Donna, ingegnere aerospaziale dell'Esa e disabile. La tedesca Michaela Benthaus, 33 anni, prenderà parte ad una missione suborbitale sul razzo New Shepard di Blue Origin. Paraplegica dal 2018 in seguito ad un incidente in mountain bike, non ha rinunciato ai suoi obiettivi, nonostante le difficoltà della sua nuova condizione. Intervistata a Bruxelles, ha raccontato la sua esperienza con un discorso motivazionale: «Non abbandonate mai i vostri sogni, ma prendetevi il giusto tempo per realizzarli».
(IStock)
Rimini, arrestati due genitori originari del Bangladesh: la figlia 18enne maltrattata e riportata in patria con l’inganno perché già «promessa» a un signore benestante.
Costretta a sposarsi con l’inganno. E come se non bastasse, picchiata e drogata. È con queste accuse che i genitori di una giovane bengalese residente a Rimini sono finiti ai domiciliari. Un destino segnato a cui la giovane, arrivata in Italia a sette anni, è riuscita a sottrarsi con fatica solo dopo essersi rivolta ad un centro antiviolenza di Rimini. E grazie all’aiuto di carabinieri e Procura. Fino all’ordinanza di custodia cautelare con la quale il gip Raffaele Deflorio ha messo agli arresti la madre di 42 anni e il padre di 55.
Secondo le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo di Rimini, lo scorso dicembre la giovane era stata costretta a partire per il Bangladesh con un vero e proprio raggiro. I genitori le avevano fatto credere che il viaggio di famiglia fosse finalizzato a visitare la nonna malata ma una volta arrivata a Dacca, la ragazza scopre quanto era stato architettato per lei: un incontro con un uomo facoltoso, di dieci anni più grande che sarebbe dovuto diventare suo marito. Nonostante si fosse più volte rifiutata, pur di portare a termine il proprio piano i genitori le avevano sottratto documenti e carta di credito, fino ad obbligarla ad assumere calmanti per piegarne la volontà.
Sottoposta a controlli continui, minacce e maltrattamenti, la giovane viene dunque costretta a sposarsi. Nonostante i genitori l’avessero indotta ad assumere farmaci per favorire la gravidanza, la ragazza riesce a procurarsi di nascosto la pillola anticoncezionale e con l’aiuto di un’amica si mette in contatto con un consultorio del dipartimento Salute donna di Rimini che la indirizza a un centro per vittime di violenza. La «difficoltà a rimanere incinta» si rivela la sua salvezza perché i genitori acconsentono a tornare in Italia per un periodo. È a questo punto che lo scorso aprile, quando la ragazza atterra all’aeroporto di Bologna con tutta la famiglia, scatta il blitz dei carabinieri che la prendono in carico e la portano in una località protetta. Una storia di matrimoni forzati, oltre che combinati, frequenti nella comunità musulmana residente in Italia, con le giovani, spesso minorenni costrette a viaggi nei paesi d’origine, convolare a nozze e poi rientrare in Italia in un secondo momento al seguito dei «novelli» sposi. Un fenomeno per lo più sommerso per il quale non ci sono dati certi e accurati. Una stima la offre però Action Aid secondo cui in Italia sono almeno 2.000 le bambine e le ragazze che ogni anno si trovano a rischio di matrimoni forzati. Tra le comunità straniere più interessate dal fenomeno quelle di Bangladesh, Somalia, Nigeria, Egitto e Pakistan.
Esemplare, in negativo, la storia di Saman Abbas, diciottenne di origini pakistane, scomparsa nelle campagne di Novellara (Reggio Emilia) i primi di maggio del 2021. Da subito i sospetti ricadono sulla famiglia, in particolare sui genitori che non accettano il rifiuto della ragazza di sposare il cugino in Pakistan all’età di 17 anni. Saman sogna una vita diversa da quella della famiglia, ama vestire all’occidentale e ama un ragazzo italiano. Non ne vuole sapere di sposarsi con il cugino e così chiede aiuto ai servizi sociali, denunciando le minacce e le violenze subite in casa in seguito al rifiuto del matrimonio forzato. Viene collocata in una struttura protetta ma ad un certo punto torna a casa. Ha bisogno dei documenti per sposarsi, studiare e lavorare, oltre che per richiedere il rinnovo del permesso di soggiorno. E il rientro le sarà fatale.
