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2025-04-25
Milano nel caos: africano violenta due donne
(Getty Images)
Due gambiani coetanei. Due storie di immigrazione incontrollata. E un’unica città, Milano, che ogni giorno convive con il caos e la violenza. Con una costante che fa da collante: la mancata integrazione. Il primo uomo si muoveva nel buio delle case chiuse, a caccia di escort da stuprare. Il secondo ha mangiato e dormito nell’appartamento in cui, secondo gli inquirenti, avrebbe ucciso un filippino. I due arresti sono stati disposti a pochi giorni di distanza e gli atti investigativi li presentano come due facce della stessa medaglia. Il finto cliente, 29 anni, un nullafacente che viveva di espedienti, ma con un permesso di soggiorno umanitario in tasca e, pertanto, regolare sul territorio italiano, è accusato di aver rapinato e stuprato due escort straniere lo scorso marzo. Due donne sudamericane che, separatamente, lo avevano accolto nei loro appartamenti convinte di trovarsi davanti a un cliente. Pistola e taser alla mano, il predatore giunto dal Gambia si sarebbe prima fatto dare l’incasso della giornata (in un caso 350 euro e nell’altro 150), poi avrebbe preteso delle prestazioni sessuali con costrizione e minaccia. Una delle due sudamericane ha trovato il coraggio per denunciare. La seconda no. Non subito almeno. Era irregolare e aveva paura che l’intervento delle autorità le si ritorcesse contro. Quando, però, ha compreso che la legge in questi casi prevede dei percorsi di emersione, si è aperta con gli investigatori. I video delle telecamere dei circuiti di sorveglianza recuperati dagli agenti della Quarta sezione della Squadra mobile, specializzati nei reati contro le vittime vulnerabili, hanno fatto il resto. Le indagini avrebbero quindi accertato che il gambiano in entrambi i casi si era presentato come un cliente, che avrebbe agito a notte inoltrata, che sarebbe stato armato di pistola e di taser e che avrebbe rapinato e violentato le due escort. Le medesime modalità, ricostruite dal gip del Tribunale di Milano in un’ordinanza di custodia cautelare con la quale ha disposto il trasferimento in carcere dell’indagato. Dawda Bandeh, 28 anni, di professione collaboratore domestico, sbarcato in Italia 14 anni fa (aveva 15 anni), regolare pure lui per aver ottenuto prima un permesso di soggiorno per motivi umanitari e, dallo scorso anno, un altro per motivi di lavoro, è invece accusato dell’omicidio di un suo collega, Angelito Acob Manansala, 61 anni, filippino, assassinato il giorno di Pasqua in una villa Liberty di via Randaccio. Uomo discreto, preciso, Manansala. Viveva con i proprietari, che erano fuori per una breve vacanza.
Al rientro, il padrone di casa, un manager israeliano di 52 anni, trova la porta aperta e il corpo del domestico. Ma anche un giovane che dorme. Indifferente. È Bandeh. All’arrivo degli agenti non si consegna. Ma oppone resistenza. C’è voluto il taser per bloccarlo. Un colpo secco di elettricità per piegare la sua rabbia. Ha confermato di aver mangiato e dormito in quella casa. E ha detto di non ricordare altro. Si dice certo, però, di non essere stato lui. Il suo difensore, l’avvocato Federica Scapaticci, annuncia che sarà necessaria una perizia psichiatrica. Forse Bandeh non era lucido. Forse non era capace di intendere e volere. Forse. Intanto il giudice per le indagini preliminari, Domenico Santoro, ha convalidato il fermo e disposto la detenzione in carcere. Dai primi rilievi il filippino sarebbe stato strangolato. