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(Ansa)
L’aggio sulle giocate confermato al 6%, previsti compensi per circa 460 milioni.
Approvato in via definitiva ieri il decreto legislativo sui giochi online. Tra le grandi novità c’è il via libera alla nuova gara del Lotto da un un miliardo di euro che garantirà al concessionario aggiudicatario ricavi netti per circa 200 milioni di euro all’anno. In particolare, come si legge nella relazione tecnica, «essendo stato confermato l’aggio del 6% annuo a favore del concessionario, e con un livello di raccolta stimato in circa 7,7 miliardi di euro anche per i nove anni successivi al 2025, il compenso lordo che spetta al concessionario si attesterebbe a circa 460 milioni di euro all’anno. A questa cifra vanno sottratti almeno 260 milioni di euro, cifra «comprensivi della quota di spese, degli investimenti tecnologici e della quota parte dell’una tantum offerta».
La base d’asta della gara, in dettaglio, è stata fissata a un miliardo di euro, di cui 500 milioni da versare all’atto di aggiudicazione, 300 milioni da versare nel 2025 all’atto dell’effettivo assunzione del servizio, e la somma residuale di minimo 200 milioni di euro da corrispondere entro il 30 aprile 2026.
Non solo, all’interno del testo approvato ieri viene definitivamente messa la parola fine all’utilizzo del contante per i giochi online. In pratica, chi vorrà ricaricare più di 100 euro cash dovrà necessariamente utilizzare strumenti elettronici di pagamento tracciabili e sicuri. Una misura importante per contrastare il riciclaggio di denaro e a cui il governo tiene particolarmente.
Secondo la norma, vengono dunque «sensibilmente aumentati gli importi richiesti ai concessionari che per operare in Italia dovranno pagare tre canoni: un 'canone una tantum' che passa dai precedenti 250 mila euro a sette milioni di euro (ben il 2.800% in più); un 'canone annuale' pari al 3% dei ricavi netti di ogni concessionario (il doppio rispetto al passato); una 'fee annuale' pari allo 0,2% dei ricavi netti dei concessionari per campagne informative e di comunicazione per il contrasto alla ludopatia». Via libera anche al «rinnovo della gara del lotto (nel 2025) passando da una base d’asta di 700 milioni a un miliardo di euro».
Questi costi in aumento, però, mettono in allarme i piccoli operatori che faranno più fatica nel sostenerli. «Il Consiglio dei Ministri ha approvato definitivamente il decreto legislativo per il riordino del settore dei giochi online. Al riguardo lo abbiamo chiesto con diverse associazioni a fine 2023 e nel corso delle audizioni in Parlamento dei primi mesi del 2024: il riordino in realtà deve essere unitario e complessivo per tutto il comparto del gioco pubblico, proprio come immaginato dal legislatore della legge delega», ha detto ieri Geronimo Cardia, presidente di Acadi (Associazione concessionari gioco pubblico). «Nelle interlocuzioni c’è stato spiegato che una delle ragioni per le quali è stata data precedenza all’on-line è che il riordino del territorio richiederebbe più tempo perché deve passare in Conferenza Stato Regioni, per il superamento del problema della questione territoriale, per il superamento dei distanziometri espulsivi e delle limitazioni orarie troppo stringenti oggi previste per alcuni tipi di prodotti (nessuno parteciperebbe alle gare sapendo che non gli sarebbe poi di fatto consentito di mettere a terra i punti assegnati)». In altre parole, «quel che conta oggi è che il riordino del territorio deve cominciare a vedere la luce prima possibile per non consentire un aumento del divario di trattamento tra quasi sempre stessi prodotti di diversi sistemi distributivi», conclude Cardia.
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Un parco giochi durante la pandemia di Covid-19 (Imagoeconomica)
I giudici amministrativi siciliani bocciano un’ordinanza di Nello Musumeci: a un undicenne spetteranno 1.000 euro di indennizzo per danno morale. Quanti bisognerebbe chiederne per le scuole chiuse e l’apartheid vaccinale?
Non è per i 1.000 euro di risarcimento. Quelli sono simbolici: 200 euro ogni 24 ore di prigionia pandemica. È il principio: privare un bimbo di 11 anni del diritto di giocare fuori, sia pure per cinque giorni, significa infliggergli un danno morale. E non c’è lotta al virus che tenga.
