Il caso Hannoun e i risvolti dell’inchiesta che mostra come dall’Italia sono stati raccolti oltre sette milioni di euro diretti ad Hamas.
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I terroristi avrebbero detto sì alla capitolazione ma non vogliono un ruolo diretto dell’ex premier laburista. Gli Huthi lanciano droni esplosivi contro Israele. Seconda «regata» di attivisti verso la zona di guerra.
A che punto è la il processo diplomatico relativo alla crisi di Gaza? Si è concluso, nel pomeriggio italiano di ieri, il secondo giorno dei colloqui indiretti, mediati da Egitto e Qatar, tra Israele e Hamas: colloqui che, ricordiamolo, sono dedicati al piano di pace per Gaza, elaborato dalla Casa Bianca. In particolare, secondo fonti della stessa Hamas, le discussioni di ieri si sarebbero concentrare sul calendario del rilascio degli ostaggi e sulle mappe del ritiro delle forze israeliane. Il gruppo terroristico avrebbe precisato che la liberazione dell’ultimo dei prigionieri nelle sue mani dovrebbe avvenire contemporaneamente all’abbandono della Striscia da parte delle truppe dello Stato ebraico.
Non solo. Secondo l’agenzia di stampa Efe, Hamas avrebbe «accettato di consegnare le sue armi a un comitato egiziano-palestinese, rifiutando categoricamente di affidare la gestione della Striscia di Gaza a un comitato di transizione internazionale». Avrebbe, inoltre, chiesto «di negoziare la gestione di Gaza con l’Autorità nazionale palestinese», bocciando al contempo «la presenza di Tony Blair come governatore di Gaza». Tra l’altro, stando alla testata Al-Kahera Al Akhbariya, il gruppo islamista avrebbe altresì chiesto che Israele rilasci vari prigionieri palestinesi condannati all’ergastolo. Sempre ieri, il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed Al Ansari, ha dichiarato che «se Hamas consegnasse gli ostaggi, ciò significherebbe la fine della guerra». Ha, inoltre, affermato che lo Stato ebraico avrebbe dovuto interrompere le azioni belliche sin da subito, per poi sottolineare che è comunque ancora troppo presto per parlare di ottimismo e pessimismo in riferimento alle trattative. Israele, dal canto suo, ha fatto sapere che c’è «ottimismo, ma molta cautela».
Nel frattempo, il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty, ha reso noto che, oggi, si unirà ai colloqui anche l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff. «C’è una possibilità di pace in Medio Oriente, anche oltre la situazione a Gaza», ha dichiarato ieri Donald Trump, per poi aggiungere: «Ogni Paese nel mondo sostiene il piano, c’è una reale possibilità di fare qualcosa». Poco prima, secondo Axios, Trump aveva avuto un incontro con lo stesso Witkoff e con il genero, Jared Kushner, che erano pronti per recarsi in Egitto. Al meeting erano presenti anche il vicepresidente americano, JD Vance, il segretario di Stato, Marco Rubio, e il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles. Del resto, già lunedì il presidente americano si era detto «abbastanza sicuro» del fatto che potesse essere raggiunto un accordo. «Penso che troveremo un accordo. Hanno cercato di raggiungere un accordo con Gaza letteralmente per secoli», aveva affermato.
Per la Casa Bianca, l’intesa sul piano di pace costituisce una priorità. Trump vuole evitare che possano deragliare i rapporti tra il mondo arabo e lo Stato ebraico. Il suo obiettivo è quello di rilanciare e possibilmente di espandere gli Accordi di Abramo: una cornice, questa, all’interno di cui il presidente americano vuole inserire la ricostruzione di Gaza e ridisegnare gli equilibri politico-diplomatici del Medio Oriente. Non a caso, l’altro ieri, il presidente americano aveva minimizzato i dissidi con Benjamin Netanyahu, che erano stati riportati dalla stampa, e ha avuto parole amichevoli sia per Recep Tayyip Erdogan sia per il mondo arabo.