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Bandeh sarebbe entrato per rubare. Probabilmente aveva osservato i movimenti di Manansala, che si occupava anche della gestione quotidiana dei cani. L’aveva visto uscire. Aveva calcolato il momento. Scavalcato il cancello. E si era introdotto nella villa. Ma Angelito era rientrato prima del previsto. A quel punto sarebbe scattata l’aggressione. Un confronto durato pochi istanti. Le mani al collo. Lo strangolamento. Questa è l’ipotesi. Poi l’assassino sarebbe rimasto nell’abitazione come se nulla fosse accaduto. A mangiare. A dormire. Ma c’è un altro dettaglio inquietante. Solo poche ore prima Bandeh era stato fermato dai carabinieri per un altro tentativo di furto ma era stato subito rilasciato su disposizione dell’autorità giudiziaria. Poco dopo le 8 del giorno di Pasqua si era lasciato alle spalle la caserma Montebello di via Vincenzo Monti e pure l’accusa di aver tentato l’ingresso in un appartamento al sesto piano in via Gioia. Era rimasto chiuso sul balcone, mentre i proprietari di casa chiamavano i carabinieri. Poi hanno deciso di farlo uscire. È stato rintracciato in via Sammartini, non molto distante dalla villetta che si è trasformata nella scena del crimine, dove sarebbe entrato, stando ai video ripresi dalle telecamere, alle 8.40 (sarebbe rimasto nella villa per otto ore, rovistando ovunque). Dalla caserma è partita una denuncia a piede libero per violazione di domicilio. La flagranza c’era. E non è l’unico colpo che avrebbe tentato negli ultimi giorni. Gli investigatori che indagano sul delitto del filippino ovviamente hanno cercato di ricostruire gli ultimi spostamenti di Bandeh. Ed è emerso che solo il giorno prima avrebbe tentato un altro furto, questa volta in zona Porta Romana, dove dalla loggia di un portone si era appropriato di un paio di jeans appesi a uno stendibiancheria e di un ombrello. Nel suo passato, invece, non c’è nulla. Tranne una segnalazione per guida in stato di ebbrezza, che gli era costata il ritiro della patente. A Como, poi, aveva ottenuto il permesso di soggiorno. Ma quando gli investigatori gli hanno chiesto dove lavorava, Bandeh avrebbe risposto di occuparsi di un’anziana a Bulgarograsso, in una abitazione che, però, è risultata essere solo un indirizzo fittizio.
Indagato il sindaco di Molfetta. La Procura chiede al gip i domiciliari
Ancora un amministratore locale pugliese nei guai con la giustizia. Stavolta è il turno di Tommaso Minervini, sindaco di Molfetta, a capo di una coalizione di liste civiche, che tre anni fa aveva sconfitto sia il centrodestra che il centrosinistra, coalizione quest’ultima, che nel 2017 aveva garantito a Minervini il successo elettorale.
Per il primo cittadino di Molfetta, indagato insieme ad altre 7 persone, la Procura di Trani ha chiesto gli arresti domiciliari e il prossimo 2 maggio sarà sottoposto all’interrogatorio preventivo come disposto dal gip Marina Chiddo. L’indagine dei pm di Trani riguarda presunti favori fatti a imprenditori in cambio di sostegno elettorale. Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo agli 8 indagati, sono corruzione, turbativa d’asta, peculato e falso, per un totale di 21 capi di imputazione.
L’inchiesta che coinvolge Minervini nasce da una altro procedimento, risalente a tre anni fa. All’epoca, gli uomini della Guardia di finanza, che indagavo su possibili irregolarità nell’appalto relativo al nuovo mercato cittadino, avevano messo i sigilli al cantiere all’interno del quale, secondo un comunicato stampa emesso all’epoca dalle fiamme gialle, era emerso che «all’interno dell’area, in particolare nel sottosuolo, giaceva una discarica incontrollata di rifiuti che la ditta vincitrice della gara di appalto ha smaltito, sopportando enormi costi». Un imprevisto che aveva portato a un contenzioso tra il Comune e l’appaltatore e che aveva spinto la Procura a ipotizzare una serie di reati, tra cui frode nelle pubbliche forniture, turbata libertà di scelta del contraente e truffa aggravata in danno dello Stato, nei confronti di 11 persone, tra cui 3 amministratori locali. E proprio dalle verifiche su questa vicenda sarebbero emerse le presunte irregolarità che hanno portato alla richiesta di domiciliari per il sindaco.