Una brutta storia finita con il ritrovamento del corpo dopo due anni in una fossa. E con la condanna dei genitori all’ergastolo proprio lo scorso 18 aprile. Insieme ai genitori, per l’omicidio della giovane vengono condannati anche due cugini. Con l’aggravante della premeditazione e soppressione di cadavere.
Alla giovane di Rimini è andata meglio.
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Matteo Lovisa (ufficio stampa Juve Stabia)
Il ds specializzato in promozioni: «L’obiettivo era la salvezza, ma passo dopo passo abbiamo alzato l’asticella. Il mio segreto? Zero social e 20 ore di lavoro al giorno. L’algoritmo serve, però è l’occhio a fare la differenza».
«Non sono venuto a Castellammare per scaldare la sedia. L’obiettivo è la salvezza». Con queste poche e determinate parole pronunciate in conferenza stampa, Matteo Lovisa si era presentato alla Juve Stabia il 22 giugno 2023, quando la società campana decise di affidargli il ruolo di direttore tecnico prima e sportivo poi. Detto fatto. Anzi, superato. Otto mesi più tardi, infatti, dopo lo 0-0 dell’8 aprile contro il Benevento, le Vespe guidate dall’allenatore Guido Pagliuca hanno conquistato la matematica promozione in Serie B con addirittura tre giornate di anticipo.
Tra gli artefici di quello che in molti hanno definito un «miracolo sportivo», c’è sicuramente Matteo Lovisa. Il ventottenne direttore sportivo originario di San Daniele del Friuli, però, non è né alla prima esperienza né alla prima promozione in cadetteria, visto che già nel 2019 aveva fatto centro con la squadra della sua città, il Pordenone, giunto alle porte della Serie A con la semifinale playoff nel 2020 e prima ancora, nel 2017, a un passo da un’impresa clamorosa come quella di eliminare l’Inter a San Siro agli ottavi di Coppa Italia, quando il sogno sfumò soltanto ai calci di rigore. L’esperienza con la squadra friulana, di cui il padre Mauro era presidente, purtroppo si è conclusa male con il fallimento della scorsa stagione. Ma è proprio da lì che il giovane Matteo ha saputo rimboccarsi le maniche, percorrere 800 chilometri da Nord a Sud e ricominciare altrove.
Direttore, seconda promozione in Serie B a 28 anni. Niente male vero?
«A dire il vero spero di aver già dato con la Serie C nella mia carriera» (ride). «Però diciamo che avere già due promozioni sicuramente è qualcosa di bello».
Qual è il segreto?
«Io cerco di trasferire la mentalità che ho, poi non sempre ci si riesce perché ovviamente un successo o un insuccesso non dipendono solo dal direttore o dall’allenatore o dal singolo giocatore. Ma posso dire che siamo riusciti a creare, sia cinque anni fa che quest’anno, due gruppi con grande mentalità vincente e con dei valori, sia tecnici che umani».
A proposito, cosa pensa quando legge «miracolo Juve Stabia»?
«Penso che la fortuna aiuti gli audaci, ma se sei primo in classifica fin dalla prima giornata non credo si tratti di fortuna, anche perché abbiamo sempre avuto un buon margine sulle inseguitrici. È vero, abbiamo avuto a disposizione un gruppo di ragazzi per bene e con grande dedizione, però non basta senza la qualità tecnica. Nel senso, si possono fare delle buone stagioni, ma se non hai qualità tecniche importanti non si vincono i campionati».
Anche perché siete partiti con l’obiettivo della salvezza e siete andati ben oltre.
«Sì assolutamente sì. L’entusiasmo era importante fin da subito, poi quello che si è venuto a creare durante l’anno è qualcosa di molto bello che ci rende orgogliosi».
Ma in cuor suo ci credeva nel poter realizzare qualcosa del genere fin dall’inizio?
«È chiaro che l’obiettivo iniziale non era vincere il campionato. Di settimana in settimana abbiamo spostato sempre un po’ più in alto l’asticella e da lì è stato un crescendo continuo».
Che legame si è creato tra lei e la gente di Castellammare di Stabia?
«Devo dire molto bello. Sicuramente da parte mia ha influito anche l’aver ricevuto tutti gli apprezzamenti, gli attestati di stima e l’entusiasmo che si è venuto a creare quando la società ha comunicato che avrei rinnovato per altri due anni il contratto. Questa piazza si merita di fare una categoria superiore».
Significa che il progetto è a lungo termine?