L’ha sentenziato il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana, ribaltando la posizione del Tar, che aveva liquidato il ricorso dei legali del ragazzo come priva di interesse, essendo decadute le disposizioni anti Covid di Palazzo Chigi e di Palazzo dei Normanni. Questa settimana è stata depositata la sentenza, relativa alla decisione dello scorso marzo, con la quale i magistrati hanno bocciato l’ordinanza dell’11 aprile 2020, emessa dall’allora presidente Nello Musumeci, ora ministro della Protezione civile. La norma, «contingibile e urgente», vietava persino agli under 18 di uscire di casa. Lockdown totale. Nessuna deroga, neppure per prendere una boccata d’aria e ricrearsi un po’.
I dpcm dell’ex premier, Giuseppe Conte, già proibivano le attività ludiche all’esterno. Anche quelle «dei minori accompagnati dai genitori». Tuttavia, ammettevano una sgambata consolatoria «nei pressi della propria abitazione». Ne nacque una delle innumerevoli querelle interpretative, affidate a successive circolari ministeriali. Alla fine si stabilì che i «pressi» equivalevano a massimo 500 metri di distanza dall’appartamento. Una leggina psicotica, simile al famigerato permesso di visitare gli «affetti stabili».
Fatto sta che, in Sicilia, vollero essere più drastici. Domiciliari senza ora d’aria. Decisione illegittima, secondo il collegio guidato dal giudice Ermanno de Francisco e composto dai consiglieri Antimo Prosperi, Giuseppe Chinè, Giovanni Ardizzone e Nino Caleca. Le toghe spiegano che le scelte in materia di difesa dal Sars-Cov-2 erano di esclusiva competenza dello Stato, come specifica la Costituzione quando parla di «profilassi internazionale». Ai governatori era stata, sì, riconosciuta la facoltà di adottare regole più stringenti, ma soltanto se si fosse aggravata la situazione epidemiologica - in Trinacria non s’era verificato né pareva imminente «alcun evento ecatombale» - e solo all’interno del perimetro fissato a livello nazionale. Di più. I magistrati si spingono fino a biasimare il malcostume delle Regioni, le quali «perseguivano il consenso semplicemente cercando di primeggiare quanto a imposizioni di divieti alla popolazione». E se stavolta alla graticola è finito Musumeci, non si può non volare col pensiero fino alle intemerate di Vincenzo De Luca, lo sceriffo dei «lanciafiamme» alle feste di laurea, il fustigatore dei vecchi «cinghialoni» fissati con il jogging, il solerte paladino della didattica a distanza e delle mascherine.
Sentenza storica, che vendica il pregiudizio recato a «crescita e «formazione psicologica» dei giovani, stabilendo un prezioso precedente giuridico. Ergo, sarebbe il momento di allargare lo sguardo a tutti i soprusi commessi nei confronti di bambini e adolescenti durante la pandemia. E, magari, far partire una valanga di ricorsi. Le Regioni si sono comportate male? Sì. Ma a Roma, Conte e Roberto Speranza non hanno scherzato.
Vi ricordate i settori cartoleria dei supermercati sigillati col nastro? Quaderni e colori non erano considerati beni necessari. La vendita al dettaglio fu impedita e la grande distribuzione dovette adeguarsi. Ai piccini, murati vivi, si doveva raccontare che farsi venir voglia di disegnare era un delitto? Che anziché ammazzare il tempo, con quel capriccio avrebbero rischiato di ammazzare il nonno? E cosa dire dei parchi aperti, ma con i giochini sbarrati? Giostre, altalene, scivoli… Nello Stato di pulizia, l’unica trasgressione possibile era la corsetta - a distanza gli uni dagli altri.
La somma ingiustizia, comunque, furono le ore di scuola buttate e il ricatto vaccinale, con le discriminazioni tra studenti vaccinati e non vaccinati per la Dad. La pietra tombale sul doppio binario l’ha messa un recentissimo studio condotto da University of Southern California e Stanford, uscito su Jama pediatrics. La ricerca non ha evidenziato alcuna differenza significativa nella durata dell’infettività tra i bimbi inoculati e quelli non inoculati. Tradotto: le vittime dell’apartheid non rappresentavano alcun pericolo per i compagni. Non più dei coetanei portati da mamma e papà negli hub.
Istruzione scippata, svago proibito, socializzazione azzerata, boom di disturbi psichiatrici e di gesti autolesionisti: è il bilancio del «modello italiano» applicato ai nostri figli. Anche per rendere loro giustizia bisogna far partire la commissione parlamentare d’inchiesta. Intanto, chi di dovere calcoli a quanto ammontano i danni morali.