Insieme a Minervini sono indagati, come detto a vario titolo, il suo l’autista, Tommaso Messina; il luogotenente della Guardia di finanza, Michele Pizzo; l’imprenditore portuale Vito Leonardo Totorizzo; i dirigenti comunali Alessandro Binetti, Lidia De Leonardis e Domenico Satalino; il funzionario Mario Morea. La richiesta di arresto della Procura riguarda solo quattro indagati ed è motivata dal rischio di reiterazione dei reati contestati.
La convocazione davanti al gip è stata confermata da Minervini con un post sui social: «Dopo lunghi anni di indagini», scrive il primo cittadino, «mi hanno notificato un avviso di comparizione e dovrò essere interrogato preventivamente in relazione a vicende amministrative con riferimento alle quali la Procura chiede misure cautelari».
Minervini si è poi detto «profondamente addolorato e mortificato per quanto accaduto perché» prosegue «a giudicare dalle contestazioni a me elevate, vengono letti in chiave di penale rilevanza fatti e circostanze della gestione politico-amministrativa della città che, invece, ad una lettura semplice e lineare, disvelano condotte svolte sempre nell’interesse della collettività e poste in essere, paradossalmente, proprio per evitare le collusioni e le irregolarità di cui mi si accusa». Il primo cittadino è però convinto «di poter risolvere quanto prima ogni profilo di questa incresciosa e imbarazzante situazione». Il 2 maggio si scoprirà se il gip del Tribunale di Trani è dello stesso avviso.
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Un ventinovenne gambiano ha attirato le escort in un appuntamento, poi sotto la minaccia di un taser e di una pistola le ha rapinate e stuprate. Pochi giorni prima un suo connazionale durante un furto in casa aveva assassinato il domestico.Indagato il sindaco di Molfetta. Oltre a lui, coinvolte altre sette persone per l’appalto del nuovo mercato comunale.Lo speciale contiene due articoli.Due gambiani coetanei. Due storie di immigrazione incontrollata. E un’unica città, Milano, che ogni giorno convive con il caos e la violenza. Con una costante che fa da collante: la mancata integrazione. Il primo uomo si muoveva nel buio delle case chiuse, a caccia di escort da stuprare. Il secondo ha mangiato e dormito nell’appartamento in cui, secondo gli inquirenti, avrebbe ucciso un filippino. I due arresti sono stati disposti a pochi giorni di distanza e gli atti investigativi li presentano come due facce della stessa medaglia. Il finto cliente, 29 anni, un nullafacente che viveva di espedienti, ma con un permesso di soggiorno umanitario in tasca e, pertanto, regolare sul territorio italiano, è accusato di aver rapinato e stuprato due escort straniere lo scorso marzo. Due donne sudamericane che, separatamente, lo avevano accolto nei loro appartamenti convinte di trovarsi davanti a un cliente. Pistola e taser alla mano, il predatore giunto dal Gambia si sarebbe prima fatto dare l’incasso della giornata (in un caso 350 euro e nell’altro 150), poi avrebbe preteso delle prestazioni sessuali con costrizione e minaccia. Una delle due sudamericane ha trovato il coraggio per denunciare. La seconda no. Non subito almeno. Era irregolare e aveva paura che l’intervento delle autorità le si ritorcesse contro. Quando, però, ha compreso che la legge in questi casi prevede dei percorsi di emersione, si è aperta con gli investigatori. I video delle telecamere dei circuiti di sorveglianza recuperati dagli agenti della Quarta sezione della Squadra mobile, specializzati nei reati contro le vittime vulnerabili, hanno fatto il resto. Le indagini avrebbero quindi accertato che il gambiano in entrambi i casi si era presentato come un cliente, che avrebbe agito a notte inoltrata, che sarebbe stato armato di pistola e di taser e che avrebbe rapinato e violentato le due