2026-03-17
Tajani: «Speriamo di rinforzare la presenza di navi militari nel Mar Rosso senza cambiare il mandato»
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Lo ha dichiarato il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri a margine del Consiglio Affari esteri di Bruxelles.
Lo ha dichiarato il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri a margine del Consiglio Affari esteri di Bruxelles.
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
Come recita il vecchio adagio, «le bugie hanno le gambe corte». E la vicenda della Global Sumud Flotilla, che in Israele ribattezzano «Hamas-Flotilla», si è conclusa con quella che molti definiscono una figuraccia planetaria. Il ministero degli Esteri israeliano ha reso noto ieri che nessuna delle quaranta imbarcazioni intercettate durante lo Yom Kippur trasportava aiuti umanitari. A sostegno di questa tesi, il ministero ha diffuso un filmato della polizia in cui il portavoce Dean Elsdunne mostra l’interno vuoto di una delle navi più grandi della missione. Nel video, Elsdunne sottolinea che la totale assenza di aiuti spiega il rifiuto degli organizzatori ad accettare le offerte di Israele e di altri Paesi di consegnare i beni, evitando così di entrare in una zona di guerra attiva e di violare la legge. «Non si è mai trattato di portare aiuti a Gaza. Si trattava solo di titoli e follower sui social media», afferma il portavoce. Anche l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, è intervenuto sulla vicenda: «In merito agli sviluppi recenti relativi alla cosiddetta “Global Sumud Flotilla”, desidero esprimere con fermezza la profonda indignazione dello Stato di Israele per la narrazione distorta e strumentale che ha accompagnato questa iniziativa. Presentata come missione umanitaria, si è rivelata nei fatti una provocazione politica deliberata, orchestrata con l’obiettivo di minare la legittimità di Israele e di favorire la propaganda di gruppi estremisti». Eppure, migliaia di persone stanno scendendo in piazza in diverse città del mondo convinte che «Israele non abbia consentito la consegna degli aiuti umanitari alla popolazione affamata di Gaza». Una percezione che, secondo gli esperti, nasce da una strategia comunicativa ben orchestrata. Elisa Garfagna, analista di comunicazione digitale, spiega: «La comunicazione social portata avanti dalla Flotilla si basa su un inganno molto potente. Sfrutta l’idea di una missione umanitaria per attirare attenzione ed empatia, ma in realtà racconta solo metà della storia. Trasforma un tema molto complicato in messaggi semplicistici e provocatori, senza spiegare il contesto reale di sicurezza che Israele deve affrontare. Anche la questione del cibo viene strumentalizzata, usando un elemento vitale per rafforzare la narrazione contro Israele. L’intento umanitario diventa così uno strumento di propaganda, utile più a mettere Israele all’angolo che a portare aiuto concreto». Ad alimentare ulteriori sospetti è un nuovo video che in queste ore sta circolando online. Una donna si è infiltrata sotto copertura nelle flottiglie dirette a Gaza: ha registrato tutto e ha smascherato l’intera organizzazione. Nel filmato, ritenuto autentico, si vedono gli attivisti ammettere davanti alla telecamera che «l’operazione è solo per pubbliche relazioni» e dichiarare che «i finanziamenti provengono da Hamas e dalla Fratellanza musulmana». Una rivelazione che sembra rafforzare la linea israeliana secondo cui la missione non avrebbe mai avuto natura umanitaria.