«Con il presidente era già da settimane che ne parlavamo, poi abbiamo temporeggiato per vedere come evolveva la stagione. A marzo le idee erano un po’ più chiare e quindi abbiamo deciso di portare avanti questo percorso».
L’essere entrato in così poco tempo nel cuore dei tifosi cosa significa per lei?
«È un motivo di orgoglio. Penso che la gente abbia apprezzato il fatto che lavoro veramente tanto. Le scelte non sono mai state fatto a caso, ma sempre con un minimo di idee e programmazione. È questo che i tifosi mi hanno chiesto a inizio stagione».
È vero che va a tutti gli allenamenti?
«A tutti quelli che posso. Diciamo che la mia vita è fatta di calcio. Anche la mia ragazza, che vive con me, lo sa bene» (ride). «In pratica vivo 20 ore al giorno di calcio perché è il mio lavoro e la mia passione».
Anche per i giocatori immagino che sentire la presenza del direttore sia importante.
«Io cerco di essere quotidianamente al campo sia per dare una parola di sostegno nei momenti negativi, sia per tenere tutti sul pezzo in quelli positivi. Perché non c’è solo una componente tecnica, ma anche una di gestione settimanale che secondo me oggi viene un po’ sottovalutata e che invece io ritengo fondamentale. E poi assistere agli allenamenti aiuta il direttore».
In cosa?
«Quest’anno con Guido Pagliuca ho imparato tante cose perché è un allenatore veramente bravo. È fondamentale capire il tipo di allenatore che hai per creargli una squadra funzionale per quello che vuole fare».
A proposito, in che modo sceglie i giocatori?
«C’è prima una parte video e poi una di campo che, solitamente, deve lasciarti qualcosa affinché tu scelga un calciatore piuttosto che un altro. Poi, certo, ogni giocatore lo parametri con delle caratteristiche in base al ruolo e ogni direttore ha i suoi di parametri».
E cosa pensa della nuova scuola di ds che sceglie i calciatori in base agli algoritmi?
«Penso che alla fine l’occhio umano sia sempre la cosa migliore, la sensazione che ti lascia un giocatore sul campo l’algoritmo non te la dà. È diverso rispetto a vedere un video o leggere dei numeri. Poi certo, banche dati e sistemi tecnologici possono aiutare, ma devono essere un valore aggiunto, non una discriminante».
C’è un modello di ds a cui si ispira?
«Beh, penso che ce ne sono parecchi che hanno fatto la gavetta. Il primo che mi viene in mente è Cristiano Giuntoli, partito dal basso e arrivato alla Juventus. Anche io sono partito dal basso e il mio obiettivo è provare ad arrivare il più in alto possibile, ma senza scordarmi da dove sono partito, perché non è che si arriva in Serie A per grazia ricevuta, ma solo tramite i risultati e il lavoro serio».
Lei è partito da Pordenone, squadra da dove sono passati giocatori che oggi militano in Serie A: Di Gregorio, Pobega, Ciurria. Che effetto le fa?
«Fa piacere vederli oggi a questi livelli perché sono ragazzi che hanno fatto un percorso con me e che hanno la testa sulle spalle. L’atteggiamento e una dedizione al lavoro importante sono i presupposti per arrivare in alto. Ed è quello che ricerco nei giocatori quando vado a prenderli, oltre alle qualità tecniche».
A Pordenone qualcuno le aveva appiccicato l’etichetta scomoda di «figlio di papà». Le serviva fare un’esperienza diversa per staccarla?
«Io l’ho sempre detto: penso solo a lavorare. Non ho social e niente di tutto ciò, mi concentro sul lavoro. Poi se arriverò in Serie A, B o C non lo so, lo dirà il campo. Ci vorrà un po’ di buona sorte sicuramente, però penso che dal punto di vista del lavoro nessuno può rimproverarmi nulla perché cerco sempre di fare il massimo. Poi le etichette mi interessano poco. Quel che conta è provare a vincere le partite e raggiungere gli obiettivi stabiliti a inizio stagione».
Ma proprio a livello suo personale, sentiva questa necessità?
«Sicuramente sì, ma più sotto gli occhi degli altri. Dal punto di vista mio cambia poco, anzi forse è più complicato farlo a casa che fuori».
Da dove nasce la sua passione per il calcio?
