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2025-04-25
Milano nel caos: africano violenta due donne
(Getty Images)
Due gambiani coetanei. Due storie di immigrazione incontrollata. E un’unica città, Milano, che ogni giorno convive con il caos e la violenza. Con una costante che fa da collante: la mancata integrazione. Il primo uomo si muoveva nel buio delle case chiuse, a caccia di escort da stuprare. Il secondo ha mangiato e dormito nell’appartamento in cui, secondo gli inquirenti, avrebbe ucciso un filippino. I due arresti sono stati disposti a pochi giorni di distanza e gli atti investigativi li presentano come due facce della stessa medaglia. Il finto cliente, 29 anni, un nullafacente che viveva di espedienti, ma con un permesso di soggiorno umanitario in tasca e, pertanto, regolare sul territorio italiano, è accusato di aver rapinato e stuprato due escort straniere lo scorso marzo. Due donne sudamericane che, separatamente, lo avevano accolto nei loro appartamenti convinte di trovarsi davanti a un cliente. Pistola e taser alla mano, il predatore giunto dal Gambia si sarebbe prima fatto dare l’incasso della giornata (in un caso 350 euro e nell’altro 150), poi avrebbe preteso delle prestazioni sessuali con costrizione e minaccia. Una delle due sudamericane ha trovato il coraggio per denunciare. La seconda no. Non subito almeno. Era irregolare e aveva paura che l’intervento delle autorità le si ritorcesse contro. Quando, però, ha compreso che la legge in questi casi prevede dei percorsi di emersione, si è aperta con gli investigatori. I video delle telecamere dei circuiti di sorveglianza recuperati dagli agenti della Quarta sezione della Squadra mobile, specializzati nei reati contro le vittime vulnerabili, hanno fatto il resto. Le indagini avrebbero quindi accertato che il gambiano in entrambi i casi si era presentato come un cliente, che avrebbe agito a notte inoltrata, che sarebbe stato armato di pistola e di taser e che avrebbe rapinato e violentato le due escort. Le medesime modalità, ricostruite dal gip del Tribunale di Milano in un’ordinanza di custodia cautelare con la quale ha disposto il trasferimento in carcere dell’indagato. Dawda Bandeh, 28 anni, di professione collaboratore domestico, sbarcato in Italia 14 anni fa (aveva 15 anni), regolare pure lui per aver ottenuto prima un permesso di soggiorno per motivi umanitari e, dallo scorso anno, un altro per motivi di lavoro, è invece accusato dell’omicidio di un suo collega, Angelito Acob Manansala, 61 anni, filippino, assassinato il giorno di Pasqua in una villa Liberty di via Randaccio. Uomo discreto, preciso, Manansala. Viveva con i proprietari, che erano fuori per una breve vacanza.
Al rientro, il padrone di casa, un manager israeliano di 52 anni, trova la porta aperta e il corpo del domestico. Ma anche un giovane che dorme. Indifferente. È Bandeh. All’arrivo degli agenti non si consegna. Ma oppone resistenza. C’è voluto il taser per bloccarlo. Un colpo secco di elettricità per piegare la sua rabbia. Ha confermato di aver mangiato e dormito in quella casa. E ha detto di non ricordare altro. Si dice certo, però, di non essere stato lui. Il suo difensore, l’avvocato Federica Scapaticci, annuncia che sarà necessaria una perizia psichiatrica. Forse Bandeh non era lucido. Forse non era capace di intendere e volere. Forse. Intanto il giudice per le indagini preliminari, Domenico Santoro, ha convalidato il fermo e disposto la detenzione in carcere. Dai primi rilievi il filippino sarebbe stato strangolato. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Bandeh sarebbe entrato per rubare. Probabilmente aveva osservato i movimenti di Manansala, che si occupava anche della gestione quotidiana dei cani. L’aveva visto uscire. Aveva calcolato il momento. Scavalcato il cancello. E si era introdotto nella villa. Ma Angelito era rientrato prima del previsto. A quel punto sarebbe scattata l’aggressione. Un confronto durato pochi istanti. Le mani al collo. Lo strangolamento. Questa è l’ipotesi. Poi l’assassino sarebbe rimasto nell’abitazione come se nulla fosse accaduto. A mangiare. A dormire. Ma c’è un altro dettaglio inquietante. Solo poche ore prima Bandeh era stato fermato dai carabinieri per un altro tentativo di furto ma era stato subito rilasciato su disposizione dell’autorità giudiziaria. Poco dopo le 8 del giorno di Pasqua si era lasciato alle spalle la caserma Montebello di via Vincenzo Monti e pure l’accusa di aver tentato l’ingresso in un appartamento al sesto piano in via Gioia. Era rimasto chiuso sul balcone, mentre i proprietari di casa chiamavano i carabinieri. Poi hanno deciso di farlo uscire. È stato rintracciato in via Sammartini, non molto distante dalla villetta che si è trasformata nella scena del crimine, dove sarebbe entrato, stando ai video ripresi dalle telecamere, alle 8.40 (sarebbe rimasto nella villa per otto ore, rovistando ovunque). Dalla caserma è partita una denuncia a piede libero per violazione di domicilio. La flagranza c’era. E non è l’unico colpo che avrebbe tentato negli ultimi giorni. Gli investigatori che indagano sul delitto del filippino ovviamente hanno cercato di ricostruire gli ultimi spostamenti di Bandeh. Ed è emerso che solo il giorno prima avrebbe tentato un altro furto, questa volta in zona Porta Romana, dove dalla loggia di un portone si era appropriato di un paio di jeans appesi a uno stendibiancheria e di un ombrello. Nel suo passato, invece, non c’è nulla. Tranne una segnalazione per guida in stato di ebbrezza, che gli era costata il ritiro della patente. A Como, poi, aveva ottenuto il permesso di soggiorno. Ma quando gli investigatori gli hanno chiesto dove lavorava, Bandeh avrebbe risposto di occuparsi di un’anziana a Bulgarograsso, in una abitazione che, però, è risultata essere solo un indirizzo fittizio.
Indagato il sindaco di Molfetta. La Procura chiede al gip i domiciliari
Ancora un amministratore locale pugliese nei guai con la giustizia. Stavolta è il turno di Tommaso Minervini, sindaco di Molfetta, a capo di una coalizione di liste civiche, che tre anni fa aveva sconfitto sia il centrodestra che il centrosinistra, coalizione quest’ultima, che nel 2017 aveva garantito a Minervini il successo elettorale.
Per il primo cittadino di Molfetta, indagato insieme ad altre 7 persone, la Procura di Trani ha chiesto gli arresti domiciliari e il prossimo 2 maggio sarà sottoposto all’interrogatorio preventivo come disposto dal gip Marina Chiddo. L’indagine dei pm di Trani riguarda presunti favori fatti a imprenditori in cambio di sostegno elettorale. Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo agli 8 indagati, sono corruzione, turbativa d’asta, peculato e falso, per un totale di 21 capi di imputazione.
L’inchiesta che coinvolge Minervini nasce da una altro procedimento, risalente a tre anni fa. All’epoca, gli uomini della Guardia di finanza, che indagavo su possibili irregolarità nell’appalto relativo al nuovo mercato cittadino, avevano messo i sigilli al cantiere all’interno del quale, secondo un comunicato stampa emesso all’epoca dalle fiamme gialle, era emerso che «all’interno dell’area, in particolare nel sottosuolo, giaceva una discarica incontrollata di rifiuti che la ditta vincitrice della gara di appalto ha smaltito, sopportando enormi costi». Un imprevisto che aveva portato a un contenzioso tra il Comune e l’appaltatore e che aveva spinto la Procura a ipotizzare una serie di reati, tra cui frode nelle pubbliche forniture, turbata libertà di scelta del contraente e truffa aggravata in danno dello Stato, nei confronti di 11 persone, tra cui 3 amministratori locali. E proprio dalle verifiche su questa vicenda sarebbero emerse le presunte irregolarità che hanno portato alla richiesta di domiciliari per il sindaco.
