«Le taglio la gola». Con queste parole, accompagnate dal gesto delle mani intorno al collo, l’europarlamentare della Lega ed ex sindaco di Monfalcone, Anna Cisint, è stata minacciata in pieno centro cittadino. L’episodio è avvenuto nei giorni scorsi in piazza della Repubblica, davanti al municipio della cittadina goriziana, dove alcuni passanti hanno assistito alla scena e sono intervenuti per bloccare l’aggressore, permettendo l’arrivo tempestivo delle forze dell’ordine. A rivolgerle le minacce un cittadino di origini bengalesi residente a Monfalcone, musulmano radicalizzato. L’uomo avrebbe manifestato «insoddisfazione» per alcune iniziative promosse dalla Cisint durante il suo mandato da sindaco e proseguite nella sua attività politica: dalla chiusura di tre luoghi di culto islamici risultati irregolari al divieto di accesso agli uffici comunali per chi si presenta con il volto integralmente coperto. L’eurodeputata ha denunciato immediatamente l’accaduto. «Ho sporto formale denuncia alle autorità», ha dichiarato, «questo episodio non fa altro che rafforzare la mia determinazione nella battaglia contro il fondamentalismo islamico, che è già presente e pretende di dettare legge a casa nostra. Ringrazio i cittadini che sono intervenuti: la loro vicinanza mi dà la forza per continuare a combattere con ancora più determinazione». Negli anni, Cisint si è distinta per le sue posizioni molto nette in materia di immigrazione e sicurezza, tanto da essere definita «la sindaca anti-Islam» e, da alcuni osservatori, «la Le Pen del Nordest». Appellativi che testimoniano il carattere del suo impegno politico, e che lei rivendica come parte integrante di una battaglia in difesa delle radici culturali italiane e della legalità. L’episodio ha suscitato numerose reazioni di solidarietà dal mondo politico. Il sindaco di Monfalcone, Luca Fasan, ha parlato di «un vergognoso e inaccettabile attacco alle istituzioni, alla democrazia e a chi ogni giorno si impegna per il rispetto della legalità. La radicalizzazione islamica», ha aggiunto, «si conferma un rischio concreto per la sicurezza e il futuro del nostro Paese». Sulla stessa linea il viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Vannia Gava, che in una nota ha espresso sostegno e vicinanza all’europarlamentare: «Le minacce ricevute sono gravissime, ma nessuno potrà fermare la sua determinazione nel difendere i valori della nostra comunità. Le istituzioni devono restare unite e ferme contro ogni forma di violenza e intimidazione». Anche il segretario della Lega in Friuli Venezia Giulia, Marco Deosto, ha sottolineato la necessità di una condanna unanime: «Esprimo piena solidarietà ad Anna Maria Cisint per le gravissime minacce subite. Davanti a episodi simili non ci possono essere divisioni politiche: la condanna deve essere unanime. Tutti, da destra a sinistra, hanno il dovere di schierarsi dalla parte della legalità e della sicurezza, perché nessun fanatismo può mettere a rischio chi serve le nostre comunità». Messaggi di sostegno sono giunti anche da esponenti del Consiglio regionale, tra cui Antonio Calligaris e Diego Bernardis, che hanno parlato di «un attacco vile e inaccettabile». L’episodio di Monfalcone riaccende i riflettori sul tema della radicalizzazione islamica in Italia, una questione che divide l’opinione pubblica e che continua a generare dibattito politico.
- Dieci missili sull’installazione in Qatar (già evacuata, anche da militari italiani e aerei). Doha: «Testate intercettate, valutiamo se rispondere». Gli Stati Uniti confermano: «Non ci sono vittime». Il «New York Times»: Washington aveva saputo tutto in anticipo.
- Donald Trump, nel mirino degli ayatollah, allertato al G7 in Canada.
Lo speciale contiene due articoli.