«Da ragazzino giocavo, poi siccome sono una persona molto ambiziosa e non vedevo la prospettiva di andare oltre il dilettantismo, ho deciso di fare altre scelte e quindi il direttore».
Con discreti risultati.
«Ho iniziato nove anni fa a 19 anni. Sono stato bravo e fortunato a ottenere due promozioni in Serie B. I risultati diciamo che sono venuti, poi certo ci sono stati anche i momenti negativi, che però sicuramente mi hanno fatto crescere, perché si impara soprattutto da quelli».
Come si può praticare un calcio sostenibile oggi?
«Penso che l’unica filosofia sia investire sui giovani, avere una rete di scouting buona, cercare quei giocatori che vengono da annate non positivissime e provare a rilanciarli».
Sta già programmando la prossima stagione immagino.
«Sì, perché penso che il lavoro si debba programmare di giorno in giorno. Non credo in un lavoro in cui si arriva a luglio e si dice ora che facciamo. Certo, dipende anche dal budget che si ha a disposizione e da molte altre situazioni, ma le idee in generale un direttore deve averle sempre».
Anche perché lei ha già avuto un’esperienza in B.
«Sì, so cosa serve. È un campionato totalmente diverso. Si alzano tutti i parametri, tecnici, economici, fisici e di organizzazione. La Juve Stabia ha una base solida, deve incrementare tutto e alzare il livello per non fare solo una comparsa, ma per rimanerci».
Quindi obiettivo salvezza?
«Assolutamente. Per la Juve Stabia salvarsi in Serie B sarebbe come vincere un campionato».
Sognando, chissà, un triplo salto...
«Non sono discorsi da affrontare a inizio anno. L’entusiasmo ci dev’essere, ma non deve mancare l’equilibrio perché sicuramente delle sconfitte arriveranno. Non dovremo farci travolgere dagli eventi perché la Serie B è lunga e dobbiamo restare sul pezzo».
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(Istock)
Ragazzina sinti tradita dai servizi sociali. Dopo essere rimasta incinta ed essersi rifiutata di interrompere la gravidanza, la tredicenne non può riconoscere il figlio. A differenza del padre biologico, che è sotto inchiesta per avere abusato di lei.
Ha tredici anni, è poco più di una bambina. Italiana, appartiene alla comunità sinti e fino a qualche tempo fa viveva in un Comune nei pressi di Milano assieme alla madre e a un uomo, anche lui sinti, che a noi può sembrare giovane, ma che ai suoi occhi è un adulto, decisamente un adulto. Dalle ricostruzioni dei protagonisti della vicenda atroce che andiamo a raccontare (dopo che il bravo collega Diego Pistacchi l’ha fatta emergere) non è chiaro se questa ragazzina minorenne abitasse in un campo nomadi oppure in un appartamento. Manca qualche dettaglio, ma il quadro complessivo è di completo disagio: una madre totalmente assente, già protagonista di un abbandono di minore in passato, una sorella con problemi. E questa tredicenne costretta a farsi carico delle mancanze dei grandi accanto a lei.
La ragazzina, di cui non riportiamo le generalità per ovvie ragioni, non è nemmeno adolescente quando rimane incinta: a 13 anni aspetta un figlio dall’uomo che vive con lei e la madre, e che ha sette anni più. E questo, purtroppo, è soltanto l’inizio del calvario. Una volta scoperta la gravidanza, la piccola viene presa in carico dai servizi sociali e mandata presso una cooperativa che da tanti anni opera a sostegno dei bambini in difficoltà, la Rosa di Gerico di Segrate, guidata da Giovanni Falanga con il dottor Velio Degola quale direttore scientifico.
È Falanga, con la voce rotta dall’emozione, a tratteggiare il carattere della ragazzina: «Ho decenni di esperienza, e raramente ho visto una bambina del genere. È forte, direi che è eccezionale. Sin dal primo momento ha affrontato tutto con grande coraggio. A voluto a tutti i costi tenere il bambino che portava in grembo, credo che lo abbia visto anche come una possibilità di riscatto, di emancipazione dal contesto in cui suo malgrado è cresciuta».
Già, la nostra piccola si è rifiutata di abortire. Nonostante abbia subito quello che, a norma di legge, è un abuso a tutti gli effetti da parte di un uomo adulto, ha voluto tenere il figlio. Ma di sicuro non si aspettava quel che le è accaduto dopo. E come lei non se lo aspettavano i professionisti che si curano di lei.
