True
2025-04-25
Milano nel caos: africano violenta due donne
(Getty Images)
Due gambiani coetanei. Due storie di immigrazione incontrollata. E un’unica città, Milano, che ogni giorno convive con il caos e la violenza. Con una costante che fa da collante: la mancata integrazione. Il primo uomo si muoveva nel buio delle case chiuse, a caccia di escort da stuprare. Il secondo ha mangiato e dormito nell’appartamento in cui, secondo gli inquirenti, avrebbe ucciso un filippino. I due arresti sono stati disposti a pochi giorni di distanza e gli atti investigativi li presentano come due facce della stessa medaglia. Il finto cliente, 29 anni, un nullafacente che viveva di espedienti, ma con un permesso di soggiorno umanitario in tasca e, pertanto, regolare sul territorio italiano, è accusato di aver rapinato e stuprato due escort straniere lo scorso marzo. Due donne sudamericane che, separatamente, lo avevano accolto nei loro appartamenti convinte di trovarsi davanti a un cliente. Pistola e taser alla mano, il predatore giunto dal Gambia si sarebbe prima fatto dare l’incasso della giornata (in un caso 350 euro e nell’altro 150), poi avrebbe preteso delle prestazioni sessuali con costrizione e minaccia. Una delle due sudamericane ha trovato il coraggio per denunciare. La seconda no. Non subito almeno. Era irregolare e aveva paura che l’intervento delle autorità le si ritorcesse contro. Quando, però, ha compreso che la legge in questi casi prevede dei percorsi di emersione, si è aperta con gli investigatori. I video delle telecamere dei circuiti di sorveglianza recuperati dagli agenti della Quarta sezione della Squadra mobile, specializzati nei reati contro le vittime vulnerabili, hanno fatto il resto. Le indagini avrebbero quindi accertato che il gambiano in entrambi i casi si era presentato come un cliente, che avrebbe agito a notte inoltrata, che sarebbe stato armato di pistola e di taser e che avrebbe rapinato e violentato le due escort. Le medesime modalità, ricostruite dal gip del Tribunale di Milano in un’ordinanza di custodia cautelare con la quale ha disposto il trasferimento in carcere dell’indagato. Dawda Bandeh, 28 anni, di professione collaboratore domestico, sbarcato in Italia 14 anni fa (aveva 15 anni), regolare pure lui per aver ottenuto prima un permesso di soggiorno per motivi umanitari e, dallo scorso anno, un altro per motivi di lavoro, è invece accusato dell’omicidio di un suo collega, Angelito Acob Manansala, 61 anni, filippino, assassinato il giorno di Pasqua in una villa Liberty di via Randaccio. Uomo discreto, preciso, Manansala. Viveva con i proprietari, che erano fuori per una breve vacanza.
Al rientro, il padrone di casa, un manager israeliano di 52 anni, trova la porta aperta e il corpo del domestico. Ma anche un giovane che dorme. Indifferente. È Bandeh. All’arrivo degli agenti non si consegna. Ma oppone resistenza. C’è voluto il taser per bloccarlo. Un colpo secco di elettricità per piegare la sua rabbia. Ha confermato di aver mangiato e dormito in quella casa. E ha detto di non ricordare altro. Si dice certo, però, di non essere stato lui. Il suo difensore, l’avvocato Federica Scapaticci, annuncia che sarà necessaria una perizia psichiatrica. Forse Bandeh non era lucido. Forse non era capace di intendere e volere. Forse. Intanto il giudice per le indagini preliminari, Domenico Santoro, ha convalidato il fermo e disposto la detenzione in carcere. Dai primi rilievi il filippino sarebbe stato strangolato. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Bandeh sarebbe entrato per rubare. Probabilmente aveva osservato i movimenti di Manansala, che si occupava anche della gestione quotidiana dei cani. L’aveva visto uscire. Aveva calcolato il momento. Scavalcato il cancello. E si era introdotto nella villa. Ma Angelito era rientrato prima del previsto. A quel punto sarebbe scattata l’aggressione. Un confronto durato pochi istanti. Le mani al collo. Lo strangolamento. Questa è l’ipotesi. Poi l’assassino sarebbe rimasto nell’abitazione come se nulla fosse accaduto. A mangiare. A dormire. Ma c’è un altro dettaglio inquietante. Solo poche ore prima Bandeh era stato fermato dai carabinieri per un altro tentativo di furto ma era stato subito rilasciato su disposizione dell’autorità giudiziaria. Poco dopo le 8 del giorno di Pasqua si era lasciato alle spalle la caserma Montebello di via Vincenzo Monti e pure l’accusa di aver tentato l’ingresso in un appartamento al sesto piano in via Gioia. Era rimasto chiuso sul balcone, mentre i proprietari di casa chiamavano i carabinieri. Poi hanno deciso di farlo uscire. È stato rintracciato in via Sammartini, non molto distante dalla villetta che si è trasformata nella scena del crimine, dove sarebbe entrato, stando ai video ripresi dalle telecamere, alle 8.40 (sarebbe rimasto nella villa per otto ore, rovistando ovunque). Dalla caserma è partita una denuncia a piede libero per violazione di domicilio. La flagranza c’era. E non è l’unico colpo che avrebbe tentato negli ultimi giorni. Gli investigatori che indagano sul delitto del filippino ovviamente hanno cercato di ricostruire gli ultimi spostamenti di Bandeh. Ed è emerso che solo il giorno prima avrebbe tentato un altro furto, questa volta in zona Porta Romana, dove dalla loggia di un portone si era appropriato di un paio di jeans appesi a uno stendibiancheria e di un ombrello. Nel suo passato, invece, non c’è nulla. Tranne una segnalazione per guida in stato di ebbrezza, che gli era costata il ritiro della patente. A Como, poi, aveva ottenuto il permesso di soggiorno. Ma quando gli investigatori gli hanno chiesto dove lavorava, Bandeh avrebbe risposto di occuparsi di un’anziana a Bulgarograsso, in una abitazione che, però, è risultata essere solo un indirizzo fittizio.
Indagato il sindaco di Molfetta. La Procura chiede al gip i domiciliari
Ancora un amministratore locale pugliese nei guai con la giustizia. Stavolta è il turno di Tommaso Minervini, sindaco di Molfetta, a capo di una coalizione di liste civiche, che tre anni fa aveva sconfitto sia il centrodestra che il centrosinistra, coalizione quest’ultima, che nel 2017 aveva garantito a Minervini il successo elettorale.
Per il primo cittadino di Molfetta, indagato insieme ad altre 7 persone, la Procura di Trani ha chiesto gli arresti domiciliari e il prossimo 2 maggio sarà sottoposto all’interrogatorio preventivo come disposto dal gip Marina Chiddo. L’indagine dei pm di Trani riguarda presunti favori fatti a imprenditori in cambio di sostegno elettorale. Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo agli 8 indagati, sono corruzione, turbativa d’asta, peculato e falso, per un totale di 21 capi di imputazione.
L’inchiesta che coinvolge Minervini nasce da una altro procedimento, risalente a tre anni fa. All’epoca, gli uomini della Guardia di finanza, che indagavo su possibili irregolarità nell’appalto relativo al nuovo mercato cittadino, avevano messo i sigilli al cantiere all’interno del quale, secondo un comunicato stampa emesso all’epoca dalle fiamme gialle, era emerso che «all’interno dell’area, in particolare nel sottosuolo, giaceva una discarica incontrollata di rifiuti che la ditta vincitrice della gara di appalto ha smaltito, sopportando enormi costi». Un imprevisto che aveva portato a un contenzioso tra il Comune e l’appaltatore e che aveva spinto la Procura a ipotizzare una serie di reati, tra cui frode nelle pubbliche forniture, turbata libertà di scelta del contraente e truffa aggravata in danno dello Stato, nei confronti di 11 persone, tra cui 3 amministratori locali. E proprio dalle verifiche su questa vicenda sarebbero emerse le presunte irregolarità che hanno portato alla richiesta di domiciliari per il sindaco.
