come benchmark nel settore petrolifero per i contratti di spedizione a lungo termine. Dalle piccole navi General Purpos, capaci di stivare tra i 70.000 e i 190.000 barili, alle Medium Range e alle onnipresenti Afra Max (tra 80.000 e 120.000 tonnellate di portata lorda), ogni classe di naviglio deve fare i conti con i limiti fisici degli stretti. Le navi Long Range (LR), fondamentali per i carichi di prodotti raffinati, sono i giganti che misurano la tenuta di questi passaggi obbligati.

Lo Stretto di Hormuz rimane il grimaldello della geopolitica energetica. Nel 2016, ha registrato il transito record di 18,5 milioni di barili al giorno, pari a quasi un terzo di tutto il greggio trasportato via mare. La sua importanza è vitale per l’Asia: in condizioni normali, ossia non quelle delle settimane in cui stiamo vivendo, l’80% del greggio che attraversa questo braccio di mare tra Iran e Oman è diretto verso mercati affamati come Cina, Giappone, India e Corea del Sud. Non solo: fino a prima della guerra, il Qatar vi faceva transitare 3,7 trilioni di metri cubi di gas naturale liquefatto, coprendo oltre il 30% del commercio globale di settore.
Il problema di Hormuz, lo si è ben visto, è l’assenza di reali alternative. Le opzioni per aggirarlo sono assai limitate: solo l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti disponevano di oleodotti operativi, pure con una capacità residua inutilizzata di circa 3,9 milioni di barili al giorno nel 2016. Altre infrastrutture, come l’oleodotto iracheno verso il porto saudita di Mu’ajjiz o la storica Tapine, il Trans-Arabian Pipeline che va da Qaisumah in Arabia Saudita a Sidon in Libano che insieme all’oleodotto strategico tra Iraq e Turchia verso il Libano, giacciono inattive, vittime instabilità ben più remote della contingente.
Spostandosi a Oriente, lo Stretto di Malacca si conferma il secondo snodo mondiale. Con 16 milioni di barili al giorno nel 2016, rappresenta la via più breve tra il Medio Oriente e i mercati asiatici. Per Pechino, Malacca è una questione di sopravvivenza: il 15-20% del traffico mondiale si concentra in soli 30 chilometri di larghezza.
Ma l’instabilità cronica del Vicino e Medio Oriente non ha smesso di riscrivere nemmeno le statistiche del Canale di Suez e dello Stretto di Bab el-Mandeb. Quest’ultimo, noto storicamente come «la Porta delle Lacrime», è il passaggio obbligato tra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso. Se nel 2016 vi transitavano 4,8 milioni di barili al giorno, nei tempi più recenti è stato l’epicentro di una crisi senza precedenti. Tra il novembre 2023 e il gennaio 2025, gli insorti Houthi hanno condotto centinaia di attacchi con missili e droni contro il naviglio mercantile. E, a scaso di equivoci, le conseguenze sono state disastrose: il traffico attraverso Suez, che fino al 2023 gestiva il 12% del commercio mondiale, è crollato del 50% nel corso del 2024. Le navi sono state costrette a doppiare il Capo di Buona Speranza, allungando la rotta di circa 2.700 miglia (e dieci giorni di navigazione) tra l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti. Anche il transito di Gnl attraverso Suez è sceso drasticamente, passando dal 18% del 2011 a una quota che già nel 2016 si era attestata al 9% a causa della concorrenza americana e della mutata domanda europea.
Vi sono poi gli ultimi sistemi. Lo Stretto del Bosforo e quello di Dardanelli in Turchia rappresentano ancora un’importante strettoia per il transito di liquidi petroliferi dalla regione del Mar Caspio. Mentre il Canale di Panama non è una rotta significativa per il commercio petrolifero degli Stati Uniti. L’espansione del canale, recentemente completata, non dovrebbe modificare in modo significativo i flussi di petrolio e di prodotti petroliferi, ad eccezione delle esportazioni di propano dagli Stati Uniti.
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