Per tutti i mesi della gravidanza, la ragazzina è stata seguita dal servizio pubblico, e nessuno fra i vari medici e assistenti sociali che l’hanno incontrata ha mai sollevato obiezioni o problemi. Giorno dopo giorno, questa piccola forte come una roccia ha affrontato le paure e le difficoltà, gli esami ginecologici, il percorso di sostegno all’interno della comunità. Nel frattempo, l’ex convivente della madre è finito - come era ovvio e giusto - sotto inchiesta per aver avuto rapporti con una minore di 14 anni.
Avrebbe potuto concludersi tutto così, con tratti di lieto fine dopo l’orrore totale: la tredicenne affidata a chi può prendersi cura di lei, che cresce in un luogo sicuro assieme al neonato che ha tanto desiderato e che alla fine è venuto al mondo. Il suo abusatore lontano, in attesa di un processo e di una probabile condanna. E invece no, invece è andata in modo totalmente diverso.
Il punto è che la ragazzina, essendo minorenne, non può riconoscere il proprio figlio. Deve aspettare almeno i 14 anni e l’approvazione di un giudice per poterlo fare, oppure i 16 anni per essere riconosciuta dalla legge come genitore. Il padre del neonato, invece, essendo maggiorenne può riconoscere il figlio. Ecco perché, solitamente, in casi come questo si cercano soluzioni un filo più complesse ma più intelligenti. «Quando una madre non può per legge riconoscere il figlio», spiega Falanga, «solitamente si produce in questo modo. L’ostetrica va al Comune dove è nato il bimbo e dichiara la nascita, perché la madre non può farlo. A quel punto l’anagrafe assegna al piccolo un cognome fittizio. A questo punto i servizi sociali a loro volta segnalano il caso alla Procura della Repubblica presso il Tribunale dei minorenni. Il quale tribunale affida il bambino al Comune che ritiene più opportuno, nel caso specifico quello della madre, che rimane a sua volta assistita dallo stesso Comune. Concluso questo iter, parte un progetto per madre e bambino».
Stavolta, però, tutto è andato storto. «È successo solamente per una motivazione economica», dice il dottor Velio Degola. E Giovanni Falanga, quasi sulla soglia delle lacrime, conferma. Al padre, benché accusato di aver commesso un crimine, è stato concesso di riconoscere il neonato, e la madre - in quanto minorenne - ha perso i diritti sul suo bambino. «Si è favorito il riconoscimento da parte del padre così la spesa per il neonato graverà su un altro Comune», dichiara Falanga. «Così si legittima un abuso sulla maternità e l’infanzia. Si considera il corpo femminile come contenitore di un figlio che non può essere riconosciuto dalla madre»,
È tutto qui, nella sua drammatica pochezza. I servizi sociali intervengono e agiscono come credono. Si ripropone un sistema che abbiamo già visto altrove: i Comuni possono intervenire poco, la macchina si muove a dispetto dei sindaci, che non gestiscono direttamente l’assistenza ai minori. E può succedere che un ventenne riconosca il figlio avuto da una minorenne, come se fosse tutto normale, tutto legittimo. La legge italiana da questo punto di vista non aiuta affatto, e così ci troviamo di fronte a una situazione inaccettabile, a una bambina di 13 anni che partorisce un figlio e poi si trova nella condizione di dover avere a che fare con il maggiorenne che - almeno in teoria - ha abusato di lei. Il riconoscimento del figlio da parte del padre non può essere la risoluzione del problema: semmai è una ulteriore violenza a danno della mamma minorenne e del neonato.
La tredicenne si è trovata di fronte a una scelta orribile: perdere il bambino oppure trasferirsi assieme a lui in un altro Comune, lo stesso in cui vive l’uomo che ha abusato di lei. Quando i servizi sociali si sono presentati in comunità per il trasferimento, la ragazzina si è opposta con tutte le forze, ha resistito per un paio d’ore. Poi, i servizi sociali a brutto muso le hanno sbattuto in faccia la realtà: «Sei libera di restare, ma il neonato deve comunque venire con noi». Dunque la piccola ha dovuto cedere. Ora è vicina al suo bambino, ma anche a quello che potrebbe essere condannato come suo aguzzino. Di più: il ventenne autore dell’abuso è un genitore a tutti gli effetti, quindi deve essere coinvolto in tutte le decisioni riguardanti il bambino da poco venuto alla luce. Pensate: una ragazzina minorenne potrebbe dover accompagnare il suo pargoletto a una visita medica, rischiando di trovarsi nella stessa stanza con il maggiorenne che l’ha messa incinta.