«Ho parlato con il presidente turco Erdogan. È fantastico. Ha insistito molto per un accordo su Gaza e Hamas nutre grande rispetto per lui. Hanno grande rispetto per il Qatar, gli Emirati arabi uniti e l’Arabia Saudita», aveva affermato l’inquilino della Casa Bianca. Non a caso, oggi ai colloqui prenderanno parte anche il primo ministro del Qatar e una delegazione turca.
Ed è qui che emerge l’incognita di Teheran. L’altro ieri, pur criticando Israele, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, era sembrato aprire al piano di pace proposto da Trump, sostenendo che il regime khomeinista sostiene ogni iniziativa che «metta fine alle uccisioni a Gaza». D’altronde, la stessa Hamas, che è storicamente spalleggiata da Teheran, sta attualmente tenendo dei colloqui indiretti con lo Stato ebraico per cercare di concludere un accordo. Eppure, nella giornata di ieri, gli Huthi hanno lanciato quattro droni carichi di esplosivo contro il territorio israeliano. Ricordiamo che il gruppo terroristico yemenita è strettamente legato al regime khomeinista. Ci sarebbe, dunque, da chiedersi per quale motivo abbia scelto di lanciare droni contro lo Stato ebraico proprio mentre si tenevano le trattative tra Israele e Hamas. Non è da escludere che Teheran voglia cercare di mettere sotto pressione Gerusalemme e di creare tensione durante i colloqui di Sharm El Sheikh. D’altronde, un’intesa tra Washington e Teheran sul nucleare sembra ancora lontana: basti pensare che, domenica scorsa, Trump aveva intimato esplicitamente al regime degli ayatollah di non riavviare il loro programma atomico.
È intanto in viaggio una seconda Flotilla che, composta da una decina di imbarcazioni (sei gli italiani presenti nel convoglio, ndr), potrebbe arrivare entro oggi nella zona rossa ed essere quindi intercettata da Israele. «Tra due giorni le persone di Gaza Freedom Flotilla e Thousand Madleens to Gaza sfideranno di nuovo il blocco navale israeliano», ha dichiarato l’attivista della Global Sumud Flotilla, Tony La Piccirella.
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Il gruppo estremista si spacca sulla proposta di Donald Trump, coi falchi contrari alla resa. Per i miliziani, inoltre, radunare e consegnare gli ostaggi in pochi giorni è impossibile.
Fiato sospeso in Medio Oriente. Almeno fino a ieri sera, Hamas continuava infatti a tergiversare sull’eventuale ok al piano di pace per Gaza, proposto da Donald Trump. È d’altronde probabile che l’organizzazione terroristica sia internamente spaccata. Secondo la Bbc, l’ala militare del gruppo non sarebbe d’accordo con il progetto elaborato dalla Casa Bianca. Stando invece all’agenzia di stampa palestinese Ma’an News, Hamas, che ha frattanto rivendicato un recente lancio di razzi contro Ashdod, avrebbe fatto sapere ai mediatori di essere in difficoltà a restituire gli ostaggi entro 72 ore, sostenendo di non essere in grado di comunicare con i carcerieri «a causa dell’intensità delle operazioni israeliane a Gaza».
Nel frattempo, il Times of Israel riferiva che il gruppo terroristico potrebbe alla fine dare semaforo verde al piano di Trump, pur chiedendo di apportare alcune modifiche. L’ok, stando alla medesima testata, sarebbe potuto arrivare già nella serata di ieri, sebbene, nel momento in cui La Verità andava in stampa, non ci fossero ancora aggiornamenti al riguardo. Dall’altra parte, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha fatto sapere che il presidente americano traccerà una «linea rossa» in riferimento al tempo da concedere all’organizzazione terroristica palestinese per accettare il piano.