La ritorsione iraniana contro gli Stati Uniti è arrivata. Ma non sembra essere stata all’altezza dei toni roboanti usati dai vertici della Repubblica islamica. Ieri, poco prima delle 19 italiane, le forze di Teheran hanno lanciato almeno dieci missili contro una base americana in Qatar e uno contro un’altra base in Iraq. Quest’ultimo blitz è stato poi smentito da un funzionario statunitense a Reuters. Più o meno negli stessi istanti, il regime khomeinista confermava l’avvio delle operazioni belliche contro il personale militare statunitense nella regione mediorientale, denominata «Benedizione della vittoria». Alla televisione di Stato iraniana, un funzionario ha definito «devastante e potente» il lancio missilistico. «La Casa Bianca e il Dipartimento della Difesa sono consapevoli di quanto sta accadendo e monitorano attentamente le potenziali minacce alla base aerea di Al Udeid in Qatar», ha invece affermato un funzionario della Casa Bianca, mentre l’attacco era in corso. Nbc News ha frattanto riferito che l’offensiva iraniana è stata monitorata nella situation room dallo stesso Donald Trump insieme al capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Le difese aeree del Qatar hanno sventato l’attacco e intercettato con successo i missili iraniani», ha dichiarato più tardi il ministero degli Esteri di Doha, aggiungendo che non si sono registrate vittime. Anche un funzionario statunitense ha detto ieri sera alla Cnn di non essere a conoscenza di feriti o morti. La tv di Stato iraniana ha invece sostenuto che almeno tre missili di Teheran sarebbero riusciti a colpire Al Udeid, mentre con Reuters gli Usa hanno sposato la versione del Qatar. Fox sostiene che anche gli americani abbiano collaborato a intercettare i razzi. Allarmi sono stati diramati anche nelle basi americane situate in Kuwait e Bahrein. «La portata della rappresaglia iraniana, in particolare il numero delle vittime, determinerà la risposta del presidente Trump», ha sottolineato ieri Axios, mentre l’offensiva era ancora in corso. Negli ultimi giorni, l’inquilino della Casa Bianca aveva intimato agli ayatollah di non effettuare ritorsioni all’attacco contro i siti nucleari. È comunque assai probabile che Washington si aspettasse un bombardamento contro la base di Al Udeid: non a caso, nei giorni scorsi, gli americani avevano spostato i loro caccia da quella struttura. Lo stesso governo di Doha ha reso noto ieri che la base era stata precedentemente «evacuata». Ad Al Udeid sono in servizio anche dieci militari italiani che, al momento dell’attacco, erano al sicuro altrove, come ha poi confermato il ministro Guido Crosetto. Particolarmente dura si è rivelata la reazione del Qatar, che ha definito il lancio missilistico iraniano come «una flagrante violazione della sua sovranità e del suo spazio aereo». «Affermiamo che lo Stato del Qatar si riserva il diritto di rispondere direttamente in modo proporzionale alla natura e alla portata di questa palese aggressione in conformità al diritto internazionale», ha aggiunto. Parole che ci portano a formulare due ipotesi alternative. Se Doha ha parlato seriamente, si profila un incremento della tensione tra Qatar e Iran: il che rafforzerebbe il crescente isolamento internazionale in cui versa il regime khomeinista. Esiste tuttavia un’altra interpretazione. Dobbiamo partire dal fatto che Doha e Teheran intrattengono rapporti molto solidi. E infatti, ieri sera i pasdaran hanno blandito i qatarini, sottolineando che l’incursione era diretta contro gli americani, non contro i loro « fraterni amici». La notizia dell’attacco iraniano era stata diffusa dai media diversi minuti prima che si verificasse. Anche il fatto che la base del Qatar fosse stata preventivamente evacuata la dice lunga. Lo stesso New York Times ha rivelato che, in occasione dell’attacco, l’Iran si sarebbe coordinato con funzionari di Doha. Axios ha poi riferito che gli americani sarebbero stati addirittura avvertiti in anticipo. E allora che cosa è successo? È successo che l’Iran doveva salvare la faccia dopo l’offensiva subita sabato dagli americani contro i suoi siti nucleari. Dall’altra parte, non poteva però permettersi ritorsioni in grande stile senza attirarsi addosso una pesantissima controreazione da parte della Casa Bianca. Chiaramente ci stiamo riferendo alla situazione nel momento in cui La Verità è andata in stampa ieri sera. A meno che non si siano verificati ulteriori sviluppi nella notte, non è da escludere che quella di ieri sia stata un’offensiva simbolica, volta a evitare una vera escalation con gli Stati Uniti. È chiaro che, se le cose stessero realmente così, ciò evidenzierebbe, una volta di più, la clamorosa debolezza che caratterizza ormai strutturalmente il regime khomeinista.