Ora però la battaglia si sposta sul terreno legale. Gli avvocati degli attivisti denunciano «maltrattamenti e mancanza di cibo e acqua». Secondo quanto riportato da La Repubblica, ormai portavoce della Flotilla, «i primi colloqui fra legali e attivisti sono avvenuti ieri notte. Ci hanno parlato di abusi verbali e fisici al momento di scendere dalle navi dice l’avvocatessa. Racconteranno loro quando potranno». Sempre secondo il quotidiano, gli attivisti «sono di buon umore ma provati dalle due notti insonni e dal caldo». Un’informazione confermata da alcuni diplomatici europei che, mantenendo l’anonimato, hanno parlato di persone esauste per le temperature elevate. Che faccia caldo, del resto, non sorprende. Il carcere di Ktziot, dove i 470 passeggeri fermati sono stati trasferiti, si trova nel deserto del Negev, a pochi chilometri dal confine egiziano. Non si tratta però, come suggeriscono alcune voci sui social, di un «castigo esemplare». Ktziot è semplicemente l’unico penitenziario del Sud di Israele capace di ospitare un numero così elevato di detenuti. E per i 36 italiani a bordo cosa succederà? Fino a domenica nulla, dato che ieri e oggi ricorre lo Shabbat. Successivamente, tutti i fermati verranno sottoposti a processo e poi espulsi. Chi rifiuterà l’espulsione rischia invece da tre a dodici anni di reclusione. A gettare ulteriore benzina sul fuoco è stato il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. Salito a bordo di una delle barche attraccate al porto di Ashdod, ha gridato più volte contro gli attivisti chiamandoli «terroristi». Non pago, si è fatto riprendere all’interno del carcere, lasciando intendere di voler valutare misure più dure, tra cui una detenzione prolungata prima dell’espulsione. Quanto alle navi sequestrate, inizialmente si era ipotizzato che venissero affondate sul posto, ma al momento la decisione finale non è stata presa. Una cosa però appare certa: gli attivisti non le rivedranno più. Intanto, la Freedom Flotilla Coalition annuncia che la mobilitazione non si ferma. Una nuova imbarcazione, chiamata «Conscience», sarebbe salpata dall’Italia con a bordo un centinaio di persone che si definiscono «attivisti», tra cui presunti operatori sanitari e giornalisti. Otto navi sarebbero partite dall’Italia già una settimana fa e oggi si troverebbero nei pressi di Creta. Parallelamente, i resoconti della Sumud Flotilla sostengono che un secondo convoglio di 45 barche abbia lasciato il porto turco di Arsuz diretto a Gaza, diffondendo anche un video a sostegno. Al momento, tuttavia, non vi è conferma ufficiale sulla destinazione delle imbarcazioni. Se così fosse, il copione rischia di ripetersi. E il finale, come commentano più fonti israeliane, «è già scritto».
Nicolás Maduro inizia ad avere paura. Washington ha inviato alcune navi lanciamissili al largo del Venezuela. Un funzionario del Pentagono ha fatto sapere che il loro dispiegamento è finalizzato a contrastare il narcotraffico. Ha inoltre sottolineato che le navi saranno impegnate «nel corso di diversi mesi». Secondo il Dipartimento di Stato americano, «Maduro ha contribuito a gestire e, in ultima analisi, a guidare il Cartello dei Soli, un’organizzazione venezuelana dedita al narcotraffico composta da alti funzionari venezuelani». Era del resto inizio agosto, quando la Cbs riferì che Donald Trump aveva incaricato l’esercito di colpire i cartelli della droga.
Tuttavia, al di là del contrasto al narcotraffico, il sospetto è che la Casa Bianca stia seriamente considerando l’ipotesi di favorire un cambio di regime a Caracas. Tre settimane fa, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha raddoppiato la ricompensa per chi fornisca informazioni utili a far catturare Maduro. Non solo. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha confermato che Washington considera il leader venezuelano come «illegittimo», in quanto responsabile di brogli elettorali. Ha anche aggiunto che Trump «è pronto a usare ogni elemento della potenza americana per impedire che la droga invada il nostro Paese e per assicurare i responsabili alla giustizia». Non a caso, il nervosismo di Maduro sta aumentando. «Ciò che minacciano di fare contro il Venezuela - un cambio di regime, un attacco terroristico militare - è immorale, criminale e illegale», ha tuonato, per poi mobilitare la milizia nazionale in tutto il Paese. Il regime di Caracas ha anche schierato 15.000 soldati alla frontiera con la Colombia, ufficialmente per effettuare delle operazioni di contrasto al traffico di droga. Ma attenzione. La partita in corso è probabilmente molto più complessa rispetto alla sola questione del narcotraffico. Caracas è infatti uno dei principali referenti di Pechino in America Latina. Non a caso, la Repubblica popolare ha criticato il dispiegamento delle navi da guerra statunitensi.