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Un momento della finale Argentina-Francia. Nel riquadro, Sandro Piccinini (Ansa)
Il telecronista: «In Qatar non si sono viste cose particolari perché non c’è stato il tempo di prepararsi come si deve. Leo Messi merita questo trofeo per quello che ci ha regalato».
Sipario. La terza Coppa del mondo alzata al cielo dall’Argentina è l’ultima istantanea del mondiale di calcio più insolito e discusso della storia. «Non è stato il torneo più bello di sempre, come sostiene il presidente della Fifa Infantino, ma la finale più emozionante forse sì», commenta con La Verità Sandro Piccinini, per tanti anni la voce del calcio di Mediaset e oggi telecronista per Amazon prime video.
Piccinini, finalmente Messi?
«La vittoria in Qatar toglie argomenti a quelli che finora non lo hanno considerato un super campione perché non poteva vantare un Mondiale nel suo personale palmares. È una grande soddisfazione per lui, la merita per quello che ci ha regalato negli ultimi 15 anni. Del resto, la sorte gli doveva qualcosa dopo la sconfitta con la Germania nel 2014. Rimarrà il suo mondiale: ci ha fatto vedere cose straordinarie, vincere dopo aver provato la paura di perdere è un’emozione ancora più forte».
Si chiude la rincorsa a Maradona?
«Credo che questi paragoni siano impossibili, non c’è la controprova. Non si possono fare confronti tra i centometristi, le cui prestazioni si valutano al millesimo di secondo, figuriamoci tra due campioni straordinari che hanno trasformato il calcio in arte, in poesia. E le poesie non si possono misurare, si possono solo apprezzare».
Ci sarà un suo preferito.
«Ho seguito tutta la carriera di Messi da telecronista. Nella finale di Champions League del 2009, a Roma, l’ho definito “il Dio del calcio”. Pur essendo molto legato a Maradona, dico che siamo sullo stesso livello. Non ci sono i presupposti per azzardare una classifica».
L’altro grande numero 10 in campo, Kylian Mbappé, ha tenuto in piedi una nazionale intera. Da solo, a 23 anni.
«I mondiali di calcio si vincono con la squadra e per 80 minuti la Francia ha sbagliato troppo, a cominciare dall’approccio. Tuttavia, è fuori discussione che Mbappé equivalga a Messi, come peso specifico. Anche lui è un giocatore che fa la differenza, è il presente e il futuro fuoriclasse del calcio mondiale. Ha sfiorato il suo secondo mondiale a 23 anni. Parliamo di un giocatore unico, che non è scandaloso avvicinare a Ronaldo il Fenomeno. Tutti i paragoni che sono stati fatti in passato con Ronaldo erano piuttosto blasfemi, Mbappé merita di essere avvicinato a quel tipo di calciatore perché è pazzesco».
Anche in finale, i campioni hanno fatto la differenza. Rispetto ai mondiali del passato, in cui a brillare era il valore delle squadre, in Qatar le individualità hanno pesato di più?
«Ci sono state squadre che hanno segnato un’era, come la famosa Olanda. In Qatar non si sono viste cose particolari perché non c’è stato il tempo di preparare la manifestazione: le squadre sono andate in ritiro una settimana prima, pretendere di vedere un gioco di squadra in un torneo in cui spesso prevale il tatticismo era difficile. Si sono viste partite spettacolari per il pathos e per i risultati in bilico, ma nessuna grande novità né idee di gioco eccezionali. In un contesto del genere, il colpo individuale fa la differenza».
Deluso dal Brasile?
«Per me il Brasile era la squadra più forte del mondiale, eppure è andata fuori. Sono deluso dall’ingenuità, addebitabile all’allenatore, con cui hanno gestito i tempi supplementari nel quarto di finale perso con la Croazia. Non sono riusciti a conservare un lampo di classe di Neymar, a proposito di individualità».
Quale squadra l’ha sorpresa di più?
«Il Marocco, senza dubbio».
Mai una squadra africana si era spinta tanto in là in un torneo.
«Pur avendo giocatori che tutti conosciamo, perché impegnati nei campionati europei, onestamente non mi aspettavo l’impatto che hanno avuto. Quello del Marocco è l’unico caso in cui ho visto la mano di un allenatore: ha preso consapevolezza dei limiti della propria squadra e ha saputo giocare sulle caratteristiche degli avversari».