«Non ho mai visto una cosa del genere», dice il dottor Degola. «Le istituzioni che avrebbero dovuto tutelare questa ragazzina hanno fatto spostare il bambino dal padre per un motivo incomprensibile. E questo al termine di una lunga serie di assurdità. Questa ragazzina aveva chiesto di essere assistita dalla madre al momento del parto, ma non le è stato concesso: è andata una educatrice della nostra casa. Non le hanno fatto vedere il figlio dopo la nascita. Non riesco ancora a capacitarmene, sono arrabbiato».
In effetti il dottore ha tutte le ragioni per essere infuriato. Abbiamo una minorenne che sarebbe stata abbastanza grande per decidere di abortire, che è abbastanza grande per scegliere di portare a termine la gravidanza (e del resto la biologia le ha consentito di diventare madre), ma non viene considerata abbastanza adulta per esercitare il suo diritto alla maternità, perché la legge non glielo riconosce. E lo riconosce invece a un uomo accusato di violenza su minore per aver messo incinta una tredicenne. Di conseguenza, d’ora in poi la ragazzina dovrà fare riferimento al suo presunto abusatore per ogni cosa, anche per la più piccola visita. Sembra quasi che stia scontando la colpa di non aver voluto interrompere la gravidanza: per aver visto nel piccolo grembo un futuro migliore, si trova a vivere a pochi passi dall’uomo che ha approfittato di lei.
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Carlos Alcaraz (Ansa)
- Carlos Alcaraz stratosferico: a 19 anni sconfigge nel giro di 24 ore prima Rafael Nadal, poi Novak Djokovic e vola in finale al Master di Madrid. Ha avuto la meglio sul serbo numero uno del ranking dopo una battaglia epica di tre ore e mezza: è lui il futuro di questo sport.
- Sinisa Mihajlovic in panchina dopo 49 giorni di terapie per la recidiva della leucemia: «È stata dura».
Lo speciale contiene due articoli.
Lo ha giustiziato a colpi di fichi molli. Con una, dieci, cento smorzate alternate a mazzate da baseball Carlos Alcaraz ha fatto la rivoluzione. Il giorno dopo aver sconfitto Rafael Nadal, il bimbo (19 anni, numero 6 del ranking) arrivato dalle lande di Murcia liquida Novak Djokovic nella partita del destino sulla terra rossa, quella che segna l’anno zero nella storia del tennis. Sul centrale di Madrid intitolato a Manolo Santana non va in scena una semplice semifinale ma una staffetta generazionale, un cambio epocale, l’alba di una nuova era geologica.
C’è qualcosa di magico nell’abbraccio finale tra il numero uno del mondo sconfitto (5-7,7-6,7-6) e il ragazzino che piange urlando nel cielo al tramonto. È la stessa magia che abbiamo vissuto al cambio di testimone fra Bjorn Borg e John McEnroe, poi fra quest’ultimo e Boris Becker, fra il tedesco e Pete Sampras, fra l’americano e Roger Federer. Il futuro è nella testa e nel braccio di un giovane uscito dalla prolifica scuola spagnola, ma che non ha niente a che vedere con lo stile dei maestri terraioli.
Alcaraz è serve and volley, è fantasia, è Andy Roddick più Pat Cash. Insomma è qualcosa di diverso da tutti, un giocatore che non vedevamo da una generazione. Oggi lui si discosta da chiunque calchi un campo da tennis perché è più avanti (e paradossalmente attinge a una cultura che non si vergogna di guardare indietro, a tutti i fondamentali). È diverso anche da Jannik Sinner, formidabile interprete di un gioco che esiste già. La differenza con Alcaraz è lo spirito rivoluzionario. Quando quest’ultimo entra in partita non è un termometro ma un termostato; non si limita a indicare la temperatura nello stadio ma inesorabilmente la cambia.
Se ne sono accorti in due giorni i fuoriclasse che (con Federer) hanno fatto la storia contemporanea di questo sport: prima è caduto Nadal, travolto dalla fisicità e dalla grinta (6-2,1-6,6-3), poi ha alzato bandiera bianca Djokovic dopo una resistenza estrema, perché i grandi non abbandonano facilmente il trono. Ma sono proprio i grandi i primi a vedere negli occhi dei nerd i segni della predestinazione. E Alcaraz li ha tutti. Paolo Bertolucci, che già due anni fa ne parlava con dolcezza stupita, oggi commenta così: «Carlos passa da un’accelerazione demoniaca a un drop shot con la naturalezza con cui si beve un caffè».
