Ospiti della puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia Gennaro Migliore di Italia Viva e Guglielmo Picchi della Lega.
Ansa
Fiumi di retorica per le elezioni francesi, spacciate per vittoria di Bruxelles. Mentre crescono i partiti anti sistema e gli stessi europeisti ammettono la necessità di riforme.
Se a destra si farà bene a riflettere profondamente sul voto francese e sulla opportunità o meno di scegliere Marine Le Pen come modello e riferimento, anche nell’altro campo (eurolirici, progressisti, più propaggini tecnocratiche) non dovrebbe mancare materiale per un’analisi seria e non propagandistica (sempre ammesso che qualcuno voglia impegnarsi a farla).
Emmanuel Macron ha certamente vinto, ma non ha trionfato. E l’immagine della «vittoria senza trionfo» è quella che ha dominato le pagine dei giornali francesi di ieri, oltre quelle dei principali media anglosassoni. Il Wall Street Journal di New York, in un commento della direzione, è stato il più esplicito di tutti: Macron «deve in parte la sua vittoria alla fortuna di avere la Le Pen come avversaria». Tutto qui, nulla di più. Per i principali media e per il centrosinistra italiano, invece, la narrazione trionfalistica è sempre quella preferita: il solito fiume di retorica pro Europa, contro la destra sovranista, e così via. Ecco Enrico Letta sulla Stampa di ieri: «Con Macron vince tutta l’Europa». E ancora: «È una personalità straordinaria». Ecco Roberto Speranza su Repubblica: «Parigi dimostra che uniti battiamo la destra». Ed ecco il sottosegretario Enzo Amendola sul Corriere: «Un sospiro di sollievo per tutti gli europeisti, ma bisogna affrontare le radici del populismo».
Un orientamento questo simile a quello dello stesso Macron, che ha promesso di «rispondere alla rabbia del Paese». Da Bruxelles Ursula von der Leyen, complimentandosi con il rieletto capo di Stato, ha inoltre dichiarato che «in questo periodo tormentato abbiamo bisogno di un' Europa solida e di una Francia impegnata nella maniera più assoluta per una Ue più sovrana e più strategica». I tifosi italiani del presidente rieletto dovrebbero rendersi conto di quanto l’Eliseo rischi di diventare, nei prossimi anni, un fortino assediato. Sì, la tecnocrazia vince ancora: ma lo spazio del consenso si restringe drammaticamente. E presto il presidente (come già gli è accaduto, del resto) sarà il terminale e il centro di imputazione politico dell’immensa collera che cresce «fuori dalla bolla». I dati del primo turno parlano chiaro: per Macron solo il 27,85%, e tutt’intorno un mare di voti a chi lo contestava da destra (la Le Pen al 23,15% e Eric Zemmour al 7,1%) e da sinistra (Jean-Luc Melenchon al 21,95%). E, si badi bene, con un’astensione record nell’ultimo ventennio (26,31%). Nel ballottaggio dell’altro ieri, è pacifico che la Le Pen abbia perso nettamente e che la gran parte dei voti di Melenchon siano andati al presidente uscente, ma resta il fatto che l’astensione sia stata altissima e che rispetto al divario abissale dell’altra volta (allora finì con il 66,10% di Macron contro appena il 33,90% della Le Pen), il titolare dell’Eliseo abbia perso per strada quasi 2 milioni di voti (con affluenza ancora scesa, al 71,80%), mentre la Le Pen ne ha raccolti circa 2,6 milioni più di cinque anni fa.
In ogni caso, ora il rischio (per gli eurolirici, l’opportunità) è quella di un’accelerazione dei programmi di integrazione europea. Per un verso, l’ossessione dell’armonizzazione fiscale (cara alla sinistra francese come ai socialdemocratici tedeschi); per altro verso, la spinta verso una politica di difesa comune, concetto su cui anche la destra italiana, curiosamente, fa aperture.