Che prospettive ha il movimento africano?
«Dopo la prima partita che il Camerun vinse ai mondiali del ’90, si è detto che l’Africa avrebbe dominato il mondo del calcio. E invece non è successo nulla. Sarei cauto a trarre delle conclusioni dai risultati cui abbiamo assistito in Qatar. La squadra ha mostrato delle cose molto interessanti, con tanti giocatori che si sono messi in vetrina. Tuttavia, credo che il movimento europeo, quantomeno dal punto di vista tattico, sia ancora il migliore».
Tra quelle viste al mondiale, quale nazionale ha il futuro più promettente?
«L’Inghilterra può contare su molti giovani di assoluto valore, che in Qatar si sono consacrati. In genere, alle manifestazioni internazionali gli inglesi arrivano bolliti; questa volta, invece, sono arrivati più freschi e si è visto: con la Francia sono stati sfortunati, la partita si è decisa sugli episodi».
Veniamo ai nodi meno sportivi della manifestazione: questo mondiale è stato accompagnato da sospetti e polemiche fin dal giorno dell’assegnazione, nel 2010.
«È stato un azzardo».
A volte gli azzardi possono anche riuscire. In questo caso, assecondare i desideri degli emiri ha avuto senso?
«Uno degli obiettivi della Fifa è lo sviluppo del calcio nelle aree dove è meno presente. È stato così nel 1994, quando si è deciso di assegnare l’organizzazione dei Mondiali agli Stati Uniti. Quella è stata una grandissima operazione, non a caso il calcio in America è esploso negli ultimi 20 anni. Che sviluppo potrà esserci in Qatar? È chiaro che è stata semplicemente un’operazione economica e i mondiali non possono diventare un’asta. Si è trattato di un gigantesco affare per gli emiri, ma solo per il turismo e per il mercato immobiliare del Qatar. Non ci sarà alcuna eredità sul piano sportivo».
Lo sport-washing dorato, cioè il tentativo di ripulirsi la coscienza con i mondiali più costosi di sempre, è fallito?
«Lo sport non può cambiare la situazione di un Paese in 30 trenta giorni. Un regime che non riconosce i diritti umani resterà tale anche domani, quando i riflettori della manifestazione calcistica si spegneranno. Dei paletti sono fondamentali, ma non è compito dello sport esportare la democrazia in un Paese illiberale».
Per il capo della Fifa, Gianni Infantino, la coppa del mondo in Qatar è stata «un successo incredibile su tutti i fronti», con buona pace delle migliaia di operai che in questi anni hanno perso la vita per costruire gli stadi.
«Le scarse condizioni di sicurezza in cui sono stati lasciati i lavoratori in Qatar sono certamente un problema, ma attenzione a fare le classifiche dei buoni e dei cattivi: in Italia abbiamo circa 1.000 morti sul lavoro all’anno, degli operai morti in Russia nel 2018 non si è parlato così diffusamente e di quelli che hanno perso la vita per mettere in piedi le Olimpiadi di Pechino del 2008 sappiamo poco o nulla. È un terreno molto scivoloso, sul quale tuttavia trovo molta ipocrisia».
Per quale motivo?
«Credo che il tema dei lavoratori sia una sorta di specchietto per le allodole, per chiudere gli occhi di fronte al vero dramma in Qatar: la negazione dei diritti civili elementari delle donne. Senza l’approvazione di un uomo - padre, fratello o marito che sia - non possono fare praticamente nulla. È il “sistema di tutela maschile” che rende il Qatar un Paese retrogrado e incivile. È questo che ci riporta indietro di secoli. Nei palchi reali che sono stati allestiti per i mondiali, non s’è vista una donna neanche per sbaglio. Di questo, purtroppo, si è parlato poco o nulla».
«Allo stadio si viene per rilassarsi, senza dover pensare ad altro», ha spiegato Infantino. Può il capo di un’istituzione mondiale come la Fifa liquidare così una questione tanto complessa?
«Organizzazioni come la Fifa, o il Cio per le Olimpiadi, dovrebbero stabilire un criterio in futuro: possiamo esportare queste manifestazioni ovunque in cambio di soldi o ci sono dei livelli minimi al di sotto dei quali non è possibile andare? È chiaro che non possiamo pensare di giocare in paradiso, ma oggi sarebbe difficile anche solo immaginare di concedere certe manifestazioni a paesi come Iran o Russia».