Insieme a Minervini sono indagati, come detto a vario titolo, il suo l’autista, Tommaso Messina; il luogotenente della Guardia di finanza, Michele Pizzo; l’imprenditore portuale Vito Leonardo Totorizzo; i dirigenti comunali Alessandro Binetti, Lidia De Leonardis e Domenico Satalino; il funzionario Mario Morea. La richiesta di arresto della Procura riguarda solo quattro indagati ed è motivata dal rischio di reiterazione dei reati contestati.
La convocazione davanti al gip è stata confermata da Minervini con un post sui social: «Dopo lunghi anni di indagini», scrive il primo cittadino, «mi hanno notificato un avviso di comparizione e dovrò essere interrogato preventivamente in relazione a vicende amministrative con riferimento alle quali la Procura chiede misure cautelari».
Minervini si è poi detto «profondamente addolorato e mortificato per quanto accaduto perché» prosegue «a giudicare dalle contestazioni a me elevate, vengono letti in chiave di penale rilevanza fatti e circostanze della gestione politico-amministrativa della città che, invece, ad una lettura semplice e lineare, disvelano condotte svolte sempre nell’interesse della collettività e poste in essere, paradossalmente, proprio per evitare le collusioni e le irregolarità di cui mi si accusa». Il primo cittadino è però convinto «di poter risolvere quanto prima ogni profilo di questa incresciosa e imbarazzante situazione». Il 2 maggio si scoprirà se il gip del Tribunale di Trani è dello stesso avviso.
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Un ventinovenne gambiano ha attirato le escort in un appuntamento, poi sotto la minaccia di un taser e di una pistola le ha rapinate e stuprate. Pochi giorni prima un suo connazionale durante un furto in casa aveva assassinato il domestico.Indagato il sindaco di Molfetta. Oltre a lui, coinvolte altre sette persone per l’appalto del nuovo mercato comunale.Lo speciale contiene due articoli.Due gambiani coetanei. Due storie di immigrazione incontrollata. E un’unica città, Milano, che ogni giorno convive con il caos e la violenza. Con una costante che fa da collante: la mancata integrazione. Il primo uomo si muoveva nel buio delle case chiuse, a caccia di escort da stuprare. Il secondo ha mangiato e dormito nell’appartamento in cui, secondo gli inquirenti, avrebbe ucciso un filippino. I due arresti sono stati disposti a pochi giorni di distanza e gli atti investigativi li presentano come due facce della stessa medaglia. Il finto cliente, 29 anni, un nullafacente che viveva di espedienti, ma con un permesso di soggiorno umanitario in tasca e, pertanto, regolare sul territorio italiano, è accusato di aver rapinato e stuprato due escort straniere lo scorso marzo. Due donne sudamericane che, separatamente, lo avevano accolto nei loro appartamenti convinte di trovarsi davanti a un cliente. Pistola e taser alla mano, il predatore giunto dal Gambia si sarebbe prima fatto dare l’incasso della giornata (in un caso 350 euro e nell’altro 150), poi avrebbe preteso delle prestazioni sessuali con costrizione e minaccia. Una delle due sudamericane ha trovato il coraggio per denunciare. La seconda no. Non subito almeno. Era irregolare e aveva paura che l’intervento delle autorità le si ritorcesse contro. Quando, però, ha compreso che la legge in questi casi prevede dei percorsi di emersione, si è aperta con gli investigatori. I video delle telecamere dei circuiti di sorveglianza recuperati dagli agenti della Quarta sezione della Squadra mobile, specializzati nei reati contro le vittime vulnerabili, hanno fatto il resto. Le indagini avrebbero quindi accertato che il gambiano in entrambi i casi si era presentato come un cliente, che avrebbe agito a notte inoltrata, che sarebbe stato armato di pistola e di taser e che avrebbe rapinato e violentato le due escort. Le medesime modalità, ricostruite dal gip del Tribunale di Milano in un’ordinanza di custodia cautelare con la quale ha disposto il trasferimento in carcere dell’indagato. Dawda