Insieme a Minervini sono indagati, come detto a vario titolo, il suo l’autista, Tommaso Messina; il luogotenente della Guardia di finanza, Michele Pizzo; l’imprenditore portuale Vito Leonardo Totorizzo; i dirigenti comunali Alessandro Binetti, Lidia De Leonardis e Domenico Satalino; il funzionario Mario Morea. La richiesta di arresto della Procura riguarda solo quattro indagati ed è motivata dal rischio di reiterazione dei reati contestati.
La convocazione davanti al gip è stata confermata da Minervini con un post sui social: «Dopo lunghi anni di indagini», scrive il primo cittadino, «mi hanno notificato un avviso di comparizione e dovrò essere interrogato preventivamente in relazione a vicende amministrative con riferimento alle quali la Procura chiede misure cautelari».
Minervini si è poi detto «profondamente addolorato e mortificato per quanto accaduto perché» prosegue «a giudicare dalle contestazioni a me elevate, vengono letti in chiave di penale rilevanza fatti e circostanze della gestione politico-amministrativa della città che, invece, ad una lettura semplice e lineare, disvelano condotte svolte sempre nell’interesse della collettività e poste in essere, paradossalmente, proprio per evitare le collusioni e le irregolarità di cui mi si accusa». Il primo cittadino è però convinto «di poter risolvere quanto prima ogni profilo di questa incresciosa e imbarazzante situazione». Il 2 maggio si scoprirà se il gip del Tribunale di Trani è dello stesso avviso.
Continua a leggereRiduci
Un ventinovenne gambiano ha attirato le escort in un appuntamento, poi sotto la minaccia di un taser e di una pistola le ha rapinate e stuprate. Pochi giorni prima un suo connazionale durante un furto in casa aveva assassinato il domestico.Indagato il sindaco di Molfetta. Oltre a lui, coinvolte altre sette persone per l’appalto del nuovo mercato comunale.Lo speciale contiene due articoli.Due gambiani coetanei. Due storie di immigrazione incontrollata. E un’unica città, Milano, che ogni giorno convive con il caos e la violenza. Con una costante che fa da collante: la mancata integrazione. Il primo uomo si muoveva nel buio delle case chiuse, a caccia di escort da stuprare. Il secondo ha mangiato e dormito nell’appartamento in cui, secondo gli inquirenti, avrebbe ucciso un filippino. I due arresti sono stati disposti a pochi giorni di distanza e gli atti investigativi li presentano come due facce della stessa medaglia. Il finto cliente, 29 anni, un nullafacente che viveva di espedienti, ma con un permesso di soggiorno umanitario in tasca e, pertanto, regolare sul territorio italiano, è accusato di aver rapinato e stuprato due escort straniere lo scorso marzo. Due donne sudamericane che, separatamente, lo avevano accolto nei loro appartamenti convinte di trovarsi davanti a un cliente. Pistola e taser alla mano, il predatore giunto dal Gambia si sarebbe prima fatto dare l’incasso della giornata (in un caso 350 euro e nell’altro 150), poi avrebbe preteso delle prestazioni sessuali con costrizione e minaccia. Una delle due sudamericane ha trovato il coraggio per denunciare. La seconda no. Non subito almeno. Era irregolare e aveva paura che l’intervento delle autorità le si ritorcesse contro. Quando, però, ha compreso che la legge in questi casi prevede dei percorsi di emersione, si è aperta con gli investigatori. I video delle telecamere dei circuiti di sorveglianza recuperati dagli agenti della Quarta sezione della Squadra mobile, specializzati nei reati contro le vittime vulnerabili, hanno fatto il resto. Le indagini avrebbero quindi accertato che il gambiano in entrambi i casi si era presentato come un cliente, che avrebbe agito a notte inoltrata, che sarebbe stato armato di pistola e di taser e che avrebbe rapinato e violentato le due escort. Le medesime modalità, ricostruite dal gip del