Jimmy Lai è stato condannato a 20 anni di carcere: la corte di West Kowloon ha evitato l’ergastolo, la massima pena possibile, ma ha comminato a carico del fondatore dell’Apple Daily di Hong Kong, tra i principali attivisti pro-democrazia dell’ex colonia britannica, una pena durissima in considerazione dei suoi 78 anni e delle precarie condizioni di salute. Per Jodie Ginsberg, Ceo del Comitato per la protezione dei giornalisti, «di fatto è una condanna a morte». Sostegno anche dagli abitanti di Hong Kong. «Spero che Lai possa richiedere la libertà condizionale per motivi di salute, perché stare in prigione in queste condizioni anche solo per un giorno è un’ingiustizia e ha un forte impatto sulla sua salute fisica e mentale», ha detto una spettatrice presente in aula nel momento della sentenza. Secondo Shum Ho, ex lettore dell’Apple Daily, «Lai è la coscienza di Hong Kong».
Una fiaccolata per «sostenere la lotta di chi anche a costo della vita chiede una svolta democratica per superare la sanguinosa teocrazia degli ayatollah». È con questa sensibilità che la Cisl è scesa in campo ieri organizzando un sit in davanti all’ambasciata della Repubblica islamica a Roma, dando un segnale di vicinanza alle famiglie iraniane e lanciando un monito contro l’indifferenza dei governi occidentali di fronte alla violazione sistematica dei diritti civili.
Una «luce» delle fiaccole in memoria delle vittime dei Pasdaran e che va oltre una semplice dichiarazione di principio ma diventa una chiara richiesta alle istituzioni di presa di coscienza e di maggiore decisione per fermare le esecuzioni e le detenzioni arbitrarie. No al silenzio complice, come ha spiegato la segretaria generale, Daniela Fumarola: «L’appello che il nostro sindacato rivolge alle istituzioni nazionali e a quelle europee è di sostenere la lotta di chi, a costo della vita, invoca la svolta democratica. Donne, uomini, tantissimi studenti, a cui il mondo libero e il sindacato internazionale devono rispondere mobilitandosi. Bisogna esercitare ogni pressione perché finisca il massacro di questi giorni e venga superata una volta per tutte la sanguinaria teocrazia degli ayatollah, con una transizione non violenta e il coinvolgimento della comunità internazionale. Tutte le persone che vivono in regimi, dittature sanguinarie, non devono sentirsi abbandonate al loro destino».
Non è la prima volta che la Cisl si schiera apertamente per la difesa dei diritti umani e la democrazia nei Paesi in cui la guerra sembra non trovare fine: da subito a favore dell’Ucraina e contro l’aggressione russa, la condanna per il massacro di migliaia di giovani israeliani del festival musicale del 7 ottobre 2023, la «maratona» per la pace dello scorso anno e il sostegno concreto alla popolazione palestinese attraverso una grande raccolta fondi (500.000 euro) devoluta a dicembre alla Croce rossa. Chiara anche la presa di distanza della Fumarola dalla Cgil e dalle scelte del segretario, Maurizio Landini, che è prontamente sceso in piazza per difendere il regime di Nicolás Maduro e criticare il blitz americano per l’arresto del dittatore.
«Dobbiamo avere il coraggio di non stare zitti», diceva Landini durante la manifestazione di Roma, contestato da alcuni venezuelani come era accaduto a Genova, dove un gruppo di profughi che avevano detto ai manifestanti di avere un atteggiamento ideologico senza sapere qual è la vera situazione del paese, avevano ricevuto insulti, aggressioni e minacce di violenza fisica da parte di un comunista cigiellino sedicente esperto della nazione sudamericana. Senza dimenticare la soddisfazione del segretario Cgil per la liberazione dell’imam di Torino, Shahin, definita «una vittoria dello stato di diritto». Fumarola è stata chiara anche sul Venezuela: «Continueremo a stare nel merito delle questioni, a stare dalla parte delle popolazioni che soffrono».
Per le nostre toghe inneggiare ai terroristi è un’opinione, dare del pirata a chi decide di non rispettare le leggi è diffamazione da risarcire con 80.000 euro. È così che si limita la libertà di stampa. Ma noi non ci fermeremo.
Se sei un imam che inneggia alla strage compiuta da Hamas il 7 ottobre, come l’egiziano Mohamed Shahin, il giudice ti archivia, perché le tue frasi sono «espressione di pensiero che non integra gli estremi di reato, e dunque pienamente lecite». Se invece sei un direttore di giornale che si è permesso di criticare le Ong, accostando il loro operato a quello dei pirati che deliberatamente decidono di non rispettare una legge dello Stato italiano, il giudice ti condanna e sei chiamato a corrispondere 80.000 euro a soggetti che non sono stati neppure menzionati nell’articolo o nella copertina incriminata. Siete stupiti? Io no: sono indignato.