Quando La Verità andava in stampa, Trump non aveva ancora parlato, la Cnn, citando fonti a lui vicine, assicurava che egli non vuole un maggiore coinvolgimento militare, nonostante l’attacco. Ieri, prima del raid, la Casa Bianca aveva riferito che il presidente era ancora aperto all’opzione diplomatica con gli ayatollah. Dall’altra parte, domenica sera, il diretto interessato era sembrato aprire all’ipotesi di un cambio di regime a Teheran. Inoltre, sempre prima del lancio missilistico iraniano, il presidente aveva auspicato che «tutti tenessero basso il prezzo del petrolio»: un avvertimento rivolto principalmente proprio all’Iran, che starebbe considerando di chiudere lo Stretto di Hormuz. Un ultimo dettaglio interessante è che, ieri, l’Arabia Saudita ha condannato l’attacco iraniano. Quella stessa Arabia Saudita che, pur in una fase di distensione con gli ayatollah dal 2023, ha sempre temuto il loro programma nucleare.
I timori Oltreoceano: «Attentatori infiltrati dal confine col Messico»
L’Iran avrebbe messo in guardia il presidente Donald Trump, avvertendolo che un eventuale attacco contro Teheran avrebbe attivato cellule dormienti già operative sul suolo statunitense. A riferirlo è l’emittente Nbc, secondo cui il monito sarebbe stato trasmesso a Trump attraverso un intermediario nel corso del vertice del G7 tenutosi in Canada la settimana scorsa. Fonti citate dalla rete statunitense parlano di una minaccia esplicita che ha spinto l’amministrazione americana a elevare lo stato di allerta interna. Il Dipartimento per la sicurezza interna ha infatti diffuso un avviso in cui si segnala un’escalation del rischio: «Il conflitto con l’Iran sta creando un ambiente di minaccia elevata negli Stati Uniti». Ma quella delle cellule dormienti è una minaccia nuova? Solo per chi ha poca memoria. L’Iran, che da decenni esporta il terrorismo in tutto il mondo, ha sempre fatto affidamento su tattiche asimmetriche contro nemici più forti, compresi gli attacchi terroristici.
Sono decine invece i tentati rapimenti di oppositori al regime e di giornalisti sgraditi ai mullah, gli omicidi e gli attentati sventati in tutto il mondo, uno tra tutti quello contro lo scrittore dei Versi satanici, Salman Rushdie avvenuto 12 agosto 2022, quando il cittadino americano di origine libanese, Hadi Matar, che era in contatto con i servizi di intelligence iraniani (Vevak), tentò di ucciderlo a coltellate al Chautauqua Institute di Mayville, nello Stato di New York. Matar il 16 maggio scorso è stato condannato a 25 anni di carcere. Nel 1983, gli Stati Uniti accusarono l’Iran di aver orchestrato gli attentati di una caserma dei Marines e dell’ambasciata a Beirut attraverso il suo rappresentante libanese, Hezbollah, uccidendo centinaia di persone; senza dimenticare quello che accadde il 18 luglio 1994, quando un camion imbottito di esplosivo si schiantò contro la sede dell’Amia, l’associazione mutualistica ebraica a Buenos Aires, provocando 85 morti e oltre 300 feriti.
Dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, avvenuta nel gennaio 2020 presso l’aeroporto di Baghdad tramite un attacco con drone, autorizzato da Trump durante il suo primo mandato, l’Iran rispose con un lancio di missili contro basi militari statunitensi in Iraq. Secondo fonti ufficiali statunitensi e analisti della regione, la risposta di Teheran fu deliberatamente blanda onde scatenare un conflitto aperto con gli Stati Uniti. Da quel momento, tuttavia, Trump è stato considerato «un obiettivo legittimo» dal Vevak. A tal punto che, durante la successiva campagna elettorale, il suo staff chiese all’amministrazione Biden un rafforzamento delle misure di sicurezza per i suoi spostamenti. Una richiesta motivata da un rapporto proveniente da «un Paese alleato», secondo cui l’Iran stava pianificando un attentato per eliminare il futuro presidente mentre si trovava a bordo del suo aereo.