E il concetto - in apparenza - suona bene. Il punto è: ma l’eventuale difesa unica europea al servizio di quale linea di politica estera verrebbe messa? A presidio di quali interessi dovrebbe operare? Si pensi alla Libia, con le sue implicazioni sia energetiche sia legate all’immigrazione: tutti dovrebbero comprendere che gli interessi di Parigi e Roma, nell’uno e nell’altro caso, sono competitivi e divergenti.
Ecco, davanti all’esultanza di quello che potremmo metaforicamente chiamare il «partito francese» in Italia, che annovera tante figure (da Enrico Letta a Paolo Gentiloni, per citare le due principali), c’è da cogliere elementi che dovrebbero indurre alla cautela e anche a una qualche preoccupazione politica. A maggior ragione dopo aver siglato in fretta e furia, alla fine dello scorso anno, quel Trattato del Quirinale che lega Roma a Parigi in tanti settori decisivi. Non a caso, ne parlò criticamente quasi solo questo giornale.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Confermato Emmanuel Macron al ballottaggio per la seconda volta di fila, grazie a un po’ dei voti che nel primo turno erano andati a Jean-Luc Mélenchon. Alto l’astensionismo. La candidata della destra ammette la sconfitta appena chiuse le urne. L’ambasciata Usa: «Rischio violenze».
I francesi hanno rieletto Emmanuel Macron come loro presidente. Secondo le prime proiezioni diffuse dagli istituti demoscopici - quando questa edizione de La Verità andava in stampa - Macron ha ottenuto circa il 58% delle preferenze mentre Marine Le Pen circa il 42%. L’astensione a questo secondo turno delle elezioni presidenziali è stata stimata attorno al 28%, mentre quella registrata nel primo turno, il 10 aprile scorso, era stata pari al 26,31%. Cinque anni fa, al ballottaggio, aveva votato poco più dell’80% degli aventi diritto transalpini. La distanza tra il Macron e Le Pen era abissale: 66% contro 33%. La candidata perdente ha parlato pochi minuti dopo la chiusura delle urne riconoscendo la sconfitta, ma anche un risultato onorevole. Le Pen ha denunciato la violenza e le fake news che l’hanno colpita tra i due turni e ha ringraziato gli elettori rurali e quelli d’oltremare.
Sembrerebbe che gli elettori che al primo turno avevano votato per il leader di estrema sinistra de La France Insoumise (Lfi) Jean-Luc Mélenchon - arrivato terzo due settimane fa - abbiano scelto di sostenere Macron al ballottaggio.
Ad influire sul risultato finale delle elezioni presidenziali potrebbero aver contribuito anche gli elettori di alcuni dipartimenti - le province francesi - come il Var e il Passo di Calais - dove alle 17 aveva votato più del 68% degli aventi diritto. Altrove invece la partecipazione è stata nettamente inferiore alla media nazionale. Nel dipartimento della Seine-Saint-Denis - tristemente noto per essere stato il rifugio di vari terroristi dopo gli attentati degli anni scorsi - a mezzogiorno aveva votato poco meno del 45%. Al primo turno, questa zona aveva premiato Mélenchon. Secondo alcuni sindaci locali la partecipazione definitiva sarà più consistente perché molti elettori, che praticano il ramadan, preferiscono votare dopo il tramonto, alla fine del digiuno quotidiano.
Ad influenzare la partecipazione al voto ha forse influito anche il meteo - non troppo soleggiato in questo weekend al di là delle Alpi- e il fatto che Macron abbia scelto di collocare queste elezioni a cavallo delle vacanze scolastiche di primavera che hanno interessato a turno le varie regioni francesi.