Una posizione meno accomodante sarebbe quantomeno auspicabile da parte della Fifa.
«In certe “zone grigie” si deve mostrare più coraggio, certamente: si può pensare, per esempio, di assegnare le manifestazioni sportive a chi dimostri di voler cambiare certe cose. Questi eventi servono per denunciare quel che non va, visto l’enorme seguito che hanno. In Qatar, la Fifa si è lasciata sfuggire un’occasione».
C’è stata scarsa fermezza anche da parte delle singole federazioni?
«Nel 1980, gli Stati Uniti si sono presi la responsabilità di non andare alle Olimpiadi di Mosca; il Bayern Monaco non volle andare in Argentina, per la coppa Intercontinentale del 1974, in protesta contro il regime militare. Che senso ha prendere parte alle manifestazioni e limitarsi a piccole proteste, come quelle che abbiamo visto fare a qualche nazionale europea?».
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(IStock)
Nel 1952 la parola calciobalilla fu aggiunta alla Treccani. Origini e sviluppi di un gioco senza tempo, diffuso nel mondo grazie alla perizia artigianale dell'Italia del dopoguerra.
Viene spontaneo chiederselo. A 70 anni dalla prima comparsa della parola «calciobalilla» nel 1952, in molti collegano il nome del calcetto ad un’istituzione del regime fascista, quella dei piccoli del ventennio inquadrati nell’ Opera Nazionale Balilla. In realtà non ci fu nessun richiamo al passato, tanto più che la guerra era finita da pochi anni e che ogni evocazione del regime era assolutamente tabù. Il nome viene in realtà dall’area linguistico-geografica ligure, dove «balilla» ha preso il significato di «piccolo»,«miniatura». L’etimologia è da far risalire alla metà del Settecento durante la rivolta di Genova contro gli Austriaci, nella figura mitica di Giovan Battista Perasso del rione di Portoria che passò alla storia per aver scagliato la prima pietra contro gli occupanti asburgici. Lo chiamavano «il balilla» per la sua piccola statura e giovane età, un appellativo già presente nella lingua ligure ad indicare un bambino minuto, dato che la radice è la stessa della parola spagnoleggiante «ballilla» che starebbe per «pallina» o «palletta». Un’origine linguistica molto attinente alla natura di uno dei giochi più longevi nell’immaginario collettivo.
Il gioco del «balilla» calciatore in miniatura che colpisce una «pallina», ha origini ancora oggi discusse. La certezza è che nel dopoguerra il suo lancio a livello industriale fu tutto italiano. C’è chi sostiene che i primissimi prototipi del calcetto fossero nati in Germania, da cui il nome «fussboll» che si diffuse anche in Inghilterra e Francia. Accreditata anche l’origine spagnola, attribuita al reduce della guerra civile Alejandro Finisterre, che realizzò un prototipo di biliardino inizialmente destinato ai piccoli mutilati per far sì che questi potessero godere del gioco del calcio nonostante le menomazioni. Una traccia delle origini del calciobalilla si è trovata anche in Italia, dove un artigiano di Poggibonsi avrebbe realizzato una miniserie di calcetti in legno tra le due guerre. Di semplicissima fattura, questi prototipi erano costituiti da una cassa in legno e da semplici palette dello stesso materiale non dipinto, senza la forma dei mini calciatori variopinti venuta più tardi.