escort. Le medesime modalità, ricostruite dal gip del Tribunale di Milano in un’ordinanza di custodia cautelare con la quale ha disposto il trasferimento in carcere dell’indagato. Dawda Bandeh, 28 anni, di professione collaboratore domestico, sbarcato in Italia 14 anni fa (aveva 15 anni), regolare pure lui per aver ottenuto prima un permesso di soggiorno per motivi umanitari e, dallo scorso anno, un altro per motivi di lavoro, è invece accusato dell’omicidio di un suo collega, Angelito Acob Manansala, 61 anni, filippino, assassinato il giorno di Pasqua in una villa Liberty di via Randaccio. Uomo discreto, preciso, Manansala. Viveva con i proprietari, che erano fuori per una breve vacanza.Al rientro, il padrone di casa, un manager israeliano di 52 anni, trova la porta aperta e il corpo del domestico. Ma anche un giovane che dorme. Indifferente. È Bandeh. All’arrivo degli agenti non si consegna. Ma oppone resistenza. C’è voluto il taser per bloccarlo. Un colpo secco di elettricità per piegare la sua rabbia. Ha confermato di aver mangiato e dormito in quella casa. E ha detto di non ricordare altro. Si dice certo, però, di non essere stato lui. Il suo difensore, l’avvocato Federica Scapaticci, annuncia che sarà necessaria una perizia psichiatrica. Forse Bandeh non era lucido. Forse non era capace di intendere e volere. Forse. Intanto il giudice per le indagini preliminari, Domenico Santoro, ha convalidato il fermo e disposto la detenzione in carcere. Dai primi rilievi il filippino sarebbe stato strangolato. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Bandeh sarebbe entrato per rubare. Probabilmente aveva osservato i movimenti di Manansala, che si occupava anche della gestione quotidiana dei cani. L’aveva visto uscire. Aveva calcolato il momento. Scavalcato il cancello. E si era introdotto nella villa. Ma Angelito era rientrato prima del previsto. A quel punto sarebbe scattata l’aggressione. Un confronto durato pochi istanti. Le mani al collo. Lo strangolamento. Questa è l’ipotesi. Poi l’assassino sarebbe rimasto nell’abitazione come se nulla fosse accaduto. A mangiare. A dormire. Ma c’è un altro dettaglio inquietante. Solo poche ore prima Bandeh era stato fermato dai carabinieri per un altro tentativo di furto ma era stato subito rilasciato su disposizione dell’autorità giudiziaria. Poco dopo le 8 del giorno di Pasqua si era lasciato alle spalle la caserma Montebello di via Vincenzo Monti e pure l’accusa di aver tentato l’ingresso in un appartamento al sesto piano in via Gioia. Era rimasto chiuso sul balcone, mentre i proprietari di casa chiamavano i carabinieri. Poi hanno deciso di farlo uscire. È stato rintracciato in via Sammartini, non molto distante dalla villetta che si è trasformata nella scena del crimine, dove sarebbe entrato, stando ai video ripresi dalle telecamere, alle 8.40 (sarebbe rimasto nella villa per otto ore, rovistando ovunque). Dalla caserma è partita una denuncia a piede libero per violazione di domicilio. La flagranza c’era. E non è l’unico colpo che avrebbe tentato negli ultimi giorni. Gli investigatori che indagano sul delitto del filippino ovviamente hanno cercato di ricostruire gli ultimi spostamenti di Bandeh. Ed è emerso che solo il giorno prima avrebbe tentato un altro furto, questa volta in zona Porta Romana, dove dalla loggia di un portone si era appropriato di un paio di jeans appesi a uno stendibiancheria e di un ombrello. Nel suo passato, invece, non c’è nulla. Tranne una segnalazione per guida in stato di ebbrezza, che gli era costata il ritiro della patente. A Como, poi, aveva ottenuto il permesso di soggiorno. Ma quando gli investigatori gli hanno chiesto dove lavorava, Bandeh avrebbe risposto di occuparsi di un’anziana a Bulgarograsso, in una abitazione che, però, è risultata essere solo un indirizzo fittizio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-immigrati-violenza-gambiano-2671840658.