«Il presidente ha detto chiaramente che vuole avere loro notizie al più presto», ha anche affermato. Tutto questo, mentre, sempre ieri, il New York Times riferiva che molti abitanti della Striscia auspicherebbero che Hamas acconsenta all’approvazione del progetto statunitense: progetto che, ricordiamolo, prevede l’estromissione del gruppo islamista dal potere a Gaza, concedendo al contempo un’amnistia a quei suoi membri che decidano di sottoporsi a un disarmo volontario.
L’obiettivo della Casa Bianca è, insomma, quello di mettere sotto pressione l’organizzazione terroristica per spingerla ad accettare rapidamente il piano di pace. Per Trump, si tratta di una priorità: il presidente americano punta infatti a impedire un deragliamento dei rapporti tra Gerusalemme e il mondo arabo, per salvaguardare la logica di quegli Accordi di Abramo che spera di rilanciare. Washington vuole volgere innanzitutto la sua attenzione alla ricostruzione di Gaza e, in secondo luogo, a una ristrutturazione degli equilibri di potere nello scacchiere mediorientale. È anche in questo senso che, lunedì scorso, Trump ha aperto alla possibilità che l’Iran possa prima o poi essere inserito nel sistema dei patti di Abramo. In tutto questo, proprio ieri, l’Egitto ha fatto sapere che il suo governo stava lavorando per convincere Hamas ad accettare il piano della Casa Bianca. «Ci incontreremo con loro», ha dichiarato il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty, per poi aggiungere: «Ci stiamo coordinando con i nostri fratelli in Qatar e anche con i nostri colleghi in Turchia, per convincere Hamas a rispondere positivamente a questo piano».
Frattanto, Doha e Ankara hanno criticato Israele per aver intercettato la Global Sumud Flotilla, fermandone gli equipaggi. «Lo Stato del Qatar condanna fermamente l’intercettazione da parte delle forze di occupazione israeliane della Global Sumud Flotilla», ha dichiarato il ministero degli Esteri di Doha, per poi sottolineare «la necessità di garantire la sicurezza di tutti i partecipanti a bordo della Flottiglia, chiedendone l’immediato rilascio». «L’attacco delle forze israeliane in acque internazionali contro la flottiglia Global Sumud, che era in viaggio per consegnare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, è un atto di terrorismo che costituisce la più grave violazione del diritto internazionale e mette in pericolo la vita di civili innocenti», aveva affermato, l’altro ieri, il ministero degli Esteri di Ankara. È interessante notare come Qatar e Turchia siano storicamente piuttosto vicini alla Fratellanza musulmana. «La provocazione della Hamas-Sumud è finita. Nessuno degli yacht della provocazione Hamas-Sumud è riuscito nel suo tentativo di entrare in una zona di combattimento attiva o di violare il legittimo blocco navale», ha affermato, dal canto suo, il dicastero degli Esteri israeliano. «Tutti i passeggeri sono sani e salvi. Stanno viaggiando sani e salvi verso Israele, da dove saranno espulsi in Europa», ha aggiunto.
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Yahya Al Sarraj
Prime dissociazioni dalla morsa degli islamisti: «Qui non li sopporta più nessuno».
Qualche giorno prima che si ufficializzasse il piano americano per porre fine al conflitto a Gaza, l’élite della Striscia si era già mossa per chiedere l’intervento del presidente americano, Donald Trump, inviandogli una lettera. Ma soprattutto ha preso le distanze da Hamas, sottolineando come la popolazione sia ai ferri corti con l’organizzazione terroristica.
Facendo un passo indietro, la lettera mandata al tycoon, datata il 27 settembre 2025, è stata firmata da 17 esponenti di rilievo di Gaza, tra cui il presidente della Camera di commercio della Striscia, Ayed Abu Ramadan, e il sindaco di Gaza City, Yahya Al Sarraj, ma anche accademici, economisti e attivisti. Nella missiva, in cui non viene menzionato esplicitamente Israele e neppure Hamas, viene spiegato al presidente americano che oggi «nessuna voce ha più peso della sua». E quindi i firmatari della lettera sono certi che «con un appello decisivo per un cessate il fuoco, per la protezione dei civili e per l’afflusso di aiuti umanitari» Trump «potrebbe cambiare il corso di questo conflitto e lasciare un’eredità che duri per generazioni», diventando così «il leader che ha difeso l’umanità quando più contava». La lettera sarebbe arrivata nelle mani del presidente americano mentre Washington stava finalizzando i 20 Punti.