Bandeh, 28 anni, di professione collaboratore domestico, sbarcato in Italia 14 anni fa (aveva 15 anni), regolare pure lui per aver ottenuto prima un permesso di soggiorno per motivi umanitari e, dallo scorso anno, un altro per motivi di lavoro, è invece accusato dell’omicidio di un suo collega, Angelito Acob Manansala, 61 anni, filippino, assassinato il giorno di Pasqua in una villa Liberty di via Randaccio. Uomo discreto, preciso, Manansala. Viveva con i proprietari, che erano fuori per una breve vacanza.Al rientro, il padrone di casa, un manager israeliano di 52 anni, trova la porta aperta e il corpo del domestico. Ma anche un giovane che dorme. Indifferente. È Bandeh. All’arrivo degli agenti non si consegna. Ma oppone resistenza. C’è voluto il taser per bloccarlo. Un colpo secco di elettricità per piegare la sua rabbia. Ha confermato di aver mangiato e dormito in quella casa. E ha detto di non ricordare altro. Si dice certo, però, di non essere stato lui. Il suo difensore, l’avvocato Federica Scapaticci, annuncia che sarà necessaria una perizia psichiatrica. Forse Bandeh non era lucido. Forse non era capace di intendere e volere. Forse. Intanto il giudice per le indagini preliminari, Domenico Santoro, ha convalidato il fermo e disposto la detenzione in carcere. Dai primi rilievi il filippino sarebbe stato strangolato. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Bandeh sarebbe entrato per rubare. Probabilmente aveva osservato i movimenti di Manansala, che si occupava anche della gestione quotidiana dei cani. L’aveva visto uscire. Aveva calcolato il momento. Scavalcato il cancello. E si era introdotto nella villa. Ma Angelito era rientrato prima del previsto. A quel punto sarebbe scattata l’aggressione. Un confronto durato pochi istanti. Le mani al collo. Lo strangolamento. Questa è l’ipotesi. Poi l’assassino sarebbe rimasto nell’abitazione come se nulla fosse accaduto. A mangiare. A dormire. Ma c’è un altro dettaglio inquietante. Solo poche ore prima Bandeh era stato fermato dai carabinieri per un altro tentativo di furto ma era stato subito rilasciato su disposizione dell’autorità giudiziaria. Poco dopo le 8 del giorno di Pasqua si era lasciato alle spalle la caserma Montebello di via Vincenzo Monti e pure l’accusa di aver tentato l’ingresso in un appartamento al sesto piano in via Gioia. Era rimasto chiuso sul balcone, mentre i proprietari di casa chiamavano i carabinieri. Poi hanno deciso di farlo uscire. È stato rintracciato in via Sammartini, non molto distante dalla villetta che si è trasformata nella scena del crimine, dove sarebbe entrato, stando ai video ripresi dalle telecamere, alle 8.40 (sarebbe rimasto nella villa per otto ore, rovistando ovunque). Dalla caserma è partita una denuncia a piede libero per violazione di domicilio. La flagranza c’era. E non è l’unico colpo che avrebbe tentato negli ultimi giorni. Gli investigatori che indagano sul delitto del filippino ovviamente hanno cercato di ricostruire gli ultimi spostamenti di Bandeh. Ed è emerso che solo il giorno prima avrebbe tentato un altro furto, questa volta in zona Porta Romana, dove dalla loggia di un portone si era appropriato di un paio di jeans appesi a uno stendibiancheria e di un ombrello. Nel suo passato, invece, non c’è nulla. Tranne una segnalazione per guida in stato di ebbrezza, che gli era costata il ritiro della patente. A Como, poi, aveva ottenuto il permesso di soggiorno. Ma quando gli investigatori gli hanno chiesto dove lavorava, Bandeh avrebbe risposto di occuparsi di un’anziana a Bulgarograsso, in una abitazione che, però, è risultata essere solo un indirizzo fittizio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-immigrati-violenza-gambiano-2671840658.