«La Cina si oppone a qualsiasi azione che violi gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, nonché la sovranità e la sicurezza di un Paese. Ci opponiamo all’uso o alla minaccia della forza nelle relazioni internazionali e all’interferenza di forze esterne negli affari interni del Venezuela con qualsiasi pretesto», ha dichiarato il ministero degli Esteri cinese. Pochi giorni fa, Reuters ha inoltre riferito che l’azienda China Concord Resources Corp ha iniziato a sviluppare due giacimenti petroliferi venezuelani: l’investimento previsto sarebbe superiore al miliardo di dollari. Vale a tal proposito la pena di ricordare che, membro dell’Opec, il Venezuela dispone delle più grandi riserve petrolifere al mondo. Le tensioni in corso sono quindi correlate anche al dossier energetico. A marzo, Trump aveva d’altronde minacciato di imporre dazi al 25% agli acquirenti di greggio venezuelano: greggio di cui Pechino è il principale importatore.
Ora, non è un mistero che l’inquilino della Casa Bianca stia promuovendo una sorta di Dottrina Monroe 2.0: una strategia, cioè, volta a contrastare l’influenza cinese sull’America Latina. Non dimentichiamo che, a febbraio scorso, Panama ha abbandonato la Belt and Road Initiative a seguito di pressioni arrivate da Washington. In tal senso, agli occhi dell’amministrazione Trump, il regime di Caracas rappresenta un attore assai problematico proprio per i suoi stretti legami con Pechino. Ma non è tutto. A criticare il dispiegamento delle navi americane al largo del Venezuela è stato anche l’Iran: Paese con cui Caracas intrattiene legami piuttosto stretti. Non è quindi affatto escludibile che la linea di Trump sia anche finalizzata a isolare ulteriormente Teheran, per metterla sotto pressione sulla spinosa questione del nucleare. Un discorso parzialmente analogo potrebbe valere per Mosca. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha infatti espresso «il pieno sostegno della Russia ai suoi sforzi per salvaguardare la sovranità nazionale e garantire la stabilità istituzionale di fronte alla crescente pressione esterna su Caracas».
Ricordiamo del resto che, a maggio, Mosca e Caracas hanno firmato una partnership strategica. Inoltre, nel 2019, la Russia mandò alcuni militari per sostenere Maduro durante la crisi venezuelana di quell’anno. Chissà che quindi, colpendo Caracas, Washington non voglia anche mettere in difficoltà il Cremlino, per spingerlo ad ammorbidire le sue posizioni sulla crisi ucraina. «Maduro farebbe bene a preoccuparsi», ha dichiarato la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado, commentando l’invio delle navi americane. Del resto, che il presidente venezuelano si senta sotto pressione è probabilmente testimoniato anche dal fatto che il suo regime ha recentemente rilasciato alcuni prigionieri politici, tra cui due italo-venezuelani: Amerigo De Grazia e Margarita Assenza. La tensione rimane comunque alta. E l’America Latina si ritrova al centro di una partita geopolitica particolarmente complicata.
I droni e i missili Huthi cominciano a fare effetto. Le tensioni lungo il Mar Rosso hanno imposto alle flotte commerciali cambi di rotta. A ciò si aggiunge il rifacimento - con tanto di siccità - del canale di Panama e il riaccendersi della pirateria lungo lo stretto di Malacca. Ne abbiamo scritto a lungo, anticipando i rischi e gli effetti. Ieri il centro studi di Confindustria nel pubblicare il consueto paper sulla congiuntura economica ha pensato bene di aggiungere un interessante paragrafo. Inserendo tutti i numeri relativi ai trasporti marittimi. Dall’inizio dello scorso dicembre alla scorsa settimana, i transiti nel Mar Rosso sono caduti del 61,5%, mentre quelli intorno all’Africa sono cresciuti ben del 91,5%. Da fine febbraio, i passaggi per Malacca (uno dei più importanti snodi mondiali) sono scesi del 37,9%. Il risultato è che i transiti totali nei principali colli di bottiglia marittimi si sono fortemente ridotti (-22,6%). «Di conseguenza», scrive Confindustria, «sono balzati i costi di shipping tra Asia ed Europa e, in misura minore, quelli tra Asia e America. I noli Shanghai-Genova sono aumentati di ben tre volte e mezzo a fine gennaio, per poi rientrare solo parzialmente (ancora +207,4% a inizio maggio); dinamica equivalente per Shanghai-Rotterdam (+216,7%)». Nel complesso, i costi di shipping globali si attestano a inizio maggio su livelli superiori del 128% rispetto ai cinque mesi precedenti. Le compagnie hanno quindi aggiustato le strategie, hanno modificato le rotte, riorganizzato le flotte e aumentato la velocità dei trasporti. Ovviamente tutto ciò ha un costo e un effetto al rialzo dei prezzi finali all’ingrosso.