Tribunale di Milano in un’ordinanza di custodia cautelare con la quale ha disposto il trasferimento in carcere dell’indagato. Dawda Bandeh, 28 anni, di professione collaboratore domestico, sbarcato in Italia 14 anni fa (aveva 15 anni), regolare pure lui per aver ottenuto prima un permesso di soggiorno per motivi umanitari e, dallo scorso anno, un altro per motivi di lavoro, è invece accusato dell’omicidio di un suo collega, Angelito Acob Manansala, 61 anni, filippino, assassinato il giorno di Pasqua in una villa Liberty di via Randaccio. Uomo discreto, preciso, Manansala. Viveva con i proprietari, che erano fuori per una breve vacanza.Al rientro, il padrone di casa, un manager israeliano di 52 anni, trova la porta aperta e il corpo del domestico. Ma anche un giovane che dorme. Indifferente. È Bandeh. All’arrivo degli agenti non si consegna. Ma oppone resistenza. C’è voluto il taser per bloccarlo. Un colpo secco di elettricità per piegare la sua rabbia. Ha confermato di aver mangiato e dormito in quella casa. E ha detto di non ricordare altro. Si dice certo, però, di non essere stato lui. Il suo difensore, l’avvocato Federica Scapaticci, annuncia che sarà necessaria una perizia psichiatrica. Forse Bandeh non era lucido. Forse non era capace di intendere e volere. Forse. Intanto il giudice per le indagini preliminari, Domenico Santoro, ha convalidato il fermo e disposto la detenzione in carcere. Dai primi rilievi il filippino sarebbe stato strangolato. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Bandeh sarebbe entrato per rubare. Probabilmente aveva osservato i movimenti di Manansala, che si occupava anche della gestione quotidiana dei cani. L’aveva visto uscire. Aveva calcolato il momento. Scavalcato il cancello. E si era introdotto nella villa. Ma Angelito era rientrato prima del previsto. A quel punto sarebbe scattata l’aggressione. Un confronto durato pochi istanti. Le mani al collo. Lo strangolamento. Questa è l’ipotesi. Poi l’assassino sarebbe rimasto nell’abitazione come se nulla fosse accaduto. A mangiare. A dormire. Ma c’è un altro dettaglio inquietante. Solo poche ore prima Bandeh era stato fermato dai carabinieri per un altro tentativo di furto ma era stato subito rilasciato su disposizione dell’autorità giudiziaria. Poco dopo le 8 del giorno di Pasqua si era lasciato alle spalle la caserma Montebello di via Vincenzo Monti e pure l’accusa di aver tentato l’ingresso in un appartamento al sesto piano in via Gioia. Era rimasto chiuso sul balcone, mentre i proprietari di casa chiamavano i carabinieri. Poi hanno deciso di farlo uscire. È stato rintracciato in via Sammartini, non molto distante dalla villetta che si è trasformata nella scena del crimine, dove sarebbe entrato, stando ai video ripresi dalle telecamere, alle 8.40 (sarebbe rimasto nella villa per otto ore, rovistando ovunque). Dalla caserma è partita una denuncia a piede libero per violazione di domicilio. La flagranza c’era. E non è l’unico colpo che avrebbe tentato negli ultimi giorni. Gli investigatori che indagano sul delitto del filippino ovviamente hanno cercato di ricostruire gli ultimi spostamenti di Bandeh. Ed è emerso che solo il giorno prima avrebbe tentato un altro furto, questa volta in zona Porta Romana, dove dalla loggia di un portone si era appropriato di un paio di jeans appesi a uno stendibiancheria e di un ombrello. Nel suo passato, invece, non c’è nulla. Tranne una segnalazione per guida in stato di ebbrezza, che gli era costata il ritiro della patente. A Como, poi, aveva ottenuto il permesso di soggiorno. Ma quando gli investigatori gli hanno chiesto dove lavorava, Bandeh avrebbe risposto di occuparsi di un’anziana a Bulgarograsso, in una abitazione che, però, è risultata essere solo un indirizzo fittizio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-immigrati-violenza-gambiano-2671840658.