Ha l’acne giovanile sulle guance, passaggi a vuoto da bambino che vuole finirla in fretta, ma sul campo ha confermato di avere l’allure del fenomeno. In 3 ore e 35 minuti, in fondo a una battaglia di sudore e nervi, ha piantato la bandiera della gioventù sulla terra rossa, il fondo più complicato, quello che non ti permette di caricare i colpi e di giocare a rete con facilità. Vedere Djokovic (34 anni) aggrapparsi alla partita come una cozza allo scoglio, mettere in atto ogni astuzia per tenere a bada il baby di casa, è stato uno spettacolo nello spettacolo. Con qualche successo perché quando il bimbo va di fretta mostra ancora qualche limite e alterna colpi da fuoriclasse a un net, una stecca, una svirgola, un doppio fallo. Ma alla fine riesce a rubare il fuoco dall’Olimpo allo Zeus del tennis.
In Spagna dicono che Alcaraz è l’erede di Nadal, ma con il mito vivente di Manacor ha in comune solo il passaporto e il tifo per il Real Madrid. Per il resto ha in tasca un arcobaleno di colpi che l’altro si sogna, ma non ancora la garanzia di poterli giocare con continuità e di superare (come a saputo fare Nadal) le vette himalaiane del successo. Carlos arriva da una famiglia di tennisti, il nonno (88 anni) è il più vecchio iscritto al club di Murcia, il padre non è diventato professionista perché non aveva i soldi per mantenersi. Trent’anni di sogni famigliari riposti in questo formidabile giocatore che si carica nello spogliatoio ascoltando la colonna sonora dei film di Rocky Balboa. Vive da autorecluso a Villena nell’accademia-monastero Equelite di Juan Carlos Ferrero (il coach, ex campione che vinse al Roland Garros), dove si allena sei ore al giorno, abita in un bungalow di legno e per allenare la mente gioca a scacchi.
Ferrero ha iniziato a seguirlo da bambino e oggi se lo gode, anche se sa che la scalata è appena cominciata: «Carlos dà il meglio quando è aggressivo. Gli chiedo di esserlo di continuo, non deve mai assumere una posizione passiva. A 16 anni, quando si allenava con giocatori già formati, si adattava in un lampo al livello di chi aveva di fronte. In quel caso ho capito che lo step successivo sarebbe stato quello di issarsi sopra quel livello». L’obiettivo è di vincere il primo slam già quest’anno, ma senza pressioni. La sensazione è che presto i 3,8 milioni di dollari sul suo conto avranno un’impennata esponenziale.
Per l’uomo nuovo del tennis mondiale, che in 24 ore ha battuto Nadal e Djokovic, la corsa è appena cominciata. Oggi c’è la finale (Zverev o Tsitsipas), ma questa è solo statistica. Il destino dice altro, molto altro. Aggressività e smorzate, servizio e lungolinea da paura per scalare il mondo. E come spiegava Brad Gilbert ad Andre Agassi: «Attacca sotto pressione, guarda la palla e colpiscila. Non c’è altro nel tuo destino. E se devi cadere cadi, ma fallo sparando. Cadi con tutte e due le pistole che sparano». Alcaraz sembra nato per dargli retta. C’è un forestiero in città, impareremo a conoscerlo nei prossimi 15 anni.
La seconda rinascita di Mihajlovic «Le rimonte partono dalla testa»
«Il primo sogno è stato quello di rimanere in vita, ora per ora, passo dopo passo». Per Sinisa Mihajlovic tornare in panchina oggi a Venezia 49 giorni dopo l’ultima volta, è una somma di piccole vittorie, da ottenere giorno dopo giorno, contro un nemico che gioca sempre all’attacco e ti aggredisce andando fra le linee. Ma lui e la sua coppola irlandese, involontaria citazione di Andy Capp, ancora una volta sono stati più forti della leucemia mieloide. Il guerriero serbo allenatore del Bologna è qui a raccontarla, la sua doppia sfida di Champions, vinta all’andata e al ritorno. E per una volta la vigilia della partita non è un dribbling dalla formazione, una spiega di come giocherà Marko Arnautovic, ma è un viaggio dentro la vita reale, quella che ti fa passare dai giorni in pigiama in una clinica al sorriso della normalità ritrovata.