La svolta avvenne nel 1949 quando il marsigliese Marcel Zosso arrivò dalla riviera francese alla provincia piemontese di Alessandria, dove i suoni della lingua ligure oltrepassano le alture dell’entroterra sconfinando nel Piemonte meridionale. Zosso aveva realizzato alcuni prototipi che nel sud della Francia avevano riscosso grande successo, ma non era riuscito ad imprimere al calcetto una svolta in senso industriale per mancanza di mezzi e capacità artigianali. Quello che il francese andava cercando lo trovò a Spinetta Marengo, luogo storico di una delle battaglie più famose dell’era napoleonica. Qui dagli anni Venti era attiva una falegnameria fondata da Giovanni Garlando, che all’epoca dell’arrivo di Zosso era specializzata nella produzione di botti per il vino, flauti e casse da morto. Il francese bussò alla porta dell’azienda rivolgendosi al figlio del fondatore, Renato Garlando, proponendo un’accordo per la produzione in serie del calciobalilla. Il figlio del fondatore intuisce la validità dell’affare, determinando una delle riconversioni industriali postbelliche più efficaci nel panorama del triangolo industriale dell’Italia nord-occidentale. I primi calcetti prodotti in scala sono un successo a dir poco travolgente. Le forze della falegnameria (42 dipendenti) non bastavano più. Fu necessario coinvolgere anche i detenuti del carcere di Alessandria per tenere il passo della domanda schizzata alle stelle. Se si pensa che dal 1951 al 1954 Garlando produsse artigianalmente 12.000 pezzi, si intuisce come la dimensione artigianale avesse ceduto il passo a quella industriale. Nonostante una battuta d’arresto imposta dalle autorità proprio nel 1954 sotto il governo di Mario Scelba, che mise temporaneamente fuorilegge i calcetti equiparandoli al gioco d’azzardo per contrastare l’attrattiva che il gioco aveva sui ragazzi in età scolare. Il divieto durò poco e la strada per il gioco con i 22 mini giocatori era ormai spianata. Nel decennio successivo Garlando allargò gli orizzonti di mercato approdando negli Stati Uniti con un altro accordo commerciale vincente con la Empire Distributing di Chicago. parlando aveva conosciuto il titolare Joe Robbins durante un’edizione della Fiera Campionaria di Milano. Negli Usa sul successo non fu tuttavia immediato, perché il calcio era uno sport molto lontano dalle passioni degli americani anni ’70. Fu grazie ad un’intensa attività promozionale che qualche anno dopo i calcetti progettati alle porte di Alessandria sfondarono in tutti gli Stati Uniti, generando anche fenomeni di imitazione locale. Il successo a livello europeo fu invece garantito da un distributore tedesco che ebbe con Renato Garlando un rapporto molto particolare. Il titolare della Rhenania Automaten Joseph Meurer era un ex ufficiale dell’esercito tedesco che nell’inverno del 1944 occupò la casa dei Garlando a Spinetta Marengo. Nonostante le drammatiche circostanze, tra i due era nata una amicizia che si tradusse un decennio più tardi nell’importazione dei calcio-balilla italiani che, gradualmente, invasero il mercato dei paesi vicini: Austria, Svizzera e Francia.
Dalla metà degli anni Settanta, l’avvento della plastica nei mondo dei giocattoli e dell’intrattenimento in generale videro affiancare alla produzione in serie dei biliardini da noleggio a gettone anche quelli utilizzabili tra le mura domestiche in scala ridotta, prodotti sia dalla capostipite Garlando che da una serie di aziende del settore generico dei giocattoli, tra la quali primeggiò la Arcofalc di Cernusco sul Naviglio, comune della cintura milanese.
La produzione italiana, caratterizzata dall’eccellenza nella produzione, nelle progettazione e nel design dei calcio-balilla non si limitò alla leader Garlando. A Villa D’Ogna nella bergamasca era il 1964 quando i fratelli Alfonso e Davide Pendezza fondarono l’omonima azienda per la produzione dei calcetti, tutt’oggi attiva come Fas Pendezza, che ha fatto della qualità e dell’estetica un punto vincente dell’offerta non solo di biliardini ma anche di tavoli da ping pong e biliardi. D’altro canto anche la leader Garlando ha allargato gli orizzonti, sempre tenendo stretto quello che fu il prodotto che fece da trampolino di lancio alla fabbrica piemontese. Oggi l’azienda è distributrice esclusiva del marchio Stiga, azienda al top nella produzione di prodotti per il ping-pong accanto ad altri marchi specializzati in varie discipline sportive.
Il calciobalilla è un caso unico nell’evoluzione storica dei giochi di intrattenimento collettivi. Grazie alla qualità garantita dal saper fare di origine artigianale italiano, ha passato indenne decenni in cui altri giochi sono svaniti sotto i colpi del progresso tecnologico dell’intrattenimento. Ha superato quelle macchine che negli anni Cinquanta parevano rappresentare il futuro, i flipper. E poi, ancora, ha saputo resistere all'assalto dei videogame, oggi scomparsi dalle sale giochi e dai locali. Lo schiocco della pallina, il colpo secco che significa il gol, lo scivolare metallico delle aste. Tutti rumori ancora presenti dalle spiagge alle città, nei circoli, negli oratori, nei bar di tutta ltalia. Basta ricordarsi che è vietato «rullare» e che «se la palla è contesa, la palla va alla difesa». La storia continua.
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