Non solo in queste settimane, ma anche per i prossimi mesi. «Nel medio periodo un aumento della flotta marittima potrebbe assicurare la capacità necessaria per rotte stabilmente più lunghe», prosegue Confindustria. Ma i costi variabili di shipping rimarranno più elevati (per l’Italia +50% con il Giappone, +70% con la Cina, +170% con l’India, in termini di distanza). L’aumento dei noli impatta sul prezzo dei beni importati e sulla competitività dei prodotti italiani, sia direttamente sia indirettamente, cioè attraverso il costo e la disponibilità di materie prime e semilavorati acquistati all’estero. Quanto? Sulla base delle variazioni rilevate nei costi di shipping, il centro studi ha stimato che l’aumento nei costi di trasporto marittimo ha effetti «moderati, in aggregato, sui prezzi alla produzione nel manifatturiero, pari in media a un +0,9%, ma con importanti differenze settoriali». Chimica e metallurgia sono i comparti per i quali le variazioni nei prezzi all’import avranno un effetto maggiore, rispettivamente del 3,6% e del 3,4%. Una crescita percentuale che va tenuta sotto controllo. Al momento i beni in arrivo dalla Cina garantiscono una dinamica deflattiva, visto che l’andamento dei prezzi dei beni segna un meno 1,6% rispetto al semestre precedente. Ciò però non ci deve illudere. Ogni anno nei porti italiani transitano sotto la voce import circa 380 miliardi di euro, che corrispondono a spanne al 40% delle importazioni complessive. Di questo enorme valore il 72% va sotto la voce energia, chimica e manifattura. Tre sole voci, due delle quali sono coinvolte direttamente dall’aumento dei noli. Senza dimenticare che il 20% delle merci proviene dalla Cina e quindi transita proprio dal Mar Rosso. Nel momento in cui Pechino deciderà di alzare i prezzi l’effetto dei miliziani Huthi sarà esattamente quello di esportarci inflazione. Guarda caso nel momento in cui il costo del denaro in Europa sta tornando sotto la soglia di attenzione. Le dinamiche della guerra ibrida si fanno così sempre più complesse. A giugno tutti noi attendiamo che la Bce torni a tagliare i tassi. L’economia italiana ne avrebbe avuto bisogno già da mesi. A pesare è sicuramente stata la posizione tedesca che, anche all’interno del consesso di Francoforte, ha tirato l’acqua al proprio mulino e nella direzione opposta delle esigenze del Sud Europa. Le tensioni in Medio Oriente manovrano dunque abilmente le leve inflattive, e allo stesso tempo conoscono a perfezione le dinamiche interne dell’Eurozona.
Sarà fondamentale che Christine Lagarde non ricaschi negli errori del passato e tenga presente che le spinte esterne e la manipolazione dei rubinetti delle filiere produttive non possono essere contrastate con la tradizionale politica monetaria. Anzi, per quella strada si fanno solo danni. Sia nell’ambito dei consumi interni sia nei bilanci delle aziende esportatrici. I colli di bottiglia marittimi pesano anche sui conti con l’estero, perché, ad esempio, l’industria italiana spesso delega la gestione della catena logistica alla controparte estera. Tanti tasselli, difficili da tenere ordinati. Di certo, le missioni militari nel Mar Rosso e nello stretto di Hormuz diventeranno sempre più importanti.