Su quanti uomini può contare il Vevak negli Stati Uniti? Certamente centinaia, che negli anni si sono infiltrati in ogni settore della società. Ma il vero pericolo è rappresentato da coloro che sono arrivati illegalmente dal Messico. Secondo quanto riferito da una fonte di alto livello della Us Customs and border protection (Cbp), durante l’amministrazione Biden, oltre 1.500 cittadini iraniani sono stati arrestati mentre cercavano di entrare illegalmente negli Stati Uniti attraverso il confine con il Messico. Di questi, quasi la metà è stata successivamente rilasciata e autorizzata a rimanere nel Paese. Nel dettaglio, tra l’anno fiscale 2021 e quello del 2024, gli agenti della Cbp hanno fermato 1.504 cittadini iraniani. Tra loro, 729 sono stati rilasciati all’interno del territorio statunitense e oggi nessuno sa dove siano e cosa facciano realmente. Di sicuro possono allearsi con le cellule di al-Qaeda (molto presenti negli Usa) che da tempo sognano di fare un nuovo 11 settembre.
La violenza verbale che schizza fuori dal profilo social del prof Stefano Addeo, insegnante di tedesco in un istituto superiore della provincia di Napoli, non ha colpito solo la figlia di Giorgia Meloni, alla quale ha augurato la stessa fine di Martina Carbonaro, la quattordicenne di Afragola lapidata dall’ex fidanzato. In un post precedente (poi rimosso), includendo sempre la figlia della Meloni, aveva esteso l’augurio anche ai figli di Antonio Tajani e di Matteo Salvini. Questa volta, però, ai tre discendenti ha auspicato «la stessa sorte dei palestinesi a Gaza». L’immagine che accompagnava le parole mostrava proprio i tre esponenti del governo mentre stringevano la mano al premier israeliano Benjamin Netanyahu. E infine ha coinvolto anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «Voi rubate i soldi e il cibo dei nostri figli. Quindi confermo l’augurio anche ai tuoi», corredando il tutto con i nomi delle due ragazze. Con la misura ormai colma, Addeo, intervistato dal quotidiano napoletano Il Roma, si è giustificato: «È stato un gesto stupido, scritto d’impulso». Poi si è scusato: «Chiedo scusa per il contenuto del post. Non si augura mai la morte, soprattutto a una bambina». E, ai microfoni del Tgr Campania, ha aggiunto: «Sono stato superficiale e ho chiesto supporto perfino all’intelligenza artificiale per comporre il post». Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha già annunciato provvedimenti severi, che saranno formalizzati martedì 3 giugno. «La figura del docente è di straordinaria importanza nella formazione dei giovani», ha spiegato il ministro, «non solo per impartire saperi, ma anche per educare al rispetto degli altri. Non possiamo più tollerare comportamenti che tradiscono il decoro e la dignità che devono caratterizzare una professione così delicata. Il ministero sanzionerà quanti non sono degni di far parte della nostra scuola». E la Procura di Roma attende una prima informativa dalla polizia postale. I pm coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi valuteranno la competenza territoriale del fascicolo. Mentre la Meloni, che ha ricevuto una telefonata di solidarietà dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha scelto X per il suo commento: «Queste minacce dimostrano che non siamo davanti a episodi isolati, ma a una spirale d’odio alimentata da un fanatismo ideologico che ha superato ogni limite. La mia piena solidarietà a Salvini e a Piantedosi. Nessuna divergenza politica, nessuna battaglia ideologica può mai giustificare l’attacco ai figli, ai bambini, alla parte più intima e sacra della vita di una persona». Salvini, che ieri ha anche pubblicato i contenuti di un profilo anonimo su X zeppo di insulti volgari diretti a sua figlia, punta il dito contro «certa stampa e certa politica»: «Un conto è il confronto politico, anche acceso. Tutt'altro sono le minacce e gli insulti ai familiari e ai bambini. Questo non si può tollerare in alcun modo. Criticate pure me, ma lasciate stare i miei figli». Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha espresso solidarietà: «L’ennesimo attacco infame che travalica ogni limite». Eccetto Laura Boldrini, Pina Picierno e pochi altri, i dem sono rimasti in silenzio. Come i pentastellati. Fatta eccezione per l’ex sindaco di Roma Virginia Raggi: «Gli attacchi sul Web contro i loro figli sono da vigliacchi». E ora è finito proprio Addeo nel mirino. Ieri ha denunciato di essere stato a sua volta minacciato: «Mi hanno tirato pomodori contro le vetrine di casa. Ho sporto denuncia alla polizia postale. Non ho cancellato il post per paura, ma perché mi sono reso conto da solo che era sbagliato». Ma mentre da una parte invoca comprensione, dall’altra non arretra sulle sue convinzioni. E rivolgendosi a Valditara ha affermato: «Non accetto che un insegnante debba condividere pedissequamente le idee del governo per essere ritenuto degno del suo ruolo». Ma il punto non è cosa pensa il prof Addeo del governo o del conflitto in Medio Oriente. Il punto è come ha scelto di esprimere quel pensiero.