A causa della differenza di fuso orario, i primi francesi a recarsi alle urne sono stati quelli residenti nelle regioni d’Oltremare e all’estero. Nel piccolo arcipelago di Saint-Pierre et Miquelon - che si trova a qualche chilometro dalle coste della provincia canadese di Terranova - le porte dei seggi sono state aperte già sabato, quando a Parigi era mezzogiorno. A seguire, le operazioni di voto sono iniziate anche in Guyana, nelle isole francesi dei Caraibi e in quelle dell’oceano Pacifico e Indiano. Sebbene in questi «pezzi» di Francia extraeuropei sia stata registrata un’astensione superiore al 50%, gli elettori locali hanno preferito Marine Le Pen a Emmanuel Macron. La candidata Rn ha ottenuto quasi in tutti i territori ultramarini, percentuali vicine al 60% con un picco del 69,6% in Guadalupa. I primi dati relativi al voto dei francesi residenti all’estero sono arrivati dai seggi americani, dove il presidente uscente ha ottenuto percentuali «bulgare» comprese tra il 60 e il 90%. Tuttavia, in questi seggi la partecipazione è stata raramente superiore al 25%. Da segnalare anche che i circa 8.000 francesi di Shanghai non hanno potuto votare perché imprigionati nelle loro case dal governo comunista cinese, che ha scelto la strategia «zero Covid».
Marine Le Pen è stata la prima dei due finalisti della presidenziali a recarsi alle urne, verso le 11.30, nella cittadina popolare di Henin-Beaumont. Emmanuel Macron è invece andato a votare circa un’ora dopo nell’esclusiva stazione balneare del Touquet.
A risultato chiaro sono arrivate le parole di Ursula Von der Leyen: «Caro Emmanuel Macron, le mie felicitazioni per la tua elezione alla presidenza della Repubblica. Non vedo l’ora di continuare la nostra eccellente cooperazione. Insieme porteremo avanti la Francia e l’Europa», ha dichiarato la presidentessa della Commissione Ue. Anche il premier italiano Mario Draghi si è congratulato: «La vittoria da parte di Emmanuel Macron nelle elezioni presidenziali francesi è una splendida notizia per tutta l’Europa».
La giornata elettorale è stata seguita con molta attenzione anche dall’estero, visto che la Francia ricopre anche la presidenza semestrale del Consiglio europeo e dato che, alla fine della campagna elettorale, Parigi ha rivelato di aver fornito armi pesanti a Kiev per combattere gli invasori russi. Tra le ambasciate straniere a Parigi, quella americana ha invitato già venerdì via Twitter i propri connazionali a evitare di partecipare ad eventuali manifestazioni in tutta la Francia «dopo le 20» per timore che «diventino violente». In effetti sui social, già nel pomeriggio di ieri, dei gruppi di Gilet Gialli, avevano fatto circolare appelli a scendere in piazza contro «un nuovo quinquennio di autoritarismo, razzismo e liberalismo».
I francesi si sono lasciati alle spalle le elezioni presidenziali, ma tra poco più di due mesi dovranno tornare alle urne per eleggere la nuova assemblea nazionale.
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Marine Le Pen (Ansa)
Negli exit poll per l’Eliseo il presidente francese è dato intorno al 28%, mentre la sfidante è circa 4 punti sotto. Terzo Jean-Luc Mélenchon (sinistra). Non ha sfondato il polemista Eric Zemmour. Affluenza in calo. Si torna alle urne il 24.
Il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi si giocherà tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen. è quanto hanno deciso gli elettori d’Oltralpe che ieri hanno votato per il primo turno. Secondo gli exit poll disponibili quando questa edizione de La Verità andava in stampa, il presidente uscente avrebbe ottenuto il tra il 28,3 e il 28,5% delle preferenze, mentre la leader del Front national tra il 23,6 e il 24,2%. Fuori dal ballottaggio restano, sempre secondo gli exit poll: Jean-Luc Mélenchon (20%), Eric Zemmour (6-7 %), Valérie Pécresse (5,10%) e il verde Yannick Jadot (4,5%). Agli altri candidati sono rimaste le briciole, il candidato «rurale» Jean Lasalle ha ottenuto il 3,2%, il comunista Fabien Roussel il 2,5%, il sovranista Nicolas Dupont-Aignan e il sindaco socialista di Parigi Anne Hidalgo hanno ottenuto solo il 1,9 %. A chiudere la classifica i candidati proletari Philippe Poutou (0,7 %) e Nathalie Arthaud (0,6 %). La partecipazione è stata poco superiore al 72%.