Lo so che vi ho già raccontato l’incredibile sentenza di cui sono vittima in quanto direttore di Panorama, ma passato il giorno e la sorpresa per la condanna, mi rendo conto che le querele minacciano la libertà di stampa più di quanto possa fare la politica o un editore. Può un sostantivo valere 80.000 euro? Può il diritto di critica verso operazioni dichiaratamente politiche essere negato con sanzioni pecuniarie? È evidente che nessuno degli attori dell’azione giudiziaria ha avuto un danno reputazionale, perché non è stato accusato di alcun orrendo delitto e ha potuto continuare a operare liberamente come prima e forse più di prima. E allo stesso tempo è lampante la sproporzione fra una critica e il risarcimento disposto in favore di chi non era neppure chiamato in causa, perché il suo nome non compariva sulla copertina del settimanale. Di questo passo, se io critico le aziende farmaceutiche per le procedure poco trasparenti sui vaccini, legittimo tutte le imprese del mondo che si occupano di sieri a fare causa, come ad esempio ha fatto una Ong tedesca, il cui rappresentante neppure parla l’italiano.
Tanto per farvi comprendere quanto sia assurdo ciò che è capitato, pensate che per ingiusta detenzione lo Stato riconosce a un innocente messo in galera 235,82 euro per ogni giorno passato dietro le sbarre. Una parola ritenuta fuori posto come «pirata» e perciò giudicata diffamatoria, pur se espressa una sola volta in una edizione, è stata invece sanzionata con 10.000 euro a testa in favore dei querelanti, più spese legali, con il risultato che il risarcimento assomma a oltre 80.000 euro, ovvero molto di più di quanto può incassare un povero cristo che si è visto mettere in prigione per un anno, avendo la vita e la reputazione rovinata prima di essere riconosciuto innocente.
Per incassare 80.000 euro Panorama deve vendere 30.000 copie in più rispetto a quelle che settimanalmente vengono acquistate all’edicola. Ed è abbastanza facile capire che bastano alcune sentenze come quella emessa dal tribunale per mandare in fallimento una testata. I giornali vivono di ciò che vendono, non dei soldi che incassano dalle querele. Anche quando viene data loro ragione, nessuno li risarcisce per la denuncia temeraria. Se va bene si vedono riconosciute le spese legali, che a volte non riescono a coprire l’intera parcella degli avvocati.
È questa la vera minaccia alla libertà di stampa, questo il bavaglio che si cerca di imporre a chi canta fuori dal coro. Il risultato è che gran parte dei giornali annacqua notizie e giudizi decidendo spesso di non pubblicare quelli scomodi. Sapete quante volte mi è capitato di sentirmi dire da colleghi che lavorano in altre testate: beati voi che potete scrivere liberamente, senza avere i limiti imposti dagli editori, dalle relazioni politiche e pure dalle minacce delle sentenze? Molte. Però non so in che cosa consista la nostra beatitudine, forse nell’incoscienza di non volerci fare imporre la mordacchia. Sta di fatto che per noi vale una regola semplice: pubblichiamo tutto, anche quello che gli altri preferiscono nascondere. E diciamo ciò che pensiamo, senza imbarazzi e senza censure. È successo con i vaccini e con il green pass e di recente con le frasi del consigliere di Sergio Mattarella che auspicava un «provvidenziale scossone» per cambiare la situazione politica. Succederà ancora. Perché come La Verità anche Panorama è un vascello corsaro, che non ha paura di chiamare le cose con il loro nome e non si fa fermare da chi vorrebbe impedirci di scriverle.
Lo ha dichiarato l'europarlamentare di Fratelli d'Italia durante un'intervista a margine dell’evento «Con coraggio e libertà», dedicato alla figura del giornalista e reporter di guerra Almerigo Grilz.
La dolorosa storia della cosiddetta famiglia del bosco ha mosso i cuori della gran parte degli italiani, e la sensazione è che una grandissima fetta dell’opinione pubblica parteggi per Nathan Trevallion e sua moglie. Forse questo diffuso sentimento di solidarietà ha spinto alcuni autorevoli commentatori di sinistra a schierarsi - pur con qualche cautela - dalla parte dei due genitori che rifiutano il logorio della vita moderna e le sue comodità. Dopo Francesco Merlo che se l’è presa con l’invadenza giudiziaria, anche Concita De Gregorio ieri ha difeso i due genitori selvatici e le loro scelte. E non c’è dubbio che le argomentazioni sciorinate dall’editorialista di Repubblica siano più che condivisibili.