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="indagato-il-sindaco-di-molfetta-la-procura-chiede-al-gip-i-domiciliari" data-post-id="2671840658" data-published-at="1745525828" data-use-pagination="False"> Indagato il sindaco di Molfetta. La Procura chiede al gip i domiciliari Ancora un amministratore locale pugliese nei guai con la giustizia. Stavolta è il turno di Tommaso Minervini, sindaco di Molfetta, a capo di una coalizione di liste civiche, che tre anni fa aveva sconfitto sia il centrodestra che il centrosinistra, coalizione quest’ultima, che nel 2017 aveva garantito a Minervini il successo elettorale. Per il primo cittadino di Molfetta, indagato insieme ad altre 7 persone, la Procura di Trani ha chiesto gli arresti domiciliari e il prossimo 2 maggio sarà sottoposto all’interrogatorio preventivo come disposto dal gip Marina Chiddo. L’indagine dei pm di Trani riguarda presunti favori fatti a imprenditori in cambio di sostegno elettorale. Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo agli 8 indagati, sono corruzione, turbativa d’asta, peculato e falso, per un totale di 21 capi di imputazione. L’inchiesta che coinvolge Minervini nasce da una altro procedimento, risalente a tre anni fa. All’epoca, gli uomini della Guardia di finanza, che indagavo su possibili irregolarità nell’appalto relativo al nuovo mercato cittadino, avevano messo i sigilli al cantiere all’interno del quale, secondo un comunicato stampa emesso all’epoca dalle fiamme gialle, era emerso che «all’interno dell’area, in particolare nel sottosuolo, giaceva una discarica incontrollata di rifiuti che la ditta vincitrice della gara di appalto ha smaltito, sopportando enormi costi». Un imprevisto che aveva portato a un contenzioso tra il Comune e l’appaltatore e che aveva spinto la Procura a ipotizzare una serie di reati, tra cui frode nelle pubbliche forniture, turbata libertà di scelta del contraente e truffa aggravata in danno dello Stato, nei confronti di 11 persone, tra cui 3 amministratori locali. E proprio dalle verifiche su questa vicenda sarebbero emerse le presunte irregolarità che hanno portato alla richiesta di domiciliari per il sindaco. Insieme a Minervini sono indagati, come detto a vario titolo, il suo l’autista, Tommaso Messina; il luogotenente della Guardia di finanza, Michele Pizzo; l’imprenditore portuale Vito Leonardo Totorizzo; i dirigenti comunali Alessandro Binetti, Lidia De Leonardis e Domenico Satalino; il funzionario Mario Morea. La richiesta di arresto della Procura riguarda solo quattro indagati ed è motivata dal rischio di reiterazione dei reati contestati. La convocazione davanti al gip è stata confermata da Minervini con un post sui social: «Dopo lunghi anni di indagini», scrive il primo cittadino, «mi hanno notificato un avviso di comparizione e dovrò essere interrogato preventivamente in relazione a vicende amministrative con riferimento alle quali la Procura chiede misure cautelari». Minervini si è poi detto «profondamente addolorato e mortificato per quanto accaduto perché» prosegue «a giudicare dalle contestazioni a me elevate, vengono letti in chiave di penale rilevanza fatti e circostanze della gestione politico-amministrativa della città che, invece, ad una lettura semplice e lineare, disvelano condotte svolte sempre nell’interesse della collettività e poste in essere, paradossalmente, proprio per evitare le collusioni e le irregolarità di cui mi si accusa». Il primo cittadino è però convinto «di poter risolvere quanto prima ogni profilo di questa incresciosa e imbarazzante situazione». Il 2 maggio si scoprirà se il gip del Tribunale di Trani è dello stesso avviso.
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
Continua a leggereRiduci
«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
Continua a leggereRiduci