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="indagato-il-sindaco-di-molfetta-la-procura-chiede-al-gip-i-domiciliari" data-post-id="2671840658" data-published-at="1745525828" data-use-pagination="False"> Indagato il sindaco di Molfetta. La Procura chiede al gip i domiciliari Ancora un amministratore locale pugliese nei guai con la giustizia. Stavolta è il turno di Tommaso Minervini, sindaco di Molfetta, a capo di una coalizione di liste civiche, che tre anni fa aveva sconfitto sia il centrodestra che il centrosinistra, coalizione quest’ultima, che nel 2017 aveva garantito a Minervini il successo elettorale. Per il primo cittadino di Molfetta, indagato insieme ad altre 7 persone, la Procura di Trani ha chiesto gli arresti domiciliari e il prossimo 2 maggio sarà sottoposto all’interrogatorio preventivo come disposto dal gip Marina Chiddo. L’indagine dei pm di Trani riguarda presunti favori fatti a imprenditori in cambio di sostegno elettorale. Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo agli 8 indagati, sono corruzione, turbativa d’asta, peculato e falso, per un totale di 21 capi di imputazione. L’inchiesta che coinvolge Minervini nasce da una altro procedimento, risalente a tre anni fa. All’epoca, gli uomini della Guardia di finanza, che indagavo su possibili irregolarità nell’appalto relativo al nuovo mercato cittadino, avevano messo i sigilli al cantiere all’interno del quale, secondo un comunicato stampa emesso all’epoca dalle fiamme gialle, era emerso che «all’interno dell’area, in particolare nel sottosuolo, giaceva una discarica incontrollata di rifiuti che la ditta vincitrice della gara di appalto ha smaltito, sopportando enormi costi». Un imprevisto che aveva portato a un contenzioso tra il Comune e l’appaltatore e che aveva spinto la Procura a ipotizzare una serie di reati, tra cui frode nelle pubbliche forniture, turbata libertà di scelta del contraente e truffa aggravata in danno dello Stato, nei confronti di 11 persone, tra cui 3 amministratori locali. E proprio dalle verifiche su questa vicenda sarebbero emerse le presunte irregolarità che hanno portato alla richiesta di domiciliari per il sindaco. Insieme a Minervini sono indagati, come detto a vario titolo, il suo l’autista, Tommaso Messina; il luogotenente della Guardia di finanza, Michele Pizzo; l’imprenditore portuale Vito Leonardo Totorizzo; i dirigenti comunali Alessandro Binetti, Lidia De Leonardis e Domenico Satalino; il funzionario Mario Morea. La richiesta di arresto della Procura riguarda solo quattro indagati ed è motivata dal rischio di reiterazione dei reati contestati. La convocazione davanti al gip è stata confermata da Minervini con un post sui social: «Dopo lunghi anni di indagini», scrive il primo cittadino, «mi hanno notificato un avviso di comparizione e dovrò essere interrogato preventivamente in relazione a vicende amministrative con riferimento alle quali la Procura chiede misure cautelari». Minervini si è poi detto «profondamente addolorato e mortificato per quanto accaduto perché» prosegue «a giudicare dalle contestazioni a me elevate, vengono letti in chiave di penale rilevanza fatti e circostanze della gestione politico-amministrativa della città che, invece, ad una lettura semplice e lineare, disvelano condotte svolte sempre nell’interesse della collettività e poste in essere, paradossalmente, proprio per evitare le collusioni e le irregolarità di cui mi si accusa». Il primo cittadino è però convinto «di poter risolvere quanto prima ogni profilo di questa incresciosa e imbarazzante situazione». Il 2 maggio si scoprirà se il gip del Tribunale di Trani è dello stesso avviso.
Un momento della fiaccolata in memoria di Saman Abbas, uccisa dai suoi familiari a Novellara il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà (Ansa)
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
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Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
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Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
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L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
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