Guai a paragonare José Mourinho a Giulio Cesare. Una Conference League non equivale alla conquista delle Gallie e una finale perduta con molti episodi dubbi in Europa League non corrisponde alla traversata del Rubicone. Eppure alea iacta est, il dado è tratto. Quei barbari d’oltreoceano dei Friedkin - i proprietari americani della Roma - sono stati dei Bruti, esonerando lo Special One e privando la tifoseria giallorossa di un condottiero dalla favella immaginifica e dalla tattica catenacciara, capace però di far sognare una città che non fremeva così dai tempi in cui Fabio Capello acciuffò uno scudetto fragoroso sotto la presidenza di Franco Sensi. Con Mourinho licenziato, la squadra sarà guidata da Daniele De Rossi, romano doc vissuto all’ombra del Pupone Francesco Totti, stavolta pronto a prendersi quegli spazi che era già riuscito a riempire, ma mai del tutto, nel cuore dei sostenitori. Fatale per l’allenatore portoghese è stata la scoppola buscata contro il Milan domenica scorsa a San Siro. Un 3-1 sonoro, una Roma mai capace di costituire un pericolo vero contro avversari rossoneri indomiti ma quest’anno zeppi di falle nella manovra e nei muscoli. Il girone d’andata della Roma non è stato formidabile: 29 punti, nona posizione in Serie A, una distanza siderale dal quarto posto utile per agganciare il treno della Champions League, non scordando la sconfitta nel derby di Coppa Italia. Mourinho contava ancora sull’apporto affabulatorio delle sue incursioni in conferenza stampa, sulla sua capacità di organizzare la difesa e poi, alla bisogna, di far entrare tutti gli attaccanti della rosa se necessitava un gol. Oltre che sulla sua costante qualità che gli è valsa gloria imperitura: l’eccellente esito dei tornei d’Europa. Quando conquistò due anni fa la Conference League, coppa a dire il vero modesta, Roma fu presa d’assalto da tifosi inebriati dal trionfo. Lo stesso stava per accadere l’anno scorso nella finale di Europa League: una partita drammatica, da gladiatori nell’arena, con l’andaluso Fernando che tocca la palla col braccio sul cross di Spinazzola. Per l’arbitro non è rigore, dice che il braccio era attaccato al corpo. Ancora oggi persistono molti molti dubbi. Si andò ai rigori, Rui Patricio parò un penalty a Montiel, ma l’esecuzione venne fatta ripetere: una bolgia, la Roma perse. Se, come avrebbe meritato, quel trofeo lo avesse messo in bacheca, forse oggi il tecnico lusitano sarebbe ancora al suo posto. Del resto, a lui si deve l’approdo di Romelu Lukaku a settembre a rimpolpare i ranghi di un attacco orfano di Abraham e con un Dybala talentuoso e dal guizzo creativo, ma a mezzo servizio. Dietro di loro, il deserto dei tartari. Stephan El Sharaawy è un prestigiatore che troppe volte svela i suoi trucchi, Belotti un gallo combattivo, ma che canta poco. Il centrocampo ha l’argentino Paredes dal piede educato ma mai troppo incisivo, e poi i mestieranti Cristante, Bove, Spinazzola non più dirompente come un tempo, una difesa fatta di centrali fragili. La Roma è priva di un gioco propositivo in fase di costruzione e questo penalizza l’ariete belga, ma la rosa a disposizione - complice pure l’impossibilità di realizzare una campagna acquisti completa per i paletti imposti dalla Uefa - ricorda una lancia spuntata. L’addio del direttore sportivo Tiago Pinto aveva fatto suonare l’allarme già qualche settimana fa: il transatlantico capitolino rischiava di essere condotto in porto da un altro capitano. Una girandola di reazioni ha ieri circondato Trigoria. Alcuni tifosi si sono presentati armati di volantini contro i Friedkin mentre il tecnico salutava il centro sportivo capitolino. Ryanair pubblicava un post sui social colmo d’ironia: «Ultima chiamata per José Mourinho, il tuo volo da Roma per Ovunque imbarcherà a breve». Ettore Viola, figlio dello storico presidente Dino Viola, si schiera con il mister esonerato: «Un fulmine a ciel sereno. L’attaccamento della curva a Mourinho è stato impagabile e sorprendente, e non credo che adesso, con l’arrivo di De Rossi, possiamo pensare di vincere il campionato. Si poteva arrivare fino a giugno con Josè». Gli fa eco Fabio Capello dai microfoni Sky: «Penso che queste società americane lavorino senza rispettare le persone con cui collaborano. Lo abbiamo visto al Milan con Maldini e oggi a Trigoria con Mourinho. Non c’è sensibilità dalle loro parti, solo business. Io invece penso che serva rispetto, magari accordandosi prima e separatamente e non con un comunicato e una telefonata». Di diverso avviso Marcello Lippi: «De Rossi è un ragazzo straordinario, una persona positiva. Sono sicuro che trasmetterà ai suoi giocatori qualità importanti e cose positive, gli auguro di cuore di fare bene», assieme all’ex attaccante polacco Boniek: «L’esonero di Mourinho è una scelta coraggiosa, impopolare ma intelligente». Ci sarà rimasto male il diciottenne Dean Huijsen, arrivato in prestito dalla Juve: aveva scelto i giallorossi convinto proprio dalle parole di Mou. Esattamente come Dybala, che stando agli spifferi dello spogliatoio avrebbe preso malissimo l’allontanamento del tecnico portoghese. Nel frattempo, con la felpa targata «Ddr», che non significa essere nostalgici della Stasi, Daniele De Rossi ha diretto il suo primo allenamento a Trigoria. «Desidero ringraziare la famiglia Friedkin per avermi affidato la responsabilità della guida tecnica della Roma: l’emozione di sedere sulla nostra panchina è indescrivibile», ha dichiarato. Per lui è pronto un contratto di sei mesi con opzione di rinnovo in caso di conquista di un posto in Champions League.