Se gli exit poll fossero confermati dallo spoglio delle schede, per alcuni partiti storici questo primo turno sarebbe qualcosa di simile ad una dichiarazione di morte. Questo perché il codice elettorale francese prevede il rimborso delle spese elettorali solo per i partiti che hanno ottenuto almeno il 5% dei voti.
Pochi minuti dopo la chiusura delle urne è iniziato il mercato delle poltrone in vista del secondo turno del 24 aprile. Hidalgo ha invitato i suoi (pochi) elettori a votare per Macron . Lo stesso invito è stato fatto da Fabien Roussel, Yannick Jadot, Valérie Pécresse ma il suo vice, Eric Ciotti, ha dichiarato che «a titolo personale» voterà Le Pen. A quest’ultima dovrebbero convergere anche i voti degli elettori di Zemmour, come ha lasciato intendere la sua vice Marion Maréchal. Il numero due del Rassemblement National, Jordan Bardella, ha invece teso una mano agli elettori di Mélenchon visto che, secondo vari sondaggi, un terzo di loro potrebbe votare Le Pen il 24 aprile.
Fino allo scoccare della mezzanotte di venerdì, quando è iniziato il silenzio elettorale imposto dalla legge francese, i sondaggisti d’oltralpe hanno camminato sulle uova perché, più che in altre elezioni precedenti, le intenzioni di voto espresse dai sondati erano difficili da decifrare. In effetti, nel giro di poche settimane, il vantaggio di Emmanuel Macron si è sciolto come neve al sole mentre, più o meno nello stesso arco di tempo, Marine Le Pen ha recuperato il proprio ritardo sul presidente uscente. Tenuto conto del margine d’errore, venerdì scorso i due erano praticamente dati in testa a testa, rispettivamente 25-26% contro 23-24%.
In Francia metropolitana le urne si sono aperte alle 8,00 e la prima candidata ad andare al seggio è stata il sindaco socialista di Parigi, Anne Hidalgo, che nei sondaggi era accreditata ad un misero 2%. Verso le 11,30 - nelComune di Henin Beaumont situato nella regione Haut-de-France dove risiede - ha votato anche Marine Le Pen. Il presidente uscente ha deposto la propria scheda elettorale nell’urna solo verso mezzogiorno e mezzo. Macron ha votato nella esclusiva stazione balneare di Touquet, dove possiede una casa insieme alla moglie Brigitte Macron. Tra i primi elettori Vip a partecipare allo scrutinio, c’è stato anche l’ex presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy, che ha votato poco dopo le 8,00. Il suo successore, François Hollande, ha invece votato nella cittadina di Tulles a metà mattinata.
Globalmente, il voto si è svolto senza intoppi anche se, sui social network, molti cittadini hanno segnalato il cattivo funzionamento della piattaforma predisposta su internet dal ministero dell’Interno per aiutare gli elettori a trovare il proprio seggio. In Corsica sono apparse delle scritte antifrancesi fuori da alcuni seggi.
La giornata elettorale era però cominciata già sabato perché, a causa della differenza di fuso orario, in alcuni territori d’oltremare francesi, nonché nelle sedi diplomatiche di Parigi in giro per il mondo, le porte dei seggi erano già state aperte. Nei territori del Pacifico, c’è stato un forte aumento dell’astensione, ad eccezione dell’arcipelago di Wallis e Futuna. Invece nelle isole francesi dell’Oceano Indiano - Riunione e Mayotte e nei territori situati sul continente americano - Guadalupa, Martinica e Saint-Pierre et Miquelon - la partecipazione è stata più importante rispetto alle presidenziali del 2017. Nella Francia metropolitana la partecipazione è stata più forte nelle aree rurali, mentre i dipartimenti di Parigi e limitrofi, sono stati quelli in cui si è votato di meno oltre alla Corsica del nord.