- Un ventinovenne gambiano ha attirato le escort in un appuntamento, poi sotto la minaccia di un taser e di una pistola le ha rapinate e stuprate. Pochi giorni prima un suo connazionale durante un furto in casa aveva assassinato il domestico.
- Indagato il sindaco di Molfetta. Oltre a lui, coinvolte altre sette persone per l’appalto del nuovo mercato comunale.
Lo speciale contiene due articoli.
Due gambiani coetanei. Due storie di immigrazione incontrollata. E un’unica città, Milano, che ogni giorno convive con il caos e la violenza. Con una costante che fa da collante: la mancata integrazione. Il primo uomo si muoveva nel buio delle case chiuse, a caccia di escort da stuprare. Il secondo ha mangiato e dormito nell’appartamento in cui, secondo gli inquirenti, avrebbe ucciso un filippino. I due arresti sono stati disposti a pochi giorni di distanza e gli atti investigativi li presentano come due facce della stessa medaglia. Il finto cliente, 29 anni, un nullafacente che viveva di espedienti, ma con un permesso di soggiorno umanitario in tasca e, pertanto, regolare sul territorio italiano, è accusato di aver rapinato e stuprato due escort straniere lo scorso marzo. Due donne sudamericane che, separatamente, lo avevano accolto nei loro appartamenti convinte di trovarsi davanti a un cliente. Pistola e taser alla mano, il predatore giunto dal Gambia si sarebbe prima fatto dare l’incasso della giornata (in un caso 350 euro e nell’altro 150), poi avrebbe preteso delle prestazioni sessuali con costrizione e minaccia. Una delle due sudamericane ha trovato il coraggio per denunciare. La seconda no. Non subito almeno. Era irregolare e aveva paura che l’intervento delle autorità le si ritorcesse contro. Quando, però, ha compreso che la legge in questi casi prevede dei percorsi di emersione, si è aperta con gli investigatori. I video delle telecamere dei circuiti di sorveglianza recuperati dagli agenti della Quarta sezione della Squadra mobile, specializzati nei reati contro le vittime vulnerabili, hanno fatto il resto. Le indagini avrebbero quindi accertato che il gambiano in entrambi i casi si era presentato come un cliente, che avrebbe agito a notte inoltrata, che sarebbe stato armato di pistola e di taser e che avrebbe rapinato e violentato le due escort. Le medesime modalità, ricostruite dal gip del Tribunale di Milano in un’ordinanza di custodia cautelare con la quale ha disposto il trasferimento in carcere dell’indagato. Dawda Bandeh, 28 anni, di professione collaboratore domestico, sbarcato in Italia 14 anni fa (aveva 15 anni), regolare pure lui per aver ottenuto prima un permesso di soggiorno per motivi umanitari e, dallo scorso anno, un altro per motivi di lavoro, è invece accusato dell’omicidio di un suo collega, Angelito Acob Manansala, 61 anni, filippino, assassinato il giorno di Pasqua in una villa Liberty di via Randaccio. Uomo discreto, preciso, Manansala. Viveva con i proprietari, che erano fuori per una breve vacanza.