«A volte si danno le cose per scontate ma l’esistenza bisogna godersela minuto per minuto. Quando passi attraverso certe prove comprendi il vero valore della vita: anche una passeggiata ti può dare energia e la sensazione di tornare alla normalità. Questa volta è stato più pesante della prima, nessuno poteva entrare, solo mia moglie aveva un permesso speciale. Ho sofferto molto». Lo dicono in tanti, probabilmente lo dicono tutti ma ribadirlo è un segno di consapevolezza e sensibilità. Non c’erano dubbi, il suo problema non è mai stato il contenuto, al massimo l’imballaggio. Quel corpo ribelle, quella successione di particelle elementari che un mattino ti chiedono prove che non avresti mai immaginato di sostenere.
C’è un video che testimonia una convalescenza speciale, che nessun medico si sognerebbe di prescrivere al paziente: Mihajlovic reloaded che calcia bordate su punizione alla fine dell’allenamento a Casteldebole. Lo guardi e ci intuisci la scintilla della guarigione, quel potenziale di forza, di sostanza, che fa parte dell’uomo Sinisa e che è sempre stato difficile contenere. «La forza ti arriva dalla famiglia grazie alla tecnologia e dall’altra famiglia che sono i miei giocatori: mi hanno reso orgoglioso».
Mentre lui era via il Bologna non ha mai perso, ha messo in cascina 10 punti in sei partite, ha battuto Inter e Sampdoria, non ha chinato il capo davanti a Milan, Juventus, Udinese e Roma. Quando ha rivisto i calciatori negli spogliatoi ha detto loro con stupendo vittimismo balcanico (colonna sonora di Goran Bregovic): «Sono dovuto andare in ospedale per non vedervi perdere mai, ma adesso dobbiamo continuare così. Mi piacerebbe finire bene la stagione anche per dimostrare qualcosa a quelli che non avevano fiducia».
Non è un docufilm di Netflix, è tutto vero. «Cercavo di aiutarmi grazie a loro. Dalla mattina alle sei e mezza a sera era una tortura: dovevamo arrivare all’obiettivo e l’abbiamo fatto». Tutti, lui è di nuovo qui e la squadra passeggia tranquilla sotto i portici coperti di metà classifica. La Lega Calcio ha fatto un gesto delicato, gli ha assegnato il titolo del mese. Come se a dirigere fosse lui dal letto con la forza del pensiero, idealmente accanto ai vice Miro Tanjga ed Emilio De Leo in tuta. «Mi è piaciuta la motivazione, spesso non si ricorda chi c’è dietro, più forte è chi ti supporta e meglio vengono le cose. Siamo un bel gruppo».
La partita dell’anno in sua assenza è stata quella con l’Inter, la rilegge con un gusto particolare perché quei ricorsi legali dei nerazzurri non gli sono piaciuti. «Sentivo dire che avevamo poche motivazioni ma nessuno deve dubitare della nostra professionalità. Nelle settimane prima mi dicevo: “Fanno bene a fare ricorso perché se la giochiamo la perdono” e così è stato. Ci hanno provato. Amo l’Inter, là mi sono tolto grandi soddisfazioni, Simone Inzaghi è un mio amico ma non dormivo la notte per quelle chiacchiere e ho trasmesso tutta la rabbia possibile ai miei giocatori. Per loro non doveva essere una passeggiata e non lo è stata».
Per lo scudetto tifava Napoli, il resto gli è indifferente e del Milan (esonerato nel 2016 durante una stagione mediocre) non parla. Il guerriero è tornato, sa come si compie una rimonta anche prima di aver visto quella del Real Madrid contro il Manchester City. «Le rimonte partono sempre dalla testa, è lì che non devi mollare mai. E se ci sono momenti pesanti sai sempre che devi superarli». Ora non sta già più parlando di calcio, la metafora va e viene, si rivede con la cartella clinica davanti e il dramma negli occhi. Più facile andare a Venezia contro una squadra disperata e provare a salvare la faccia. Il pensiero torna lì, alla sua Champions vinta in pigiama. Adesso Sinisa sorride, la vita ritrovata lo merita: «Se un giorno smetto di allenare faccio la guida turistica dell’ospedale Sant’Orsola».
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