«Perbacco, quanta solerzia educativa di Stato», commenta Concita riguardo alla decisione del Tribunale dell’Aquila di separare i bambini dai genitori. «Allora accadrà lo stesso per altri milioni di famiglie? Per esempio per quelle che vivono in case abusive sulle pendici di terreni friabili, quelle che tipo a Ischia quando piove poi franano e muoiono sepolti nei detriti a centinaia, ma no, osservo: le case abusive non sono un problema, anzi. Condoniamole, il condono porta consensi e voti. Ma non hanno finestre, le stanze dei bambini. Sono insalubri, sottoterra. Vabbè, dai, pazienza. Accadrà lo stesso per i bimbi che vivono nei sottosuoli delle periferie delle metropoli o nei paesi, figli di immigrati o di italiani poveri, impoveriti? Per i bimbi sopravvissuti a violenze inimmaginabili? Per esempio».
La De Gregorio tocca, fra i tanti, un punto particolarmente sensibile, cioè quello relativo alla ricchezza e al potere. Spesso - possiamo confermarlo per esperienza - i bambini vengono tolti a famiglie fragili e povere, che non sono in grado di difendersi adeguatamente. «I figli dei ricchi, cresciuti nella cultura del tutto ti è concesso, prenditi quello che vuoi nel modo in cui vuoi. C’è un assistente sociale che interviene nei quartieri alti a limitare la negligenza genitoriale di chi consente ai propri figli di abusare di cose e persone? Ovvio», insiste Concita, «se guidano senza patente e investono qualcuno è un reato, saranno puniti. Se stuprano anche, forse. Ma dico prima: c’è qualcuno che controlla se quei metodi educativi sono appropriati? Bussare a casa di un notabile sarebbe un’intromissione inaccettabile, o un esproprio di libertà?».
Come detto, condividiamo riga per riga. Non possiamo però ricacciare indietro un dubbio che spinge per emergere. Ci viene il sospetto che i sinceri progressisti prendano le parti della famiglia boschiva perché, almeno in parte, vi riconoscono una affinità culturale. Dopo tutto, Nathan e i suoi vivono secondo criteri ecologici ferrei, rifiutano le microplastiche, non sprecano acqua, non emettono troppa CO2, insomma conducono un’esistenza di cui l’Ue del Green deal dovrebbe essere particolarmente fiera. Purtroppo per loro, però, sono incappati in un pernicioso cortocircuito ideologico: l’idea che le famiglie non siano adeguate a gestire i figli ha permeato la cultura di sinistra per troppo tempo, e prevale sulle tendenze ecologiste.
In ogni caso, ci domandiamo come mai la libertà educativa rivendicata dalla De Gregorio per questi genitori non valga anche in altri casi. Repubblica, per dire, è uno dei giornali che più sostengono la necessità dell’educazione sessuale e sentimentale nelle scuole. Ma se un genitore è libero di educare i figli come gli pare, perché non dovrebbe anche essere libero di rifiutare l’indottrinamento in classe? I media sinistrorsi si sono rabbiosamente scagliati (e continuano a farlo) contro tutti coloro che abbiano anche soltanto osato rivendicare un minimo di autonomia delle famiglie. Viene allora da domandarsi: ma se Nathan non fosse un ecologista bensì un tradizionalista che rifiuta la modernità, come verrebbe trattato? Sempre leggendo l’articolo di Concita, poi, ci chiediamo perché, al tempo, non abbia difeso anche i genitori che non volevano sottoporre i figli al vaccino per il Covid. In fondo anche i Trevallion, secondo le categorie odiose utilizzate all’epoca dalla propaganda sanitaria, sarebbero dei pericolosi no vax. Non erano pochi, durante la pandemia, a sostenere da sinistra che i genitori renitenti alle punture andassero privati della patria potestà. Eppure la grandissima parte dei commentatori (presunti) libertari rimase in silenzio.
Sorge allora il dubbio che la libertà educativa valga a corrente alternata. Se rientra, pur vagamente, nel canone gradito a sinistra la si può rivendicare. Dopo tutto pedagogie anarchiche e anti autoritarie sono fiorite numerose dagli anni Sessanta in avanti, e fanno parte del patrimonio controculturale sinistrorso. In qualche modo, forse, i Trevallion ricordano gli hippy del tempo che fu, e suscitano simpatia. Ma tutti gli altri avversi alla norma? Beh, di questi la sinistra non ha pietà, anzi fa di tutto per esercitare coercizione e repressione. Chi infrange le barriere della correttezza politica, chi rifiuta di uniformare i comportamenti e il linguaggio, chi rigetta le intrusioni educative dei sedicenti buoni è di solito fustigato sulla pubblica piazza.
Intendiamoci: siamo felici che anche i progressisti difendano la famiglia dei boschi. Ma ci sono tante altre famiglie che meritano d’essere rispettate, anche se non vivono al limitare della foresta celebrando madre natura.