L’altro elemento di rottura, rispetto al passato, è che quattro firmatari della lettera hanno accettato di parlare con il Times of Israel e, dissociandosi esplicitamente da Hamas, hanno rivelato che il potere del gruppo terroristico attecchisce sempre meno sulla popolazione. Si tratta di «una serie di conversazioni un tempo impensabili tra palestinesi residenti a Gaza e un organo di stampa israeliano» ha ammesso lo stesso quotidiano.
In particolare, il presidente del consiglio di amministrazione del Gaza College, Marwan Tarazi, ha dichiarato che «tutti per strada ora sono contro Hamas». Basta «chiedere a chiunque a Gaza» ha aggiunto. Ha poi proseguito: «Non è nostra tradizione fare quello che è successo il 7 ottobre. Dobbiamo vivere in pace con Israele, con gli ebrei».
E nel tentativo di svincolare il suo ruolo da quello dell’organizzazione terroristica, il sindaco di Gaza City, Yahya Al Sarraj, ha voluto puntualizzare che «il comune è un’autorità locale indipendente dal punto di vista amministrativo e finanziario, e non è subordinato ad alcuna entità o fazione politica», nonostante solitamente sia invece richiesta la subordinazione al sistema governativo di Hamas. Tra l’altro, nella conversazione su Whatsapp con il Times of Israel, ha raccontato di essere «politicamente indipendente».
Ma oltre a ribadire su più fronti il distacco da Hamas, i firmatari interpellati dal giornale israeliano hanno anche espresso la loro posizione sul futuro di Gaza: non ci deve essere alcuno spazio per Hamas. «La cosa più importante ora è che finisca la guerra, e la seconda è che Hamas sia fuori» ha detto Tarazi. Chi ha scritto la lettera ha voluto rendere noto di non avere alcuna affiliazione politica, ma non escluderebbe un ruolo per l’Anp. Per Abu Ramadan, ovvero colui che prima del 7 ottobre rappresentava i commercianti gazawi sia nella Striscia che all’estero, l’Anp sarebbe tra le entità più idonee per traghettare Gaza verso la pace con Israele: «L’Autorità palestinese ha certamente un ruolo in questa visione, immediatamente o dopo un anno o due: tutto è aperto alla discussione». Ha anche spiegato al Times of Israel che è consapevole che «l’unico che può fermare la guerra è Trump» visto che «la sua influenza su Israele è significativa».
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Il movimento jihadista prende altro tempo per una risposta definitiva al piano di Donald Trump, ma filtrano alcune controproposte Il gruppo sarebbe spaccato tra un’ala aperta al dialogo e una intransigente. Donald e Netanyahu discutono ancora di Iran.
Hamas non ha ancora fornito una risposta definitiva al piano proposto da Donald Trump per Gaza. Secondo una fonte palestinese vicina alla leadership servono «due o tre giorni al massimo» per replicare. Ma il rinvio è apparso subito come un modo per guadagnare tempo, in attesa che la pressione internazionale e militare si rimoduli. I punti più controversi restano invariati: il disarmo delle milizie e l’espulsione dei funzionari del movimento dal territorio. Hamas rifiuta entrambe le clausole e chiede invece «garanzie internazionali» sul completo ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza e che cessino le eliminazioni mirate, anche quelle all’estero. All’interno del gruppo emergono due correnti: una, pragmatica, disposta ad accettare l’accordo pur di ottenere subito un cessate il fuoco; l’altra, più rigida capitanata da Izz ad-Din Haddad capo militare nella Striscia, favorevole a un’approvazione solo condizionata, con modifiche che rispecchino le richieste dei «movimenti di resistenza» che sono per «l’amministrazione della Striscia di Gaza che avvenga attraverso un comitato palestinese e non internazionale», quindi tramite loro stessi. Mentre Hamas temporeggia, Israele avanza. Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno annunciato di aver raggiunto il controllo del corridoio di Netzarim, tagliando in due la Striscia e isolando Gaza City dal Sud. L’ingresso in città da Sud è stato chiuso, mentre i civili possono ancora spostarsi verso le zone meridionali attraverso i checkpoint israeliani. «È l’ultima opportunità per i residenti di allontanarsi dai terroristi di Hamas», ha dichiarato il ministro della Difesa Israel Katz, precisando che chi resterà sarà considerato un combattente o un suo sostenitore.