Per riportare una coppa europea in Italia serviva Mou. Che in conferenza fa uno dei suoi show
La Roma batte il Feyenoord 1-0 a Tirana, decisivo un gol di Nicolò Zaniolo nel primo tempo, e conquista la prima edizione della Conference League. Per i giallorossi un titolo internazionale dopo la Coppa delle Fiere del 1961 e la Coppa Angloitaliana del 1972, per lo Special One è il quinto trofeo europeo.
José Mourinho e la Roma colorano il cielo di Tirana di giallorosso. Nella prima finale della Conference League disputata all'Arena Kombëtare, lo Special One e i giallorossi hanno battuto gli olandesi del Feyenoord 1-0 con un gol segnato al 32' del primo tempo da Nicolò Zaniolo, finalmente decisivo, e riportano una coppa internazionale in Italia dopo 12 anni di digiuni, finali perse e competizioni come l'Europa League snobbate e considerate con troppa superficialità un impiccio del giovedì sera. Era infatti dal 2010 che un club italiano non trionfava in Europa, con l'Inter del Triplete che la sera del 22 maggio sollevava al cielo di Madrid la Champions League. Guarda caso, sotto la guida del portoghese.
Con questo trofeo la Roma impreziosisce una bacheca che a livello generale non veniva aggiornata dal 2008 con la vittoria della Coppa Italia, e in ambito internazionale contava una Coppa delle Fiere del 1961 e una Coppa Angloitaliana del 1972. E non ce ne vorrà nessun tifoso romanista se ci permettiamo di dire che questo è il primo trofeo internazionale della sua storia. Alla Roma e al suo allenatore vanno fatti i complimenti perché ci hanno creduto fin dall'inizio e fin dalla prima partita del 19 agosto in Turchia a Trebisonda contro il Trabzonspor, passando per trasferte in Ucraina, il doppio viaggio al Circolo Polare Artico contro il Bodo-Glimt, con quella sconfitta per 6-1 che ha bruciato così tanto che deve aver fatto scattare qualcosa nella testa del gruppo giallorosso, e infine qui a Tirana, dove la squadra è arrivata con 55 partite stagionali sulle gambe ma ha giocato una gara tosta, difensiva certo, ma a dimostrazione che le finali, quando c'è in palio un trofeo da portare a casa, vanno vinte, punto e basta. E a sottolineare questo concetto con poteva che essere lo stesso Mourinho che nel post partita, in conferenza stampa ha ricordato una domanda che un giornalista gli aveva posto alla vigilia della finale, riguardo a quanto sia molto difficile vincere giocando un bel calcio. «È molto difficile vincere» ha risposto Mou - «Bisogna avere tanti ingredienti, la nostra squadra ha fatto 55 partite e siamo arrivati alla finale in questa condizione di stanchezza fisica e mentale». L'allenatore portoghese dal 2003, anno in cui ha cominciato a vincere in Europa con il Porto, non ha praticamente fallito nessun appuntamento europeo. Dopo la Coppa Uefa con il Porto nel 2003 e il bis in Champions nel 2004, è arrivata un'altra Champions League con l'Inter nel 2010, un'Europa League con il Manchester United nel 2017 e, appunto, la Conference con la Roma, diventando il terzo allenatore, insieme a leggende come Giovanni Trapattoni e Udo Lattek a vincere tre competizioni europee diverse.
Mourinho che riesce a stupire una volta sempre di più, non solo con i risultati, ma anche con quella che è la sua altra grande abilità: i colpi di scena e le trovate comunicative. Mentre rispondeva alla seconda domanda dei giornalisti in conferenza stampa, i suoi giocatori fanno irruzione in sala con champagne e cori «Campeones, campeones», lui si unisce a loro e, gioco di prestigio, ne approfitta per dileguarsi e dribblare le altre domande.