Da domani inizierà una nuova campagna, quella per il secondo turno. Se anche Macron dovesse essere ottenere la legittimità istituzionale con una conferma alla presidenza della Repubblica, dopo il risultato di ieri, la sua legittimità politica sarà tutta da costruire.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Stando alle ultime indagini demoscopiche pubblicate da vari istituti prima di Natale, i risultati del primo turno potrebbero assomigliare ai seguenti: l'attuale presidente della Repubblica in testa con il 22-24% di voti; la candidata della destra moderata Valérie Pécresse con circa 17-20%, Marine Le Pen, attorno al 16-18% ed Eric Zemmour al 13-15%. Dietro i candidati delle sinistre con in testa Jean-Luc Melenchon al 10-11%, l’ecologista Yannick Jadot e il sindaco socialista di Parigi, Anne Hidalgo, rispettivamente al 6-7% e al 3-4%.
Tra Natale e Capodanno la politica francese osserva ogni anno quella che viene chiamata la trève des confiseurs, ovvero «la tregua dei pasticceri». Come spesso accade in Francia - dove nonostante la mondializzazione e l’islamizzazione la cultura culinaria resta importante - un’espressione gastronomica-alimentare viene usata per illustrare la realtà. In questo caso si tratta del cessate il fuoco che le forze politiche rispettano ogni anno nel periodo delle feste natalizie. Quest’anno però la tregua dei pasticceri assume un significato particolare perché cade a circa quattro mesi dalle elezioni presidenziali. Così anche durante questo periodo i candidati – dichiarati o in pectore - all’Eliseo continuano a muoversi e, soprattutto, non smettono di commissionare e studiare sondaggi.
Già perché nonostante le cantonate prese anche in Francia dai sondaggisti in occasione delle elezioni degli ultimi anni, il lavoro degli istituti di opinione resta un elemento essenziale per i candidati e i loro staff.
Così, stando alle ultime indagini demoscopiche pubblicate da vari istituti prima di Natale, i risultati del primo turno potrebbero assomigliare ai seguenti: Emmanuel Macron in testa, con il 22-24% di voti; la candidata della destra moderata dei Républicains, Valérie Pécresse, con circa 17-20% delle preferenze; Marine Le Pen, attorno al 16-18% e Eric Zemmour capace di ottenere il 13-15% dei voti. Dietro di lui arriverebbero i candidati delle sinistre con in testa Jean-Luc Melenchon - del partito di estrema sinistra La France Insoumise – grazie a un risultato stimato attorno al 10-11% delle preferenze. L’ecologista Yannick Jadot e il sindaco socialista di Parigi, Anne Hidalgo, otterrebbero rispettivamente 6-7% e 3-4% dei voti. Tutti gli altri candidati, tra cui l’ex ministro socialista Arnaud Montebourg e il leader sovranista di Debout La République, Nicolas Dupont-Aignan, non riuscirebbero invece a superare la soglia del 2% delle preferenze. Per il secondo turno, la maggioranza dei sondaggi vede Macron in leggero vantaggio su Pécresse: 51-52% contro 48-49% dei voti.
Il panorama fotografato dalle indagini demoscopiche prima delle feste è destinato a evolvere a causa molte variabili. In primo luogo, Macron non ha ancora ufficializzato la propria candidatura. È molto improbabile che scelga di ripresentarsi, ma per molti francesi – nonché per i concorrenti nella corsa all’Eliseo – l’attuale presidente non può più aspettare. Questo perché, con la scusa del Covid, il capo dello Stato si manifesta in tutte le salse, ottenendo molto più spazio sui media rispetto agli altri candidati. Questo gli assicura un vantaggio non indifferente visto che, lo scorso 8 settembre, il Consiglio Superiore Audiovisivo (Csa, una sorta di Commissione di Vigilanza Rai con competenze estese anche ai media privati, ndr) ha imposto alle radio e alle tv francesi di trattare Eric Zemmour come un candidato. Il problema è che, a quella data, il giornalista-polemista non era ancora candidato. Eppure il Csa ha ordinato di sottrarre la durata dei suoi interventi in tv e sulle onde radio, dal tempo assegnato a ogni candidato già dichiarato, a eccezione di Macron. Quindi, da almeno quattro mesi, l’attuale inquilino dell’Eliseo abusa di una posizione dominante a scapito dei suoi rivali.