Al rientro, il padrone di casa, un manager israeliano di 52 anni, trova la porta aperta e il corpo del domestico. Ma anche un giovane che dorme. Indifferente. È Bandeh. All’arrivo degli agenti non si consegna. Ma oppone resistenza. C’è voluto il taser per bloccarlo. Un colpo secco di elettricità per piegare la sua rabbia. Ha confermato di aver mangiato e dormito in quella casa. E ha detto di non ricordare altro. Si dice certo, però, di non essere stato lui. Il suo difensore, l’avvocato Federica Scapaticci, annuncia che sarà necessaria una perizia psichiatrica. Forse Bandeh non era lucido. Forse non era capace di intendere e volere. Forse. Intanto il giudice per le indagini preliminari, Domenico Santoro, ha convalidato il fermo e disposto la detenzione in carcere. Dai primi rilievi il filippino sarebbe stato strangolato. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Bandeh sarebbe entrato per rubare. Probabilmente aveva osservato i movimenti di Manansala, che si occupava anche della gestione quotidiana dei cani. L’aveva visto uscire. Aveva calcolato il momento. Scavalcato il cancello. E si era introdotto nella villa. Ma Angelito era rientrato prima del previsto. A quel punto sarebbe scattata l’aggressione. Un confronto durato pochi istanti. Le mani al collo. Lo strangolamento. Questa è l’ipotesi. Poi l’assassino sarebbe rimasto nell’abitazione come se nulla fosse accaduto. A mangiare. A dormire. Ma c’è un altro dettaglio inquietante. Solo poche ore prima Bandeh era stato fermato dai carabinieri per un altro tentativo di furto ma era stato subito rilasciato su disposizione dell’autorità giudiziaria. Poco dopo le 8 del giorno di Pasqua si era lasciato alle spalle la caserma Montebello di via Vincenzo Monti e pure l’accusa di aver tentato l’ingresso in un appartamento al sesto piano in via Gioia. Era rimasto chiuso sul balcone, mentre i proprietari di casa chiamavano i carabinieri. Poi hanno deciso di farlo uscire. È stato rintracciato in via Sammartini, non molto distante dalla villetta che si è trasformata nella scena del crimine, dove sarebbe entrato, stando ai video ripresi dalle telecamere, alle 8.40 (sarebbe rimasto nella villa per otto ore, rovistando ovunque). Dalla caserma è partita una denuncia a piede libero per violazione di domicilio. La flagranza c’era. E non è l’unico colpo che avrebbe tentato negli ultimi giorni. Gli investigatori che indagano sul delitto del filippino ovviamente hanno cercato di ricostruire gli ultimi spostamenti di Bandeh. Ed è emerso che solo il giorno prima avrebbe tentato un altro furto, questa volta in zona Porta Romana, dove dalla loggia di un portone si era appropriato di un paio di jeans appesi a uno stendibiancheria e di un ombrello. Nel suo passato, invece, non c’è nulla. Tranne una segnalazione per guida in stato di ebbrezza, che gli era costata il ritiro della patente. A Como, poi, aveva ottenuto il permesso di soggiorno. Ma quando gli investigatori gli hanno chiesto dove lavorava, Bandeh avrebbe risposto di occuparsi di un’anziana a Bulgarograsso, in una abitazione che, però, è risultata essere solo un indirizzo fittizio.
Indagato il sindaco di Molfetta. La Procura chiede al gip i domiciliari
Ancora un amministratore locale pugliese nei guai con la giustizia. Stavolta è il turno di Tommaso Minervini, sindaco di Molfetta, a capo di una coalizione di liste civiche, che tre anni fa aveva sconfitto sia il centrodestra che il centrosinistra, coalizione quest’ultima, che nel 2017 aveva garantito a Minervini il successo elettorale.
Per il primo cittadino di Molfetta, indagato insieme ad altre 7 persone, la Procura di Trani ha chiesto gli arresti domiciliari e il prossimo 2 maggio sarà sottoposto all’interrogatorio preventivo come disposto dal gip Marina Chiddo. L’indagine dei pm di Trani riguarda presunti favori fatti a imprenditori in cambio di sostegno elettorale. Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo agli 8 indagati, sono corruzione, turbativa d’asta, peculato e falso, per un totale di 21 capi di imputazione.
L’inchiesta che coinvolge Minervini nasce da una altro procedimento, risalente a tre anni fa. All’epoca, gli uomini della Guardia di finanza, che indagavo su possibili irregolarità nell’appalto relativo al nuovo mercato cittadino, avevano messo i sigilli al cantiere all’interno del quale, secondo un comunicato stampa emesso all’epoca dalle fiamme gialle, era emerso che «all’interno dell’area, in particolare nel sottosuolo, giaceva una discarica incontrollata di rifiuti che la ditta vincitrice della gara di appalto ha smaltito, sopportando enormi costi». Un imprevisto che aveva portato a un contenzioso tra il Comune e l’appaltatore e che aveva spinto la Procura a ipotizzare una serie di reati, tra cui frode nelle pubbliche forniture, turbata libertà di scelta del contraente e truffa aggravata in danno dello Stato, nei confronti di 11 persone, tra cui 3 amministratori locali. E proprio dalle verifiche su questa vicenda sarebbero emerse le presunte irregolarità che hanno portato alla richiesta di domiciliari per il sindaco.