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="indagato-il-sindaco-di-molfetta-la-procura-chiede-al-gip-i-domiciliari" data-post-id="2671840658" data-published-at="1745525828" data-use-pagination="False"> Indagato il sindaco di Molfetta. La Procura chiede al gip i domiciliari Ancora un amministratore locale pugliese nei guai con la giustizia. Stavolta è il turno di Tommaso Minervini, sindaco di Molfetta, a capo di una coalizione di liste civiche, che tre anni fa aveva sconfitto sia il centrodestra che il centrosinistra, coalizione quest’ultima, che nel 2017 aveva garantito a Minervini il successo elettorale. Per il primo cittadino di Molfetta, indagato insieme ad altre 7 persone, la Procura di Trani ha chiesto gli arresti domiciliari e il prossimo 2 maggio sarà sottoposto all’interrogatorio preventivo come disposto dal gip Marina Chiddo. L’indagine dei pm di Trani riguarda presunti favori fatti a imprenditori in cambio di sostegno elettorale. Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo agli 8 indagati, sono corruzione, turbativa d’asta, peculato e falso, per un totale di 21 capi di imputazione. L’inchiesta che coinvolge Minervini nasce da una altro procedimento, risalente a tre anni fa. All’epoca, gli uomini della Guardia di finanza, che indagavo su possibili irregolarità nell’appalto relativo al nuovo mercato cittadino, avevano messo i sigilli al cantiere all’interno del quale, secondo un comunicato stampa emesso all’epoca dalle fiamme gialle, era emerso che «all’interno dell’area, in particolare nel sottosuolo, giaceva una discarica incontrollata di rifiuti che la ditta vincitrice della gara di appalto ha smaltito, sopportando enormi costi». Un imprevisto che aveva portato a un contenzioso tra il Comune e l’appaltatore e che aveva spinto la Procura a ipotizzare una serie di reati, tra cui frode nelle pubbliche forniture, turbata libertà di scelta del contraente e truffa aggravata in danno dello Stato, nei confronti di 11 persone, tra cui 3 amministratori locali. E proprio dalle verifiche su questa vicenda sarebbero emerse le presunte irregolarità che hanno portato alla richiesta di domiciliari per il sindaco. Insieme a Minervini sono indagati, come detto a vario titolo, il suo l’autista, Tommaso Messina; il luogotenente della Guardia di finanza, Michele Pizzo; l’imprenditore portuale Vito Leonardo Totorizzo; i dirigenti comunali Alessandro Binetti, Lidia De Leonardis e Domenico Satalino; il funzionario Mario Morea. La richiesta di arresto della Procura riguarda solo quattro indagati ed è motivata dal rischio di reiterazione dei reati contestati. La convocazione davanti al gip è stata confermata da Minervini con un post sui social: «Dopo lunghi anni di indagini», scrive il primo cittadino, «mi hanno notificato un avviso di comparizione e dovrò essere interrogato preventivamente in relazione a vicende amministrative con riferimento alle quali la Procura chiede misure cautelari». Minervini si è poi detto «profondamente addolorato e mortificato per quanto accaduto perché» prosegue «a giudicare dalle contestazioni a me elevate, vengono letti in chiave di penale rilevanza fatti e circostanze della gestione politico-amministrativa della città che, invece, ad una lettura semplice e lineare, disvelano condotte svolte sempre nell’interesse della collettività e poste in essere, paradossalmente, proprio per evitare le collusioni e le irregolarità di cui mi si accusa». Il primo cittadino è però convinto «di poter risolvere quanto prima ogni profilo di questa incresciosa e imbarazzante situazione». Il 2 maggio si scoprirà se il gip del Tribunale di Trani è dello stesso avviso.
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.