Sul piano internazionale, Washington rafforza la propria postura militare. Un gran numero di aerei cisterna dell’Usaf è stato trasferito in Medio Oriente, con arrivi anche nella base americana in Qatar, snodo centrale della logistica aerea. In parallelo, la portaerei Uss Gerald Ford è stata inviata verso la regione, segnale di una deterrenza crescente. Secondo fonti israeliane, nell’ultimo incontro tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump si è discusso apertamente anche di un nuovo attacco all’Iran. Teheran avrebbe infatti avviato lavori di riparazione negli impianti per l’arricchimento dell’uranio e sarebbero stati individuati nuovi laboratori sotterranei. La possibilità di un’operazione preventiva resta dunque concreta. In parallelo, gli Stati Uniti hanno alzato la pressione anche sul fronte economico: secondo un sito web del Dipartimento del Tesoro, Washington ha emesso nuove sanzioni nei confronti dell’Iran, colpendo numerosi individui ed entità provenienti sia dall’Iran sia dalla Cina, con la designazione di non proliferazione.
Il Regno Unito, intanto, ha ribadito il proprio impegno diplomatico. Il premier Keir Starmer ha assicurato che Londra sta «lavorando strettamente» con il Kuwait e con le altre monarchie del Golfo per «attuare il piano di pace per Gaza del presidente Trump». Nel corso di una conversazione con il principe ereditario sheikh Sabah Al Khaled Al Hamad Al Mubarak Al Sabah, Downing Street ha sottolineato che l’iniziativa americana va sostenuta con «forte senso di responsabilità» per «mettere fine alle ostilità» e aprire «un cammino di pace a lungo termine».
Il principe del Kuwait ha lodato il riconoscimento formale all’Onu dello Stato palestinese da parte del governo Starmer, insieme a Paesi come Canada e Australia, definendolo un contributo essenziale a mantenere viva «la sostenibilità della soluzione dei due Stati». Nonostante il sostegno internazionale al piano, in Israele non mancano voci critiche. Martedì, in un lungo post sui social media, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha definito un «clamoroso fallimento diplomatico» il piano guidato dagli Stati Uniti, pur senza arrivare a dire che il suo partito cercherà di affossarlo.
Un commento isolato che si distingue dal coro di elogi, interni e internazionali, con cui il piano di Trump è stato accolto e che il presidente americano aveva presentato alla Casa Bianca insieme a Netanyahu. Nel frattempo Trump ha firmato un ordine esecutivo che garantisce al Qatar una protezione paragonabile all’articolo 5 della Nato: qualsiasi attacco contro l’emirato sarà considerato una minaccia alla sicurezza nazionale americana. Una mossa che blinda l’alleato chiave nei negoziati e nel dispiegamento militare.
In questo quadro, il gruppo jihadista continua a invocare un cessate il fuoco immediato, senza però cedere sui propri «principi nazionali fondamentali». Tra rinvii, divisioni interne e richieste di garanzie, Hamas sembra soprattutto guadagnare tempo.
Ma il tempo, mentre Israele avanza e gli Stati Uniti insieme agli alleati alzano la pressione diplomatica, economica e militare, rischia di diventare sempre più scarso.
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