Insieme a Minervini sono indagati, come detto a vario titolo, il suo l’autista, Tommaso Messina; il luogotenente della Guardia di finanza, Michele Pizzo; l’imprenditore portuale Vito Leonardo Totorizzo; i dirigenti comunali Alessandro Binetti, Lidia De Leonardis e Domenico Satalino; il funzionario Mario Morea. La richiesta di arresto della Procura riguarda solo quattro indagati ed è motivata dal rischio di reiterazione dei reati contestati.
La convocazione davanti al gip è stata confermata da Minervini con un post sui social: «Dopo lunghi anni di indagini», scrive il primo cittadino, «mi hanno notificato un avviso di comparizione e dovrò essere interrogato preventivamente in relazione a vicende amministrative con riferimento alle quali la Procura chiede misure cautelari».
Minervini si è poi detto «profondamente addolorato e mortificato per quanto accaduto perché» prosegue «a giudicare dalle contestazioni a me elevate, vengono letti in chiave di penale rilevanza fatti e circostanze della gestione politico-amministrativa della città che, invece, ad una lettura semplice e lineare, disvelano condotte svolte sempre nell’interesse della collettività e poste in essere, paradossalmente, proprio per evitare le collusioni e le irregolarità di cui mi si accusa». Il primo cittadino è però convinto «di poter risolvere quanto prima ogni profilo di questa incresciosa e imbarazzante situazione». Il 2 maggio si scoprirà se il gip del Tribunale di Trani è dello stesso avviso.
Minacce social all'eurodeputata di FdI Donazzan: «Devi fare la fine degli ebrei negli anni Quaranta»
L’esponente del partito di Giorgia Meloni aveva condannato i messaggi sessisti e violenti contenuti nelle canzoni dei trapper Niky Savage e Simba La Rue, chiedendo l’annullamento dei loro concerti a Bassano del Grappa e Castelfranco Veneto.
«Spero che bruci, devi fare la fine degli ebrei negli Anni ‘40». Oppure: «Ti auguro le peggiori cose». E ancora: «Speriamo che ti chiudano la bocca». Insulti, minacce, messaggi carichi di livore, odio e antisemitismo stanno travolgendo in queste ore i profili social della deputata europea di Fratelli d’Italia Elena Donazzan, vicepresidente della commissione Industria all’Eurocamera e membro sostituto della delegazione per le relazioni con Israele. All’origine dell’inquietante vicenda, la ferma condanna dell’esponente del partito di Giorgia Meloni ai messaggi sessisti e violenti contenuti nei testi musicali di Niky Savage e Simba La Rue. I due trapper, già risaliti alla ribalta delle cronache, avrebbero dovuto esibirsi nel mese di dicembre a Bassano del Grappa e Castelfranco Veneto ma proprio la polemica sollevata da Donazzan ha spinto i gestori dei locali ad annullare i concerti. «Non mi faccio di certo intimorire da insulti e minacce, ma trovo allarmante il rigurgito antisemita che caratterizza le esternazioni di questi leoni da tastiera», commenta Donazzan. «Cosa c’entrano le persecuzioni subite dal popolo ebraico con la mia richiesta di annullare le esibizioni di due trapper che nelle loro canzoni esprimono attacchi violenti contro le donne o le forze dell’ordine?», si interroga l’eurodeputata di Fratelli d’Italia. «Probabilmente con la mia azione ho colto nel segno, perché oggi più che mai ritengo necessaria l’intrapresa di una battaglia culturale e di educazione di comunità – sottolinea –. Ognuno nel proprio ruolo, a partire da famiglie e istituzioni, deve agire per proteggere le nuove generazioni dai cattivi maestri. Serve più fermezza contro i propalatori d’odio, quelli convinti che valgano solo le regole della strada, tra risse, accoltellamenti e sparatorie. Il rischio è che il fenomeno delle baby gang diventi sempre più consistente», aggiunge Donazzan. «Alcune delle minacce che sto ricevendo sui social provengono da account con nomi in arabo ma che parlano in italiano, probabilmente si tratta di giovani di seconda generazione. Ma dopo aver assistito alla rivolta di Corvetto a Milano non mi stupisco. Alle anime belle della sinistra, ai paladini dell’integrazione a tutti i costi dico: volete aprire gli occhi?».