«Speravo de Mourì prima». Si adeguano gli slogan, ai Fori imperiali c'è posto e da stamane una corona d'alloro dei cesari è riservata a José Mourinho. Roma già impazzisce, il titolo in Borsa vola (+21%), la suggestione del presidente Dan Friedkin non poteva essere più esplosiva: lo Special One vestito da centurione sulla biga non se lo aspettava nessuno. Le radio romane sono in subbuglio, alle finestre si spolverano i tappeti rossi e la Gazzetta dello Sport ha fatto scomparire dal sito l'articolo che raccontava i dettagli dell'operazione Sarri. L'allenatore della Roma è un altro, anzi è Lui.
L'accordo è fino al 30 giugno 2024, ci sarà da divertirsi per tre anni. E per tre anni lui non trascorrerà un minuto con in testa un pensiero diverso da quello di far vincere un «titulo» alla Roma. «Siamo lieti ed emozionati di dare il benvenuto a José Mourinho nella famiglia della Roma», recita il comunicato del club. «Lui è un fuoriclasse che ha vinto trofei ad ogni livello e garantirà una leadership è un'esperienza straordinarie per il nostro ambizioso progetto. Il suo ingaggio rappresenta un grande passo avanti nella costruzione di una mentalità vincente, solida e duratura».
Al Chelsea, al Manchester e al Tottenham la pensano diversamente (tre esoneri in sei anni) e ritengono che uno dei tecnici più vincenti del mondo abbia ormai dato. Eppure a 58 anni il fuoco di un genio continua ad ardere. Nessuno può conoscere il futuro, soprattutto se è quello immaginato da Mou. Salutato Paulo Fonseca, tutto gentilezza e possesso palla, la Roma ha pensato al condottiero in esilio, l'ha contattato e ha incassato il sì con una risposta da filone cosmico: «Ho capito immediatamente quanto sia alta l'ambizione di questa Società. L'incredibile passione dei tifosi della Roma mi ha convinto ad accettare l'incarico. Daje Roma». Dove il daje sta esattamente al posto di quel «non sono pirla» sparato in faccia ai giornalisti milanesi nel suo primo giorno all'Inter. Significato subliminale per i tifosi: «Tranquilli, so tutto e sono uno di voi».
La sua Roma sarà veloce, aggressiva, in porta con tre passaggi. L'esatto contrario di quella di oggi. Una constatazione che fa dire a Fabio Capello con la consueta saggezza: «Attenzione però, per vincere ci vogliono anche i giocatori». Di corazzieri mourinhiani con l'elmetto a punta e pronti a invadere l'Austria se ne vedono pochi; di sicuro Lorenzo Pellegrini e Niccolò Zaniolo che l'anno scorso lui voleva portare a Londra. Sarà un'estate bollente, per costruire un top team serviranno investimenti (almeno 80/100 milioni) e lui chiederà guerrieri più che fuoriclasse. Un giorno disse: «Agli attaccanti come Ronaldo puoi chiedere al massimo tre secondi di pressing, a me ne servono di più».
Poi Mourinho farà il resto mettendosi in proprio con cultura del lavoro e puro spettacolo mediatico. Lui e il suo broncio divertono anche quando perdono. Il gesto delle manette, le liti in diretta tv, «esigo respecto per i miei jugadori», la corsa nel Camp Nou conquistato. È tutto entrato nella storia, esattamente come ogni angolo di Roma. José caricherà le batterie della città eterna ogni giorno, con ogni tempo, ascoltando «il rumore dei nemici». Che sono sempre gli stessi: gli arbitri con la gastrite, i complotti dei club più potenti, il sistema opaco dell'informazione. La prima rivoluzione sarà trasformare in narratori appassionati gli stessi giornalisti della capitale che 11 anni fa lo odiavano.
Per uno scherzo del destino, nelle due stagioni di Mou all'Inter la rivale numero uno vestiva giallorosso e il rap della prostituzione intellectuale comincia proprio così: «La Roma finirà la stagione con zero tituli». Era quella di Luciano Spalletti che gli diede non poco filo da torcere. Il colpo più duro arrivò dopo avere vinto la Coppa Italia e prima di giocarsi lo scudetto a Siena: «Visto che stasera ha risparmiato nei premi di jogo, magari la Roma sarà disponibile a dare qualche soldo in più al Siena». Sarebbe divertente riesumare gli articoli grondanti fiele nei confronti del maestro di Setubal: un mestierante presuntuoso, un filosofo da Bagaglino, un incantatore di serpenti. Un tuffo nel Tevere a lavare il passato basterà per presentarsi leggiadri e lindi alla prima conferenza stampa: quando non vuole, lui non ricorda.
L'arrivo per la seconda volta di Mourinho in Italia non sa solo di calcio ma di gossip; stiamo tornando un Paese di moda. E se riapriranno gli stadi, all'Olimpico il pubblico femminile aumenterà le percentuali. Disse di lui la scrittrice londinese Jessica Callan: «Quell'uomo è un feromone ambulante. Il suo sex appeal non richiede sforzi di stile; non sono mai riuscita a capire come sua moglie abbia fatto a vincere la lotteria».