Un’altra incognita che pende sulla campagna elettorale transalpina ha un nome e un cognome: Christiane Taubira. Si tratta della pasionaria guyanese di estrema sinistra, già ministro della giustizia dei vari governi della presidenza di François Hollande. È lei che ha partorito la legge omonima che, nel 2013, aveva introdotto il matrimonio gay in Francia che, in seguito, ha portato all’introduzione della Pma - la Procreazione medicalmente assistita - per le coppie di lesbiche e donne single. Se si candidasse, Taubira riuscirebbe probabilmente a coagulare tutte le anime della sinistra, a parte forse la France Insoumise, molto legata al proprio leader Melenchon. Se l’ex ministro originario della Guyana francese scendesse nell’arena politica, il dibattito sulla politica vaccinale contro il Covid potrebbe diventare bollente. Questo perché negli ultimi mesi, Taubira ha fatto delle uscite piuttosto critiche sull’imposizione del siero, soprattutto in zone poco urbanizzate come il «suo» dipartimento d’Oltremare quasi completamente ricoperto dalla foresta amazzonica e sprovvisto di strutture e personale sanitario adeguato. Per ora, l’ex ministro della giustizia ha solo detto di «considerare la possibilità di essere candidata alla presidenza». Ma fonti a lei vicine hanno rivelato a vari media che la creazione di un’équipe di campagna è già iniziata. Tra i temi che la possibile futura candidata sosterrà figurano misure di «progresso societario» quali: l’estensione dell’aborto, l’utero in affitto, l’equiparazione delle «famiglie arcobalenoı» a quelle tradizionali. Tutte tematiche capaci di riunificare gli elettori di sinistra.
Tra i candidati di destra intanto si affilano le armi. Valérie Pécresse ha presentato poco dopo Natale i suoi portavoce e annunciato che i suoi ex rivali alle primarie del partito saranno parte integrante della sua squadra. Eric Zemmour, invece, ha effettuato un viaggio in Costa d’Avorio, dove ha incontrato i soldati francesi impegnati nell’operazione Barkane. La trasferta africana aveva l’obiettivo di assicurare ai membri delle forze armate il pieno sostegno del candidato sovranista, qualora diventasse presidente della Repubblica. Un obiettivo che è stato centrato. Zemmour si è fatto fotografare accanto ai militari quasi un contemporanea con l’annuncio dell’Eliseo relativo all’annullamento della visita natalizia di Macron alle forze armate francesi in missione. Gli scatti del polemista intento a stringere le mani di soldati hanno mandato in bestia il ministro della difesa transalpino, Florence Parly, che ha frignato ai microfoni dei media mainstream.
L’ultimo interrogativo, non per importanza, che aleggia sulla campagna elettorale è ovviamente il Covid, con il suo corollario di campagna e pass vaccinale. La variante omicron ha obbligato il governo di Jean Castex ad accelerare la trasformazione del green pass attuale in un lasciapassare rilasciato solo ai vaccinati. A differenza di quanto accaduto quest’estate - in occasione della creazione del green pass - ora il Consiglio Costituzionale (la Consulta francese, ndr) ha benedetto praticamente tutto l’impianto del disegno di legge che arriverà il 3 gennaio in Parlamento. Quindi, se il pass vaccinale dovesse entrare in vigore con le caratteristiche volute dal governo, anche in Francia si assisterà ad una eccezionale compressione delle libertà fondamentali, prime fra tutte: la libera circolazione e la privacy.
Durante la tregua dei pasticceri 2021, i francesi sembrano interessati più alle feste che ai loro diritti. Chissà come reagiranno quando, dopo San Silvestro, riprenderanno le attività e la campagna per le elezioni presidenziali entrerà nel vivo. Qualcuno dice che a causa di Omicron – che in Francia ha colpito circa 180.000 persone al giorno nell’ultima settimana – si arriverà anche a limitare l’accesso ai meeting elettorali o che questi saranno addirittura vietati. Per ora sono solo supposizioni ma anche queste potranno influenzare l’ultimo scatto della corsa all’Eliseo.
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